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Una storia di Nightafter

L'ascensore

Un blackout incandescente.

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Pubblicato il 24 ottobre 2017 in Erotici

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Il tempo scorreva con esasperante lentezza in quel buio umidiccio.

Ogni tanto mettevo mano all'accendino e guardavo l'ora: ne erano già trascorse due da quando eravamo rimasti bloccati in quel cazzo di ascensore.

L'energia elettrica non tornava e questo era un fatto strano: difficilmente queste interruzioni sulla rete duravano oltre i trenta minuti, probabile che un relè o un fusibile andati in malora per lo sbalzo di tensione, impedissero la ripartenza della cabina.

Era un pomeriggio di sabato di fine luglio: tempo di presentazione di collezioni, ai primi di settembre incombevano i saloni della moda, fuori faceva un caldo africano e dentro quella scatola sospesa nel vuoto non c'era aria condizionata,

La Signetti e io vevamo lavorato in straordinario fino alle 13,30, eravamo stati gli ultimi a lasciare l'ufficio e a salire su quell'ascensore prima del

black out, l'edificio era ormai deserto e noi completamente soli.

Rassegnati, sudando, sedevamo al pavimento a fissare in quel silenzio statico, un buio in cui non ci vedevi neppure a bestemmiare.

La moquette ruvida e pungente, su cui stavamo adagiati, puzzava di polvere e mi faceva venire da grattarmi in tutto il corpo.

Tra noi era sceso un silenzio corrucciato, cresceva l'idea che quella rogna potesse richiedere molte tempo per risolversi, inoltre, iniziavo a sentire un fastidioso bisogno di svuotare la vescica.

Faceva un caldo porco, fuori c'erano 38 gradi e lì si boccheggiava. Stramaledicevo mentalmente il senso di responsabilità che, quella mattina, mi aveva portato al lavoro, anzichè in auto sulla strada per la riviera ligure, dove a quest'ora, con una bibita gelata in mano, sarei stato in spiaggia, spaparazzato al sole a rosolarmi le chiappe insieme a mia moglie.

Oltre all'oscurità, la temperatura insopportabile e la rottura di coglioni, c'era poi il profumo di lei che, amplificato dalla traspirazione, aveva saturato l'aria della cabina con quell'effluvio insinuante, creato perfidamente per mettere in tumulto i sensi di un uomo.

Era un profumo raffinato, da ricca, di quelli che sentivi addosso alle donne di classe, nelle caffetterie eleganti o nei ristoranti “stellati” del centro.

Odiavo quelle fragranze di lusso, contenevano un terzo di essenza profumata e il resto erano feromoni allo stato puro: vere trappole olfattive, create per risvegliare gli istinti ancestrali del maschio.

Come avveniva nelle piante carnivore tropicali che, con un irresistibile richiamo cromatico e un aroma seducente, attiravano incauti insetti nella loro bocca vorace per cibarsene.

Decisi, con un'amenità, di rompere quel silenzio che ci divideva come un muro ostile e invalicabile.

- Non sente appetito Signetti? Io ho un vuoto cosmico nello stomaco. -

- Mah! Lasci perdere Martini, ora come ora, non manderei giù neppure un chicco di riso. Mi andrebbe invece un caffè, meglio non pensarci.-

- Non dica niente! Darei un mese di stipendio per una sigaretta – sospirai – meglio davvero non pensarci. -

Lei sbuffò piano, avertì che cambiava posizione alle gambe, poi disse:

- Non mi spiego solo perché, non vengano ancora a cercarci? -

- Troppo presto.- risposi - Se fortissimo usciti puntuali, con questo traffico avremmo impiegato minimo tre quarti d'ora per arrivare a casa, senza tener conto della ricerca di parcheggio. -

- D'accordo Martini, ma sarebbe un'ora e poco più. Qui di tempo, ormai ne è passato una cosa che va bene.-

- Vero! Ma sa meglio di me che in questo periodo, talvolta ci si ferma ben oltre il solito orario senza avvisare casa. Quindi non si saranno certo allarmati del nostro ritardo. -

- Ha ragione. Oggi pomeriggio, inoltre, mio marito aveva una partita a golf con gli amici. Fino a questa sera non sentirà di certo la mia mancanza. -

La conversazione si spense, le parole stentavano in quell'atmosfera impregnata di umidità e insofferenza, restavano il sudore che mi inzuppava la camicia, il bisogno di pisciare e il disagio della compagnia della Signetti.

