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Una storia di Baal

3

Horizon

"L’immobile e cupo cadavere della città di Horizon giaceva ancora al suo posto, riflesso del cielo e dell’orizzonte che lo circondava."

Pubblicato il 04 gennaio 2016

La città di Horizon

I) La fine del mondo

Passeggiava fra le rovine del mini-market sulla Quinta. Il vento abbracciava la sua figura alta ed emaciata, mentre sulle labbra assaggiava l’acido bacio dei veleni del cielo. Il tanfo della città era una cosa che ti entrava nel sangue e nelle narici, pensò. Ti si intrufolava nelle vesti sudicie e logore, quanto l’odore di morte o di sangue che aleggiava sopra ad ogni essere umano di quel purgatorio, vagamente simile a città.

“Horizon” recitava la scritta bianca e sbiadita sul grande tabellone ai margini dell’ultima strada, quella che separava le discariche dalla metropoli, come se esistesse un effettiva differenza. Poco sotto, un numero ad ogni giorno prosciugato di una cifra: quello degli abitanti.

- Oggi siamo a 49911; finalmente finisce questo cazzo di mondo! – esclamò la voce assonnata di un vagabondo.

Il volto giovane e sofferente era corrugato mentre si sforzava di arrancare con un sacco pieno di cianfrusaglie a gravargli sulle spalle ossute. Avrà avuto sì e no undici anni.

- Sai dov’è Billy? – chiese una donna, distogliendo lo sguardo dalle cifre sul tabellone. Le persone di quella città erano tutto ciò che rimaneva del pianeta,

forse anche di meno, e i fantasmi che animavano i villaggi - un tempo metropoli della terra - spesso si chiamavano per nome pur non conoscendosi. - Quello della lavanderia? Non so un cazzo, cercatelo da sola! –

Il tempo di fare un altro passo in direzione del marciapiede e il ragazzino sentì la fredda bocca di una pistola contro la nuca invitarlo a riflettere su quel nome.

- La prossima bugia ti costa un proiettile e io ci guadagno anche il dollaro che hai nella tasca della giacca. – - Va bene, va bene! – si affrettò a dire voltandosi e sorridendole con quei pochi denti che gli rimanevano. – Lavora qui vicino, penso sia quell’edificio coi vetri rossi… - indicò nella direzione di un palazzo ancora in piedi, coi vetri oscurati, magari un bordello.

Lei si allontanò precedendolo e il suono della pistola che calzava nel fodero allacciato al suo fianco fu l’ultima cosa che il ragazzo udì prima di rincamminarsi per la sua strada.

La porta al primo piano si spalancò, lasciando penetrare raggi di luce confusa nella penombra del locale, animato dal chiasso e dalla musica che vomitavano le casse di uno stereo sul bancone. Sopra di un palco improvvisato si esibivano alcune spogliarelliste della medesima età del ragazzo che aveva incontrato poco fa, la stessa di chiunque nel raggio di miglia.

- Ehi tu, vecchia! Chiudi quella cazzo di porta e vieni a sederti. – gridò il più anziano di loro, forse il proprietario. Quindici anni, capelli lunghi e la pelle consumata dai vizzi e dall’aria venefica di Horizon; una grande trappola che ti ruba gli anni e la vita ad ogni respiro. - April Connor. – ribatté lei, incontrando il disappunto del giovane, il quale la fissò attraverso due spente iridi castane. - Non prendiamo nessuna sopra ai quindici… Perciò levati dalle palle se non sei qui per scopare! – - Ehi, Billy, cos’è questo casino, sto cercando di divertirmi! – lamentò uno dei clienti a cui si strusciavano come serpi ferite altre ragazzine; poiché questo erano agli occhi della donna appena entrata, che avevano visto ventotto inverni, tutti sotto lo stesso cielo buio. - Allora?! Ti vuoi decidere? –

April richiuse la porta alle sue spalle e l’ombra calò su di lei, celando i suoi movimenti. Fu un istante: per qualche ragione il ragazzo percepì distintamente il suono del carrello dell’arma che scatta all’indietro e, voltandosi verso l’entrata, fu centrato da un proiettile all’occhio. Sangue e pezzi di cervello decorarono le bottiglie vuote che sfilavano dietro al bancone; alcune urla sovrastarono quell’orrenda musica destando addirittura quelle menti soffocate dall’alcol e dalla droga, che corsero ai ripari. Qualcuno provò a replicare il gesto della donna, sparando a caso nella sua direzione, ma le tenebre erano talmente dense e compatte in quell’angolo del locale da renderli ciechi. Poco dopo l’ombra risputò tre proiettili e altrettanti corpi caddero atterrando sulla moquette sudicia del bordello.

