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Una storia di StefaniaCastella

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IL Sogno di Simona

L'amore che fa male

Pubblicato il 11 febbraio 2017

“Se continui a stringere così non ci arrivo all'altare”. La luce calda di settembre inondava la cucina, Mara, mi stringeva tra le braccia come per tenere quel momento fermo, come in un lungo addio. Insieme da sempre, dalle elementari al primo anno alla facoltà di Scienze Umane e un milione di progetti. Quell'abbraccio li scioglieva tutti strappandoli come un foglio in mille coriandoli. Stavo per sposarmi, seguire il destino passando come un carrarmato sui consigli vani intorno a me.

Quelli di Mara, e quelli di mia madre con cui dividevo casa e pensieri e praticamente ogni minuto della mia vita da quando mio padre ci aveva lasciate sole a proteggerci l’una con l’altra. Lei, la mia roccia, lo specchio che rifletteva di me ogni cosa, anche quella che non volevo vedere e adesso accanto alla mia migliore amica, quell'attimo tra noi poteva sembrare perfetto, ma quello sguardo di madre, aveva nella luce piccole striature che sembravano renderlo opaco, non convinto del tutto. “Simona, perché tanta fretta? Non sarebbe stato meglio aspettare un pochino, magari rivedere le decisioni sull'università”. Mia madre parlava, Mara annuiva allineata a quei pensieri.

Cominciavo a sentire l’atmosfera mutare e una sensazione oscura che ancora non riuscivo a capire ma soprattutto non concepivo che a poche ore dalla cerimonia dovessi ribadire ancora scelte e decisioni. Mara, allungò lo sguardo su mia madre, uno sguardo che voleva dire “lascia stare”. Iniziò a infilare piccole margherite tra i miei lunghi capelli intrecciando ciocche e pensieri, su di me e l’uomo che avrei sposato. Marco l’avevo conosciuto al mare due anni prima, bello, un tipo da film, un tipo che da subito sembrò anche troppo per me. Io timida, insicura, sempre in maglietta per nascondere un seno troppo abbondante, sempre a testa bassa per nascondere un viso che non mi piaceva, il suo sguardo sul mio, sembrò un dono. Avevo appena compiuto diciott'anni e mai un ragazzo vero fino a quell'incontro al mare.

La mia testa viaggiò col cuore e tutto iniziò a ruotare intorno a lui, i pensieri, le voglie, il mondo che prima era, non fu più, perché c’era lui. Per lui dopo aver trascinato distratta gli studi, decisi di mollare. Per lui facevo viaggi chilometrici in metropolitana, per aspettarlo fuori casa o magari al portone della sua facoltà. Era all'ultimo anno di economia, puntava a un posto da assistente, determinato, concentrato. Con lui c’era tutto quello di cui avevo bisogno, nient’altro. Nient’altro che lui. L’unica a sopravvivere a quello tsunami era stata Mara, con cui ogni tanto riuscivo a vedermi. Tutto il resto, durò poco.

Qualche mese dopo il nostro incontro, Marco cominciò ad essere geloso, insofferente, qualunque cosa lo infastidiva, le telefonate che improvvise arrivavano di mia madre o delle poche amiche, le uscite anche se rare, per un caffè o un rapido giro per negozi. Cominciai a litigare per ogni cosa, per l’orario, se non avvisavo tempestivamente di un cambio di programma, se tardavo e non ero stata lì puntuale ad aspettarlo. Con mia madre la convivenza diventò impossibile, non avevo soldi in tasca, non studiavo, il suo sguardo su di me cominciò a diventare imbarazzante, mi sentivo scivolare nel fallimento in una vita che perdeva a poco a poco piccoli pezzi. Una sera trovai la mia amica sotto casa ad aspettarmi: “Capisci che devo venire sempre io da te? Cosa ti ho fatto? Perché non possiamo vederci?” Erano giorni che non mi facevo sentire. Marco mi aveva urlato in faccia con uno sguardo di fuoco: “Basta. Cos’e questo rapporto così morboso?” Voleva dire senza giri di parole, allontanati da lei.

Io dipendevo dal suo umore, dalle sue decisioni, eppure non me ne accorgevo, e alla fine solo lui sembrava essere la vittima di tutto. Ora, fuori dal portone, non sapevo affrontare le parole di Mara, le volevo bene più della mia vita, ma il pensiero di perdere Marco era più forte. “Preferisco che magari per un po’ non ci vediamo, sai, cerco un lavoro come commessa, non ho tanto tempo”. Imbarazzante scusa che lei ingoiò senza convinzione. “E’ Marco che non vuole, vero? Il tuo mondo ormai ruota solo intorno a lui e non credo sia giusto”. Accesi una sigaretta, appoggiandoci ad un muretto guardavamo ognuna nella propria direzione. “Forse è ora che cresciamo”. Dissi questo come un automa. Non ero io a parlare, non avrei voluto dirlo, alzò le spalle e lo sguardo, guardandomi come non mi riconoscesse. Non mi capiva, questo pensavo, e mi voltai rabbiosa “Sei la mia migliore amica, non voglio perderlo ok? Se solo tu potessi fare il minimo sforzo per capirlo…”

Le sputai addosso tutta quella rabbia che non aveva nulla a che vedere con quel discorso, forse era la rabbia di tutto quello che Marco stava obbligandomi a lasciare, tutto quello che con rancore tenevo dentro. C’era lui anche in quello, anche in quella stizza. Così, iniziai piano piano a non sentirla più, e Marco fu più sereno. Era spesso stanco e pretendeva che dormissi a casa sua a un’ora da casa mia, per evitare di riportarmi indietro in macchina. Anche su quello dovetti polemizzare con mia madre, era sola, e non voleva che restassi fuori anche di notte, iniziai a litigare furiosamente anche con lei.