Con irritazione pensavo che, nel 1985, con lo Space Shuttle che andava e veniva dallo spazio come un bus cittadino tra un capolinea e l'altro, era incredibile restare bloccati in un edificio deserto per mancanza di elettricità.

Come sempre in questo paese si era in ritardo su tutto: esistevano già sistemi di telefonia cellulare nel Regno Unito, in Scandinavia, in Giappone, a New York e in una moltitudine di altri posti di cui non mi sovveniva il nome. La gente poteva chiamare alla bisogna, in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo, il centralino dei vigli urbani, dei pompieri o della polizia.

Insomma, in un paese civile, al massimo in mezzora sarebbero stati fuori da quell bagno turco puzzolente.

Poi, da non crederci, fra le oltre cento persone dell'azienda, recluso in quello spazio angusto, al buio con la Signetti, una empatica come un herpes genitale in piena fioritura. Fanculo va!

Era la “Segretaria di direzione” e “ad interim” rivestiva la funzione di “Responsabile delle risorse umane”, una sorta di eminenza grigia in gonnella.

Per la verità era una anche donna assai attraente: laurea “bocconiana” a pieni voti, master in gestione aziendale alla Oxford Brookes University Businnes School, svariati corsi di management in marketing ed economia.

Insomma, tante di quelle credenziali che ci andava un biglietto da visita lungo quanto un lenzuolo per elencarle tutte.

Una vera corazzata d'assalto, non c'era in azienda un solo uomo che le stesse al passo: già si parlava di lei come della futura candidata alla “Direzione generale”.

Possima ai trentacinque anni, di coscia lunga e tacco dodici, vestiva raffinati tailleur blu notte o grigio piombo. Una costante nelle candide camicette, era di portarle con i primi due bottoni aperti: giusto da lasciare in vista il filo di perle e un triangolo di reggiseno su due tette a prova di gravità.

Sapeva trattarsi bene la ragazza, roba fine, indubbiamente lingerie da boutique: forse La Perla o Victoria's Secret.

Gli occhi chiari suggerivano un abisso di freddezza affine alla crudeltà, era sicuramente affascinante, ma di quel fascino oscuro esercitato dalle dark lady nei film noire, possedeva l'eleganza fluida e micidiale di un black mamba o di una pantera nera.

La sentì muovere, poi lo scatto metallico di una chiusura meccanica: stava cercando qualcosa all'interno della borsetta.

- Le va una salvietta umidificata per rinfrescare il viso Martini? -

Un aroma di aloè vera mi salì alle narici, ne presi a tentoni un paio dalla confezione.

- Grazie. Ci vorrebbe ben altro per asciugare i litri di sudore che sto versando, ma almeno è un piccolo paliativo profumato. -

Le passai sul viso e sul collo, dai fruscii che udivo anche lei faceva lo stesso.

- Lo cosa che più mi rende nervosa di questa situazione è l'inattività forzata. Odio sprecare il tempo. Non avendo impegni e marito, nel pomeriggio, ero tentata di continuare il lavoro fino alle sedici, poi di recarmi in centro per un po' di shopping e un aperitivo. Lo avessi fatto ora non sarei bloccata qui.-

- La capisco, pensi che fossi stato meno zelante, ora sarei a bagno nelle acque fresche dello stabilimento Moana di Finale Ligure. -

Il raffronto non dovette andargli a genio, perché si zittì e il silenzio tornò ad avvolgerci come un sudario.

