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Una storia di angelaaniello

Questa storia è presente nel magazine RecensiAMO....

Stanotte guardiamo le stelle di Alì Ehsani

Con Francesco Casolo

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Pubblicato il 03 luglio 2018 in Recensioni

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A volte ci sono libri che insegnano a far salire gli occhi fino alle stelle, a non mollare nonostante le difficoltà contingenti, a non rassegnarsi quando il mare sottrae e poi restituisce, perché ciò che rinfacciano le onde è l’indifferenza dell’uomo.

Il romanzo “Stanotte guardiamo le stelle”, edito con Feltrinelli, di Alì Ehsani, nato a Kabul e poi fuggito dall’Afghanistan insieme al fratello in cerca di un futuro migliore in Europa e Francesco Casolo, docente di Storia del cinema presso l’Istituto Europeo di Design e autore, va molto oltre.

Spiega che poiché siamo liberi come gli uccelli, allora bisogna volare lontano, perché se non si può tirare un calcio al male che ci tiene a guinzaglio, tuttavia sognare una boccata d’aria fresca equivale ad osare, a non rimanere aggrappati sotto tentando l’impossibile.

Alì, il protagonista, è solo un bambino che all’improvviso non ha più una casa colpita da un razzo e ridotta a un mucchio informe di macerie né i suoi genitori, morti sotto il bombardamento.

L’unico che gli resta è Mohammed, il fratello maggiore che gli promette che saranno felici da un’altra parte perché dove c’è la guerra, non si può restare. Inizia così una serie di avventure troppo grandi per un bambino così piccolo.

Il lettore viene trasportato in una dimensione che fa battere forte il cuore: il viaggio, la paura di essere scoperti, il dolore cristallizzato in piccoli continui fotogrammi, il coraggio di procedere senza dire una parola, di sentirsi inadeguati e il tentativo di dimenticare il terrore di essere scoperti.

Di tanto in tanto affiora il ricordo della vita vissuta a Kabul, dei genitori e della loro protezione e Mohammed è fratello, padre e madre insieme, è la via maestra di un riscatto che deve arrivare.

“Aveva un odore da papà quanto mamma ne aveva uno da mamma.”

È il tempo degli affetti, quelli veri che non conosce sosta e resiste all’assenza. E diventa presenza.

L’amore assomiglia a un palco illuminato da un ampio fascio di luce: basta camminarci sopra di tanto in tanto a passi felpati perché non sparisca e, anzi, attragga come una calamita.

Le varie tappe di un viaggio durato cinque anni mettono in luce le difficoltà che vivono ogni giorno i migranti in cerca di una nuova terra e una nuova identità.

“Dobbiamo capire come si fa, abbiamo bisogno di informazioni, ci conviene stare con altri perché qui, ancora più che in Afghanistan, siamo pura merce nelle mani del contrabbando.”

Spesso la strada si fa stretta e i piedi affondano nelle impronte di chi li ha preceduti, camminare significa avvicinarsi alla meta, a un posto in cui forse sentirsi a casa e avere più fiato.

La vita non è certo quella in cui bisogna passare un pezzo di stoffa bagnata sulle tempie e poi sui polsi, sotto il mento e sul collo per sentire un po’ di sollievo e non è neppure l’urlo che, spesso, affonda nel silenzio degli abissi inascoltato.

“Ridi. Ti ho detto che siamo come uccelli e che gli uccelli volano liberi”.

La vita è non chiudere gli occhi, è salire a bordo di un orizzonte d’accoglienza. Rifugge sicuramente dalla brutalità dei campi di prigionia dove risuona un’unica voce: “qui non esiste dio, qui dentro facciamo parlare anche un asino, non esiste dio”.

Oltre i filtri d’acqua melmosa, oltre i muretti su cui la testa scoppia sotto il sole, oltre le manette e i rivoli di sangue, oltre gli pneumatici cui legano qualcuno mani e piedi come crocifisso, oltre le facce sfinite schiacciata contro la parete per non soffocare, c’è un’umanità che ha bisogno di certezze, non solo promesse.

È il concetto di prossimità che dovrebbe parlare tutte le lingue, imboccando corridoi di vicinanza. Adesso! Non più in là. Non possiamo più sbagliare!

Consiglio vivamente la lettura di queste pagine sapendo che da qualche parte c’è sempre qualcuno che ha bisogno di noi.





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