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Una storia di LuigiMaiello

Hanno contribuito

Cambiare senza chiedersi perché.

Storia collaborativa da scrivere insieme.

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Pubblicato il 15 marzo 2018 in Storie d’amore

Tags: love amore coppia intreccio

1

Un piumino blu avvolgeva l’abitino di pelle nero che aveva indossato per la festa della sera prima. Un abbinamento improvvisato, una cosa infilata di fretta. Questo accade quando il tempo è poco e la voglia di pensarci ancora meno.

Lo aveva lasciato sulla sedia accanto al letto, per rispondere al sussulto di passione che suo marito aveva avuto e a cui non era più abituata.

La mattina dopo Marco aveva suonato presto alla sua porta, dicendole di fare presto.

Questa volta Anna era davvero in un bel casino e i vestiti erano l’ultimo dei problemi.

Sessant’anni in due; distribuiti male, e tutti lo sapevano. Ma per molti erano solo voci.

-

Era ormai sera, in una trattoria economica fuori paese, dove avevano ordinato due piatti di carne con delle patate al forno. Lei aveva mangiato solo le patate, perché non aveva fame. Marco aveva preso, per l’ennesima volta, la carne di lei. Diverse birre vuote sul tavolo. Il freddo e la nebbia fuori a fare da cornice a quella serata fatta di lunghi silenzi, che lei decise di rompere: «Ora siamo davvero in un bel casino, e non so cosa fare. Ci vorrebbe un miracolo. Tu ci credi ai miracoli?»

Può sembrare una frase scherzosa, ma glielo chiese guardandolo fisso negli occhi, come se lo stesse sfidando. Aveva alzato la posta: una risposta sbagliata lo avrebbe incastrato e sarebbe tornata alla sua dimora sicura, al centro della città.

In un altro momento della sua vita, Marco non avrebbe risposto; si sarebbe girato dall’altro lato, avrebbe guardato fuori dal vetro oppure avrebbe calato il capo bisbigliando qualcosa di goffo. Quella situazione, però, esigeva un reazione diversa. Pensò poco a cosa dire, come se quel discorso lo avesse ripetuto tante altre volte nella sua mente. Forse non era neanche quella la situazione più adatta, ma le parole sembrarono uscire da sole: «All’inizio ti guardavo da lontano, perché lo sai anche tu che sono introverso, ma ho subito visto tante cose di te. Ho notato le risate finte alle feste, la noia di fronte a tanti discorsi e la voglia di ballare quando tuo marito era seduto. Secondo me non sei mai stata davvero felice, e forse neanche ora lo sei».

Per un attimo si fermò, ordinò il conto alla cameriera lontana, facendo il gesto di scrivere con le dita. Poi le prese le mani sul tavolo e le parole ripresero vigore: «Ti ho visto camminare stanca su campi pesanti, quando ti si leggeva in faccia che volevi dondolare sospesa nell’aria, fra le nuvole o più su. Quando lui pensava di tenerti al sicuro, stretta tra le sue braccia, tu barcollavi come in una sera in cui non riesci a smaltire la sbornia. Quando bevi troppo, i pensieri affogano nell’alcol, ma a volta capita anche che risalgono a galla. E io, i tuoi, li ho visti tutti».

Anna apprezzò le intenzioni di quel discorso, ma non l’aveva convinta del tutto. Gli avrebbe risposto per le rime, con un pezzo di Italo Calvino che tanto le piaceva:

Degli amori mancati per un soffio non ne parla mai nessuno. Nessuno capisce che non sempre si continua a vivere come prima se pure il proiettile ti schiva e cambia traiettoria…

ma poi ci pensò su, e gli fece una domanda secca.

Aveva deciso che ormai era quello lo stile da seguire. Era inutile perdersi in tanti giri di parole:

«Secondo te non è strano, che io e te, stiamo insieme solo quando il mondo sta per finire?»

Arrivò la cameriera, pagarono il conto e poi uscirono. Faceva freddo e l'auto era qualche metro più in là.

Non parlarono nel breve tragitto che li separava dalla macchina di Marco, nemmeno si presero per mano, come erano d'uso fare quando ancora il mondo era una sfera luminosa e non rappezzata come ora. Il gusto amaro della birra era per Marco il modo per comprendere che la dolcezza per lui era una storia lontana, che Anna si sarebbe allontanata, persa nelle pagine di una vita così strana che faceva fatica a comprendere.

