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Una storia di CuorDiPolvere

Racconto di un ritorno a casa.

Pubblicato il 04 marzo 2018 in Avventura

Tags: Viaggio

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Abitava presso un edificio senza porte; non sapendo come e quando v'era entrato, non fu capace mai di uscirne: né una chiave, né un indizio. Era lì alla deriva dello spirito.

La cosa curiosa, della casa diciamo, era la planimetria tutta smarrita: erano solo scale e corridoi. Per quanto in alto menava, non trovava mai un terrazzo; per quanto in basso mai un androne. Un terribile incubo, si potrà certo pensare; la cosa, immaginate quel poveraccio, lo tormentava nei modi più loschi. Si metteva come in galera, senza un posto caldo dove stare, e sul freddo pavimento di marmi si lasciava pensare dal labirinto, da quel mistero e guaio nel quale s'era riuscito a cacciare.

C'erano delle crepe sui muri, perché era un edificio vecchio e costruito male per giunta, coi peggio materiali, tutto grezzo nella manodopera. E a dirla tutta, non c'era un mattone che fosse stato piazzato dritto in fila a un altro; neanche la parvenza, ai mastri non garbava l'attenzione.

“Gente che sta male, ha costruito questo posto -pensò-. Mi pare di sentir ghignare certe volte, il sole non lo vedo mai. Mi sia concessa misericordia!”.

E quella supplica fu ascoltata, perché era un potere che andava oltre l'inganno dal quale era stato catturato: un potere celeste.

Udì un tintinnio al pianerottolo di sopra, che magari era sempre lo stesso -o così credeva lui-, e corse facendo le scale a due a due e correndo nei corridoi. Nel mezzo di uno di questi, che quasi ci scivolava sopra, c'era un mazzo di chiavi. Cadde in preghiera per quella benedizione e il fatto strano che venne dopo è l'alito di vento, che mai aveva sentito da ch'era prigioniero. C'era corrente, lieve lieve, e veniva da sopra. Pur avendo le chiavi, gli mancava comunque una porta da aprire: che fosse l’uscita!

E salendo la trovò piazzata su delle scale tutte irregolari, il peggior lavoro mai fatto e visto nella muratoria -ve lo assicuro-. Provò una o due chiavi prima di trovare quella giusta, e infine tirò e spinse, e si trovò dentro un appartamento.

Come nel resto, anche qui nemmeno un mobile, un divano, una macchina del caffè. Visitò le stanze piccole e quelle un poco più grandi, poi ancora corridoi. Dalla vuotezza sentiva forti i suoi passi, il silenzio era di quello che sentono i bambini quando hanno paura al buio e stanno attenti, non gli sfugge mai un battito del cuore.

C'era una finestra aperta, nell'ultima stanza, e sbatteva per il vento. Levò la serranda per dare un'occhiata al mondo, finalmente, e non fu il muro ad ingannarlo questa volta. Era tutto vero: una città fantasma, ed era ai piani alti. C'erano ancora i panni stesi, agitatissimi, a filo di casa in casa, e facevano strani versi quando il vento prendeva a schiaffi i vicoletti del paese. Era tutto in pietra, bello assai a vedersi: si allungava fin oltre un fiume che vi scorreva in mezzo, ed era chiuso tutto intorno d'alte mura. Non c'era anima viva, e fu esaltato dal fatto che avrebbe voluto scendere e visitare il posto. Non s'era detto: lui era uno storico, uno studioso amante del passato e delle cose vere; e a pensarci bene, cadde schiavo del tranello proprio mentre era in cammino verso le rovine di una città perduta, che aveva certo un nome, ma lui non lo sapeva o non lo ricordava.

“Ecco il punto! Ecco forse come sono quivi giunto!” si disse.

Tutti i suoi complotti però lo tradivano, perché gli mancava di capire qual era l’ultimo suo ricordo prima della prigionia. Allora quando pensò alla soluzione, cioè che s'era addormentato durante il viaggio e stava sognando, fu scosso dal canto superbo di un campanile, in bella posta al centro del paese; e se c'era campanile, c'era anche almeno un campanaro. Ebbe la felice idea di urlare qualcosa, ma forse quelle vecchie corde si tiravano per un qualche meccanismo automatico, e fu nel dubbio nuovamente. E si pensò ancora solo.

Ci fu, poi, un lungo fischio e un colpo di cannone fortissimo, la cui eco tuonava nelle valli tutte intorno, e non riuscì a capire donde veniva. Tutte queste cose una appresso all'altra gli sembravano non poco sospette, e ne seguì la scia: gli suonarono addirittura al campanello e, quando andò ad aprire la porta, non che fosse qualcuno lì a suonare, ma si trovò fuori dalla prigione. Vagò per tutto il paese e questo a mano a mano lo vedeva prendere vita: incontrò, col cuore in gola, un paio di persone che lo salutarono con un cenno del capo. Si accesero i fuochi, aprirono le locande, le taverne e i pub. Il campanile suonò ancora e alla sera il paese s'era riempito di facce e voci che parlavano le une sulle altre. Qualcuno lo riconobbe da lontano, ma lui di certo non sapeva chi fosse; lo invitò a sedersi, questo, ai tavolini di un vecchio bistrò, tra i quali passava a cadenza un violinista acrobata dai baffi a spillo.

Gli parlò di quel posto mentre sorseggiavano un vino amaro e dolce insieme, e lo portò, per fargli capire meglio, alla chiesetta che stava di la della strada. Era un piccolo edificio di una navata soltanto, con un paio di colonne e la statua di una Santa bassa e piuttosto anziana, dai capelli rossi come il fuoco, che induceva ai misteri di quella terra chi v'era giunto per vie traverse e gravi.

C'era stato un fischio lunghissimo, si.

E poi uno schianto come di cannone. E mentre il treno si ribaltava dalle rotaie e scoppiava, lui cercava una via d'uscita al labirinto. E l'aveva trovata.

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