- April Connor, cacciatrice di teste. – disse, riprendendo il discorso che aveva interrotto, senza battere ciglio di fronte ai quattro corpi nella sala. - Il governo dell’Assemblea ha messo una taglia di trenta dollari, morto o vivo, su di te, Billy Green. – concluse, come se cadavere potesse sentirla; dopotutto aveva appreso che le formalità era meglio sbrigarle a lavoro finito.

Quando gli recise la testa, sopra al bancone, dove una grande macchia di birra versata di lì a poco si mescolava al sangue, si accorse di essere rimasta sola, a reclamare il suo trofeo con un solo colpo di machete.

II) La morte che ti striscia dentro

L’Assemblea era una sorta di orda di ex politici e burocrati avidi a cui i governi delle colonie su Marte e sulle stazioni spaziali avevano assegnato il compito di sovrintendere la città di Horizon e le sue provincie; ovvero quanto rimaneva dell’umanità sul pianeta. In realtà non erano altro che i carcerieri di quell’inferno, e il loro compito era quello di far sì che nessuno lo abbandonasse. Le sbarre invisibili di quella prigione di fumo e morte si stringevano ad ogni giorno che tramontava, e April, quella gelida mattina di un giorno che neppure ricordava, le sentiva avvicinarsi più che mai.

Raggiunto il piano “conferenze” sorpassò le guardie e varcò la soglia da cui già poteva udire le roche voci degli anziani membri dell’assemblea. La vecchia palestra di un liceo era stata adibita ad auditorium, accogliendo gli scranni improvvisati di quelle marionette dagli sguardi vitrei e accusatori.

- Vedo che sei tornata. – commentò una di quelle voci dagli spalti. – E ha portato un altro tributo alla “Giustizia” di questa città! – terminò un'altra. - Non serve che fingiate con me come con quei fottuti emissari di Helios o di Hera, non siamo su una schifosa stazione spaziale con l’idromassaggio qui! – - Come desideri… lascia pure la testa a Grant e prendi il compenso che ti spetta, parleremo di affari non appena se ne ripresenterà l’occasione. – tagliò corto il capo dell’Assemblea, il più avaro e sinistro di loro, nonché il più vecchio essere umano di tutte le provincie: Richard Miller.

April si dileguò ammiccando un sorriso, amaro come quelle viscide parole che a forza le penetravano il cervello.

Più tardi passò all’armeria, in uno di quei magazzini dei bassifondi le cui pareti di mattoni rossi e scoloriti scalavano intrepidi gli avanzi degli edifici del quartiere industriale. Erano le poche cose a rammentarle l’esistenza di un confine fra il baratro nero del cielo e la città di Horizon, gemelli di un oscurità plasmata dall’umanità, in procinto di scomparire assieme ad essa.

- Ah, guarda chi arriva: la mia cliente preferita! –

- Già ubriaco a quest’ora, Xavier? – - La vera domanda sarebbe: sei mai stato sobrio, Xavier? –

Le risate di entrambi rimbombarono nella stanza, cancellando il suono degli spari che coloravano il silenzio dei vicoli.

- Mi è appena arrivato un lanciagranate nuovo di zecca da una luna di Giove. Un affare! –

April non fece in tempo a rispondergli che fu assalita dalla nausea, dovendo accasciarsi dopo qualche violento colpo di tosse. Il volto arrossato e ridente del contrabbandiere si fece di colpo preoccupato cercando di aiutare la donna che, nel frattempo, si era rimessa in piedi, osservando assieme a lui una macchia di sangue dilatarsi sul suo guanto di pelle.

- Da quanto non prendi le medicine? – - … Ero venuta apposta; ho saputo di un ordine che ti è arrivato ieri. –

L’uomo le posò una mano sulla spalla, premuroso come sempre. Era raro trovare amici ad Horizon, ma lui era diventato per lei come un fratello, sebbene a causa della sua posizione fossero in molti a chiederne i favori. Eppure quei due se la intendevano da sempre, e April non aveva mai accettato neppure uno sconto sulle merci d’importazione o sulle armi.

