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Una storia di GiovanniBeria

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un errore di percorso

Pubblicato il 29 luglio 2017

Si erano conosciuti alla facoltà di Architettura nel ‘72. Lei seguiva Interni, lui Urbanistica. Era stato coinvolto da un amico in un gruppo di studio sulla "Staatliches Bauhaus e Walter Gropius", uno dei pochi che i professori erano riusciti a mettere in piedi. In quel periodo nella facoltà c’era spesso il blocco della didattica, continue riunione di gruppi politici. Nella vasta aula magna, ogni tavolo aveva attorno un capannello di studenti che pianificava una variante alla lotta di classe. Lei gli si era seduta di fianco. Gli aveva sorriso e si era concentrata sull’assistente che raccontava di opera d’arte totale, mentre il suo profumo alla Violetta di Parma lo stava letteralmente stordendo. Poi era accaduto qualcosa, «un fatto grave,» aveva urlato qualcuno. Tutti si erano riversati verso l’uscita e si erano radunati sulla strada davanti alla facoltà, vocianti ed eccitati. Lui aveva perso di vista l’amico con cui era venuto lì quel pomeriggio, in compenso lei gli si era avvinghiata contro, tremante.

«Cosa sarà successo?» Gli aveva detto nell’orecchio, attirandolo a sé.

Lui, Riccardo, aveva sentito il suo fiato tiepido sul collo, la pressione della sue mani attorno al braccio. Aveva scosso la testa, tentando, con un sorriso che gli era venuto a metà, di bilanciare il turbamento di quell'improvvisa intimità.

«Tu li segui?» Gli aveva chiesto ancora e subito aggiunto che lei non l’avrebbe fatto, quasi a voler proporgli un’alternativa a una sua eventuale decisione.

Riccardo aveva intravisto Giacomo, il leader del gruppo che aveva iniziato a frequentare l’anno prima, più che altro per identificarsi in una concretezza e non perdersi definitivamente in quella vastità che inglobava tutto e tutti indistintamente; stava cercando in mezzo a quella confusione gli altri componenti del suo gruppo e agitava il braccio e chiamava appena ne riconosceva uno. D’accordo la lotta di classe che l’aveva subito entusiasmato, ma lì dentro, discussa con quei continui accenni social-filosofici cari agli intellettuali borghesi a cui si ispirava la maggior parte degli studenti legati più alle citazioni che ai problemi materiali, l’aveva a poco a poco disamorato. In quel momento non aveva proprio voglia di seguirli e andare a urlare da qualche parte.

«No, non credo.» Aveva risposto.

«Allora andiamo a berci qualcosa di caldo. Io mi chiamo Silvia.» E l’aveva trascinato lontano, verso un locale in piazza Piola.

Erano stati insieme per tutto il pomeriggio. Avevano passeggiato attorno a casa di lei, via Manzoni, via della Spiga, Montenapoleone, senza una meta precisa. Lei si era raccontata per tutto il tempo, facendogli ogni tanto domande a cui lui rispondeva evasivamente, finché si erano accorti che era buio e per lei ora di tornare a casa.

«Mamma mia, che tardi!» Aveva quasi urlato, mettendosi una mano sulla bocca e stringendogli forte il braccio. Si era messa quindi a ridere, guardandolo intensamente. «Vuoi il mio numero di telefono?» Aveva inclinato la testa di lato, continuando a fissarlo con un lieve sorriso concentrato nell’angolo destro della bocca.

Riccardo era riuscito ad accennare un timido sì con la testa, ancora incredulo che tutto quello che avevano fatto fosse accaduto davvero. Si era sentito per la prima volta nella sua vita soggetto attivo di un sogno d’altri; nella testa e nei pensieri di un’altra persona. Non era lui, regista di storie inconcludenti, a manovrare il tutto. C’era sopra di lui una mente che sapeva bene cosa fare, che voleva assolutamente un lieto fine reale. E finalmente aveva aggiunto anche un "volentieri".