Lei era la depositaria di tutti i segreti aziendali: il suo compito, che le fosse stato conferito per volontà superiori o che lo avesse assunto da sé, non terminava nel disbrigo del suo mansionario ufficiale, di fatto era divenuta l'occhio immanente della proprietà, calato nella vita aziendale.

Nulla di ciò che avveniva nel dedalo degli open space aziendali, poteva sfuggire alla sua conoscenza, girava leggenda che neppure nel chiuso dei bagni si fosse invisibili allo scandaglio del suo sguardo.

Qualcuno, nei servizi degli uomini, aveva scritto: “Centra la tazza! Dio non ti guarda, ma la Signetti si.”. Ovviamente era una goliardata, ma i dipendenti che, per bisogni fisiologici dovevano recarsi lì, pare lo facessero con una qual certa sensazione di disagio.

Trascorse altro tempo, scandita solo dai nostri respiri in quel mutismo cieco e torrido, azionai ancora l'accendino e controllai: erano le 18.37, la mia necessità di mingere cresceva in maniera fastidiosa.

Nel momentaneo bagliore dell'accendino il suo viso, imperlato di sudore, assumeva le fattezze di una maschera tragica del kabuki.

Tutti ne avevano più timore che rispetto, nutrendo verso di lei pensieri malevoli.

Malignamente, si insinuava che tale potere gli derivasse da certe lunghe permanenze, fuori orario, nell'ufficio di presidenza, in intimo colloquio col grande boss.

Lei non si curava di pettegolezzi e dicerie, era superiore, disprezzava quei paria ipocriti, che simulavano un grande impegno lavorativo, mostrandosi ossequiosi al suo passaggio. Squallidi impiegati, in perenne rapporto simbiotico con le proprie poltroncine ergonomiche, da cui staccavano le natiche solo per trascinarsi al distributore automatico di caffè nel corridoio.

Del malanimo che le aleggiava intorno non mostrava di soffrirne, anzi, pareva trarre un fluido energetico, un'ulteriore iniezione di forza, che la rendevano più influente e temibile.

Il personaggio non stava nelle mie simpatie, del resto ero certo che la cosa fosse reciproca. Però in realtà, non mi fregava davvero nulla del come facesse carriera.

Erano cazzi suoi se stava dove stava per meriti di lavoro o aprendo le cosce al Presidente, la cosa mi era del tutto indifferente: io la detestavo per ben altro.

Non avevo dimenticato che anni prima, al suo debutto dirigenziale, era stata l'artefice della cacciata dall'azienda di Agnese.

Lo aveva fatto con una porcata chiamata: “Razionalizzazione risorse umane e flussi di produzione”. Una formula nel moderno linguaggio manageriale, per indicare una ristrutturazione aziendale con brutali tagli di budget e del personale.

Aveva tolto il pane, gettandoli in strada, con la facilità di una flatulenza, a una trentina di padri di famiglia.

Furono giorni di terrore palpabile tra le scrivanie degli uffici: ci si chiedeva chi sarebbe stato il prossimo a cadere sotto la falce della Signetti. Ogni mattina cercavi negli occhi del tuo vicino il segno di una di quelle lettere di licenziamento, ed egoisticamente pregavi: “speriamo tocchi a lui”.

L'immagine di Agnese, chiusa in macchina nel parcheggio aziendale, con la lettera stretta in mano e il viso stravolto di pianto, mi era rimasta dentro come una ferita che non si rimargina.

Agnese, sola al mondo col suo bambino da crescere: travolta da quella notifica breve e formale in corpo dodici, pesante come il mondo che le rovinava addosso quella mattina.

Io di lei ero innamorato e non glielo avevo mai detto. Ero un uomo sposato, cosa mai avrei potuto offrirle se non una storia misera, colorata di squallore. Decine di menzogne e rimorsi, da consumare in qualche motel della tangenziale o alberghetto periferico della prima collina. Meglio tacere, meglio.

Signetti si mosse: cambiò nervosamente di posizione.

