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Una storia di Antonella

4

La follia di essere noi

(da "Un diario, una vita" di Elisa)

Pubblicato il 17 novembre 2017

"... Siamo tutti innamorati e folli". Ma non era una dichiarazione senza senso. Il senso era dentro lei. In quel suo essere lava incandescente. Fiume in piena. Mare in tempesta. Non potevi cucirle addosso una definizione, né tantomeno credere di sapere chi fosse veramente. Aveva smesso da tempo di essere qualcuno, nessuno, qualcosa, chiunque. Troppi i sogni infranti. Troppe le delusioni che la vita le aveva inferto. Non le importava più nulla. E questo le dava la possibilità di poter essere niente.

Un giorno, in uno dei nostri tanti incontri strappati alla quotidianità, ci trovammo l’uno affianco all’altro. Talmente vicini da sentire il sangue delle sue vene scorrere veloce e attraversala senza respirare. Io avevo da dirle qualcosa di importante. Era arrivato il momento.

Non fece domande. Mi ascoltò farfugliare i miei ragionamenti. Ero sicuro di averle detto ciò che sentivo nel modo più semplice e affettuoso. Lei sembrava serena. Tutto bene, pensai. Poi si alzò. Fece un paio di passi. Lasciò che il silenzio riempisse ogni angolo possibile, dentro e fuori di noi. Chiuse la finestra e, senza girarsi verso di me, cominciò a parlare.

-Inutile andare via. Inutile cercare luoghi dove dirsi verità che non ci siamo mai nascosti-

Un’altra delle sue frasi buttate lì. Lame di ghiaccio pronte a puntare al cuore. Ma la sua voce aveva qualcosa di diverso. La sua voce scivolava su di me come miele caldo. La stessa sensazione che avvertii a pelle la prima volta che ci incontrammo. Una di quelle sensazioni che fece vacillare ogni mio ragionamento. Tutte le motivazioni ben spiegate, sembravano così lontane da me, da noi.

Riconoscersi simili non era stato difficile. Con lei io ero me stesso. E adesso sapevo bene che lei non aveva alcuna intenzione di finire così quell’incontro.

Come una ragazzina si sedette a terra di fronte a me. Le braccia attorno alle ginocchia ed il mento appoggiato su. Il viso assunse un’espressione di tenerezza che mi lasciò senza fiato.

-Non ho alcun potere su di te. Non c’è nulla che possa dire o fare perché tutto resti e continui ad essere. Perché non è il potere che ci lega né il dovere. Non c’è un passato che ci appartiene né un domani. Non abbiamo nulla di tutto ciò. Solo folli, illusi o innamorati.-

Il tono sempre più serio e sicuro, decisa a scandagliare ogni nostro momento vissuto insieme.

-Noi siamo l’adesso che si evolve e si rigenera in sé. Non so bene a cosa sia dovuto tutto ciò. Ma tutto ciò accade. Accade ogni volta che i tuoi occhi sfiorano la mia pelle. Accade ogni volta che la tua voce respira il silenzio per dar spazio al desiderio di tacere stretti in un abbraccio. Siamo l’adesso mentre ci promettiamo di viverci senza pensare ad una vita insieme.

Però noi ci siamo sempre. Noi ci siamo. Dentro un sorriso che abbassa lo sguardo e l’anima si spoglia di ogni centimetro di pelle. Perché le anime intrecciate non hanno bisogno di guardarsi negli occhi per toccarsi. Si respirano. Si silenziano. Vivono pelle a pelle.

Inutile dire. Inutile pensare. Non c’è un perché. Ogni domanda si perde nel vuoto. Inutili anche i ripensamenti. Inutile mettere ogni cosa al suo posto. Non c’è spazio. Il mondo continua a girare. Mentre noi siamo altro. Mentre noi siamo oltre. Ciò che non si dice non vuol dire che non esista. Ciò che si allontana non vuol dire che esiti. Ciò che è, non cerca di esistere a tutti i costi.

Se solo ci trovassimo l’uno di fronte all’altro ogni volta che lo desideriamo, noi non avremmo nessun potere sulla forza delle nostre anime intrecciate. Non è un problema di dire. Non è una questione di affermare. Non c’è un confine, né: “E’ giusto che sia così”. E’ follia. Giusta. Insensata. Noi. Siamo folli. Siamo folli di abbracci. Folli di baci. Folli di pelle. Oggi tu vai via. Oggi tu hai deciso che noi non possiamo essere. E noi non saremo. Noi non saremo più nulla.

Adesso che tutto è chiarito, vieni a sederti vicino a me. Raccontami di quella volta che andasti a prendere un caffè in centro e ti ritrovasti a parlare con una tizia strana che ti scambiò per l’attore di una serie televisiva famosa. Ricordi quando me lo raccontasti? Era un pomeriggio di fine estate. Tu eri riuscito a organizzare un fine settimana solo per noi. Mi portasti al mare su quella casa vicino al golfo. C’era un terrazzino che si affacciava sul panorama. Il mare blu, le piccole imbarcazioni attraccate al porticciolo, il sole basso accarezzava quell’orizzonte rendendo tutto così tremendamente intenso.

Il tuo primo pensiero fu di portarmi su quel terrazzino e di abbracciarmi forte. Il tuo viso era bello. Il tuo sorriso aperto. I tuoi occhi sempre più dentro i miei a occupare i pensieri più nascosti. La voglia di essere lì, insieme, soli. E poi le tue labbra che sfiorano le mie e si incastrano perfettamente. Baci. Labbra che si scambiano vita e desideri sempre più audaci. Non so cosa sia la felicità e non ho mai amato le definizioni di amore, passione, legami. So che io e te eravamo dove volevamo essere. L’uno dentro l’altro. Intrecciati come fiato della stessa anima. Respiro dello stesso sentire. Noi. Sotto il sole rosso di un tramonto strappato all’estate. Un fine settimana dentro una vita fatti di giorni tutti uguali e sempre perfettamente ordinati e ... giusti così! Quel pomeriggio io e te eravamo vivi. Eravamo noi. E poi le risate, il raccontarsi, cenare insieme, giocare con i cuscini, aprire la tv e baciarsi senza sapere quale film continuava a fare da sottofondo ai nostri respiri che non smettevano di abbracciarsi.

Tu, oggi, mi parli di giusto. Tu mi parli di bisogno di staccare, di prendere le distanze. Lo dici a me che non ti ho mai legato. Io che non sono il tuo passato. Io che non sono il tuo sogno da ragazzo. Io che non ho mai pensato a te come mio.

Io non sono nulla. Ma noi esistiamo. Noi siamo vivi. I nostri occhi si guardano ed il mondo sparisce. Le tue mani si stringono alle mie ed il silenzio si riempie di tutto il nostro essere vivi fino in fondo. Se tutto questo non deve esistere, non esisterà. Ma è una follia.-

Elisa, lei.

Io.

Noi.

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