- Mi spiace, - diresse lo sguardo verso una mensola vuota, affollata di polvere e da alcune valigette aperte su cui capitolarono pure gli occhi di April. - Le ultime fiale le ho vendute ieri. – - Beh, questo è un problema, vecchio mio. – ribatté sforzandosi di sorridergli in modo naturale, come se questo potesse darle la forza di non pensare a quali fossero le reali conseguenze di quella situazione. - Morirai se non le prendi! – - Perché devi fare così? Pensi non lo sappia?! – - L’ultima volta che sei rimasta a secco… - - Non dirlo nemmeno! – tagliò corto lei, intravedendo vividi i volti di due cadaveri, come flash nell’oscurità della sua memoria. - Ricordo l’indirizzo di qualcuno che le ha comprate, forse potresti… - - Ti ho detto di lasciar perdere! –

Stavolta gli arrivò uno schiaffo dritto in faccia, violento come le lacrime che sentiva scendere silenziose ed invisibili sulle rughe di quel volto anziano. Xavier Hansen, trentacinque anni compiuti da poco; non fosse per i suoi agganci con le colonie e gli affari che stringeva con i contrabbandieri di queste, il suo corpo affollerebbe le strade di Horizon assieme agli altri. L’unica cura ai veleni del mondo che corrompevano i loro polmoni era una medicina prodotta ad Hera, prima colonia di Marte, detta “Halo”, per la forma dei contenitori delle sue fiale. Quello era l’unico rimedio a infrangere la dura selezione naturale di quel luogo, più simile ad una droga che ad una medicina vera e propria.

In quell’istante il campanello sopra la porta squillò anticipando i passi esitanti di un uomo. April lo squadrò incuriosita dalla benda nera avvolta attorno ai suoi occhi e dai vestiti stracciati, eppure vagamente eleganti, che indossava.

- Xav… - chiamò prima di venire interrotto. - Nathan! Per fortuna sei qui… - - Hai le pile che ti avevo chiesto la scorsa settimana? – - April, ho venduto le ultime sei fiale a lui. – proseguì ignorando la domanda del clietne.

Lui la fissò negli occhi, aspettando di sentire la sua voce, mentre la figura alta dello sconosciuto che era appena entrato si confondeva al fumo di una sigaretta appesa alle sue labbra, rese violacee dal freddo.

- Prova a convincerlo a venderti le medicine! – incalzò Xavier passandosi una mano sulla testa; era da tanto che non lo vedeva così agitato, trasmettendole tutta l’ansia che lei provava a scacciare. - Parli della scorta di ieri? Cosa state architettando, hai la voce diversa, amico… se sei con una ragazza posso aspettare. –

Quel misterioso uomo che ora sorrideva all’entrata poteva essere la sua unica speranza di non morire entro quella sera, ma era davvero questo ciò che April voleva? D’altronde la vita stessa non era che un suicidio lento e cosciente ad Horizon, e forse poteva accorciare il filo che la legava a quel fato addirittura spezzandolo prima del tempo.

- Quanto per tre fiale di Halo, Nathan, o come ti chiami? – - Subito al sodo eh? Quanto lo metti l’amplificatore che ti ho chiesto, era un Marshal mi pare… - - Nove dollari! – si affrettò a rispondere Xavier, mandando giù un liquido nero ed oleoso che galleggiava in una bottiglia di vodka vuota. - Hai sentito? Mi bastano quelli. – - Affare fatto. – - Capisco, ti va bene se li lascio qui? Domani potrai averli. – disse avanzando verso il bancone a passo sicuro, quasi nascondesse un paio di occhi sani sotto quella benda. - Domani a quest’ora potrei esser morta, “se mi va bene”. – rispose immediata e fredda la donna, quasi infastidita dal buonumore di quello sconosciuto, magari qualche spacciatore o mercante nelle cui vene scorrevano sangue sporco come il denaro che si guadagnava. - Questo è un problema… - si accarezzò il mento, incoraggiando un silenzio irreale nel magazzino. – Vedi… sono a casa mia, ma se per te non è un problema possiamo fare la strada insieme e arrivati lì sarò ben lieto di dartele. – - Ma con chi credi di parlare, razza di idiota?! L’ultima volta che ho sentito dire una cazzata del genere ho dovuto ammazzare quei quattro imbecilli che volevano violentarmi. –

- Ti assicuro che Nathan è uno di cui ci si può fidare. Devi prendere quelle dannate medicine, non fare la capricciosa! –