- Lei non sente dei crampi alle gambe Martini? -

- E' il caldo Signetti, provi a mettersi in piedi e batta con forza I talloni al pavimento, dovrebbero passare. - La senti levarsi e fare ciò che avevo suggerito: gemeva ad ogni botto del piede.

- Funziona! - esclamò con sollievo – Va molto meglio, grazie. -

- Si figuri, è un trucco del nostro allenatore di calcetto, è molto efficace con questo genere di crampo. -

- Gioca a calcetto Martini? Uhm...Non sapevo fosse uno sportivo. -

- Niente di che, qualche amichevole con amici, una o due volte al mese, nulla di serio, mi creda. -

- Bèh! Non faccia il modesto, a ben pensarci ho notato un suo certo portamento atletico. -

- Ma no, cerco solo di non mimificarmi prima del tempo. Anche lei vedo che si tiene in ottima forma. -

- Si, palestra e massaggi e piscina tre volte alla settimana, mi piace muovermi. Davvero, mi creda: nulla come questa inattività mi rende nevrastenica.-

“Certo!” Mi venne da pensare “Qui non c'è nessuno da licenziare o a cui fare un serviziett o per salire nella piramide societaria”. La stanchezza e il caldo mi rendevano cinico e rancoroso.

Rivoli di sudore mi correvano dalla nuca al fondo schiena, la camicia era fradicia, l'avrei potuta strizzare e appendere su un filo con due mollette.

- Mi scusi Signetti, ma io ora mi levo la camicia. Perdonerà la poca eleganza del gesto, ma non riesco più a tenerla addosso bagnata così. -

- Faccia pure Martini. Non mi formalizzo certo per così poco. Del resto, per quello che si vede, qui, fossimo anche nudi non ce ne accorgemo neppure. Anzi sa che c'è? Sto morendo dal caldo come lei. - disse con un sospiro. - Data la situazione possiamo permetterci qualche libertà, quindi mi alleggerisco anch'io. - Emise uno gemito di esacerbata stanchezza.

Gli occhi, in quelle tenebre, coglievano solo l'impronta nera della sua sagoma: compresi che stava sbottonando il vestito, altri lenti movimenti lasciavano intuire che stava sfilando le braccia dall'abito e che l'avesse calato a coprirle i fianch, alla fine si assestò, tornando a poggiare le spalle nude alla parete di specchio.

L'idea che fosse rimasta con solo il reggiseno, mi procurò un flebile turbamento che mi distolse dall'urgenza della mia vescica.

E' incredibile come il nostro corpo reagisca in maniera del tutto sorprendente anche nelle situazioni più estreme, nonostante la singolarità della situazione, l'idea di ciò che era avvenuto in quel buio, a poca distanza, mi destò un rimescolio interno.

Assistere, pur non vedendo chiaramente, mi sapeva di intimità rubata, come di un atto di voyeurismo, il sangue, mio malgrado, accelerò le pulsazioni e stavo subendo un'erezione.

Mi sentivo colpevole senza una ragione, con un riflesso puerile portai le mani a coprire l'inguine, ero grato all'oscurità che nascondeva il mio imbarazzo ed anche il resto.

- Cosa c'è Martini, la sento nervoso? - C'era una nota divertita nella sua voce.

Quella donna possedeva una sensibilità diabolica, di certo aveva percepito una variazione del mio respiro.

- Nulla Signetti, è il caldo, solo il caldo.- Il sangue correva rapido, temevo avartisse le varaizioni tachicardiche nel mio petto, o che leggesse i miei pensieri.

- Si, Martini, fa troppo caldo. Non le nascondo che avrei la tentazione di spogliarmi del tutto.-

Il suo profumo mi stordiva e quelle parole azzerarono la mia salivazione, dovetti deglutire più volte per regolarizzare il respiro.

- Ma non abbia timore, non vorrei scandalizzarla troppo. -

Seguì una sonora risata, evidentemente trovava divertente l'idea.