Si erano conosciuti con lo sguardo, e con lo sguardo si erano amati, nonostante la presenza di Giulio, il marito di lei. Era una sera qualunque, in un locale qualunque e i loro occhi avevano spiccato quel lampo che solo a pochi è donato di vivere. Anna si era alzata, raggiungendo il bagno e così aveva fatto lui, quasi attratto da una calamita.

-Ciao sono Marco- le aveva detto, aprendole la porta dei servizi. Anna aveva sorriso, toccandosi nervosamente quei capelli corvini che alla luce dei neon risplendevano luminosi.

-Anna- aveva risposto, abbassando lo sguardo, quasi fosse una scolaretta. Era lì, lo aveva sperato, sin da quando era entrata nel locale. Marco possedeva una barba curata e un paio di occhiali che lo facevano sembrare più grande della sua età; ma erano gli occhi che tradivano quella maturità ancora acerba, di un ragazzo di quasi ventitre anni. Anna, al contrario, dimostrava meno anni dei suoi trentacinque, per via della figura minuta e quella pelle fresca e levigata tipica della sua famiglia.

Finirono all'interno, sfiorandosi appena, non sapendo cosa dirsi se non guardarsi. Non c'era nessuno, le due porte che portavano ai rispettivi bagni erano accostate e silenziose. Sino ad allora Anna non si era mai trovata in una situazione così imbarazzante, con Giulio a pochi passi e con un uomo che la stava guardando con occhi nuovi.

-Sei bellissima- sussurrò lui e lei si trovò come in un film, una di quelle grandi storie d'amore che quando poteva guardava di nascosto senza il marito. Una frase, poche semplici parole che però scatenarono in lei un desiderio; chiuse le palpebre e attese che la magia si realizzasse. Non ci volle molto, Marco la baciò, con una dolcezza che non aveva mai provato.

Lei e Giulio erano sposati da quattro anni, dopo un fidanzamento di quasi sei. Non era l'uomo giusto, lo sapeva, ma la paura di rimanere sola, quando tutte le sue amiche si erano sistemate, l'aveva spinta ad accettare la corte di quell'uomo esternamente bello ma dal carattere collerico. Non l'aveva mai toccata, questo no, anche quando il nervosismo lo spingeva a sbottare bestemmiando, inveendo contro tutti. Lei in quei momenti si rannicchiava in se stessa e lasciava il mondo fuori. Sognava Anna, lo faceva in continuazione, persa in pensieri belli e puliti.

E in quel momento, mentre le labbra di Marco premevano sulle sue, pensò di essere per l'ennesima volta in un sogno. Ma così non era, la realtà la colpì con violenza e non ebbe il coraggio di dire di no.

Da quella sera erano passati sei mesi, un tempo lunghissimo fatto di incontri e progetti per il futuro. A Marco sembrava non importare la differenza di età, per lui erano solo numeri, quello che contava era di poter stare con lei, per sempre. Studiava all'Università e gli mancava ancora un anno, essendo in ritardo sulla tabella di marcia; aveva provato a lavorare, per pesare meno sui suoi, ma il risultato era stato ancora più disastroso. Vedeva il futuro come solo un ragazzo può sperarlo, pieno di felicità e con un lavoro che avrebbe permesso loro di vivere in tranquillità. Anna lo ascoltava parlare, seduti in macchina, e quando il dubbio le percorreva la pelle come una scossa eletrica lo ricacciava e tornava a concentrarsi su di lui, sulla voce. Ma Anna sapeva che stare con Marco l'avrebbe costretta a trovare un lavoro, che con Giulio non aveva mai dovuto cercare. La professione di manager in una società di beni energetici permetteva loro di vivere agiatamente.

Ma la realtà, quella sera usciti dalla trattoria, stava giocando loro un brutto tiro. Marco le aprì la portiera dell'auto, lei salì e aspettò che anche lui facesse lo stesso.

-Cosa vuoi fare?- le chiese, inserendo la chiave.

-Non lo so, lo sai- aveva voglia di piangere. -Questo cambia tutto, è una situazione a cui non avevo pensato. Non c'è via d'uscita: tra noi non può funzionare e comunque non ho altra soluzione se non lasciare Giulio-.