Da quel momento era stato tutto un turbinio di nuove emozioni. Che Silvia gli fosse vicina o lontana - quell’estate lei era comunque dovuta andare con i suoi genitori alla villetta che avevano a Forte dei Marmi - provava la stessa emozione di pienezza che fino a quel momento aveva provato solo nella sua dimensione fantastica, rivivendo e riadattando i fatti vissuti, anche se lontani, che gli permettevano, e ancora lo fanno, di sopportare la sua condizione di uomo autosufficiente. Si telefonavano spesso. Era lei che parlava di più. Aveva mille cose da raccontare. La sua voce squillante gli si insinuava nell’orecchio e lo pervadeva di brividi, quasi fosse lì accanto a stringergli forte il braccio, a fissarlo attentamente per accertarsi che avesse ben capito quanto gli aveva detto.

Quando era tornata si erano subito visti e avevano fatto l’amore, la loro prima volta. I suoi genitori sarebbero tornati la sera dopo e aveva la casa libera, «tutta per noi,» aveva urlato, abbracciandolo forte. La scusa che aveva usato con la madre era stata che doveva assolutamente consegnare il pezzo finale di un progetto a cui aveva lavorato in quei giorni al professore di passaggio a Milano. La sera prima aveva simulato la sua telefonata con cui le chiedeva di raggiungerlo il giorno dopo, appunto, prima che ripartisse per una conferenza in Francia, e aveva riso, come solo lei sapeva fare. Si era spogliata improvvisamente e gli aveva mostrato il segno del costume, facendogli notare la differenza tra il colore abituale della sua pelle, bianchissima, e la doratura dell’abbronzatura, come fosse una realtà del tutto naturale, com’era lei nel carattere, del resto, priva di malizia. Lui aveva cercato di far trasparire una certa indifferenza nel valutare, evitando di fissare il rosa del capezzoli e il rado batuffolo di peli che risaltavano nel candore dell’inguine. Silvia aveva una figura slanciata, gambe lunghe e sottili, non magre. Giocava a tennis abitualmente e durante il liceo era stata nella squadra di pallavolo. Poi l’aveva aiutato a spogliarsi, guardandolo in viso, con quel suo lieve sorriso sulle labbra.

Silvia. Silvia era decisamente diversa dalle altre ragazze che aveva incontrato o sognato, perfino dagli altri componenti della sua famiglia, padre, madre e fratello più vecchio, impettiti e sussiegosi. Silvia era alta, snella, zampettava più che camminare; frenetica, solare, nel grigiore stagnante e borghese del vasto appartamento affacciato sui Giardini pubblici, lato piazza Cavour. Quand’erano insieme a passeggiare per i vialetti del parco o per le vie del centro, Riccardo si chiedeva sempre, guardandola di nascosto, cosa ci facesse lì con lei. Che alternative avesse, alla lunga, di interessarla come sembrava stesse facendo in quei loro primi incontri. I suoi genitori non erano stati d’accordo da subito che si frequentassero. Che addirittura lo invitasse alle ricorrenze di famiglia o agli appuntamenti a cui erano stati a loro volta invitati, quasi fosse già uno di loro. Nemmeno a lui facevano piacere quelle circostanze, non aveva proprio voglia alla sera o nei lunghi pomeriggi domenicali o nelle feste particolari, di continuare in atteggiamenti che gli pesavano, far buon viso, anche migliore, di quello che si imponeva all’università o in qualsiasi altra situazione in cui si sentiva costretto a ostentare la sicurezza che non aveva.

Ma lei lo assecondava in tutto, e questo l’aveva stupito da subito. Gli era entrata dentro la testa, il cuore, i polmoni, era diventata parte di lui. Addirittura si scopriva a imitarla, le volte che non era con lei. Riusciva anche così ad avvertire la sua energia. Rivedeva i suoi gesti, gli atteggiamenti, il sorriso canzonatorio, i suoi saltelli nel rafforzare un’espressione che tanto lo intenerivano. Ripeteva una sua frase, le movenze con cui la diceva, il modo particolare di allargare il braccio, il movimento della spalla; il tono della sua voce. Si metteva a ridere, a scuotere la testa, ma si sentiva più forte.

Ma il tempo gioca brutti scherzi, cambia le carte in tavola, tutto diventa nebuloso, anche ciò che sembrava ormai acquisito.

Il solo ricordarlo, quel periodo, gli fa male. Sono ricordi di errori che allora non gli sembravano tali. Ma il tempo, maturando, gli ha insegnato molto. Soprattutto che Silvia non è stato un errore di percorso.

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