- Scandalizzarmi di che? Ma si figuri Signetti. -

La voce mi usciva incerta, dovetti tossire per schiarirla.

- Anzi, se preferisce lo dica: mi volto dall'altra parte. -

- Ahahah!… - Un'altra scrosciante risata.

- Con questo buio pesto che vuole voltarsi a fare? Mica avrà agli infrarossi nello sguardo per caso? Questa si che sarebbe una bella sorpresa. -

- Ma no, via, era per dire…- Altro colpo di tosse, per nascondere il disagio.

- Quindi non si turba Martini? Un uomo navigato come lei, volevo ben dire. Ma come mai è così controllato nelle sue cose? - Era ironica: stava giocando.

- La trovo molto discreto e galante sa? Un uomo d'altri tempi direi. Al suo posto in questa situazione, col buio e una donna seminuda al fianco…beh, forse non tutti terrebbero lo stesso distacco. -

Potevo immaginare l'espressione beffarda che sicuramente aveva in volto.

- Non è che mi sarà un po' timido con le donne Martini? -

Cazzo! Che stronza, eravamo allo sfotò dichiarato.

- Boh? Signetti, che dire? In fondo non è una situazione molto diversa dal trovarsi in spiaggia al mare, Giusto, no?. -

- In spiaggia al mare?…Ahaha! Ma non mi dica, già mi figuro noi sulla sabbia a giocare con secchiello, paletta e formine. Questa è bella davvero! -

- Vabbè, se ci pensa, qui o al mare, nella sostanza cosa cambia? Solo una questione di convenzioni sociali. -

- Martini la sottovalutavo sa? Lei è anche filosofo oltre che sportivo, doveva capitare questo incidente perché lo scoprissi. - La cosa le risultava assai spassosa, non smetteva di ridere.

- Quindi l'idea di noi due qui, soli al buio, seminudi... Dica la verità, davvero la lascia indifferente? -

Stava quasi sussurrando. Un tono di voce suadente: di cinque gradi più caldo dell'atmosfera in cui stavamo immersi.

- Si! Cioè, no. Nel senso, ecco, volevo dire: lei è una gran bella donna. Davvero, Signetti, ma io non mi permetterei mai. Assolutamente…Cioè, ho il massimo rispetto…Però appunto intendevo dire...-

Dovevo fare uno sforzo per riuscire a connettere in maniera sensata, mi pareva di camminare sui carboni ardenti, mi stava mandando nel pallone.

- Peccato, pensavo che tra noi ci fosse un po' di simpatia. Forse non proprio una confidenza, ma che, in qualche modo, non le fossi del tutto indifferente. È evidente che mi sbagliavo, vero Martini? - Ora il tono pareva perfidamente dispiaciuto.

- Ma no! Che dice Signetti? Lei non mi è indifferente, tutt'altro. Poi ripeto, è sicuramente una donna splendida. Ma io ho sempre guardato a lei come ad una collega di lavoro, anzi un mio superiore.-

- Via Martini, siamo alla fine del ventesimo secolo, c'è stata la Rivoluzione d'Ottobre lo sa? Abbiamo lo Statuto dei Lavoratori e lei mi pare ragioni ancora con categorie sociali del secolo scorso. Qui ora non ci sono superiori, lei ne vede qualcuno? Si rilassi, su, da bravo. -

Rideva! La cosa mi stava irritando. Cazzo aveva da ridere? Era chiaro che mi provocava. Perché lo faceva? Per farmi sentire un coglione? Fanculo a lei e a 'sto ascensore di merda!

Si fece più vicina, potevo sentire l'aura calda del suo corpo, ci stavamo quasi sfiorando.

- Cosa c'è che non le piace in me Martini?…Su, me lo dica? Qualcosa nel mio viso? Oppure è il mio corpo? Non sono il suo tipo? - La sua voce era un sussurro caldo e accattivante.

Una tensione incandescente correva lungo la mia spina dorsale, dovetti rabbrividire per fermarla.