Forse la colpa era del tono minaccioso di Xavier o di quello inusuale e accondiscendente di quel tipo ma, April, sentì la rabbia stringerle le viscere. Voleva davvero affidare la sua vita ad un estraneo? E anche se non lo fosse stato non sarebbe cambiato molto, la vita a Horizon è tutto ciò che ti rimane, e forse proprio a causa di questo, spesso le persone la stringono con la stessa volontà di chi invece possiede tutto ed è in grado di riempirla facilmente con cose come l’effetto o la fiducia. Non erano altro che animali che vestivano la pelle e la carne di un essere umano; bestie come gli uomini che massacrarono la sorella di April di fronte a lei, o come quelli che ne abusarono quando dovette dipendere dal sesso per sfamarsi e sopravvivere. Non aveva neppure quindici anni quando ne uscì e il merito era anche di Xavier, che le aveva prestato alcune armi dicendole che avrebbe potuto ripagarle benissimo lavorando come assassina. Ma perché ora rifletteva su quell’amaro passato, i cui ricordi somigliavano al fango di una palude che ti inghiotte il pensiero facendoti sprofondare?

- Se mi stai dicendo una cazzata, Nathan, dovrai cucirti una benda anche per reggerti i pezzi di cervello che coleranno dal tuo cranio! – intimò lei facendo inutilmente il gesto di scoprirsi un lembo della giacca per mostrare la sua pistola; forse neppure credeva all’evidenza, ovvero che fosse cieco e non le stesse mentendo. D’altronde la fiducia era la moneta più cara di quel mondo, poiché spesso costava la vita stessa.

III) Il prezzo di una vita

Le nuvole disegnavano una grigia finestra da cui poter ammirare un timido sole pomeridiano. Stavano camminando da una mezzora circa, costeggiando le strade desolate su qui talvolta si scorgevano mercati improvvisati, gremiti da una modesta folla di cittadini.

Nathan faceva strada, canticchiando. I suoi passi si misuravano col cemento spogliato dei marciapiedi, seguito da April, che provava a contenere la curiosità mista a fastidio nei suoi confronti.

- Sei sempre così silenziosa? – chiese svoltando un angolo, col sole alle spalle a proiettare le loro ombre contro le pareti di un negozio.

Lei continuò a far finta di niente, mormorando qualcosa fra se e se.

- Potresti almeno rivolgere la parola a quello che ti sta salvando la vita. – commentò sarcastico, provocandola di proposito. - Potresti chiudere la bocca, evitando che ti uccida per rubarti le chiavi di casa e le medicine… -

- Se avessi voluto mi avresti sparato mezzo isolato fa, o persino da Xavier… sono sicuro che ti avrebbe coperto, e poi non sei uno dei segugi dell’Assemblea? – - Come ti pare… - ribatté April. Non era da lei arrendersi così, anche se si trattava di rispondere alle provocazioni di quell’uomo. Durante tutto il tragitto non aveva fatto che ridacchiare o parlarle, senza fare caso al silenzio della donna. Proprio ora, al solo pensiero di piantare una pallottola nel suo cranio, le tornò la nausea, accompagnata dai volti di quella famiglia, scolpiti sotto la sua pelle come un indelebile ferita. Di colpo, dall’oscurità di quella cucina riempita dall’odore del sangue e dei due cadaveri, erano esplose le grida di un neonato, lacerandole le orecchie. “Sono un mostro!” - Ora che ti prende? –

La voce di Nathan scacciò quelle immagini riportandola al presente.

- Nulla… - - Siamo arrivati, quindi trattieni il fiato, dovrai sopportarmi ancora per poco. –

Salirono le scale di una palazzina nell’estremità nordorientale di Horizon, da cui si potevano ammirare i pinnacoli di fumo delle fabbriche, come imponenti torri che vegliavano su quella città di spettri.

April rimase all’uscio, spiando l’appartamento come se davvero si aspettasse una trappola. Dopo poco ne uscì Nathan con le tre fialette sul palmo della mano, che immobile la invitava a prenderle. La donna le afferrò senza obbiezioni e gli passò i nove pezzi di carta verde e stracciata. Era curioso che dopo il crollo di tutte le banche e dei governi fossero rimasti solamente quelle insignificanti banconote. Delle altre monete non era rimasto molto, per lo più erano state bruciate o smarrite, e soltanto in alcune colonie circolavano ancora; eppure era stato proprio il loro valore e il conseguente numero a non farle estinguere.

