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Una storia di EdoP

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L'effimerità del pluralismo culturale coi diritti civili

Il multiculturalismo può essere spesso un'arma a doppio taglio. Ci vuole una Laicità assoluta senza eccezioni.

Pubblicato il 24 maggio 2016

Per sostenere idee laiche e progressiste di una società pacifica non è necessario schierarsi né con chi è ciecamente islamofobo, né con chi appoggia acriticamente ogni tipo di convivenza pluriculturale e plurireligiosa.

Mi viene subito in mente la giovane belga Zakia Belkhiri, la ragazza velata musulmana che si è scattata selfie ironici davanti a un corteo anti-islamico ad Anversa, diventando l'eroina "anti-discriminazione" del web. Poco dopo sono stati rivelati alcuni suoi tweet passati, palesemente antisemiti, incrinando l'immagine conciliante e positiva tra culture diverse che aveva dato la ragazza al mondo occidentale.

Viviamo in una società mediatica manichea, nella fattispecie sempre quella occidentale, che non condivide contenuti moderati, ma solo "neri" o "bianchi", buoni o cattivi, tolleranti o intolleranti. Questo è un grosso problema, non solo per una corretta informazione nella sua interezza, ma per l'idea che trasmette del mondo in cui viviamo. Zakia si scatta una foto contro gli intolleranti razzisti per i radical chic di sinistra e per molti progressisti, Zakia si scatta una foto per sbeffeggiare chi manifesta per la propria identità messa in pericolo da presunti immigrati secondo la destra xenofoba e conservatrice. Non è vera nessuna di queste visioni populiste. Perché il populismo non è solo una prerogativa delle destre becere (specie quella salviniana) o dei movimenti 'anti-casta', ma pure degli ambienti intellettuali di sinistra e di una sinistra no global che non sembra vivere nel mondo reale, ma nell'Utopia di Thomas More o nella Repubblica platonica. Una sinistra laica ma che non ha alcun interesse a imporre una cultura illuministica universale e laicista (non irreligiosa), e difende semplicemente una società multiculturale e non vi riconosce evidenti falle sistemiche. In sociologia il pluralismo culturale è definito come un modello d'integrazione razziale e culturale tra etnie diverse, dove culture e religioni differenti rimangono separate in modo quasi netto ma contribuiscono insieme all'esistenza della vita sociale, culturale e politica di uno Stato; un altro modello è il crogiolo o 'melting pot', che prevede la fusione delle culture vecchie e nuove, tradizionali ed estranee per formare nuovi modelli culturali e sociali. In una società caratterizzata da questi due elementi d'integrazione le falle, come ho detto, sono evidenti. Come può una religione come quella musulmana, in piena sua fase integralistica in quasi tutti i settori sociali nei Paesi dov'è la stragrande maggioranza, coesistere coi valori laici e umanisti occidentali? Eppure è successo: guardate Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Svezia... Tutti modelli d'integrazione di primo acchito funzionanti, ma che covano instabilità, soprattutto dagli ultimi anni (o decenni), dovuta alla radicalizzazione del conflitto tra secolarismo laico e frange religiose di immigrati di seconda e terza generazione che manifestano risentimento nei confronti dello Stato di diritto. Cosa dicono quindi i populismi di destra e sinistra su questo fenomeno? 'È la previsione di Oriana Fallaci! L'Eurabia sta arrivando! Colpa della rilassamento dei costumi [aborto, divorzio, unioni gay ecc.] e del "buonismo progressista"!' Oppure 'È normale, si ribellano all'emarginazione capitalistica! Allo strapotere occidentale e neocoloniale nei loro paesi! La religione è solo un pretesto!' I primi non dovrebbero temere integralisti religiosi di paesi stranieri dato che hanno le stesse idee ma fedi diverse; i secondi sono completamente fuori strada e hanno una visione marxista e sorpassata della storia (come se i processi storici si riducessero ai soli rapporti economici di sfruttatori e sfruttati).

