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Una storia di CuorDiPolvere

Lettere di G dalla Torre del Sud

Colpi di penna, duelli e confessioni

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Pubblicato il 20 marzo 2018 in Avventura

Tags: Lettere Duelli

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"Ad An,

Anacronisticamente.

Ho sentito una canzone mentre che mi pioveva in casa.

Non so perché -ma penso che tu sappia bene come-, quella musica mi ricordò di te e di tutti gli altri. Mi rendo conto che vi voglio bene, ma certe volte mi viene il dubbio di non saperlo veramente, tanto ve ne voglio; ci è imposto di vederci ai giubilei e nelle estati che bruciano il meridione, per il resto viviam di nostalgia gli uni degli altri, nell'attesa di vederci ancora.

Mi succede di benedire spesso quella santa notte che un angelo per messaggero ci mandò a entrambi la medesima visione: ci prese a meraviglia sin d'allora, ne stipo cara la memoria in cuore come fatto preziosissimo. Ti ricordi, sono certo, di come c’è caduto in braccio questo masso? E tutte le notti appresso, e i giorni nell'attesa delle notti, per finirci infine dentro come primi personaggi di un racconto straordinario?

Penso sia il nostro apostolato, questo, e ce lo siamo già anche detti. I pomeriggi interi, ci siam fatti, a bisbigliare nelle basiliche, su quale specchio usare per raccontare in fiabe il nostro cruccio, quello del mondo intero sotto la benevolenza e i dispetti mai mortali di una vita in quella terra che, prima di noi, non c'era.

Eppure era lì, io credo, proprio sotto ai nostri occhi, che aspettava noi fessi di esser vista e resa intera.

Leggo, nei tuoi racconti più recenti, il tocco di penna di tanti maestri che abbiamo letto ed ammirato, con le mani nei capelli, che presto ci verranno bianchi per quel motivo. Riesco a figurarmi sopra il Faro, se resto ad occhi chiusi, e poi anche la Prigione e l’Obelisco del caro nostro imbroglioncello, e nulla mi par cambiato.

Quella canzone la conosci: parla del nostro eroe comune, del quale abbiamo visto e siamo andati appresso alle sue gesta prim'ancora che lui si ricordasse d’esser solo un bimbo. Ti sento in lontananza sghignazzare, il compare più lontano lo sento ansimare dal respiro grave, i due che hanno profitto dall’inganno li sento fare versi.

Consultiamo il tarocco anche quest'oggi, e aspettiamo intanto di vederci.

Post Scriptum: è uscito il Sole."

"A Rodarco della Stele

Ero pieno di paura, questo non te l'ho mai detto. Sono caduto qui non so nemmeno come. Ti voglio parlare della vita e dove mi ha portato.

Non mi ricordo dove stavo prima, le memorie mi cominciano da che sono nato in questo posto. Da solo. È tutto ciò che so.

Non avevo dove andare, non sapevo che le cose stanno messe in un modo che per capire te le devi giusto inventare; e nel mio fare per tirare avanti ho avuto spesso per compagno il dubbio dell'errore. Questo mio cruccio, che ho cresciuto com'io crescevo perché mi sembrava pure ragionevole, un giorno mi fece acchiappare con la penna. Scrivere sapevo già com'era, l'ardire di mettere una parola in fila all'altra non mancava; ma se per musa tieni un mostro, cosa ti resta da accoppiare in rime?

Siamo bozzoli di falene che pregano di uscire, di mettersi le ali e viver per un giorno da farfalla.

Mi parlava e il fiato gli puzzava d'ansia, al mostro. Eppur dava vigore alla mia penna e il suo sangue bolliva nell'inchiostro: apprezzo le poesie, specie se chi le ha scritte è andato via da tempo, e le mie avevano a contorno il lusinghiero passeggiare attorno alle mura della vita.

Un giorno incontrai un tale, un sarto itinerante, che mi vide nell'anima tanto a fondo da mostrarmi per quello ch'ero: un bambino che errando troppo da una parte all'altra con la fantasia, si era perso e fatto prigione nella paura di sbagliare.

Era accidia, te lo dico e non dimezzo i termini; ad oggi non so se sia per questo, o per l'urlo del Protettore del Reame -vittorioso come sempre sopr'al male-, che presi niente di quello che mi serviva e partii.

A conclusioni fatte posso dirti, senza mentire, che passai da quella parte del pendolo a quest'altra, squilibrato ed impulsivo: se prima paventavo di morire, fui preso poi nel pellegrinaggio folle da un'improvvisa audacia, che chiamo temerarietà col senno di poi. Non sapevo che dietro quel mio fare stava in bella posta il male col peccato.

Fui punito dalla ruota del mondo che gira e fa muovere le cose per tutti quanti, così che smarrii la strada nel deserto. Questo lo sai perché già mi hai letto e conosci bene o male la mia storia. Ci tengo però a dirti ch’ero veramente morto, allora, e tornai nel corpo con fatica per trovarmi infine nella bara, chiuso a chiave, in un paese dell’Est. Ne uscii per miracolo -come, altrimenti?- poiché mi ricordai ch'era d'uso in quelle terre suonare una campana per avvisare intorno che si era ancora in vita, che il perire si era preso gioco per un poco delle loro anime.

Sono ancora mezzo morto, ti confesso, hai visto come sono combinato; sento le voci che mi parlano dall’aldilà, vedo intorno a me fantasmi: mi dicono le peggio cose, gli affaracci loro; non fanno altro che raccontare quel ch’è stato, quello che è finito. In vece di questo, certi altri si lamentano di come passavano la vita nel timore del futuro, così che -da un estremo all'altro pure loro- ribadivano il concetto del mio inferno.

Che posso dirti, in fondo? Mi sento un poco maledetto, ecco, e come disse un tizio tutto chiuso in armatura presso una grande balconata, una volta, mi pare di esser venuto qua per volontà mia, per una cerca che mi tediava da prim'ancora che nascessi: la ricerca del proprio sole. Non penso sia una menzogna, siamo d'accordo, perciò ti faccio una domanda: come fa a rinascere la Santa Fenice ogni volta che muore annegata nelle fiamme?

Sempre che Dio ti benedica.

Oro e Argento a te

G"

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