- Grazie … -

Non c’era nient’altro da dirsi, nulla che significasse più di quel silenzioso addio per April. I suoi passi svanirono lentamente sulle rampe di scale dell’edificio, attutiti dagli schiamazzi e dalle urla provenienti dalla casa accanto. Esattamente in quell’istante, Nathan sentì che doveva dirle qualcosa, una domanda irrisolta che albergava i suoi pensieri.

- Aspetta! –

Lei si fermò a qualche passo da una finestra senza il vetro, rivolgendosi a lui con lo sguardo mentre una folata di brezza le sferzava contro.

- Quel profumo… E’ la prima volta che lo sento, eppure è come se fosse sempre stato qui… anche ora lo sento sulle tue vesti, sui tuoi capelli… – - Era la pianta di mia sorella, non conosco il nome. –

Ma certo! Quell’odore così delicato, flebile eppure intenso, somigliava a qualcosa che ricordava di aver visto e sentito da piccolo nella serra di suo zio, prima di quel giorno, quando il buio aveva ingoiato ogni cosa assieme ai colori, alla sua vita; quel ricordo era rimasto sepolto per tanti anni da fargli credere si trattasse di una fantasia da lui partorita; dopotutto le piante erano scomparse da anni, e quel poco che rimaneva era contaminato o mutato.

I due rimasero in silenzio a fissarsi, o almeno così pensò April, sentendosi osservata e in qualche modo a disagio a parlare di sua sorella, un fantasma come tanti nella sua testa. Ma cos’aveva di speciale quella pianta? Nessuno si era mai accorto di quel leggero profumo che le regalava tutte le mattine, quando, prima di andare al lavoro, la nutriva e la riponeva sulla finestra, premurandosi che il cielo le risparmiasse qualche raggio di sole. Come mai non era stato l’odore del sangue che sporcava le sue vesti a catturare la sua attenzione? Avrebbe voluto il tempo di porre tutte quelle domande a se stessa o direttamente a lui, però il silenzio le riempì il cervello e decise di tornare a casa.

- Devo andare. – tagliò corto andandosene senza voltarsi, quasi per paura che la sua voce potesse trattenerla ancora.

IV) Lettera cremisi

Osservava distrattamente quel piccolo cilindro di vetro arancione dentro cui galleggiava la sua cura. Era come fissare l’essenza della propria vita, stringerla fra le mani, mentre ogni minuto che le lancette del suo orologio scandivano si avvicinava impassibile alla morte, o almeno a quello che ne sarebbe stato il principio.

Bussarono alla porta; tre colpi che la fecero trasalire, lei che trascorreva le sue giornate costantemente vigile e prudente. Attraversò la cucina, salutata dall’intenso aroma della pianta di sua sorella, lo stesso che fino ad ora non era riuscita a percepire, e aprì la porta, certa di trovare la “lettera”.

Il sottile foglio di carta svolazzava ancora quando si affacciò senza neppure togliere i catenacci. Era rossa, una piccola busta stracciata con addosso l’inconfondibile odore di sigaro a cui subito associava il volto cupo di Richard Miller. Una lettera cremisi poteva significare una sola cosa: paura. Qualcuno aveva scavato negli affari dell’Assemblea o delle colonie, risultando scomodo e quindi andava eliminato. Ma chi poteva essere tanto stupido da sfidare la morte? Soltanto chi l’ha vede tutti i giorni e sente il suo freddo respiro sulla schiena ne sarebbe capace, e questo rispondeva al dove, assieme al fatto che fosse stata recapitata a lei. Si trattava certamente di qualcuno di Horizon. La raccolse da terra e rientrò in casa senza scomporsi, malgrado fosse raro perfino per lei avere un incarico del genere; le più comuni erano infatti le lettere “nere” o quelle “grigie”.

La aprì con cura, dopotutto se si fosse rovinata avrebbe potuto uccidere la persona sbagliata. Quando lesse il nome, però, abbandonò la presa sul coltello con cui aveva aperto la busta e si lasciò cadere sulla sedia. Non era in grado di capire cosa le fosse successo, né di comprendere cosa provasse al di là della semplice freddezza e apatia che richiedeva il suo mestiere; poiché sapeva che, da qualche parte dentro di lei, si agitava qualcosa che non era in grado di spiegare.

Quella sera tornò all’armeria, percorrendo la solita strada sotto una pioggia battente che le picchiettava sulla lunga giacca e sul capo, rinfrescandole la mente.

