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Una storia di OrnellaStocco

Questa storia è presente nel magazine Storie di Donne

Non capivo. Non sapevo. Non volevo.

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5 minuti

Pubblicato il 19 febbraio 2019 in Horror

Tags: #stuproviolenzalupo

3

- Oggi andiamo dal dottore...
- Perché, stai male?
- Il dottore è per te, non per me...
- Sto benissimo, non ci vengo dal dottore!
- E invece sì e senza fare tante storie.
Fermai ogni mio gesto. Impaginai quelle frasi nella mia mente. Eccole ancora perfette.
Guardai mia madre come si guarda il peggiore dei nemici. I nostri occhi si trasformarono in due fessure taglienti. Mi chiusi nel mio mutismo imprigionando parole pesanti come macigni.
Lo studio del medico si trovava a due passi dall'Ospedale Regionale.
E non era un bel segno.
La piccola sala d'attesa ospitava qualche sedia. Nervosamente scelsi la più lontana possibile da quella di mia madre. Mi strinsi nei miei primi quindici anni spalmati in cinquanta chili di peso.
Cercando di dare un senso a quell'attesa angosciante mi guardavo intorno. Cinque donne.
Tre avevano un pancione che sembrava dovessero partorire da un momento all'altro. Ero sempre più inquieta. Perché in quella stanza angusta c'erano solo donne, la maggior parte delle quali vistosamente incinte? E io cosa c'entravo con le loro pance. Perché ero lì?
Cercavo furtivamente gli occhi verdi di mia madre con la speranza di trovarci un mare di comprensione. Affetto.
Adesso mi prende per mano come da piccola e mi porta in quella pasticceria dove andavamo quando si faceva compere in centro, quella con le paste alla crema e un buon profumo di cioccolata calda.
Ad un certo punto uscì da una porta bianca resa quasi invisibile dalla parete bianca un gigante con un camice aperto sul davanti. Bianco. Tutto quel bianco lo sentivo come un rimprovero.
O una condanna.
- Prego signora, si accomodi...
Una delle tre future mamme fu inghiottita nella tana del lupo. Mi aspettavo di vederla uscire con un lupacchiotto in braccio.
- Prego signorina, tocca a lei.
Ci misi qualche secondo per realizzare che la signorina gentilmente invitata ero io. Mi sentivo ancora una bambina.
Ero ancora una bambina. Non così per mia madre che controllava ogni mia mossa, ogni mio indumento. Anche il più intimo.
Da qualche mese mi vedevo con un ragazzo. Il mio primo fidanzato. Qualche uscita la sera con rientro tassativamente entro le undici.
Qualche bacio scambiato nella sua cinquecento non potevano, non dovevano insospettire la donna che da appena quindici anni mi aveva partorito. "Con mostruosa sofferenza". Eravamo due ragazzi che ceravano di capire cosa volesse dire amore che per noi era solo una parola. Non una cosa sporca. La curiosità ci portava a esplorare i nostri corpi acerbi ma già pronti. Così non era ancora per la mia mente che bloccava ogni mia personale iniziativa.
Mia madre entrò per prima nella tana del lupo. Cattivo.
Io sempre più intimidita e spaventata la seguii con lo sguardo sulle mie scarpe da tennis. Bianche. Come la maglietta corta e aderente. Tutto quel bianco sembrava voler annientare il buio che di lì a poco mi avrebbe inghiottita. Sbranata.
- Signora, cortesemente lei aspetti fuori.

E più che un invito sembrava un ordine perentorio. Inappellabile nonostante la mia minore età.
Come hai potuto lasciarmi lì, in quelle mani troppo grandi. In quella stanza troppo piccola. In quel luogo spaventoso.
- Spogliati e mettiti seduta sul lettino.
Cercavo un riparo che non trovavo. Cercavo una spiegazione che non trovavo. Cercavo mia madre che non vedevo.
Rimasi con le mutandine a fiorellini e la maglietta che mi tenevo stretta.
- Ti devi togliere anche la maglietta.
Il mio seno da adolescente non aveva bisogno del reggiseno. Strinsi le mani sul mio petto appena fiorito cercando di nasconderlo allo sguardo famelico.
Nascondermi. Scomparire. Morire.
Mi trovai seduta sul bordo del lettino. Le gambe lunghe e snelle penzolavano e tremavano.
Il lupo travestito da dottore si avvicinò.
- Che bella sei...adesso vediamo se sei anche brava.
Si appoggiò alle mie ginocchia. Il suo ventre non era molle come mi aspettavo. No. Il lupo con il camice bianco. No, maiale. No, uomo. No, medico.
Chi sei tu per farmi questo?
Prese tra le sue luride mani le mie cosce premendole contro il suo "ventre".
Non capivo. Non sapevo. Non volevo.
- Adesso fai la brava, stenditi e rilassati.
La sua voce si era fatta più roca. Un guizzo attraversava il suo sguardo suino. Le sue mani mi sembrarono sempre più grandi.
Con gli occhi socchiusi vidi che uno strano tipo di guanto copriva la mano sinistra.
Cercai di ricordarmi altri uomini con il camice bianco.
Vaccinazioni. Radiografie. Visite mediche. Nessuno aveva indossato quel tipo di guanto.
La mano destra nuda e grande si posò sulla mia testa. Chiusi gli occhi.
Mi lessi una favola. Un lupo che sbranava una bambina vestita di rosso.
Dio, dove sei.
Sentii il suo respiro che sapeva di fumo. Il pizzicore dei suoi baffi grigi e ispidi che pungevano la mia bocca. Innocente. Da bambina.
I baci con il mio ragazzo non sapevano di un gusto così amaro. Le sue labbra erano morbide e le mie le accoglievano senza forzare.
La sua lingua si fece strada tra le mie labbra chiuse.
Violenza. Subire. Buio. Dolore.
Tutto mi sembrò orribile.
Un urlo soffocato dalla sua bocca mi rimase in gola. Grosse lacrime bagnarono le mie labbra.
E i suoi baffi.
Te lo ricordi il sapore delle mie lacrime? Bastardo.
Sbarrai gli occhi e vidi quelli del lupo. Grandi profondi come un abisso mentre la sua zampa inguantata mi strappava le carni.
Sì mamma quella è stata la prima cosa che mi è entrata dentro. Devi saperlo anche se adesso davvero non ci sei più.
Bastava che tu mi chiedessi. Bastava che tu ti fidassi.
Osservai il tuo volto sorridente quando il medico ti disse: complimenti signora ha una figlia bella e anche brava.
Bella e brava sono entrata. Brutta e sporca sono uscita.
Dalla tana del lupo cattivo.
Non hai visto i miei occhi lucidi.
Perché, sai mamma, io quel dolore non l'ho mai più dimenticato.



Questa è una storia drammaticamente, autenticamente auto biografica. Ci sono voluti anni, molti, per riuscire a scrivere quelle sensazioni, quell'orrore. E ancora tremo. Gli abusi lacerano il nostro corpo, la nostra anima e la nostra mente. Il tempo ha solo il dovere di lenire.

Senza disturbare.


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