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Una storia di Buenosaires

Tanta voglia di lei

"Nella penombra che la notte concedeva, i due amanti erano indistinguibili nel groviglio di lenzuola che li copriva come un velo leggero."

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Pubblicato il 29 maggio 2018 in Storie d’amore

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Il tempo pareva sospeso in quella stanza. Nella penombra che la notte concedeva, le figure dei due amanti erano indistinguibili nel groviglio di lenzuola che li copriva come un velo leggero. Era una protezione, dall'esterno e - in qualche modo - da loro stessi. Si sentivano al sicuro là sotto, a nascondere qualcosa che avrebbero preferito e dovuto dimenticare. In fondo, però, non avrebbero voluto. Si erano sentiti in dovere di essere felici anche solo per un paio d'ore, senza dare spiegazioni: sapevano entrambi cosa provavano. Il silenzio di quel loro mondo ovattato veniva interrotto solo dal respiro regolare di lei, così sfinita da cadere rapidamente in un sonno profondo. Il groviglio indistinto dei suoi riccioli neri ricadeva sinuoso sul cuscino, la schiena era rischiarata dai raggi di luna che filtravano timidi dalle persiane accostate.

Lui le sedeva accanto, ritto lungo lo schienale del letto, le braccia conserte e il lenzuolo che lo copriva dalla vita in giù, gli occhi chiari che fissavano il vuoto. Sospirava e, così facendo, credeva invano di liberarsi un po' dal peso che gli premeva nel petto. Quando il suo sguardo tornava su di lei, benché non la vedesse perfettamente in viso, per un momento dimenticava le preoccupazioni: nella sua mente c'era soltanto il ricordo di quella pelle morbida a contatto con la propria, un profumo dolce che avrebbe sempre portato con sé. Sdraiata lì accanto, addormentata e con il viso dalla parte opposta, gli sembrava ancora più bella di quanto già non fosse. Rannicchiata com'era al centro del letto, in mezzo a quel mare di lenzuola stropicciate, sembrava più piccola che mai: i pugni chiusi nel sonno a inghiottire l'aria e l'espressione distesa la facevano sembra una bambina. Era inusuale vederla tanta calma e silenziosa, ma così gli piaceva anche di più.

Non avrebbe voluto svegliarla. Sapeva che se l'avesse fatto, si sarebbero trovati davanti ad un'inevitabile presa di coscienza. Lei, probabilmente, cercando invano di dare la solita spiegazione razionale, avrebbe pianto. Soltanto il pensiero di vederla in lacrime gli spezzava il cuore, non si sarebbe mai perdonato tanto dolore. Restare lì, però, era ugualmente difficile: mille sensi di colpa gli affollavano la mente, aveva tradito la fiducia di troppe persone. Tentava di consolarsi pensando a quanto fosse felice di saperla accanto a sé, ma era un sollievo che durava poco. In uno slancio di coraggio allontanò la schiena dalla testiera del letto e, spostando le lenzuola, si sedette sul bordo del materasso. Passò una mano sulla faccia - scoprendola grondante di sudore - e udì il fruscio delle lenzuola muoversi alle sue spalle. Quando si voltò, vide che un paio di occhi scuri lo stavano guardando. Sorrise appena, gli dispiaceva averla svegliata così, poi torno alla ricerca della camicia azzurra che indossava fino a qualche ora prima. "Dormi" pensava, ma le sue labbra non riuscivano a pronunciare alcuna parola.

- Dove vai? - domandò lei, spostando un ciuffo di capelli dal viso.

- Torno in camera mia. - Gli costava fatica rimanere impassibile e, infatti, il tono della voce lo tradiva.

Sistemando i bottoni, provava invano a non guardarla: era più forte di lui, i suoi occhi cadevano sempre su quella bambina che, in realtà, bambina non era. Fissava il soffitto e poi il pavimento, si spostava per la stanza alla ricerca degli indumenti sparsi a terra. Lei osservava la scena in religioso silenzio, come se davanti a sé avesse avuto una parete invisibile che le impediva di interagire. Chiedeva spiegazioni a se stessa, ma non riusciva a darsene. Stringeva forte il lenzuolo fra le dita per scaricare la tensione, quasi lo avrebbe voluto mordere.

All'improvviso sentì una lacrima bagnarle una guancia, ma subito l'asciugò per non mostrare così apertamente quanti sentimenti avesse investito in quella notte, così come, d'altronde, accadeva da tre anni. La passione che poche ore prima le era scoppiata impetuosa dal petto nient'altro era che il frutto di un autocontrollo troppo a lungo esercitato, di un amore troppo irrazionale perché lei vi cedesse, ma che, al primo cenno di assenso dell'uomo, l'aveva fatta cadere come le mosche nelle ragnatele, incapace di ribellarsi al suo stesso volere.

