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Una storia di Nightafter

2

L'ascensore

Un blackout incandescente.

Pubblicato il 24 ottobre 2017

Il tempo scorreva con esasperante lentezza.

Ogni tanto davo mano all'accendino e guardavo l'orologio, eravamo chiusi in quell'ascensore da quasi due ore,

La luce non era ancora tornata, e questo era un fatto assai strano, difficilmente queste interruzioni sulla rete si protraevano oltre i trenta minuti.

Sicuramente si era verificato qualcosa nel generatore della cabina che ne impediva la ripartenza.

Eravamo imprigionati io e lei in quella gabbia buia, larga un metro e settanta per due di lunghezza, senza possibilità di chiedere aiuto.

Era un primo pomeriggio di un sabato, avevamo lavorato in straordinario fino alle 13,30.

Io e la Signetti eravamo stati gli ultimi ad uscire dall'ufficio, e gli ultimi a prendere quell'ascensore prima che si arrestasse a metà corsa per mancanza di energia elettrica.

L' edifico dell'Azienda a quell'ora era deserto e noi completamente soli ed abbandonati, era fine luglio, faceva un caldo soffocante, fuori c'erano 38 gradi, e li dentro ad occhio stavamo allegramente superando i 40.

Stavamo seduti sulla moquette della cabina, le schiene poggiate allo specchio alle nostre spalle, fianco a fianco a guardare il buio e sudare, nell'impossibilità di fare altro.

Tra noi era sceso un silenzio rassegnato, in cuor nostro stavamo maturando la convinzione che quella fastidiosa situazione avrebbe potuto richiedere molte ore per risolversi.

Non era per nulla scontato infatti, che se anche si fosse tornata l'energia elettrica, quell'ascensore avrebbe ripreso a funzionare e si sarebbe schiodato da li.

- Bel casino! - Dissi -…Che sfiga, e pensare che oggi mia moglie, per pranzo, preparava il polpo in umido col prezzemolo, che ne vado matto.-

Cercavo con una facezia, di rompere quel silenzio che rendeva l'oscurità più fitta, e l'aria ancora più rarefatta e pesante.

- Lei non ha un po' di appetito Signetti? -

- Mah?!…Lasci perdere Martini, mi si è chiuso lo stomaco. Ora come ora, non potrei ingoiare neppure un chicco di riso. Non capisco perché qualcuno non ci venga a cercare? -

- E' troppo presto…- dissi - Se fossimo usciti regolarmente dall'ufficio, tenendo conto del traffico, avremmo impiegato minimo mezzora per arrivare alle nostre case. Ci metta poi, un buon quarto d'ora per trovare parcheggio. Se poi ipotizziamo che, come talvolta accade in questo periodo, dato il volume del lavoro, uno si ferma anche venti o trenta minuti in più dal normale orario, vede bene che, né i miei, né i suoi famigliari si saranno, al momento, neppure accorti del nostro ritardo. -

- Ha ragione Martini. Oggi, inoltre, mio marito non mi aspettava per pranzo: aveva una partita di golf a Le Fronde con degli amici. Rientrerà solo a tardo pomeriggio, quindi non c'è speranza che senta la mia mancanza, almeno fino a sta sera. -

Chiuso forzatamente in un ascensore con la Signetti, roba da non crederci, tra tutte le persone di quell'Azienda proprio con lei. Cazzo! Se non era sfiga questa;

Lei era l'altera Segretaria di Direzione della mia Azienda, simpatica e affabile come trovarsi una migale pelosa nelle mutande..

Era la depositaria assoluta di tutti i segreti aziendali: ogni documento riservato che entrava od usciva dall'ufficio del grande capo, transitava obbligatoriamente sotto i suoi occhi, e veniva da lei catalogato e protocollato, ovviamente anche attentamente vagliato e memorizzato.

Ma il suo compito non terminava nel disbrigo della quotidiana gestione di scartoffie aziendali, che se lo fosse assunto da sé, o che le fosse stato attribuito per volontà superiori, lei con grande solerzia, assolveva al compito d'essere l'occhio immanente ed inesorabile della proprietà, calato nella vita interna dell'Azienda.