-Lasciarlo?- chiese lui, quasi spaventato. -Sai che non è il momento. Ho ancora da finire l'Università, il bambino ha bisogno di cure, di un ambiente adatto. Perderti sarebbe come morire. Ne abbiamo parlato a lungo, verrà il momento in cui te ne potrai andare, e le cose tra noi due torneranno ad essere belle, ma ora devi fargli credere...-.

Anna gli mise una mano sulle labbra, le sue erano solo illusioni. Lei non poteva mentirgli oltre, quello era il momento di parlare, anche a costo di rovinare tutto.

-Giulio è sterile...- il silenzio della notte calò nell'auto.

Che altro avrebbe potuto fare?

Nelle ultime ore aveva cambiato idea continuamente, quando sembrava aver preso una decisione s'insinuava puntalmente di nuovo il dubbio. Non avrebbe mai potuto mentire a Giulio, questo era certo. Non era uno stupido e non avrebbe mai potuto convincerlo di un miracolo, proprio lui che era la persona più concreta sulla faccia della terra e per nulla credente in qualsivoglia tipo di Essere superiore e misericordioso.

Avrebbe potuto raccogliere tutte le sue cose e andarsene mentre lui era al lavoro, silenziosamente e indisturbatamente, senza spiegazioni, tanto non l'avrebbe cercata per molto, ci avrebbe scommesso... Quindi lasciarlo? E poi trasferirsi da Marco? Cercare un altro posto ancora? Prendere un appartamento in affitto nel quartiere più economico della città, con qualche centinaio di euro al mese forse se la sarebbe cavata... ma doveva aggiungerci anche le bollette e la spesa e quanto sarebbe arrivata a spendere? Non era abituata a fare i conti col denaro che per di più non aveva, questo era sempre stato affare di Giulio.

Forse avrebbe dovuto cambiare completamente vita, lasciare entrambi e andare all'estero, in fondo l'aveva sempre sognato. Si sarebbe presa la vita tra le mani e l'avrebbe fatta sua una volta per tutte, si sarebbe data da fare e finalmente avrebbe deciso solo lei del suo destino.

E se invece avesse abortito? In tal caso la situazione sarebbe potuta andare avanti senza dire niente a nessuno. Suo marito non si sarebbe mai accorto di nulla e avrebbe potuto aspettare più tranquillamente i tempi e le promesse di Marco. Ma in nome di chi avrebbe detto no a quella nuova vita? Per chi l'avrebbe fatto?

Il mondo stava davvero per finire. Nel silenzio di quella macchina sentiva le lancette del costoso orologio che portava al polso, regalo di suo marito di quando erano ancora fidanzati, rimbombarle in testa col loro tic tac, e con l'avanzare dei giorni temeva che quel rumore si sarebbe fatto sempre più forte.

Lo squillo, del telefonino di Anna, li fece sussultare.

Sul display apparve il nome che avrebbe potuto cambiare tutto, sia rispondendo e sia lasciando cadere la comunicazione. La differenza nella scelta, fra un presente sterile di emozioni e un futuro incerto ma desideroso di regalare un cambiamento, era relegata al pollice della mano sinistra della donna che, durante i secondi nei quali la suoneria chiedeva attenzione, tremava nervosamente.

Gli occhi dei due amanti si incrociarono per pochi secondi, quelli imploranti di Marco si arresero difronte a quelli rassegnati di Anna che, ormai abbassati, osservavano il dito che premeva il tasto di risposta, facendo terminare quell'assordante ed interminabile melodia.

<<Giulio!>> Rispose la donna, trattenendo a stento le lacrime.

<<Anna...., dove sei?>> Chiese lui, sperando in una risposta soddisfacente.

<<Mi ero persa, ma torno, torno presto...>> e Anna concluse la frase con la certezza che avrebbe sofferto per sempre.

Fuori pioveva. Lo sguardo di Giulio si spostò dal computer all'ampia finestra dell'ufficio, che dava su un complesso residenziale. Due gocce, spinte furiosamente dalla volontà di non rimanere in eterno sospese tra cielo e terra, scivolarono lentamente ma inesorabilmente sul vetro, in attesa di concludere il loro cammino finendo nell'oblio di uno specchio d'acqua.

Era colpa sua? O di tutti e due? Non importava. L'unica certezza era che non potevano continuare cosi.