- Dannazione, non dovrei nemmeno farti entrare! – le gridò in faccia Xavier facendole rammentare le sue colpe. - Scusa, sono tornata tardi… Non sarai stato tutto il tempo a piangere e bere? – disse con la voce più morbida del solito, magari per sdrammatizzare la situazione. - Non fosse stato per Nathan… – tracannò un altro sorso di quella bevanda oleosa davanti ai suoi occhi, testimoni di quanto tenesse a lei, a modo suo. – Pensavo fossi morta. Cosa cazzo ti è saltato in mente? Ora stai bene almeno?! –

April era diventata di colpo cupa, arrivando ad abbracciarlo senza motivo. Xavier posò la bottiglia sul bancone e si abbandonò a quel gesto inatteso, sapendo che in qualche modo sarebbe stata l’ultima volta che si sarebbero visti; qualcosa in lei gli trasmetteva un brivido, o magari era tutta la spazzatura che aveva bevuto quella notte per alleviare le preoccupazioni a dargli quella sensazione.

- Devo chiederti un favore, l’ultimo… - disse passandogli una piccola busta di carta dagli spigoli taglienti. Lui comprese subito di cosa si trattasse, deglutendo intimorito dal colore del suo incarto. - Sei stato la mia cura per tutto questo tempo. – - Perché sei qui? – la interruppe brusco. - Volevo solo salutarti, tutto qui. – - Non sei costretta a farlo! –

Il volto di Xavier era diventato quasi irriconoscibile; un’espressione di dolore mista a rassegnazione. Perché gli occhi delle persone la ferivano in quel modo?

Poco dopo apprese tutta la verità su quel nome, trovandosi a ripensare ancora una volta a tutti i loro volti; non esisteva giustizia, neppure per quei bastardi come Billy Green, era solo un modo di sopravvivere, andare avanti, si disse facendo per andarsene.

- Forse ci rivedremo per un drink ma, comunque vadano le cose, non sarà la stessa donna quella seduta accanto a te. –

Con queste parole scomparve sfuggendo alla presa delle sue mani, l’ultimo filo a trattenerla dall’abisso in cui erano sprofondati i suoi pensieri.

Più tardi tornò a casa. Attese di sentire i suoi passi venire incontro alla porta del suo appartamento, immobile, seduta nella penombra della cucina. “Non voglio.” Ripeteva a se stessa come un mantra; la testa le pulsava, il cuore pareva esploderle in petto, eppure, ogni qualvolta si fermava ad ascoltare il suo battito lo sentiva placidamente sopito nella sua cassa toracica, quasi fosse morta e stesse vivendo un sogno. La sensazione che la sua vita fosse un incubo l’aveva percossa più volte, scuotendola come un violento schiaffo che spezza il sonno di una persona. Voleva davvero ubbidire a quell’unica legge, la sola che sembrava dare un senso alla città di Horizon: La Morte?

Suonarono il campanello e, improvvisamente, quello squillante grido anticipò un lungo silenzio, quasi ad evidenziare il vuoto di quella casa o del palazzo in cui era. April abbassò gli occhi verso la pistola che aveva di fronte, l’unico oggetto a parte il piccolo vaso con la pianta a troneggiare sul tavolo accanto alla finestra. “Perché è venuto? Stupido!”

- C’è nessuno? – insisté la voce oltre la sua porta.

Lei rimase paralizzata, sentendo le lancette dell’orologio alle sue spalle ticchettare con forza.

– E’ aperto. –

I suoi passi si avvicinarono timidi, incerti, quasi sapesse di essersi smarrito nella tana del lupo. Era questo che avrebbe detto a se stessa: di essere il cattivo di quella storia?

- Nathan. - - Sono andato a comprare delle cose, è per questo che ho fatto tardi. – si giustificò con sorpresa di entrambi, cercandola nel silenzio del suo appartamento. - Nathan… - ripeté battendo i pugni sul tavolo; reazione che scosse anche l’uomo, il quale, nonostante tutto, rimase calmo come sempre. - Volevi vedermi? –

“Stupido! Stupido, sei uno stupido!” si disse non sapendo cos’altro pensare di quell’uomo che, pur intuendo le sue intenzioni era comunque venuto.

- Sai benissimo perché ti ho cercato! – - La lettera, giusto? -

“Allora lo sapevi?! Nonostante tutto sei venuto… Perché? –

- Sapevo che, prima o poi, avrebbero chiesto all’Assemblea di uccidermi. – si accese una sigaretta cercando l’estremità del tavolo per potersi sedere di fronte a lei. - Perché cazzo sei venuto, allora?! –

Nathan rifletté un istante sulla risposta, rivolgendosi poi alla piccola pianta dai fiori violacei accanto a lui.