Nulla di quello che avveniva nel dedalo degli open space aziendali, poteva sfuggire alla conoscenza della Signetti.

Si narrava che neppure nel chiuso dei bagni si potesse essere invisibili allo scandaglio del suo sguardo.

Qualche burlone aveva anche scritto sulle piastrelle del bagno degli uomini: “Centra la tazza! Dio non ti guarda, ma la Signetti si.”

Ovviamente non era vero, ma i dipendenti, quando si recavano li spinti da impellenti e irrinunciabili bisogni, pare lo facessero con una fastidiosa sensazione di disagio.

Era una donna assai attraente, ma in lei c'era qualcosa di rasserenante quanto in uno scorpione che si fosse introdotto lungo una gamba del tuo pantalone

Che magari se ne stava li buono buono e non lo sentivi muovere, ma che ti lasciava pensare che forse era meglio che a non muoverti fossi tu.

La donna presentava bene, prossima ai trentacinque, dotata di coscia lunga che amava valorizzare con calze di seta nere e riga posteriore.

Vestiva eleganti tailleur in lana pettinata blu notte in inverno, o leggere tele di lana super 100's, di un grigio antracite, nelle stagioni più calde.

Poi, in ogni stagione, le gonne a tubino, rigorosamente tre dita sopra la linea del il ginocchio, con spacco posteriore.

Immancabile una camicetta di lucida seta color ghiaccio, o un fresco,luminoso, cotone oxford bianco.

In ogni caso la costante era che le indossasse con i primi due bottoni aperti, giusto quel tanto da lasciar intravedere un'idea di reggiseno, su due tette, di giusta dimensione, a prova di gravità.

Roba fine, da boutique. Avresti detto La Perla o Victoria's Secret,

Aveva sempre un aria assorta, distaccata, che lasciava pensare ad una mente impegnata in meditazioni complesse e profonde.

Cose delicate, che non fosse conveniente interrompere o disturbare.

Più che altro, ti dava l'idea che stesse elaborando qualche diabolica macchinazione, atta a fargli guadagnare maggior autorità nell'olimpo aziendale.

Gli occhi chiari, algidi e penetranti, suggerivano un abisso di cinismo, prossimo alla crudeltà.

Era dotata di un grande potere non scritto in alcun organigramma, ma la natura occulta di quel potere era chiaramente percepibile nei gesti fermi, nella luce fredda e impenetrabile dello sguardo, nel tono autoritario e risolutivo della voce.

Tutti la temevano e in segreto nutrivano pensieri e giudizi malevoli verso di lei.

Per gli uomini era una emerita troia, per le donne una gran zoccola, e da li non se ne usciva.

Più di qualcuno insinuava, malignamente, che tale potere derivasse direttamente da certe sue permanenze fuori orario nell'ufficio di presidenza.

Altri giuravano di averla vista uscire di li con qualche bottone della camicetta più sbottonato del solito e l'aria insolitamente accaldata a dispetto alla stagione, e col maquillage insolitamente scomposto.

Ma lei non si curava di pettegolezzi e cattive dicerie, era superiore a quel coacervo di calunniatori. Li considerava dei cialtroni, semplici impiegati di concetto, omuncoli sfigati, che trascinavano le loro inutili esistenze in un rapporto simbiotico con le sedie ergonomiche su cui poggiavano il culo e le scrivanie sepolte di tabulati,

Li disprezzava, ripagandoli della stessa moneta, quei paria che si mostravano indaffarati al suo passaggio simulando un grande impegno lavorativo, per poi accalcarsi un attimo dopo, in processione come per un culto mistico, davanti al distributore del caffè.

Delle cattiverie che gli aleggiavano intorno, pareva trarne un oscuro fluido energetico, una iniezione di forza ulteriore, che la rendevano maggiormente sicura, potente e temibile.

Non era nelle mie simpatie la donna con cui stavo condividendo quella disagevole avventura, e ritenevo, del resto, che la cosa fosse reciproca, non era certo nella sue corde il dover condividere quella sorta di intimità forzata con un anonimo impiegato di basso livello.

A me in realtà non fregava nulla sul come fosse giunta all'apice della sua carriera.