Ultimamente le cose con Anna non andavano affatto bene, ma forse era normale. Stavano insieme da un po' di anni ormai e forse stavano semplicemente attraversando una fase stagnante, vivendo una sorta di effetto plateau. Sapeva che diversi suoi colleghi dicevano che Anna lo tradiva, che era una donna troppo attraente e ancora molto giovane. Giulio non sapeva cosa pensare, non aveva un metro di paragone. Non poteva sapere se le altre coppie fosserò più felici di loro, se avessero meno problemi, se la loro vita sessuale fosse più appagante.

Si accorse che stava stringendo i pugni, tanto da farsi male. Gli succedeva spesso quando era inquieto per qualche motivo. Doveva sempre lottare con quella folle collera che lo divorava da dentro, ma questo non significava che fosse una cattiva persona. Ce la stava mettendo tutta per rendere quegli scatti sempre più sporadici, ed era convinto che con l'aiuto di Anna ne sarebbe uscito.

Quella sera decise che le avrebbe fatto una sorpresa. Andò dal fioraio, prese un bel mazzo di rose rosse, poi comprò dell'ottimo vino, rosato e leggermente frizzante, come piaceva a lei. Tornato a casa accese il camino e iniziò ad apparecchiare la tavola, a lume di candela, e a preparare la cena. L'odore del risotto ai funghi iniziava a diffondersi per casa ma di Anna ancora nessuna traccia. Giuliò pensò che non era il caso di preoccuparsi, ma oggi non l'aveva sentita per niente ed era dalla mattina che non riusciva a scacciare un fastidioso pensiero dalla testa. Prese il telefono e disse, con un tono più risentito che triste: "chiama amore."

Quando il telefono squillò di nuovo, Anna era sotto casa. Aveva ripreso la sua auto e lasciato Marco senza una parola. Non sapeva cosa dire nè cosa fare. Si sentiva infinitamente triste e sola.

Aprì la porta con la chiave e si accorse del buon profumo di funghi che si espandeva dalla cucina. Giulio le venne incontro "Amore! Mi hai fatto preoccupare. Ma dove sei stata?" disse abbracciandola "Scusami, un'amica in difficoltà. Aveva bisogno di parlare". Non le sembrò neanche una bugia, ritenendo che quell'amica potesse essere sè stessa "E al ritorno ho sbagliato strada" aggiunse cercando di essere più convincente. Lui la guardò attentamente "C'è qualcosa che non va? Mi sembri pallida..." Giulio non era uno stupido e lei non era brava a mentire "No, non preoccuparti, solo un po' di stanchezza" rispose "Vieni" disse lui abbracciandola e aiutandola contemporaneamente a togliersi il piumino. Stringendola a sè, la condusse in sala dove lei vide il tavolo apparecchiato con cura, la bottiglia del suo vino preferito e il bellissimo mazzo di rose rosse che spiccava sulla tovaglia di lino candida. Il cuore di lei ebbe un sussulto.

"Ti piace?" chiese Giulio, osservandola. Anna riuscì soltanto ad annuire, mentre gli occhi le diventavano lucidi. Il marito, credendo si fosse emozionata per quello che aveva visto, la baciò con tenerezza sulla fronte "So che non sono un tipo facile e che probabilmente ti trascuro troppo. Ma ti amo e voglio rimediare. Mettiti comoda che oggi ti servo io." disse spostandole la sedia con galanteria. Poi si allontanò per andare in cucina.

Anna avrebbe voluto parlare, dire la verità. Ma non poteva rovinare tutto. Non quella sera.

L’opprimente silenzio della loro casa vuota.

Il rumore intermittente della caldaia, il ronzio dei termosifoni, un calore freddo, che non le scalda l’anima. Di là della porta il mormorio dell’ascensore che traghetta persone ormai sbiadite. Sulla strada le macchine che sfrecciano a intervalli sempre più prolungati. Si lasciano dietro una malinconia palpabile. Loro hanno una destinazione, lei rimane immobile nel silenzio assordante.

Il silenzio creato da chi è troppo impegnato per trascinarla con sé nel vortice vitale della fretta quotidiana. Si chiede Giulio dov’è, che cosa sta facendo. La pensa? Vorrebbe prendere l’iniziativa. Scegliere. Tuffarsi dentro quel ordine apparente fatto di agende ben organizzare, appuntamenti a tutte le ore, nuove persone da scoprire ed esperienze da vivere. Ma non è questo che ora le corrode l’anima.

