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Una storia di Massimo.ferraris

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Quello che conta

per voler del parroco...

Pubblicato il 12 luglio 2017

Partiamo dal presupposto che io sia come tutti gli altri, almeno dal punto di vista anatomico: gambe, braccia, testa, mani e piedi. Facciamo pure finta che il mio fisico abbia quella prestanza da non passare inosservato, aggiungiamo un sorriso, capelli sale e pepe sparsi per il cranio e un timbro di voce che ricorda un gesso che stride sulla lavagna. Ecco, ora shekeriamo tutto, quindi versiamo il contenuto e otterrete me, Bartolomeo Lunigiani, al secolo Bart, quarantenne disoccupato che sbarca il lunario facendo ogni genere di cose. Nessun legame, nemmeno una casa che si possa definire così; divido un bilocale con Adelmo, un chitarrista jazz conosciuto durante un concerto organizzato dalla parrocchia di San Fausto Martire, dove occasionalmente Don Fortunato mi invita per aiutarlo nelle pulizie e altri piccoli lavoretti. Un appartamento microscopico, quasi soffocante, che Adelmo arricchisce con tutto ciò che trova accanto ai bidoni dell'immondizia. Perciò, a lungo andare, l'arredamento ha preso una piega alquanto bizzarra, tanto che i pochi che riescono ad entrare scappano a gambe levate in men che non si dica.

Eppure ci vivo, da quasi tre anni, tra alti e bassi, storie promiscue che Adelmo intreccia con uomini o donne, a lui poco importa, tanto che uno scaffale ricolmo di libri è diventato la parete del mio microcosmo. Ho preso l'abitudine ad indossare le cuffie, far partire la musica ed estraniarmi dal resto della casa. Ultimamente abbiamo raggiunto un accordo, dopo che la sua ennesima conquista, Maricla, una contorsionista conosciuta chissà dove, si esibiva in urla e gemiti tanto sonori da penetrare le cuffie. Figuriamoci i vicini...

Adelmo non l'ha presa bene, ha minacciato di abbandonare la spelonca (così la definisco io), cosa che ho subito accettato di buon grado, informandolo che tutto il ciarpame presente sarebbe finito in strada, accanto a quelli che un tempo erano stati i legittimi proprietari, cioè i bidoni dell'immondizia. E' sbiancato, guardandosi intorno con occhi pieni d'amore, quindi ha abbassato le spalle in segno di resa, non mancando di apostrofarmi con una frase che non riesco a far uscire dalla mente: -Fatti una vita, Bart, e trovati qualcuno con cui scopare!-.

Nella mia vita ho avuto una sola storia importante, nata all'età di quasi trent'anni e finita per colpa mia. Si chiamava Agata, studentessa universitaria all'ultimo anno con il sogno di diventare ricercatrice. Studiava ingegneria chimica e abitava a un passo dalla vecchia casa che dividevo con i miei e mia sorella Marcella. Non so che ci trovasse in me, non sono mai stato uno che attira l'altro sesso, forse il mio modo di fare accondiscendente, la disponibilità intrinseca che mi fa ben volere, oppure gli sguardi che languidamente le lanciavo ogni volta che ci incontravamo. Tappa fissa la panetteria, dove alle 11 in punto entrava; avevo preso l'abitudine di raggiungerla e, vuoi oggi, vuoi domani, arrivai a trovare il coraggio di salutarla.

Agata era sovrappeso, non troppo intendiamoci, ma accanto a me sembrava ancora più grossa, tanto ero segaligno. Tutto questo non era importante, di lei amavo il sorriso, i capelli che lasciava cadere liberi sulle spalle, e quella capacità di mangiarsi tre bomboloni alla crema uno dietro l'altro quando ci fermavamo sulla panchina sotto casa. Sempre sorridente, con tanta fantasia che galoppava pensando al futuro e alla professione che voleva intraprendere. Io, con un diploma di grafico pubblicitario in tasca, mai usato in verità, ascoltavo in silenzio e annuivo. Che altro avrei potuto fare? A lei andava bene così e, la prima volta che ebbi il coraggio di prenderle la mano, mi lasciò fare. Furono due settimane di duro lavoro quelle che mi accompagnarono al fatidico primo bacio, con tanto di inviti ad uscire, pizze (lei ne mangiava non meno di due alla volta, tutte farcite, accompagnate da un boccale da litro di birra), niente fiori, ma scatole di Baci Perugina (i tubi duravano meno di trenta secondi). Le mie finanze traballavano e posso solo dire grazie a mia sorella Marcella, maestra d'asilo, se riuscii a sostenere il corteggiamento.

