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Una storia di MirianaKuntz

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Un posto felice

Pubblicato il 21 settembre 2017

Un posto felice.

Difficile da trovare, forse raro, ma quando lo trovi ci devi fare la tana, campeggio, o una buca profondissima dove ti sarà difficile trovare l’uscita.

Un posto felice, perché quando l’hai trovato hai trovato ogni cosa, forse meglio dei dobloni d’oro, o di una nave da crociera intestata a tuo nome. Un posto felice può essere per sempre o solo un attimo: tu fai e scegli, e alla fine te lo ritrovi o lo perdi, o alterni le due cose fino a confonderle.

Un posto felice coi libri belli, una cascata di libri che puoi leggere e riporre. Delle belle poltrone comode dove sederti un po’ come ti pare, tenere le ginocchia piegate al di sotto, le gambe poco distese, e il corpo tutto da un lato, poi leggi leggi, e ti dimentichi i problemi, poi leggi e non ricordi neppure il tuo nome, col lume alla destra, e le tende rosso porpora, la sera che scende sul camino, e che si aggrappa sul vetro. La sera che ti spruzza il profuma della cena, quella con la carne e le patate, e tu mangi e sorridi, perché non stai guardando il televisore, ma stai parlando con la persona che siede accanto a te, speculare alla tua posizione. Gli occhi si incontrano e fanno dei bei salti, allora le forchette si incastrano tra loro, parte un bacio profondissimo, che poi le patate possono aspettare, e allora poi continui coi baci lungo tutte le mura della casa, fino a trovare il letto e cascare di sotto: che poi ti scordi anche di fare l’amore per quanto tu sia felice, per come le mani accarezzano i capelli e il respiro diventa un'unica soluzione di medicina invisibile: guarisci dai mali che non sapevi nemmeno di avere, e ti lasci cadere nelle sue mani, ti addormenti come una bambina, lui nemmeno ti tocca, perché sa di avere tutto, lì con te, ti sistema le coperte, ti guarda dormire, perché sei la cosa più importante, quella che se non c’è ti chiedi dov’è.

Un posto felice dove ci si addormenta un po’, ci si sveglia con un cappuccino caldo, osservando la giornata fresca da dietro le finestre. Una passeggiata in centro, compri quello che ti va, ma non esageri, perché ti sembra ingiusto, guardi i gioielli e ti fai una risata: quelli non ti servono in fondo, allora passi in pasticceria e compri due cornetti, uno lo mangi per strada, l’altro lo metti via per portarlo a casa. Ti provi quella maglia in saldo, e ti sembra di aver addosso il mondo intero: la cosa più bella del mondo ad un prezzo stracciato, compri solo quella alla fine e sei apposto con te stessa.

Un angolo dove non esiste la rabbia, dove non ci si rinfaccia niente, dove non c’è il tempo per piangere a letto. Dove non ti manca proprio niente anche se hai solo l’essenziale. Guardi gli alberi dal finestrino, ti lasci portare ovunque lui voglia, ogni posto è casa, ogni luogo è paese, il cuore è a riposo dalla sofferenza, non chiudi gli occhi nemmeno per un attimo, poi li senti stanchi e vedi solo le ombre, senti il suo profumo che ti innaffia i capelli, e la radio che fa casino, la tua colonna sonora. Canti canti, poi fate un po’ gli scemi, arrivate in un posto sconosciuto, uno strapiombo sul niente, le macchine veloci solo di sotto, un silenzio disumano che si attorciglia in un bacio. Lampioni e freddo sintetico. Stai zitta perché non ti serve più parlare.

Un posto felice dove non devi fingere mai, dove le gambe si tengono forti, e puoi anche ballare.

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