- Come è il suo tipo Martini, mi dica? Una donna come sua moglie? O ha in mente un genere diverso? Chessò, qualcuna del suo passato, magari ora più lontana? -

Che significava? Cosa stava insinuando? Non capivo dove volesse arrivare, o meglio credevo di capirlo benissimo e questo non mi piaceva affatto.

- Non parla Martini? Non mi dice nulla? Cosa non le piace di me Martini, forse il mio profumo? -

Tacevo e continuavo a sudare, avrei perso almeno cinque chili in quella sauna, accidenti a lei e al suo profumo.

- No ma si figuri Signetti, cosa dice? Il suo profumo è…è…-

- Su, lo dica Martini, non sia timido. Come è il mio profumo?…Me lo descriva. -

Si era avvicinata al mio orecchio, era un soffio, un bisbiglio lascivo.

- Lo sa che ha un buon odore Martini? Sono pochi gli uomini che sudando così mantengono un odore del corpo gradevole. Lei sa di uomo, di maschio ma buono, come di muschio. -

Mi parve di avvertire l'umido delle sue labbra sfiorarmi il lobo dell'orecchio.

Era il diavolo fatto femmina questa donna. Cazzo, se lo era.

- Mi ascolti, la prego: lei è una donna molto attraente, il suo profumo mi da una vertigine. Se dovessi immaginare un tipo di donna desiderabile, mi creda, il suo sarebbe il primo che mi verrebbe in mente…Ma veda…-

- Ma vedo cosa, Martini? Cosa dovrei vedere in questo buio? Lo dica. -

Le sue dita percorrevano lente la base del mio collo, poi scesero delicate, sfiorarono la peluria sul petto, mi graffiò piano un capezzolo, ci giocò provocante con la punta delle unghie.

Il mio sesso se ne fotteva delle mie esitazioni, ormai tendeva il cotone dei pantaloni, era una reazione pulsante, quasi dolorosa.

- Signetti, la prego, io non sono per queste cose, non sono libero. Mi comprenda: sono un uomo sposato. -

Era quasi una invocazione, mendicavo la sua comprensione, tentavo ancora di salvarmi, annaspavo come un gatto in un pozzo.

Inutile, non mi ascoltava: la sua mano si perdeva più in giù, a cercare la zip dei miei pantaloni.

- Anche io sono sposata Martini. Non è una scusa. Ne cerchi un'altra. -

La sua bocca sigillò la mia. Il tempo delle parole era finito.

La lingua morbida e frenetica mi cercava: la accolsi schiudendo le labbra, era viva e dolce, baciava da sturbo.

Possedeva labbra soavemente carnose, gliele morsi piano, le avviluppai con le mie tenendole la testa tra le mani.

Mi tirò a sé, strusciava i capezzoli eretti sul mio petto.

Gli presi il seno tra le mani, a stento ne contenevo il volume, carezzai, ghermii. Succhiai il turgore dei capezzoli, il sapido della sua pelle mi risvegliava pulsioni ferine.

Aggredivo quei seni con voracità, passando da uno all'altro con la bocca spalancata, li mordevo con foga, poi giocavo con la lingua, mescolando saliva e sudore.

La stringevo con forza, con cattiveria voluta, lei gemeva, mi leccava il collo, il viso, ansante come un cucciolo digiuno.

Sentì le sue unghie rigarmi la schiena, le schiaffeggiai le tette, poi succhiando e mordendo coprivo di labbra avide ogni spazio della sua epidermide. Aveva estratto il mio sesso, lo stringeva facendone scorrere la pelle lungo l'asta, infine scese per cercarmi con la bocca, buttai in avanti il bacino, lei fece correre labbra e lingua lungo la mia carne congestionata.

Aggrappata alle mie natiche con le mani mi traeva a sé con rabbia, quasi temesse di perdermi, un animale ansioso di cibo, mi accoglieva ingorda, annegata nella sua stessa bava vischiosa.

Respiravamo con frequenza di mantici, le narici dilatate al limite della capacità di assorbire l'ossigeno dell'esigua scatola che ci conteneva.