Il primo bacio coincise con il primo rapporto. Lei era vergine, io quasi (capiamoci, non fatemelo spiegare...), casa sua libera, quindi quando varcai la soglia dell'appartamento già sapevo a cosa sarei andato incontro. La storia durò sei mesi, il tempo di laurearsi, fare domanda all'estero, essere assunta e ritrovarmi solo.

E quindi rieccomi qui, dopo due lustri passati a razzo, tra la mediocrità della mia vita e la ricerca di uno stimolo.

Adelmo, dicevo, messo di fronte all'ultimatum e dopo avermi vomitato addosso quella frase che ora sento tatuata sul cuore, ha pensato bene di voler restare; basta sesso nell'appartamento, a patto che la spazzatura presente (e futura) rimanga al proprio posto.

Don Fortunato è l'equivalente del buon samaritano, uno spirito puro che spende la propria vita per il bene della comunità. L'idea di portare Adelmo da lui per farlo esorcizzare mi ha attraversato il pensiero più di una volta, magari grazie all'acqua santa potrà espellere da quel corpo la parte satanica. Ma più lo guardo, più mi rendo conto che tra i due chi ha bisogno dell'intervento divino sia solo e solamente io. Quindi eccomi qui, con la scusa di voler essere d'aiuto e intascare quei venti euro che il Don, che lavori o no, mi infila nella tasca posteriore dei pantaloni.

-Ti vedo pensieroso, Bart- mi accoglie. -Ne vuoi parlare?-.

Io e la chiesa abbiamo sempre avuto un rapporto difficile; avevo dieci anni quando pensai che tra me e quello che sta in alto non corresse buon sangue. Nonna era malata, ma le cure la stavano facendo star meglio, quindi da solo, un pomeriggio, mi recai in chiesa per dire una preghiera. Risultato: due giorni dopo nonna peggiorò, entrando in coma e morì dopo dodici ore. Ma non è tutto, sempre parlando di Agata, volli provare a chiedere un aiuto, affinchè cambiasse idea e rimanesse con me. Chissà, sarei persino potuto finire a nozze con lei. Invece, dopo la classica preghiera e supplica, il mattino dopo ricevette una raccomandata dall'Inghilterra con cui la informavano dell'assunzione presso un centro di ricerca. E così ogni volta che pensavo di averne bisogno, sino a quando evitai come la peste preghiere e suppliche.

Ma Don Fortunato ha un modo di fare tanto gentile che mi mette male rifiutare. E poi che male può farmi scambiare due chiacchiere. Una confessione informale, ecco, senza richieste di alcun tipo, solo uno scambio di opinioni tra amici.

-Mi sento vuoto- dico.

-Vuoto per stanchezza o per altro?-.

Bella domanda, da rimanere senza parole. Ho paura ad ammettere che la mia vita è praticamente un vuoto a perdere.

-Vuoto, punto. Le capita mai?- certo che no, perchè mai l'ho chiesto?

-A volte- come, cosa? -Ma il vuoto è qualcosa che può essere riempito. Ti faccio un esempio: metti un vaso colmo di terra, con un fiore piantato in mezzo, sul fondo c'è sempre un foro che fa si che il liquido fluisca o entri. Bene, quel fiore siamo noi, la terra ciò che ci circonda e quel foro è la nostra anima che si apre e chiude al cambiamento-.

-Io sono una pianta di plastica- sbotto, anche se devo dire che la similitudine mi ha colpito.

-Vieni con me- e mi cinge le spalle, trascinandomi verso la sacrestia, per poi salire la scala che porta al suo appartamento. Non avevo mai fatto caso alle pareti, dove foto di lui giovane lo ritraggono con e senza l'abito. Una in particolare lo immortala in moto, con seduta dietro una ragazza sorridente.

-E questa?- la indico, osservando il viso di lui più giovane e felice.