La religione è il punto centrale in questo discorso. Il cattolicesimo si è moderato e rilassato anche se mantiene, soprattutto nel Bel Paese, connotati conservatori e immobilistici (continua ad andare a braccetto con omofobia, sessismo e patriarcato) nei confronti di una società che cambia continuamente, a differenza di altre più aperte confessioni cristiane; l'Islam, l'altro grande monoteismo abramitico, va a braccetto ancora di più con omofobia, sessismo e patriarcato e sembra molto molto meno disposto a secolarizzarsi o moderarsi. L'antipapismo e l'anticlericalismo nella società italiana ormai sono valori aggiunti di cui potrebbe essere giusto fregiarsi se si criticassero con la stessa durezza le pratiche repressive, maschiliste e oscurantiste in certi paesi di tutt'altra fede dall'altra parte del Mediterraneo. Secondo una certa logica perbenista radical chic se critichi il musulmano nel Paese occidentale per le sue "tradizioni" sei un pericoloso islamofobo di estrema destra... riconnettendomi alle critiche rivolte a certi settori progressisti. Invece, non si difendono per nulla al mondo gli identitarismi ruralisti o neofascisti, si difende la necessità di un vero Laicismo di Stato, libero da ogni pregiudizio e da ogni buonismo (termine che designa un atteggiamento di troppa accondiscendenza e tolleranza verso fenomeni, individui, gruppi di una certa gravità) e che chiude una o più religioni nelle loro sfere strettamente private e di non intromissione negli affari pubblici. Mano a mano che una religione di un gruppo cresce e ha sempre più peso "demografico" e quindi sociale, inizia a pretendere che sia insegnata nelle scuole e per certi laici questa richiesta va concessa, perché non siamo più Stati confessionali e non c'è più una religione di Stato (disapprovando però l'insegnamento della religione cattolica). Chi stabilisce quali siano le religioni meritevoli di insegnamento? Chi stabilisce quali siano le religioni da criticare per le loro cosiderazioni sulla società aperta e libera e quali no? L'unica mossa efficace di uno Stato liberaldemocratico è quello di bandire l'insegnamento di qualsiasi religione in una scuola pubblica, sostituendolo al più con un critico e scientifico insegnamento di storia delle religioni (anche se personalmente preferirei educazione civica). Se le nostre democrazie non si decidono ad assumere un punto di vista radicalmente laico, i paradossi sempre più dirompenti di queste società plurireligiose e pluriculturali finiranno per minare una stabilità e una 'pax' sociale subito traballanti alla prima crisi.

Ad esempio gli induisti oggi sono una sparuta comunità religiosa in Europa, ma se un giorno aumentassero e pretendessero di adottare il sistema delle caste? Possiamo permetterci che, per rispetto della loro religione, gli induisti replichino, almeno al loro interno, il sistema delle caste? Sarebbe accettabile? Sarebbe libertà d'espressione o leggi ritenute "medievali" ed estranee ad un Occidente progredito? Dopo gli attentati islamisti a Bruxelles, siamo tutti venuti a conoscenza della realtà parallela del quartiere Molenbeek, della capitale belga, una vera città nella città, in cui quasi vigeva una sorta di Shari'a dov'erano proibiti addirittura gli alcolici ed era evitata perfino dalle forze dell'ordine locali. Un altro banale esempio è il numero di cristiani immigrati nel Regno Unito dall'Africa e già solo dall'Europa orientale che hanno dimostrato punti di vista contrastanti verso battaglie importanti e assodate come il femminismo o i diritti LGBT, e qualora dovesse di nuovo crescere un cristianesimo di vecchia matrice omofobica e anti-femminista cosa si dovrebbe fare in una società che ha permesso che proliferasse a scapito di un cristianesimo rilassato e secolarizzato? Chiudere gli occhi oggi di fronte alle frequenti violazioni della libertà delle donne nelle famiglie musulmane in Occidente in nome del 'rispetto' per le altre culture non equivale forse a chi chiudeva gli occhi di fronte alle stesse violazioni della libertà delle donne in Italia negli anni '50 e '60 in nome del rispetto dell'autonomia familiare e della tradizione cattolica?

Non è terrorismo del web questo, né sensazionalismo che incita all'odio per il diverso. La storia delle religioni come la spiritualità mi appassionano e dovrebbero appassionare tutti, indistintamente e quasi ferocemente per il sapere che si può trarne. Se la laicità di Stato non diventa una sorta di credo civile sentito e sostenuto, e non più solo un termine sulla carta per designare il nostro Paese con la sua eredità di lotte e conquiste civili sudate col sangue (che non sono buchi che indeboliscono la vecchia società, ma la nuova corazza di una società più inclusiva e moderna), potrebbe essere messa in discussione da quelle minoranze che abbiamo difeso come aventi diritto ad esprimere liberamente tutte le loro tradizioni culturali e religiose in toto, senza metterne in discussione almeno qualcuna di quelle che potevano ledere alle nostre libertà, che avevamo sempre creduto consolidate e intoccabili, mentre ci crogiolavamo nel nostro benessere.

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