Che ci fosse arrivata per meriti aziendali o aprendo le cosce, nel suo ufficio, al Presidente, mi risultava del tutto indifferente, io la detestavo per ben altro.

Soprattutto la detestavo perché due anni prima era stata l'artefice della cacciata dall'Azienda di Agnese, con quella porcata che chiamava pomposamente: “Piano di razionalizzazione delle risorse umane”.

Brutta stronza! Aveva fatto carne da macello di una trentina di padri di famiglia, tolto loro il pane e cacciati in strada senza battere ciglio.

Avevo ancora davanti agli occhi l'immagine di Agnese, sola in macchina sul parcheggio sopraelevato dell'Azienda, che piangeva la sua disperazione con in mano la lettera di licenziamento.

Agnese, sola al mondo, col suo bambino da crescere, l'affitto, le bollette a cui far fronte con quello stipendio da fame.

Io di Agnese ero innamorato. Segretamente, perché non glielo avevo mai detto con le parole, ma solo con gli sguatrdi, e lei di quel mio amore non sapeva nulla.

E per la verità, di lei, ne ero innamorato ancora. E lei continuava a non saperlo.

Ma ero un uomo sposato, a che prò rivelarmi?

Non avrei avuto nulla da offrirle, se non qualche ora rubata per un incontro clandestino in qualche alberghetto della collina.

Me li figuravo quei momenti di appagamento saltuari, colorati di squallore,menzogne e rimorsi.

Le avrei offerto solo un ruolo di ulteriore precarietà, sarei stato, per lei, solo un problema in più nella sua già difficile vita.

Meglio tacere, meglio.

Signetti si mosse, cambiò sbuffando di posizione, ne percepivo il movimento nell'oscurità, anche lei come me, avvertiva dei crampi alle gambe a causa del caldo.

- Bene! - Disse - Siamo due perfetti dispersi Martini. Due naufraghi nell'oceano dell'afa cittadina. Lei se lo ricorda il film della Wertmüller: "Travolti da un insolito destino, nell'azzurro mare d'agosto"? -

- Certo che lo ricordo. Anche se, nella sfiga, almeno quei due avevano la spiaggia ed un mare da favola in cui pascersi, e non sta specie di loculo tenebroso, con una temperatura da sauna finnica. -

- Se è per quello, avevano anche qualche buona idea per trascorrere il tempo. - Aggiunse con una calda risata.

Stante che il mondo esterno, al momento, se ne fotteva allegramente di noi, se pure a denti stretti, entrambi iniziammo a ridere.

- Il brutto è che ho una voglia bestiale di fumare e qui di accendere una sigaretta, non se ne parla fino a chissà quando.- Dissi sospirando.

- Beh! Un po' di fumo in meno non le farà male alla salute. Io invece, pranzo o non pranzo, a quest'ora ho bisogno di un caffè, e mi morderei i gomiti per averne uno."-

Il sospiro della Signetti in questo caso suonò di un languore quasi toccante.

Forse era solo un'impressione, ma mi pareva che la temperatura all'interno del cubicolo stesse ulteriormente crescendo.

Per altro lo stimolo a minger si faceva più insistente di momento in momento, non osavo pensare come avrei potuto risolvere quel problema, se la cosa li non si fosse conclusa in tempi rapidi.

Rivoli di sudore, partendo dalla nuca mi correvano al fondo schiena, la camicia l'avrei potuta strizzare e appendere, fradicia, su un filo con due mollette.

- Mi scusi Signetti, ma io mi levo la camicia. Perdonerà la poca eleganza del gesto, ma non riesco più a tenerla addosso bagnata così. -

La sfilai, ed agganciai il piccanello al rilievo di uno dei tasti sul quadro dei comandi.

- Faccia pure Martini, nessun problema. Non mi formalizzo certo per così poco. Del resto qui, per quello che si vede, fossimo anche nudi non se ne accorgerebbe nessuno. -

Trascorsero altri minuti di respiri nel silenzio cieco e torrido.

- Sto morendo di caldo anche io, il lino di questo abito, non è che tenga molto fresco. Poi, sa che le dico: vista la situazione possiamo permetterci qualche libertà. -

Emise uno sbuffo di esacerbata stanchezza.