Affondai in viso nella sua intimità, la fragranza inebriante del suo sesso mi colmò le narici, il suo sapore liquido la bocca.

Sentivo martellare le tempie, gli occhi nel buio catturavano bagliori rossi che esplodevano nel campo visivo.

Ci chiamavamo con epiteti turpi, scambiandoci le parole oscene del sesso.

Colmavamo lo spazio di rantoli, sussurri e urla improvvise: liberi e privi di ritegno, nessuno poteva udirci e il buio amniotico favoriva quell'abbandono sfrenato.

Non c'era tregua, rotolavamo sulla moquette ispida e abrasiva, era una lotta cruenta, animale, lei ansimava mentre frugavo la carne frolla del suo sesso.

Cercavamo golosi i sapori dei nostri fluidi, inseguivamo le scie dei nostri odori segreti in ogni piega della carne, umori liquidi si spandevano sulla superficie madida delle nostre pelli bollenti.

- Sei un porco Martini! Lo sapevo che eri così. Dai fottimi. Fotti la tua puttana. -

La presi, da dietro, con un colpo rabbioso fui in lei.

Aggressivo e martellante, le imposi un amplesso da violenza carnale.

Un uggiolio rauco, delirante, si levava dalle sue labbra sotto l'impeto impietoso di quegli assalti.

La schiacciai sotto colpi brutali, immaginavo il suo viso deformarsi in una tensione di piacere dolorosa e scomposta. Le colpivo le natiche con schiaffi violenti e sonori che avrebbero lasciato segni per giorni, a ogni affondo la sua fronte urtava la superficie nera dello specchio che avevamo in fronte.

Poggiava le mani su quella superfice, cercava appiglio per sorreggersi in maniera febbrile, disperata: i palmi umidi strisciavano il vetro, scivolando in quella presa vana.

Piegata in ginocchio spingeva le natiche all'infuori per resistermi, per attutire la violenza delle mie spinte, pareva un volatile ferito che si dibatteva per sfuggire alla cattura della trappola. Ma non poteva nulla mentre l'orgasmo veniva a scuoterla come le fronde di un piccolo albero perduto nell'uragano.

Avevo una foga rabbiosa che sapeva di rancore, di vendetta, brama di punire e sottomettere.

Alla fine si arrese, si accasciò, in un abbandono disfatto, esalò un gemito di belva ferita che vede sfuggire l'ultimo bagliore di vita.

Allora la seguì, mi lasciai precipitare nel suo calore, persi la consapevolezza di me ed esplosi nelle sue viscere.

Avevamo combattuto: ora la lotta era finita, il mio sesso disciolto si ritirava da lei, domata, resa mansueta nella sua natura più fragile e animale.

Restavamo in quel teatro di guerra, bagnati, abbandonati ai nostri respiri ansanti come galata morenti.

Ora non parlava, non rideva più, persa nel suo silenzio con la mente lontana da lì.

Era vinta. Ma ero io, a sentire d'aver perso.

- Sveglia Martini! Sono venuti a prenderci. -

Sobbalzai, spalancai gli occhi nel buio, si sentiva il rumore dei cavi vibranti, la cabina si muoveva.

Non c'era ancora luce, ma ci stavano calando al piano con una manovra manuale.

- Era ora che si accorgessero di noi, pensavo quasi di doverci passare la notte qua dentro.- La Signetti aveva il solito tono spazientito e incalzante.

Mi sentivo confuso, compresi che dovevo essermi assopito.

- Coraggio Martini, si riprenda, sono due ore che mi russa nelle orecchie. Poi lo sa che quando dorme si agita come un forsennato e dice anche un sacco di cose sconce? Ma sua moglie non si lamenta? -

Non sapevo cosa rispondere, ma a che punto mi ero addormentato?

L'ascensore giunse al piano, le porte si aprirono, la luce morente del tardo pomeriggio mi fece stringere le palpebre.

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