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Una storia di GianlucaDiMatola

L’abitudine

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Pubblicato il 09 agosto 2018 in Altro

Tags: amiche figli metropolitana napoli

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- Questo caldo mi sta uccidendo.

- Che ti devo dire, a me pare meno dell’anno scorso. Ma io non faccio testo. Dormo ancora con il lenzuolo addosso.

Sara e Vanessa si incrociavano ogni mattina nella carrozza numero tre della metropolitana. La linea era quella che dal quartiere di Piscinola arrivava fino a Materdei. Napoli in quei giorni di luglio soffiava calore come fosse un’enorme caldaia. Averci a che fare era questione assai complicata.

- Non sto andando nemmeno in palestra. Ho le gambe deboli. Non tengo voglia di muovere un dito – spiegò Vanessa sventolandosi il viso con un volantino pubblicitario.

- Ci dovrei andare io, in palestra. Da quando ho partorito il secondo figlio se mi guardo la pancia piango – nel portafogli, Sara, portava le foto dei suoi due bambini.

All’altezza del Rione Alto la carrozza ebbe il solito sbandamento. Ormai avevano imparato ad anticiparlo. Si reggevano con maggior forza al maniglione per poi spostare il peso del corpo in senso contrario. Erano preparate come delle vere atlete.

- Spero che ‘sto mese mi paghino gli straordinari. Quello passato non s’è visto un euro. “Abbiamo avuto dei problemi” ha detto. Ma è tutta una scusa. Lo tengo sgamato a quello lì.

Alla stazione di Medaglie d’oro la carrozza fece il pieno di carne umana. Piedi calpestavano altri piedi mentre i respiri si mischiavano tra loro. In quel vagone erano spariti i più basilari concetti di spazio vitale, di dignità umana.

- Io lo stipendio neanche lo vedo. La banca se lo mangia tutto quanto. La cassa integrazione di mio marito ci ha uccisi.

Di colpo le orecchie di Sara furono invase da un fischio che coprì ogni altro rumore, ogni altra voce. Vanessa vide corpi volare, alzarsi scompostamente a mezz’aria per poi finirle contro. L’istinto le suggerì di chiudere gli occhi, ma lei non gli diede ascolto. Non lo faceva mai.

Il metallo, le lamiere iniziarono a gemere. Tutto ciò che prima aveva una forma ben definita adesso feriva, sanguinava. L’odore, il naso intasato dal fumo, dalla polvere bruciata che raschiava la gola.

Poi venne il dolore. Partiva dalle gambe per placarsi in prossimità del collo. Ne aveva bisogno, ma non riusciva ad urlare. A stento respirava.

Mille sensazioni si accavallarono l’una sull’altra. Era ancora viva, questo voleva dire. Allora i pensieri di Sara furono tutti per Mattia, il più piccolo, quattro anni. Teresa, sette anni e già femmina nei modi, nella testa, nelle smorfie. Per suo marito, invece, non ebbe tempo. Si sa, una mamma è tutta per i figli.

Ancora il buio. Ogni tanto una luce ad intermittenza illuminava uno scenario che aveva la stessa chiarezza di un disegno infantile.

I lamenti. Aumentarono come nei corridoi di un vecchio manicomio. Qualcuno piangeva. Altri sbiascicavano nomi. C’era uno che ripeteva Gesù Cristo senza mai fermarsi.

Sara si guardò le unghia sbeccate e smaltate di sangue notando le imperfezioni delle pennellate. Quanto le piaceva curarsele. Amaranto. Usava solo quel colore. Al limite della banalità. In effetti i problemi della gente partono proprio dal desiderio del tutto uguale, si disse. Da quel piatto di pasta e fagioli che deve essere identico a quello cucinato dalla mamma. Guai a servirglielo diversamente. Pure le partenze intelligenti ad agosto. Il fine settimana c’ha il bollino rosso e le strade sono intasate. Ma lui vuole così. A natale, poi, invitiamo i parenti e apparecchiamo la tavola grande. I frutti di mare ce li buttiamo in faccia. Ed è sempre lui a volerlo. Senti, oggi i bimbi li vai a prendere tu, a scuola? No! È martedì, tocca a te. Volesse il cielo che scambiamo per una volta i turni. Macché. Guarda che ho sempre dormito a destra. Tranne che con l’altro. Io vado a lavoro, tu lo sai. Insomma, è quello che racconto. Da tre anni ‘sto treno mi porta da un altro. E dormo dove voglio. Come voglio. Eppure sarebbe bastata una parola dopo la doccia. "Quanto stai bene coi capelli bagnati". Adesso ho freddo. Madonna che freddo. Vorrei tanto divorziare. Solo che non posso. Mi hanno insegnato a rispettare le abitudini. Fino alla fine.

Vanessa ascoltava. Forse no. Vanessa non rispondeva. Sara non la vedeva nemmeno.

Ma lo sento soltanto io questo freddo? Ora pagherei qualsiasi cifra per un po’ di calore. Fosse pure la fiammella di un fiammifero. Dai, se ci pensi bene, siamo fatti di gesti e parole che ci mettono al riparo, che ci fanno sentire al sicuro. Sono rituali post moderni che servono a distrarci dalla nullità che ci trasciniamo alle caviglie. Maledetto freddo invernale.

Nella carrozza numero tre della metropolitana che portava da Piscinola a Materdei la luce ad intermittenza si spense definitivamente.

Tre respiri. Due respiri. Un respiro. Zero respiri.

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