- Non piangere. - disse lui, sedendosi di nuovo sul bordo del letto per allacciare le scarpe. Le dava le spalle di proposito per non vederla triste, anche se, in cuor suo, avrebbe voluto stringerla a sé per sempre. - È meglio per entrambi se ci vediamo domani... Tra qualche ora...-

- Nessuno ti aspetta di là, qui hai me. - Gli stava parlando con un tono insolito: non era un rimprovero, ma una leggera punta di risentimento lo faceva sembrare tale. Sospirarono e i loro occhi tornarono ad incrociarsi, questa volta non sarebbero potuti scappare.

Forse era stata troppo severa nei suoi confronti: in fondo, che diritto aveva lei di trattenerlo? Dall'altra parte dell'oceano tre persone lo stavano aspettando; una, in particolare, aveva piena fiducia in lui e mai avrebbe dubitato di loro, né tantomeno si meritava un simile trattamento.

Non si stava opponendo, lo stava lasciando andare senza opporgli resistenza: era già vestito ormai, la decisione - inevitabile, lo sapevano entrambi - era già stata presa. Qualsiasi sfuriata o rivendicazione sarebbe stata inutile, patetica e persino stupida, e poi il suo orgoglio, per quanto fragile fosse in quel momento, non glielo avrebbe mai permesso. Non aveva intenzione di costringerlo a rimanere contro il suo volere, tanto più che le ragioni che lo spingevano ad andarsene erano talmente chiari anche per lei, che il ricordo delle ore passate le provocava un senso di vergogna impossibile da frenare.

Raccolto tutto ciò che aveva seminato nella camera, balzò in piedi con un rapido movimento, senza avere però il coraggio di muovere un passo o voltarsi soltanto verso la porta. Respirava profondamente, cercava di mantenere la calma per rimanere il più lucido possibile. Nella penombra della stanza riusciva a malapena a intravedere i lineamenti della donna, adesso contratti e improvvisamente duri. Gli occhi lo scrutavano severi, le guance erano asciutte. Era arrabbiata - ne era certo - ma non avrebbe saputo dire se più con lui o con se stessa.

Rimasero così, per qualche secondo o qualche minuto - non avrebbero saputo dirlo - a fissarsi senza dire nulla, l'azzurro di lui a scontrarsi con il castano di lei. Avrebbe voluto parlarle, ma, ogni volta che apriva la bocca per farlo, le parole gli morivano in gola. Le sue mani stavano lasciando la presa sulla giacca, che cadde sul lenzuolo. In uno slancio di coraggio si sedette sul bordo del letto, e la osservò da vicino. Gli sembrava un'altra persona: non più una bambina sfinita dopo aver dato tutta se stessa, ma una donna consapevole di aver ceduto all'incoscienza; i suoi occhi avevano perso l'allegria data dall'alcol e l'adrenalina, ora erano lucidi e stanchi.

Con un indice prese a carezzarle lo zigomo, tracciandone con lentezza il profilo. A quel contatto parve coglierla un tremito, e prontamente reagì scostando lo sguardo dalla parte opposta. Lui avrebbe voluto abbracciarla, persino baciarla forse, ma non osava andare oltre quel debole contatto, sapendo bene che avrebbe ricevuto un rifiuto in risposta: quel muro di ghiaccio che poche ore d'amore erano bastate a far crollare era tornato, più massiccio di prima, e non avrebbe avuto senso indugiare ancora. Lo sguardo gli cadde allora verso la porta, e d' improvviso il profilo dell’altra donna si fece più distinto che mai nella sua mente.

Comportarsi come altri uomini in situazioni simili e non lasciarsi nemmeno sfiorare dal pensiero della moglie a casa: a questo avrebbe aspirato. In quel momento, invece, ne sentiva addirittura la mancanza, come quando da giovani dovevano salutarsi anche solo per poche ore. Chiuse un istante gli occhi e, sospirando, li riaprì: sperava di essere chissà come tornato nella propria stanza, o che in realtà si fosse immaginato tutto. Purtroppo o per fortuna, però, era successo davvero e se non fosse uscito da lì - da quella camera d'albergo come da quel vicolo cieco - sarebbe impazzito. Guardò ancora una volta la donna che gli sedeva davanti: aveva capito anche lei cosa gli passava per la mente e, forse proprio per questo, i suoi occhi sembravano implorarlo di andarsene. Che senso aveva rimanere così, in silenzio, quando la cosa migliore da fare sarebbe stata separarsi per qualche ora?

Lei gli afferrò una spalla, ma era troppo stanca e la mano scivolò lungo tutto il braccio per finire su quella di lui. Tentò di parlargli, ma sentiva che nessun suono sarebbe uscito dalle labbra. Il suo volto tornò ad essere per un istante quello di una bambina: gli stava tacitamente chiedendo di porre fine almeno a quella parte di dolore. L'uomo chiuse le sue dita nelle proprie e, per qualche secondo, le strinse, poi lasciò la presa e la guardò voltarsi su un fianco dandogli la schiena. Forse aveva ragione, assistere anche a quella scena avrebbe complicato la situazione.