Le manca quell’altro silenzio, quello della presenza di Giulio, rassicurante che la conforta e la fa sentire protetta. Si crea quando lui è a casa. I Cigarettes after sex di sottofondo, Nothing’s gonna hurt you baby spesso è la colonna sonora, le parlava sempre attraverso le canzoni. Il cigolio del divano ad ogni suo scatto mentre gioca alla play station.

Sapere che lui è lì calma i suoi pensieri.

Ora lui non c’è. La play station spenta, nessuna canzone a rompere il silenzio.

Giulio le manca. Non si era mai resa conto di quanto lui fosse un punto di riferimento. La collera che esternava era soltanto una difesa per non rimanere ferito. La amava, lo sentiva. Giulio non era il genere di uomo da lasciarsi andare a dimostrazioni d’affetto. Ma l’amava, l’avrebbe scelta ogni giorno. Un dubbio la tormentava, dopo quella sera.

Un rimorso che non riesce ancora a perdonarsi: quella sera in cui non è riuscita a lasciarsi andare. La sera in cui si è spezzato il loro equilibrio. Dopo un’altra cena con Marco, Anna era tornata a casa in lacrime. Si diceva che non era niente, ce l’avrebbe fatta a scegliere affidandosi soltanto a sé stessa. “Sono gli ormoni” si ripeteva, talmente triste da non riuscire a smettere di piangere. Le lacrime le rigavano le guance senza sosta. Due linee verticali che turbavano la bellezza del suo volto, reso ancora più innocente dal segreto che custodiva.

La casa le era parsa vuota. Aveva acceso la televisione e si era distesa sul divano. Voleva evadere dalla sua realtà immergendosi in quella di un film qualsiasi. All’improvviso Giulio si era affacciato alla porta del soggiorno. Aveva un’aria tenera che non aveva mai visto. Le si era seduto affianco su quel divano trasformato nella loro isola felice. Le aveva chiesto cosa non andasse, quale catastrofe l’avesse turbata tanto. Poi le aveva sussurrato: “Non è da te piangere, sei la positività fatta a persona, niente ti scalfisce. Dev’essere una scelta davvero importante se ti fa soffrire in questo modo”.

Sapeva?

Un tumulto di pensieri le aveva invaso la mente: chi era stato? chi glielo aveva raccontato? Si notava già così tanto? Era convinta di aver mantenuto, almeno per ora, una linea perfetta. Era più che certa che soltanto Marco sapesse. Come l’aveva scoperto Giulio? Aveva dimenticato uno dei tanti test di gravidanza in bagno?

Piangeva ancora, le lacrime scorrevano da sole. Un lungo sospiro aveva riempito l’attesa.

Era combattuta. La voglia di lasciarsi andare, raccontargli tutto e farsi abbracciare e lasciarsi dire che insieme avrebbero affrontato ogni difficoltà e ogni pezzo del puzzle sarebbe andato a posto. Ma c’era qualcosa che la bloccava, un senso di timore che le impediva ogni possibilità di mostrarsi fragile. Non poteva confessare uno sgarbo così grande a Giulio, non aveva nessuna intenzione di ferirlo nel punto in cui, Anna ne era convita, lui era più fragile. Avevano attraversato periodi felici e facili, così come periodi impegnativi. Come tutte le coppie, d’altronde. Dopo tutti quegli anni passati insieme a Giulio, desiderava farsi conoscere anche attraverso le sue nuove debolezze, le insicurezze che ora le laceravano l’anima e le impedivano di lasciarsi amare. Lo desiderava tanto. Giulio non era soltanto il suo uomo. Era un compagno. Insieme erano una squadra. Ognuno aveva il proprio compito, ognuno si dedicava a quello per cui era portato, bilanciando le mancanze dell’altro. Funzionavano.

Era paralizzata. Non trovava le parole per condividere con lui quello che le stava accadendo. Si era di nuovo barricata dietro le sue preoccupazioni e non trovava la forza per lasciarlo entrare.

Non disse nemmeno una parola per tutta la durata del film. Desiderava chiedergli di restare accanto a lei, abbracciarla, accettare il suo silenzio, come già aveva fatto molte volte, dandole il tempo per sentirsi ascoltata. Voleva condividere con lui quel garbuglio di possibilità da cui cercava di mettersi al riparo.

