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Una storia di TEPLA

MADRE D’UTERO

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Pubblicato il 05 febbraio 2018 in Altro

Tags: madre utero donna figli dolore

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Questa notte la strada mi pare più stretta, dai contorni mal definiti. Le luci dei fanali delle macchine che incrocio, così flebili. Tutto il mio sensorio è ovattato al punto tale che la musica della radio mi arriva come un rumore di sottofondo. Credo che l’abitudine nel percorrere questa via del ritorno verso casa mi sia di aiuto ora. Avverto una specie di scollamento dalla realtà che non so recuperare. Sono ancora ferma a quel tavolo di cucina, spettatrice violentata dal dolore di due adolescenti, seduti uno di fronte all’altro, con il viso rigato dalle lacrime, le voci tremanti nel racconto del loro dolore, interrotte da singhiozzi violenti, soffocati dalla rabbia. Sono i figli, non miei, di una donna che dovrebbe essere chiamata madre, ma che di quel ruolo ha solo avuto un buon funzionamento d’organo: il suo utero.

Nitida è l’immagine di Lei al nostro primo incontro. Una cascata di capelli castano-biondo, lisci, tenuti a velo sciolti sulle spalle. Vestita in modo non appariscente, con stivali rumorosi e una giacchetta di finta pelle color blu elettrico. Ho ancora nelle narici quel alone di profumo speziato, probabilmente appena spruzzato prima di uscire dalla macchina, che mi toglieva il fiato diffondendosi nella stanza senza pudore. I miei occhi fissavano le sue orribili mani, volgarmente abbandonate su di una borsetta adagiata su gambe tornite. Quello smalto bianco avorio metteva in risalto unghie piccole, poco curate e ripugnanti all’idea che potessero sfiorare una superficie o un utensile che era di uso quotidiano in quella cucina.

Stava seduta sulla medesima sedia e nel preciso posto in cui ero io questa sera. Ascoltava le raccomandazioni che le si faceva affinché, durante l’assenza del padre per lavoro, lei seguisse il figlio negli studi. Aveva l’espressione tipica di chi non ascolta, ma è unicamente interessata ad avvertire un attacco nei suoi confronti per reagire e fare la sua sceneggiata. Nulla della sua figura emanava dolcezza o equilibrio. Solo il vederla in viso, con quell’espressione indispettita sottolineata da labbra sottili e serrate in difesa, dava tensione. Ripugnante quello sguardo perennemente sfuggente e rivolto verso il basso.

Guardavo suo figlio appoggiato allo stipite della porta con le braccia incrociate. Aveva le gote rosse come lamponi e gli occhi fissi su di Lei con sguardo duro, implacabile. La figlia seduta di fronte a me, immobile, come per non dare fastidio, che la guardava di sfuggita per scrutarne le reazioni a seconda dell’incedere della discussione.

Da quel primo incontro sono passati ormai mesi. Oggi, come unica certezza, le sue reiterate violenze verbali fatte di derisioni, divieti non motivati, ingiustificate assenze perché preoccupata solo di santificare ogni fine settimana in locali notturni o, di giorno, incollata ad una chat nella ricerca di un uomo.

Quanti ex mariti soffrono silenziosamente, salassati da rate di mantenimento e funamboli nel sopravvivere al carovita di oggi. Alcuni parlano di donne cattive, ma non vengono ascoltati, spesso derisi, perché è impossibile che quella Lei non sia una buona madre, perché una madre è buona a prescindere! Nessuno entra in quel tempio di ipocrisia che le protegge e le immunizza da sbagli come mogli, donne e specialmente madri. E’ un’eresia pensare che alcune di loro possano non essere delle buone madri perché nel momento preciso in cui partorisci, il ruolo è tuo!

A quei figli non viene risparmiato nulla, diventano armi in una battaglia senza bottino e spettatori di liti al telefono con pianti isterici magistralmente inscenati. Lo screditare l’ex marito e padre, oggi colosso di argilla sgretolato, è la priorità. Ed ecco le solite frasi: “ora sei troppo piccolo, quando sarai più grande allora ti dirò veramente quel che tuo padre mi ha fatto”. Ma questa sospensione nell’attesa della verità rivelata, si tramuta, per un figlio, in censura nell’amare un padre che appare dolce, buono, disponibile, ma fonte di un’enigmatica sofferenza materna. Subdolamente il meccanismo è innescato e Lei ora può spadroneggiare in quelle fragili menti, forgiandone, giorno per giorno, dubbi e rancori. Se poi il padre si mette con un’altra donna Lei ha l’arma per dare il colpo letale. Ogni ritardo, ogni assenza, ogni disattenzione verso i suoi figli, specialmente se femmina, è giustificato dalla unica e sola frase: “il bastardo non ha tempo per te, deve spassarsela con la sua nuova puttana, ora tu non gli servi più, non ti vuole più bene!”.

Io questa sera sono una di quelle tante puttane e la figlia vittima di quella frase. Ha pianto in modo straziante e il padre con lei serrati in un abbraccio scosso dai reciproci singhiozzi.

Penso a mia madre, anche lei è stata quel tipo di puttana molti anni prima del divorzio e in un periodo storico difficile, per una perversa morale sociale, che marchiava i “figli di secondo letto” come bastardi. Sono nata fuori dal matrimonio, battezzata con il cognome di mia madre per le assurde regole di un clero che, paradossalmente, dovrebbe rappresentare un Dio d’Amore. Emarginata in un collegio di suore Orsoline perché figlia di un divorziato. Ripudiata da un fidanzato cattolico che, quando ha saputo delle mie origini, mi ha liquidata come: “ragazza non degna di essere presentata in casa”. Mai amata da una zia che mi ha sempre considerata come la incarnazione del Peccato di sua sorella. Per tutta la vita ho desiderato avere quella “normalità” e quel rispetto che altri automaticamente avevano perché nati secondo le regole.

Solo con gli anni ho capito che la mia vita, vissuta al di fuori di ogni schema dettato della buona morale sociale e cattolica, è stato strumento prezioso per comprendere il vero valore di un individuo. Ma tutto questo non mi sarebbe stato possibile senza l’esempio e il quotidiano amore di una madre con un utero: la MIA!

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