-Un'amica- mi liquida, spingendomi verso il piano superiore. -Mica sono un santo, prima di diventare prete ho avuto una vita pure io-.

Una confessione che mi sorprende: di solito Don Fortunato non parla mai del passato. Ha circa sessantacinque anni, ben portati in verità, e per me è sempre stato un prete. Difficile pensarlo diversamente.

-Una vecchia fiamma?- azzardo, senza desistere. Lui sbuffa alle mie spalle e senza rispondere raggiungiamo la cucina.

-Allora?- gli chiedo.

-Che vuoi sapere?- mette le mani sui fianchi.

-Solo se lei ha mai trovato il coraggio di cambiare-.

Ride divertito e mi mostra l'abito con le mani.

-Secondo te? Credi che ci sia nato con questo?-.

In verità no, ma io credo di aver indossato gli stessi panni da quando mi sforzo di ricordare. Le novità mi spaventano, gli impegni sembrano camicie di forza, riesco solo a sopravvivere.

-Vedi Bart, ti trovi in quella fase della vita in cui le domande hanno raggiunto il punto in cui le risposte sono necessarie per non impazzire. C'è chi ci passa prima, chi dopo, chi ha la fortuna di non averne bisogno, e sono davvero pochi, anzi sono sicuro che solo le menti semplici ci riescano. Ma tu no, tu ti stai ribellando-.

Penso ad Adelmo, al mio scatto d'ira e la voglia di sbatterlo via. Una cosa strana, che subito non ho valutato. Che stia veramente raggiungendo la svolta?

-Perchè ti definisci una pianta di plastica?- mi chiede.

-Perchè non hanno bisogno di cure, penso...-.

-Però tu hai sentimenti, riesci a percepire il disagio, perciò più che di plastica direi una pianta senza acqua che sta appassendo. Quello che conta...- e rimane pensieroso, -è trovare il concime!-.

In casa ho mezzo sacchetto di stallatico, trovato da Adelmo durante uno dei suoi bidon tour, ma non credo che il Don si riferisca a questo.

-Concime?- gli faccio eco.

-Si, stimoli, cambiamenti; cominciamo dal lavoro. A quanto pare nulla di fisso, né ora né mai, quindi un'assunzione in piena regola è il primo passo. Poi una sistemata all'abbigliamento, una tosata a quel cespuglio che hai in testa e il lancio in piena regola sul mercato-.

Parla come un esperto di moda, più che da prete; mi aspettavo una ramanzina, consigli da uomo di fede, invece ai miei occhi si trasforma nel Miccio della situazione. La cosa mi spaventa.

-Ti confesso una cosa: quella ragazza che hai visto in foto era la mia fidanzata. Sembra una blasfemia, ma è così. In quel periodo ero felice, non sentivo nemmeno il bisogno di entrare in chiesa. Io e la fede viaggiavamo su strade diverse, fino a quando ho ricevuto la chiamata-.

Sto per chiedere se da parte del Vescovo o chi per esso, ma mi trattengo in tempo.

-Non so dirti come è successo, nemmeno come è maturata in me la convinzione di dare un radicale cambiamento alla vita. Fatto sta che una bella mattina (succede sempre così, solitamente al risveglio) ho capito che c'era qualcosa che mi mancava. I tempi sono stati lunghi, la ragazza ha sofferto, anche se poi si è sposata e ho tenuto a battesimo i due figli che ha avuto dal marito, e mi sono affidato all'esperienza di un vecchio amico diacono-.

Non starà mica pensando che io voglia farmi prete? Non sono tagliato, conosco a stento il Padre Nostro e il vestito nero mi rende triste.

-Chiamo Roberta- dice, afferrando il telefono. Lo sento confabulare, parla di forbici, vestiti e altro che non comprendo. Poi riattacca, soddisfatto. -Tra un quarto d'ora sarà qui; è una brava parrucchiera a domicilio, vedrai che saprà metterti in sesto-.

Non mi chiede nemmeno se lo desidero, è partito a spron battuto non lasciandomi via di scelta. Comunque accetto di buon grado: ha ragione lui, è ora di cambiare.