Non era riuscita a trovare il coraggio. La loro relazione sarebbe potuta crescere, diventare più forte. Era come se le parole che indirizzava a Giulio prendessero un sentiero sbagliato e si trasformassero in cose superficiali, chiacchere da aperitivo. Ora si ripeteva che la loro relazione sarebbe potuta diventare meravigliosa attraverso quella difficoltà, ma lei l’aveva sprecata. Si era lasciata sopraffare dalla paura.

Di nuovo distesa sul loro divano blu, come piaceva a Giulio, rimpiange la vigliaccheria di quella sera. Si pente di non essere stata coraggiosa abbastanza per lasciarsi scivolare addosso la paura che la tratteneva e immergersi in una nuova vita.

Da quella sera Giulio la evita. Rientra sempre più tardi, spesso a notte fonda quando Anna già dorme. Non si vedono da un paio di giorni.

Anna non credeva che sarebbe potuto mancarle così tanto. Le vengono in mente i versi si Niccolò Fabi.

"Facciamo finta che io torno a casa la sera

E tu ci sei ancora sul nostro divano blu

Facciamo finta che poi ci abbracciamo

E non ci lasciamo mai più"

Marco aveva provato a contattarla diverse volte, sempre di giorno, quando Giulio era a lavoro, ma lei non gli aveva risposto. Gli approcci di Marco non le erano sembrati convinti, ma, del resto, era quello il suo modo di fare: lui non si faceva sentire per giorni, anche settimane, e poi se ne usciva con qualcosa di plateale. E a lei piacevano tanto quelle cose inaspettate, abituata alla formalità del suo ambiente coniugale.

Questa volta però era una situazione diversa: lei esigeva una sicurezza che Marco non le stava dando. Quel ragazzo che tanto le piaceva sembrava non aver colto la gravità del momento. Fino a quando c’erano solo loro due era un conto, ma ora c’era un bambino.

Pensò a lungo a quella assenza. Ormai aveva deciso, lei per tutti.

Il lunedì Anna si svegliò in un bagno di sudore. Ripensò alla cena della sera prima, quando erano stati da alcuni amici di Giulio e avevano preso del sushi. Erano molto attenti alle mode in quell’ambiente, e il pesce crudo era una tendenza da non perdere, da immortalare anche con una foto da far vedere nei gruppi di amici su Whatsapp e Instagram. Ma non era stato quello il problema. Diede la colpa al sushi, ma lei sapeva che non era così. Disse che non era abituata, che le aveva provocato un po' di nausea. In quel momento le sembrò una scusa plausibile; in effetti lo era.

Ora però il suo pensiero andava a giovedì. L’appuntamento era stato fissato. A consigliarle quel medico era stata Giada, la sua migliore amica, l’unica persona di cui si fidava. Nelle situazioni difficili ognuno si appiglia a qualcosa, alcuni alla fede, altri alla speranza; lei invece aveva solo Giada.

Nei loro incontri il tema era sempre lo stesso: anche la relazione di Giada con il marito non andava bene, ma qui non c’erano altri amori all’orizzonte. Giada aveva perso il suo bambino al settimo mese di gravidanza, a causa di un distacco della placenta.

Claudio, il marito di Giada, non l’aveva mai incolpata di niente, anzi, era sempre stato gentile e protettivo. “È stata una disgrazia, tu non potevi farci niente”, le ripeteva.

Ma lei era convinta del contrario. Da quel momento in poi non era più la stessa.

Giada si fidava del dottor La Marca: “È una persona discreta, un grande professionista. Vedrai che andrà tutto bene. Non lo saprà nessuno”, le disse. Era stata lei a fissare l’appuntamento per giovedì alle 11,00.

Quel lunedì però anche lei si svegliò in un bagno di sudore.

Si sentiva in colpa. Di nuovo. Ormai quella era l’unica sensazione che provava nei confronti delle persone a cui voleva bene.

Si ricordò che aveva il numero di Marco. Gliel’aveva dato Anna: “Se succede qualcosa chiama lui che il mio telefono è scarico”, le raccomandò prima di un appuntamento.

Ci pensò. Poco.

“Pronto Marco, sono Giada, l’amica di Anna”.

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