- Preferivo fossi tu a farlo. La lettera finirà comunque fra le mani di altri cacciatori di teste fra qualche giorno, sono spacciato comunque. –

Era una possibilità che aveva considerato pure lei, sebbene tre giorni sarebbero stati sufficienti per fuggire dalla città; dopotutto non era impossibile sfuggire all’Assemblea, il cui potere svaniva lentamente, con l’incedere della morte su quella città.

- Sul mobile all’entrata c’è una busta con le tre fiale e alcuni risparmi. Li tenevo per le emergenze ma credo ti basteranno per comprare un passaggio da una navetta clandestina. – disse cercando di scandire bene ogni parola, quasi fosse un testamento e quella la sua eredità. – Non devi far altro che prenderli, al resto ci penserò io… -

Nathan inspirò il fumo della sigaretta e si grattò il capo, forse confuso dalle sue intenzioni.

- Le pallottole in quella pistola sono per te, allora… - - Quello che accadrà quando ti sarai lasciato quest’appartamento alle spalle non è affar tuo! – - Sai che penso, April? – ribatté mantenendo il suo tono pacato. – Questa non è altro che una scusa… un tuo pretesto per farla finita. Non vuoi solo aiutare me, vuoi liberarti di qualcosa dentro la tua testa o… - - Smettila cazzo! Ti ho detto che devi lasciar stare e prendere quegli stupidi soldi! – lo interruppe scattando in piedi e urtando il tavolo.

Il silenzio riempi la loro distanza per qualche secondo, isolandoli dal resto del mondo, che, inevitabilmente, sapevano stava finendo; questa era l’unica certezza che albergava nella mente di April, l’unica speranza.

- Puoi urlarmi contro quanto ti pare, non comprerò la tua morte né resterò a guardare mentre lo fai. – - Non dipende da te… o pensi di essere la causa di tutto questo?! Credi di essere così importante?! Potrei ucciderti anche qui; sparati dritto nel cervello e passare la serata a pulire il tuo sangue dalle pareti ma… - - Cosa?! – - Nulla. – tagliò corto dirigendo lo sguardo fuori dalla finestra, l’unica via di fuga da tutto quel dolore e da quei ricordi che provava ad evitare, da sempre. - Ora ho capito. – attaccò, irrigidendosi quasi fosse stato contagiato da tutta la rabbia e la sofferenza che percepiva dalla voce di quella donna. - E’ per mia figlia, vero? Hai saputo da Xavier che ho una figlia ad Helios e così non ci riesci… Non puoi uccidere ancora e fare finta di nulla. –

Una lacrima le scivolò la guancia sino ad aggrapparsi al mento e cadere nel vuoto. La verità, il significato di tutto questo era sempre stato sotto ai suoi occhi, eppure

celata alla sua mente; era per questo che aveva avuto il bisogno di quell’uomo per scoprirlo.

- Rivedo sempre quei volti giovani e spenti, pallidi come due luci al neon che brancolano nella penombra di un seminterrato senza finestre. Ogni volta che provo a inquadrarli però, la testa inizia a pulsare e i ricordi si infrangono come il vetro di uno specchio, senza che io possa vedere oltre… -

V) Horizon

Quando si accorse di ciò che stava confidando a quell’estraneo era troppo tardi; si parò una mano sulla bocca e, asciugandosi le lacrime, si sforzò di tornare naturale. Tuttavia, sebbene entrambi non si conoscessero, sentivano un qualche legame che li univa, forte quanto quello che li tratteneva a quel posto, poiché sapevano che la sola ragione di essere nati in quell’inferno non costituiva una colpa, e che erano altre le radici a trattenerli lì.

- E’ per questo che ti ostini a punirti restando qui? –

April si sedette, un gesto opposto a tutta la collera che aveva dimostrato finora, come comprese lui ascoltando il suo respiro lento e sereno. Qualcosa in quei pochi istanti di riflessione l’aveva cambiata.

- Come si chiama? - rispose ignorando la sua domanda.

Nathan esitò un istante; il tempo di intuire che si riferisse a sua figlia, il cui sorriso splendeva nella sua mente come una stella proprio ora che i suoi pensieri erano rivolti a lei.