Passarono così due anni prima che decidere di sposarsi, sembrò il modo per risolvere un’incombenza pratica più che una vera scelta. Qualcosa di inevitabile, che serviva a levare di mezzo troppi fastidi. Tutto era ammantato però, dall'idea che fosse giusto, dall'illusione che fosse amore. Quel giorno che sarebbe dovuto essere felice, in realtà fu un giorno come un altro, con qualche parente in più da riconoscere al buffet. L’occasione per rivedere Mara, fu la sola cosa bella, oltre all'abbraccio di mia madre che avevo sentito piangere commossa mentre avanzavo da sola verso l’altare. Andammo a vivere lontano da casa di entrambi, lontano dal centro, in un posticino in periferia dove un amico aveva offerto a Marco un impiego in una società appena avviata. Un appartamento grande e bianco, poteva sembrare il nido ideale per due piccioncini. Rimasi incinta nella primavera di un anno dopo. E la piccola vita che cresceva nella mia pancia mi fece compagnia per nove bellissimi mesi.

Mi sentivo coccolata, mi sentivo quasi amata, una breve parentesi che sarebbe svanita presto. Mia madre iniziò a venire a trovarmi tra un turno di lavoro e l’altro, con l’idea di darmi una mano, così la routine veniva spezzata felicemente, insieme andavamo agli appuntamenti con il ginecologo, a fare compere per la bimba, cose che a Marco non interessavano, e su cui non aveva avuto da ridire. Solo che una sera, quando gli dissi felice che: “Mamma pensava che potrebbe stare qui qualche fine settimana…” Il suo sguardo mi tagliò in due. Improvvisa mi arrivò una spinta, una sola spinta che mi scaraventò contro il tavolo, lasciandomi intontita. Era stata una distrazione, una distrazione sicuramente dovuta al fatto che così, su due piedi, mia madre…Era stata la prima di molte altre sbadataggini, che una volta somigliarono ad uno schiaffo distratto, un’altra volta ad un calcio casuale, o uno strattone più forte ma mai intenzionale... Il tutto più accentuato dopo la gravidanza.

Mi sentivo inadeguata e chiedevo aiuto a lui che rideva, mi diceva: “Neanche questo sei capace di fare”. Io seduta sul letto di casa con la piccolina tra le braccia piangevo e non riuscivo a stare seduta, perché magari le avevo prese ancora, una volta per il sugo che non era venuto bene, un’altra per la camicia stirata male, sentivo l’ansia attanagliarmi lo stomaco. Non sapevo cosa fare, stanca, disperata cercavo solo di nascondere i segni, quelli di fuori, e quelli di dentro. Mia madre non sapeva, non avevo il coraggio di parlare inventavo scuse, per quel livido, quel segno… Mara ormai non mi chiamava più. Tutto era diventato un lungo, incubo di botte e scuse e abbracci di perdono, di sensi di colpa, di vuoto e solitudine.

Mese dopo mese, anno dopo anno. Non avevo soldi, non avevo un lavoro, non avevo nient’altro che la bimba e nessuno a cui chiedere aiuto anche solo per raccontare del disagio di quello che stava succedendo, di quelle esplosioni di rabbia. Guardavo il mio viso allo specchio senza più riconoscermi. La piccola cresceva giocava piano, come per paura di scatenare le urla che una sera si ed una no, si infrangevano tra le mura senza che nessuno potesse accorgersi di nulla. E ricordo bene l’ultima di quelle volte da incubo. Era mattina presto e il suo maglione non era piegato sulla poltrona come sempre, avevo commesso il grave errore di averlo dimenticato, mi sentii tirare giù da letto col cuore che sembrava impazzire nel petto.

Il peso del suo corpo, le mani intorno al collo, credevo di morire, tra le lacrime vedevo il lettino della piccola appena, ed ebbi paura, che cosa ne sarebbe stato di lei se io non avessi resistito? Abbandonò la presa lasciandomi a terra quasi svenuta, sentivo le sue parole: “Non sei capace di nulla. Vorrei proprio vedere cosa sapresti fare senza di me. Vai via la bimba starà con me sei solo un’incapace”. Sentii che sbatteva la porta mi tirai in piedi con il solo pensiero di fuggire via, per me, per la piccola perché non era quella la vita che meritavamo. In un lampo decisi che quella doveva essere l’ultima volta in quella casa.

Sono passati quasi tre anni da allora io e la piccola viviamo da sole o meglio con le due donne più importanti della nostra vita, con mia madre che quella volta ci ha raccattate come due gatti dispersi e a due passi dalla “zia Mara”, e il lavoro che mi ha offerto al suo centro benessere. Di lui non ho notizie, solo voci di avvocati, parlano di soldi di assegni, a me dei soldi non importa, ora sono felice, di quella felicità fatta respiri e piccoli attimi in cui nessuno può farti male, non glielo permetterai mai più.

Sai che l’amore deve fare bene, e se non ti sa fare bene, allora non è amore, devi lasciarlo andare senza sensi di colpa, e con nessun rimpianto

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