La sentivo muoversi, gli occhi vedevano solo una confusa impressione più chiara nel buio, ma dal lieve struscio di stoffa, compresi che stava sbottonando la fila di bottoncini del vestito.

Da alcuni altri lenti movimenti dedussi che stava sfilando le braccia dalle bretelle dell'abito, era assai probabile che l'avesse calato a coprirle i fianchi, a mo' di gonnella.

Alla fine si assestò, tornando a poggiare le spalle nude alla parete di specchio.

L'idea che fosse rimasta con solo il reggiseno sul busto, mi diede un flebile turbamento.

La fragranza calda della sua pelle nuda era maggiormente avvertibile.

Usava un profumo raffinato ma reso più intenso dalla traspirazione, uno di quei profumi che sentivi addosso alle troie di classe nelle più eleganti caffetterie o alle cene nei raffinati ristoranti del centro, nelle profumerie frequentate dalle signore bene della città..

E' incredibile, come il nostro corpo e le nostra mente, si muovano in maniera del tutto autonoma ed inaspettata anche nelle situazioni più estreme

Nonostante il paradosso della situazione, l'idea di ciò che era avvenuto in quel buio, a poca distanza da me, mi destò una sensazione di rimescolio interno, di intimità proibita, rubata, come un atto di voyeurismo.

Il sangue accelerò il suo circolo, e mio malgrado stavo subendo una repentina erezione.

Mi sentivo quasi colpevole, con un riflesso stupido e irrazionale in quelle tenebre, portai istintivamente le mani a coprire l'inguine.

Ero grato all'oscurità, che nascondeva il mio imbarazzo ed anche il resto.

Ma quella donna possedeva una sensibilità diabolica, di certo aveva percepito la variazione del mio respiro.

- Cosa c'è Martini, la sento nervoso? - Chiese, insinuante, c'era una nota di divertita ironia nella sua voce.

- Nulla Signetti, è il caldo, solo il caldo.- Il sangue scorreva rapido, avevo quasi il timore che leggesse i miei pensieri o sentisse le accelerazioni cardiache nel mio petto.

- Si, Martini, fa troppo caldo qui. Non le nascondo che avrei quasi la tentazione di spogliarmi del tutto. Ma non abbia timore. Lei è sempre così sulle sue, non vorrei scandalizzarla troppo. -

Seguì una sonora risata: mi stava chiaramente prendendo per il culo.

- Ma chi io? Scandalizzarmi di che? Ma no, Signetti, non badi a me. Faccia come crede. Anzi se non si sente a suo agio lo dica, mi volto dall'altra parte. -

La voce mi usciva incerta, dovetti tossire per schiarirla.

- Ahahahaahh… - Ecco un'altra fragorosa risata.

- Ma con questo buio pesto che vuole voltarsi a fare? Mica avrà lo sguardo agli infrarossi per caso? Sarebbe una bella sorpresa. -

- Ma no, via, era per dire…-

- Quindi non si turba Martini? Come mai è così controllato nelle sue cose? - Era ironica ed insinuante. Stava giocando.

- Altri al suo posto, in questa situazione, con questo buio e una donna seminuda al fianco …beh, forse non riuscirebbero a mantenere lo stesso distacco. Lei non crede?.-

Nel buio potevo immaginare quell'espressione beffarda che sicuramente aveva in volto.

L' avevo sempre odiata quell'aria da donna di potere sicura del suo ruolo.

Certa di potersi rivolgere a me con quella sufficienza condiscendente che si ha verso i sottoposti.

Il suo sguardo da Direzione Generale, da Consiglio d'Amministrazione, ti infilzava come lo spillo di un entomologo, ti trapassava senza vederti: come attraverso un cristallo.

- Boh? Signetti, che dire? In fondo non è una situazione molto dissimile dall'essere in spiaggia al mare, o no?. -

- In spiaggia al mare ?!…Ahahhahaahah!!…Ma non mi dica! Già mi immagino noi due a giocare sulla sabbia con secchiello e formine. Questa è bella Martini! Me la segnerò. -

- Ma si, se ci pensa, qui o al mare cosa cambia? Solo questione di convenzioni sociali. -

- Martini la sottovalutavo sa? Lei è anche filosofo, doveva capitarci questo casino perché lo scoprissi"- La cosa le risultava spassosa, non smetteva di ridere.