La ragazza ci sa fare, usa le forbici con la perizia tipica di un'intagliatrice di origami. Trasforma la mia chioma in una più razionale acconciatura da uomo, rade pure la barba e applica uno strato di crema. Cavoli, mi sento rinascere!

-Prova questi jeans e la camicia chiara- dice, mentre sono beatamente rilassato ad occhi chiusi a godermi il profumo del dopobarba. La guardo e mi porge i capi. -Dovrebbero essere della tua taglia-.

-Vestiario lasciato per i poveri- commenta Don Fortunato. -Non sai di quanta roba ancora nuova la gente si liberi. Sia inteso: questi puoi prenderli perchè è un'opera buona quella che stiamo facendo-.

Mi sento pesantemente povero, le sue parole sono macigni. Ma ripensando alla mia vita e a dove abito, non posso che dargli ragione. E' un nuovo Bartolomeo quello che ne esce.

-Aspetta- dice il Don, e sparisce nella stanza attigua per poi apparire con un paio di scarpe. -Queste sono nuove di zecca. Me le hanno regalate ma non le ho mai usate-.

Mocassini di cuoio scuro, molto comodi, forse più grandi di un numero, ma non importa. Roberta mi trascina per un braccio davanti allo specchio dell'armadio in camera di Don Fortunato. Emetto un fischio, non sembro nemmeno io.

-Che ti sembra?- mi chiede.

-Un sogno?- rispondo, di rimando. L'immagine è quella di un uomo medio assolutamente non trasandato. Anzi, direi quasi piacente. Possibile che siano bastati questi piccoli trucchi per trasformarmi?

-L'abito a volte fa il monaco- dice il Don, -ma non basta- poi si rivolge a Roberta. -Hai chiesto?-.

-Si, ci aspetta- risponde sibillina. Mi sento preso tra due fuochi e vengo trascinato all'esterno della chiesa. Lara, la fornaia, ferma sulla soglia del negozio, mi guarda, poi sgrana gli occhi: -Bart, ma sei tu?!?-.

-E' lui, ma non abbiamo tempo- dice Roberta, trafelata, spingendomi lungo la strada. Non oso chiedere, ormai la mia vita è nelle sue mani. Giriamo a destra, passando per piazza del Tritone, proseguiamo per via Lucerna, dove vedo Nando, il tabacchino, sgranare gli occhi come Lara, e procediamo oltre, sotto gli sguardi meravigliati dei compaesani. Provo un imbarazzo che mi obbliga ad inciampare sui miei passi, e non sono le scarpe, ma la fifa boia di scoprire cosa ne sarà di me.

Alcuni, quelli più curiosi, si mettono all'inseguimento e, dopo trecento metri di camminata veloce, una fila si forma alle spalle. Inutile da parte di Don Fortunato sbraitare di tornare a casa, lo snobbano.

D'un tratto ricordo il giorno della prima comunione, fatta da solo perchè nel giorno ufficiale era morta nonna. Entrai in chiesa come un automa, osservando tutti i parenti e amici seduti sulle panche. Mi sentivo come un condannato pronto al patibolo, e l'altare si trasformò in una ghigliottina, dove il vecchio parroco assunse le sembianze del boia. Non ce la feci e scappai via, tra le urla di mio padre e l'inseguimento di mamma. Venni bloccato un attimo prima di spiccare il salto nel torrente, dove d'estate facevamo il bagno, fino a quando una ditta di produzione di vernici non pensò bene di usarlo come discarica di solventi.

Comunque tornai sui miei passi, ricevetti il sacramento, ma senza mai alzare gli occhi, nemmeno quando il fotografo decise di immortalarmi nelle foto di rito.

Roberta procede spedita, tenendomi a braccetto, quasi fosse una corsa a premi, dove il primo ottiene coppa e gloria. Don Fortunato sbuffa e accusa la stanchezza, quindi lo vedo arretrare, confondendosi tra il gruppo di inseguitori.

-Eccoci!- esclama Roberta, fermandosi davanti ad una vetrina. Alzo gli occhi e riconosco il laboratorio di produzione e vendita di materassi Dormibellosan. Eh no!, questa proprio no!

-Che ci facciamo qui?- esclamo.

-Per il lavoro- risponde candidamente, mentre il crocchio di persone forma un cerchio. il Don riappare, il viso rosso per lo sforzo e sorride.