Con estrema fatica, lui si alzò in piedi e, afferrando la giacca sul letto, si diresse verso la porta e, quando l'aprì, vide la luce opaca del corridoio diffondersi nella stanza. Avanzò di qualche passo e chiuse velocemente l'uscio, rimanendovi appoggiato con la schiena. Lasciò che la testa cadesse all'indietro, vicino al numero della stanza e fece un lungo e profondo sospiro. Le mani gli tremavano, i suoi occhi si perdevano nel vuoto della parete di fronte alla ricerca di una consolazione inesistente. Non sapeva quando avesse dato il peggio di sé quella notte: tradendo la propria moglie o lasciando da sola l'amante - per cui, in ogni caso, provava sentimenti contrastanti. All'improvviso il silenzio all'interno della camera venne interrotto da alcuni singhiozzi. Lui sbarrò gli occhi: stava succedendo davvero, là dentro c'era una donna - quella che fino ad un'ora prima gli aveva mostrato fino a che punto fosse possibile amare una persona - e per causa sua stava piangendo.

- Che razza di uomo sono? - si domandò a bassa voce, stringendo i pugni nelle tasche. Rapido si voltò verso l'uscio e afferrò la maniglia: era lui il motivo di tanta sofferenza, sarebbe dovuto tornare dentro a consolarla. In quel momento, però, si rese conto che ripercorrere i propri passi avrebbe peggiorato le cose. Aveva appositamente aspettato che lui se ne fosse andato per essere libera di sfogarsi e piangere, se fosse entrato lei si sarebbe sentita senza dubbio doppiamente umiliata.

Non ce l'aveva fatta. Nel momento esatto il cui l'uomo aveva lasciato la stanza le lacrime avevano iniziato a scorrerle impetuose sul viso e si era ritrovata senza forza alcuna per riuscire a trattenerle.

Il contegno e l'autocontrollo che teneva sempre ben saldi a sé erano stati spazzati via per la seconda volta quella notte: non si era mai sentita tanto vulnerabile in vita sua. Era davvero possibile amare a tal punto una persona da mettere in discussione ogni certezza? Si rispose che sì, certo che era possibile, ma mai glielo avrebbe confessato.

Affondò il viso nel cuscino singhiozzando ancora più forte, a dispetto di quel sentimento condannato per sempre al silenzio. Rimase così per un po', lasciando che ogni istante, ogni sussurro, ogni carezza di quella notte le scivolasse addosso insieme alle lacrime. Allungando una mano accanto a sé si accorse con un sussulto che le coperte emanavano ancora il calore del corpo che vi posava fino a poco prima. Chiuse gli occhi e inspirò profondamente: nella stanza era rimasto solo il silenzio - come un amico di vecchia data - a farle compagnia. Si sorprese a sorridere nonostante le lacrime le rigassero le guance, un po' per l'assurdità di quella situazione, un po' perché - lo sapeva bene - era stata lei a volerla intensamente quella notte. Per un momento si ritrovò a fare i conti con l'egoistico desiderio che lui tornasse indietro, si lasciasse alle spalle ogni presa di coscienza e rimanesse abbracciato a lei sotto le coperte, in quella stanza dove il mondo si era fermato e aveva sigillato il loro amore; ma no, lo sapeva bene, c'erano altre priorità e lei non era tra queste, lei era stata solo un dettaglio, una parentesi di una notte in cui entrambi si erano ritrovati troppo fragili e si erano ritagliati un momento al di fuori della realtà.

Con una scrollata di spalle riprese prontamente il controllo di sé, recuperando la camicia da notte dal bordo del letto e infilandosela con solerzia. A piedi nudi si avviò verso il bagno e aprì il rubinetto, dando sollievo al suo viso arrossato sotto l'acqua fresca. Alzó la testa e trovò il suo riflesso nel grande specchio rotondo a restituirle lo sguardo; osservandosi, si rese conto più che mai di aver superato un punto di non ritorno: ne portava i segni - non tanto quelli visibili sul corpo, tanto quanto quelli invisibili - nell'anima, che ora le doleva come se le avessero conficcato una lama avvelenata nel petto.

A dispetto di tutto, nella penombra della stanza i suoi occhi brillavano ancora di quel lampo di dignità - scalfita, ma mai distrutta - che la rendeva ancora più bella.

- E tu cos'hai da guardare? - disse a voce alta, rivolgendosi all'immagine riflessa. Rimase in silenzio ancora qualche istante, il sopracciglio destro inarcato in un'espressione di rimprovero, poi aggiunse sospirando: - Maledetta primavera. -

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