- Quindi l'idea di noi due qui, soli al buio, seminudi, dica la verità, davvero la lascia indifferente? -

Stava quasi sussurrando, un tono di voce insinuante, di cinque gradi più caldo dell'aria in cui eravamo immersi.

- Si! Cioè, no Signetti. Nel senso volevo dire, lei è una gran bella donna. Davvero, ma io non mi permetterei mai. Assolutamente…Cioè, ho il massimo rispetto…Ma intendevo dire...-

Dovevo fare uno sforzo per riuscire a parlare in maniera sensata,

La testa ronzava come per uno sciame d'api, mi pareva di camminare sui carboni ardenti,.mi stava mandando letteralmente nel pallone.

- Peccato, pensavo che tra noi ci fosse un po' di simpatia. Forse non proprio di confidenza, ma che in qualche modo non le fossi del tutto indifferente. Evidentemente mi sbagliavo, vero Martini? -

- Ma noo!! Che dice Signetti? Certo che mi è simpatica, e ripeto, è sicuramente una donna splendida. Ma io ho sempre guardato a lei come ad una collega, anzi una dirigente, un mio superiore."-

- Via Martini, siamo alla fine del ventesimo secolo, c'è stata la Rivoluzione d'Ottobre lo sa?. Lo Statuto dei Lavoratori, e lei mi sembra che ragioni ancora con categorie sociali ottocentesche. Si rilassi, su. Ahahaahahah!! - Rideva. E la cosa iniziava a innervosirmi. Cazzo aveva da ridere?

Perché mi stuzzicava? Cosa era un gioco per passare il tempo? Per farmi sentire un coglione?

Voleva giocare con me come il gatto col topo?

Fanculo a lei e a sto ascensore di merda! Perché sta cazzo di luce non tornava ancora?

La sentì avvicinarsi nell'oscurità, potevo sentire l'aura di calore del suo corpo?

- Cosa c'è che non le piace in me Martini…su me lo dica? Qualcosa nel mio viso? Oppure è il mio corpo? Non sono il suo tipo? -

La sua voce era un sussurro basso e suadente.

Ora il suo ginocchio sfiorava la mia coscia, si era fatta vicina, il suo fiato, più caldo del caldo, lambiva la mia pelle sul collo.

Una tensione elettrica correva lungo la mia spina dorsale, dovetti rabbrividire per fermarla.

- E come è il suo tipo Martini, mi dica? Una donna come sua moglie? O ha in mente un genere diverso? Chessò, qualcuna del suo passato, magari un po' più lontano? -

Che significava? Cosa stava insinuando? Non capivo dove volesse arrivare, o meglio credevo di capirlo benissimo, e questo non mi piaceva affatto.

- Non parla Martini? Non mi dice nulla? Cosa non le piace di me Martini, forse il mio profumo? -

Tacevo, continuavo a sudare, avrei perso almeno cinque chili in quella sauna, accidenti al suo profumo.

- No ma si figuri Signetti, cosa dice? Il suo profumo è…è…-

- Su, lo dica Martini, non sia timido. Come è il mio profumo?…Me lo descriva. -

Si era avvicinata al mio orecchio, nel buio era un bisbiglio lascivo.

- Lo sa che ha un buon odore Martini? Sono pochi gli uomini che sudando così mantengono un odore del corpo gradevole. Lei sa di uomo, di maschio, ma buono, come di muschio. -

Queste parole a bassa voce, quasi in un soffio, mi parve di avvertire l'umido delle sue labbra sfiorarmi il lobo.

Era il diavolo fatto femmina questa donna. Cristo se lo era.

- Mi ascolti, la prego, lei è una donna molto attraente, il suo profumo mi da una vertigine. Se dovessi immaginare un tipo di donna desiderabile, mi creda, il suo sarebbe il primo che mi verrebbe in mente…Ma veda…-

- Ma vedo cosa, Martini? Cosa dovrei vedere? Lo dica. -

Le sue dita percorrevano lente la base del mio collo, poi scesero delicate, sfiorarono la peluria sul petto, mi graffiò piano un capezzolo, ci giocò provocante con la punta delle unghie.