- Rose. –

Quella voce, così pacata eppure riscaldata dal tepore del suo amore fu come se un proiettile le colpisse il cuore; lo stesso che aveva ricucito per anni con le menzogne e con l’omicidio. “Dev’essere questo l’amore.” Pensò mescolando l’invidia alla malinconia.

- Va da lei. Se per te significa qualcosa non puoi restare qui a marcire, devi combattere. – - Anche io ho i miei difetti, April… credi non ci abbia mai pensato? Non sono come te, la mia volontà non basterebbe a proteggerla dal governo o dai cacciatori di teste. – - Ti sbagli. E comunque, morire per qualcosa che si ama è preferibile ad uccidere perché si ha dimenticato il significato di quella... – - Forse hai ragione. -

Nello stesso attimo avvertì il peso dell’arma allontanarsi dal tavolo, in una frazione di secondo eterna in cui gli parve di percepire il mondo intero. Scattò dalla sedia

gridandole qualcosa ma, prima che le sue mani potessero raggiungerla, lo sparo lo anticipò, così forte da straziargli le orecchie, tanto violento da dargli l’impressione di riuscire a vedere un lampo nella densa ombra di fronte a se.

- April?! –

Silenzio. Il fumo che scivolava fuori dalla canna della pistola si spargeva nell’aria mescolandosi al profumo della pianta, della sua pianta.

“Non può averlo fatto! Dimmi qualcosa, parlami cazzo!”

- April… - ripeté con voce insicura.

Cercò il suo viso disperatamente, muovendosi a tatto nella stanza, di colpo diventata vuota. Una mancanza che lo spaventava, come era sempre stato, appesantita da quel flebile aroma che tanto le ricordava la voce di quella donna. Stava davvero piangendo per una sconosciuta? Magari era il volto di sua figlia, la notte che avanzava divorando i palazzi all’orizzonte o la solitudine che avvertì in quell’istante, ma Nathan si abbandonò alla paura, che gli scivolava addosso come quell’unica lacrima sul suo volto.

Le sue mani le sfiorarono la pelle, accarezzarono per sbaglio le sue labbra e lo sentirono: un respiro, che in quel momento gli sembrò talmente forte da scaldare col suo tepore il mondo, colorando le tenebre nei suoi occhi. Senza pensarci due volte l’abbracciò, stringendola forte a se. Poi, d’impeto, baciò le sue labbra, incapace di separarsi dal respiro della donna, e urtò la canna della pistola che puntava dalla sua spalla verso la parete accanto al frigorifero. Poco dopo lei ricambiò tutta l’attenzione e la forza che le stava trasmettendo. “Le cose hanno significato per noi quando pensiamo di perderle… “ Pensò incredulo.

- Erano i miei genitori… -

Nathan si allontanò dal suo volto un istante, catturato da quella voce così diversa che ora fioriva nella sua mente: serena, fredda eppure leggera, come se la morsa di tutto quel dolore si fosse allentata liberandola.

- I volti che vedo quando chiudo gli occhi sono i loro… quella bambina che gridava ero io. Senza la loro voce a riempire il mio silenzio mi sentivo persa, forse è per questo che… - s’interruppe per fissarlo oltre quella benda nera, curiosa di vedere i suoi occhi, e così gliela sciolse delicatamente, incontrando iridi azzurre come il cielo che le nubi nere nascondevano al mondo. – Il pensiero della tua voce che riempiva il mio silenzio con le grida: è stato quello a ricordameli, a spaventarmi... – - Quando ho sentito lo sparo una parte di me è morta. – replicò lui, sentendo il bisogno di sorridere, colto da una felicità inattesa che contagiò pure lei. - Io non so nemmeno il tuo nome… - - Nathan Tyler. –

Le risate di entrambi scacciarono il silenzio un'ultima volta. Le sue orecchie non erano mai sazie della sua voce tenue e gelida poiché essa nascondeva una nota di calore e di affetto che solo una vita spezzata come la sua poteva custodire.

- Piacere, Nathan Tyler. Il mio nome è April… April Connor. –

L’ultimo bacio fu come l’ultimo istante di luce di quel giorno, per certi versi eterno. L’immobile e cupo cadavere della città di Horizon giaceva ancora al suo posto, riflesso del cielo e dell’orizzonte che lo circondava. Ed erano proprio le ferite di quell’immenso vuoto di cemento e acciaio, lacerate un giorno alla volta dalla morte, a dare un apparente significato alla loro vita, che, come la città stessa, somigliava al riflesso di un orizzonte perduto.

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