-Prima che tu decida di scappare via, dammi almeno una possibilità. Ti fidi di me?-.

Vorrei tanto farlo, ma allo stesso tempo le gambe chiedono di allontanarsi. Tutte quelle persone che mi guardano mute, gli stessi occhi che osservai sulle panche il giorno della prima comunione. All'improvviso torno bambino e cerco papà e mamma, ma so che sono solo e me la devo cavare.

-Ma... ma lei sa di chi è il negozio?- chiedo a Don Fortunato. Lui annuisce e io mi sento morire. Dieci anni che evito come la peste di passare da queste parti, e ora mi tocca affrontare i miei demoni.

Mi cinge le spalle e ci allontaniamo dai curiosi, ma non troppo dal negozio, dove i materassi sembrano osservarmi.

-Due settimane fa ho ricevuto una visita- dice a bassavoce. -Non ci potevo credere, dopo tanto tempo. Eppure l'ho riconosciuta appena l'ho vista, sebbene non sia più la stessa persona. Ci siamo abbracciati da buoni amici ed abbiamo iniziato a parlare-.

-Ma chi?- chiedo.

-Aspetta. Tanti anni lontana da casa e la voglia di tornare. Il suo è stato un percorso lungo, fatto con l'unico scopo di poter tornare alle origini. C'è riuscita, ha trovato lavoro a venti chilometri da qui, grazie al curriculum impeccabile. Ma dentro di sè è sempre rimasto un rimpianto, quello di essere la causa del tuo lasciarti andare-.

Ed allora capisco, la pelle d'oca affiora sulle braccia e le gambe.

-Agata!- non ho bisogno di conferma, so che è di lei che sta parlando.

-Mi ha raccontato tanto della sua vita, del lavoro che l'ha assorbita a tal punto di non aver tempo per l'amore e il dolore del distacco-.

E' vero, non ha voluto vedermi il giorno della partenza, io avevo considerato questo come un abbandono, mentre lo aveva fatto per non soffrire ancora di più. Tutto questo in me si era trasformato in solitudine, una sensazione da cui non ne sono mai uscito.

-Ti sorprenderà vederla- continua il Don, -il tempo l'ha maturata, resa più donna e il lavoro ne ha temprato il carattere, anche se per me è sempre la vecchia Agata-.

-Ma il lavoro, tutta questa messinscena, a partire dai vestiti, il taglio di capelli...-.

-Lo abbiamo fatto per te e per lei- continua a sorridere. -Le ho promesso che ci avrei pensato io a controllarti, anche durante questi dieci anni, con lettere che saltuariamente ci scambiavamo-.

-Siete rimasti in contatto?- trasecolo; io non ho avuto più notizie.

-Si, però la sua paura era che provare a contattarti ti avrebbe fatto più male che bene. Se la vita voleva avresti trovato la tua strada, se invece tutto fosse rimasto immutabile allora per lei c'era ancora una speranza-.

Un discorso strano, mi soffoca l'idea di essere stato usato. Ma davvero lo sono stato? Non ho mai avuto pressioni, il futuro malandato me lo sono costruito io, quindi la colpa è solo mia.

-La vuoi incontrare?- dice, distogliendomi dai pensieri. -Sei pronto a dare una svolta alla tua vita, con un nuovo lavoro?-.

-Allora il lavoro c'è veramente?-.

-Si, ma non è obbligatorio che tu lo accetti- quindi giriamo verso l'entrata del negozio. -Ti chiedo solo di provare a vedere le cose con occhi nuovi, di sentirti una pianta vera e non di plastica, perchè tutti valiamo e abbiamo diritto ad una nuova opportunità-.

Ed allora la vedo, Agata, in piedi di fronte a me. Gli stessi occhi che mi emozionavano, quei capelli lunghi e folti. E' proprio lei, ma migliorata; la figura grassoccia che ricordavo ha lasciato il posto ad un fisico più snello, indossa scarpe con il tacco, mentre allora solo mocassini bassi.

-Ciao- mi dice.

-Ciao- rispondo, dimenticandomi di tutto ciò che mi circonda. Don Fortunato mi spinge dolcemente verso di lei.

-Quello che conta...- gli sento dire. -E' crederci sempre-.

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