Il mio sesso se ne fotteva deile mie esitazioni, senza indugi ormai tendeva il cotone dei pantaloni, era una reazione pulsante, quasi dolorosa.

- Signetti, la prego, io non sono per queste cose, non sono libero. Mi comprenda: amo mia moglie, sono un uomo sposato. -

Era quasi una invocazione, mendicavo la sua comprensione, tentavo ancora di farla ragionare.

Ma non mi ascoltava, la sua mano si perdeva più in giù, a cercare la zip dei miei pantaloni.

- Anche io sono sposata Martini. Non è una scusa. Ne cerchi un'altra. -

La sua bocca sigillò la mia. Il tempo delle parole era finito.

La sua lingua morbida e frenetica mi cercava, le risposi: la accolsi schiudendo le labbra, era viva e umida, baciava da sturbo.

Possedeva labbra soavemente carnose e bollenti, gliele morsi piano, le avviluppai con le mie slabbrandogliele, tenendole la testa tra le mani.

Lei mi tirò a sé, strusciava i capezzoli eretti sul mio petto.

Gli presi il seno tra le mani, a stento ne contenevo il volume, carezzai, massaggiai, ghermii con veemenza..

Strinsi e leccai il loro turgore prepotente, il sapido della sua pelle risvegliava in me pulsioni ferine.

Aggredivo quei seni con voracità, passando da uno all'altro con la bocca spalancata, li risucchiavo, li mordevo con foga, poi ci giocavo con la lingua, mescolando liquidi: saliva e sudore.

Le strizzavo i capezzoli con forza, con cattiveria voluta, lei gemeva, mi leccava il collo, il viso, ansante come una cagna.

Sentì le sue unghie rigarmi la schiena, le schiaffeggiai le coppe, poi presi i capezzoli eretti e grossi come fragole mature nella bocca, succhiando e mordendo come un cucciolo affamato.

Aveva estratto il mio sesso duro allo spasimo, lo stringeva nel pugno facendone scorrere la pelle lungo l'asta.

Ci sputò sopra per lubrificare la carezza, lo sentivo innervarsi tra le sue dita madide come un animale dotato di volontà propria, infine scese per cercarmi con la bocca.

Buttai in avanti il bacino offrendole il mio desiderio: lei fece correre labbra e lingua lungo la mia carne congestionata.

Compì quel percorso con lentezza, esplorando il mio sapore, lo fece diverse volte, poi mi ingoiò fino premermi il pube con le labbra.

Mi muovevo anche io, affondai il sesso scivolando sulla sua lingua superando il fondo del palato: un mare di morbidezza voluttuosa e saliva, le stavo scopando la bocca.

Lei mi accoglieva, ingorda da soffocare, annegata nella sua stessa bava vischiosa.

Aggrappata alle mie natiche con le mani mi traeva a sé con rabbia, quasi temesse di perdermi, un animale ansioso di cibo.

Non riuscì a tenermi a lungo nel fondo della gola ed esplose in un conato violento di tosse, sentivo la saliva filare dalla sua bocca al mio membro.

Respiravamo con frequenza di mantici, le narici dilatate al limite della capacità di assorbire l' ossigeno rarefatto dell'esigua scatola che ci conteneva.

Sentivo martellare le tempie, gli occhi nel buio catturavano repentine lingue di fuoco, bagliori rossi che attraversavano il campo visivo.

Ci chiamavamo con epiteti turpi: lasciando libere nelle bocche le parole sporche del sesso.

Le dicevo cose di una volgarità oscena, che non credevo di essere in grado di dire ad una donna, lei le ripeteva con me, senza pudore e ne aggiungeva di più indicibili e sconce.

Colmavamo lo spazio di rantoli, sussurri, sospiri ed urla improvvise: ci sentivamo privi di ogni ritegno, nessuno poteva sentirci, e il buio che ci avvolgeva, amniotico, favoriva quell'abbandono sfrenato.

Davamo vita a rumori oscenamente carnali, emettevamo o gemiti e invocazioni di desiderio, in una esplorazione minuziosa dei corpi con bocche e mani ansiose.

Non c'era tregua.

Non potevamo concedercela: rotolavamo sulla moquette ispida ed abrasiva della cabina, era una lotta cruenta, animale: lei ansimava lasciva mentre frugavo a piena mano, con rudezza, la carne frolla e fradicia del suo sesso.

Ero brutale nel raccogliere i liquidi della sua intimità in una frenesia di dita e lingua, che penetravano, dilatano, cercavano il piacere nel profondo del suo corpo violato.

Cercavamo golosi i nostri sapori, il gusto dei nostri fluidi, inseguivamo le scie dei nostri odori segreti in ogni piega della carne.

Umori liquidi che si spandevano sulla superficie madida, lustra, delle nostre pelli bollenti.

I nostri corpi impregnati di sentori fisiologici e grondanti di sudore, sembravano riverberare di un fluorescenza sulfurea in quella tenebra innaturale.

Le mie dita trovarono l'anello elastico del suo ano, le introdussi fino alle nocche, irrorai di saliva l'orifizio dilatandolo con un movimento circolare, slabbrante.

- Sei un porco Martini! Lo sapevo che eri così. Dai fottimi. Fotti la tua puttana. Sfondami sii!!!.. -

La presi, da dietro, con un colpo rabbioso fui nel suo intestino.

Aggressivo e martellante, le imposi un amplesso da mozzare il fiato,, un uggiolio rauco, delirante, si levava dalle sue labbra,e accompagnava quegli assalti.

La schiacciai sotto colpi brutali, immaginavo il suo viso deformarsi in una tensione di piacere dolorosa e scomposta.

Le colpivo le natiche con schiaffi violenti e sonori che le avrebbero lasciato i segni per giorni, lei gridava il suo piacere, incitandomi a ripetere quella violenza, implorando affinché non smettessi.

Ad ogni mio affondo la sua fronte urtava, con un suono sordo e ripetuto, la superficie buia dello specchio che avevamo davanti,

Lei ci appoggiava le mani, cercava appiglio per sorreggersi, in maniera febbrile, disperata, i palmi umidi strisciavano il vetro, scivolando inutilmente in quello sforzo vano..

In ginocchio spingeva le natiche all'infuori per resistermi, per attutire la violenza delle mie spinte, pareva un uccello ferito che si dibatteva per sfuggire alla cattura di una trappola.

Ma non poteva nulla, la tenevo, la dominavo inchiodata dalla mia erezione: inutili le sue implorazioni mentre l'orgasmo veniva a scuoterla come le fronde di un giovane albero travolto dell' uragano.

Irrompevo in lei impetuoso, inarrestabile come acque che abbiano abbattuto una diga, con una foga rabbiosa che sapeva di rancore, di vendetta, voglia di sottomettere e punire.

Alla fine si arrese, si accasciò, in un abbandono annientato, che era gemito, lamento di belva ferita, che vede ultimo bagliore di vita sfuggirle.

Allora finalmente la seguì, mi lasciai perdere nel suo calore, venni nelle sue viscere.

Esplosi ardente, col ruggito tellurico di un vulcano ridestato dal sonno di millenni.

Continuai ad infierire con quei colpi impietosi, nell'ultimo vigore della mia virilità disarmata, per finirla, vederla vinta fino allo spasimo, fino all'annullamento del suo essere, di tutto ciò che rappresentava al di la del suo stesso involucro fisico.

Avevamo combattuto, ora la lotta era finita.

Il mio sesso disciolto si ritirava da lei, domata, finalmente sconfitta nella sua natura più fragile e animale.

Restavamo in quel teatro di guerra, bagnati, abbandonati ai nostri respiri ansanti come galata morenti.

Esausti, come naufraghi gettati dalla marea su una spiaggia, riversi uno sull'altra, a cercare il nostro fiato nell'aria sudata.

Ora non parlava, non rideva più, persa nel suo silenzio con la mente lontana da li.

Era vinta. Ma ero io, a sentire d'aver perso.

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