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Una storia di IvanBerardi

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Se telefonando

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12 minuti

Pubblicato il 18 settembre 2018 in Altro

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Un milione di anni fa, o forse due.

Anzi, era il 1996. Settembre per la precisione.

Mi ricordo che quella sera indossavo qualcosa di rosso, non so se polo o maglietta, una giacca di velluto a coste trovata in un mercatino dell'usato ed i calzoni a quadretti piccoli, bianchi e neri, che avevo comprato per l'occasione: le vacanze in Irlanda.

Il primo commento incoraggiante fu: 'Sembri un cuoco.' Il secondo: 'Arlecchino.'

Ma io non avevo desistito. Gli scarponi stile Dr Martens in tessuto viola, completavano il look da turista intelligente. O quasi.

Io, giovane e poco spavaldo, mi trovavo sull'isola di smeraldo con gli amici Lucia ed Andrea. E quella era l'ultima sera a Dublino prima del rimpatrio.

In soli 15 mesi la mia tranquilla esistenza, e fino ad un certo punto quella di chi mi stava attorno, era stata scombussolata.

Alla tenera età di 24 anni avevo finalmente accettato di essere gay, a questo era presto seguito il metterlo in pratica (non sono uno precoce); la prima cotta, reciprocata dal principe azzurro, l'andare ad abitare assieme con una velocità che avrebbe fatto invidia ad una coppia lesbica ed infine, solo 5 mesi dopo, come nelle migliori fiabe, il primo cuore spezzato ed io, intento a raccoglierne i cocci.

Così nella primavera del 1996 mi ritrovai single (buu), inesperto (mah), con tanti amici (urrà), ma soprattutto pieno di dubbi su cosa il destino mi avrebbe riservato (boh?).

L'estate era trascorsa investigando le varie possibilità, cercando di recuperare un po' del tempo perduto ed attendendo le ferie che avevo deciso di prendere a settembre.

La descrizione delle vacanze irlandesi ci porterebbe fuori tema, per cui la tralascio, ma tra i momenti migliori potrei citare il mio primo (e finora ultimo) autostop, Galway, il Donegal e la Giant Causeway nell'Irlanda del Nord.

Eppure tutto ciò, nella mia ricorderia, non è altro che una vaga memoria se paragonato a quello che avvenne quella fatidica sera ed alle sue diramazioni.


Eravamo andati ad ascoltare il concerto di una folk band, in un pub tutto legno, Guinness e fumo. Era ancora presto quando Lucia ed Andrea decisero di tornare all'ostello, mentre io; ricordate: giovane e poco spavaldo, stavo titubando sul da farsi.

Fu Lucia a scuotermi con un: 'Vai no? Al massimo ti fai una birra e ci raggiungi!'.

Oh Lucia...

Così mi ritrovai in una via stretta stretta nel cuore del Temple Bar, fuori dalla porticina anonima che dava accesso al "The George": il pub/discoteca più frequentato dalla popolazione gay di Dublino e da quella di passaggio.

Le poche ore che seguirono furono e restano un turbinio confuso: avevo già bevuto un po' e una volta nel pub avevo ordinato una "vodka and coke". Ricordo però che poco dopo essermi accostato alla pista, con bicchiere in mano e sentendomi incredibilmente fuori posto, venni avvicinato da un bel giovine che, con un sorriso, si presentò sussurrandomi il nome nell'orecchio.

Il mio inglese era alla meglio definibile come scolastico, cioè pressoché inesistente, alla peggio pressoché inesistente. Comunque riuscii a carpire le seguenti informazioni (soprattutto dopo che il bel sconosciuto mi aveva invitato a lasciare il fracasso del pub ed a fare una passeggiata in città): si chiamava Jay, veniva da una cittadina dell'Irlanda del Nord il cui nome iniziava con la lettera A, ma abitava a Melbourne, Australia, dove lavorava per l'ufficio delle telecomunicazioni.

La passeggiata ci portò -sorpresa!- all'hotel dove Jay soggiornava, quindi seguì quello che segue quando due gentiluomini con la medesima inclinazione s'incontrano. Chiudiamo il sipario.

Tutto qui? Vi starete domandando...

No, è solo il principio, il vero momento 'UAU', o 'Wow' se, come me, siete dei fighetti, viene adesso o forse qualche settimana dopo quell'incontro.

L'indomani Jay doveva tornare nell'Irlanda del Nord. Con una certa urgenza nella voce mi chiese il numero di telefono, ricordate che stiamo parlando della preistoria: di prima che i cellulari fossero di uso comune. Quindi, sorpreso, gli detti il mio numero di casa. Non mi ero aspettato quella mossa ed al momento non pensai neppure di reciprocare chiedendo il suo.

Ci salutammo con un bacio, lasciai l'hotel e come in un film fermai un taxi che mi portò all'ostello.

Vedete, questo particolare è importante. Per me non si trattava solo di avere incontrato qualcuno. Anzi, in un certo senso, l'incontro era di secondo piano rispetto all'esperienza in sé: l'essere da solo all'estero, l'avere preso un taxi senza essermi confuso troppo, l'essere stato avvicinato da un irlandese sconosciuto ed aver comunicato in inglese. Il tutto aveva l'aria di un qualcosa che solitamente accadeva sul grande schermo. Non all'allampanato me.

Per voi millenials che state leggendo questo coinvolgente voltapagine di un memoir (!); stiamo parlando di prima dell'arrivo di Ryanair ed Easyjet, andare all'estero aveva ancora quel suo non so che d'esotico anche se si trattava solo dell'Irlanda.

Non vedevo l'ora di raccontare tutto a Lucia e ad Andrea. Giudicando dalla loro reazione sembrava che ai loro occhi fossi diventato una sorta di sciupa-uomini di fama internazionale. Missione compiuta!

E così nel pomeriggio prendemmo l'aereo che ci avrebbe riportati in Italia.

Passarono i giorni.

Chiesi più volte a mia mamma se qualcuno avesse chiamato chiedendo di me. No ed ancora no, mi rispondeva con l'aria di chi sapeva che la gatta stava covando.

La segreteria telefonica era diventata la mia migliore mica, quella da cui correvo speranzoso ogni volta che tornando a casa vedevo la sua lucina verde ammiccare dal tavolino su cui poggiava il telefono.

Niente, non era mai Jay che magari avesse chiamato giusto per dire un ciao.


Lo spazio tra le mie orecchie, magnanimamente chiamato cervello, è una cosa strana.

Come ho detto, da principio, non avevo affidato a quell'incontro una particolare importanza: quella che mi aveva colpito era stata l'esperienza. Eppure ero certo di aver notato un'urgenza, un sincero interessamento nel modo in cui Jay mi aveva chiesto il numero di telefono. E poi, se non avesse avuto nessuna intenzione di usarlo, perché me lo avrebbe chiesto in primo luogo?

Per un po' mi accontentai del farmi queste domande, forse fiducioso che presto il telefono avrebbe squillato e ci sarebbe stato lui all'altro capo.

Poi cominciarono i dubbi: che gli avessi dato il numero sbagliato? Che ne so, magari con il mio accento mi aveva frainteso, o magari avevo confuso il prefisso internazionale. E che invece fosse stato lui a perdere il biglietto su cui l'aveva scritto?

Che ne so, forse sono un ingenuo o un inguaribile romantico...

Mi venne un'idea. E di solito non è una cosa necessariamente auspicabile.

Sapevo che Jay era originario di A nell'Irlanda del Nord... una piccola cittadina. Ero sicuro che non ce ne fossero molti di Jay, venticinquenni, che fossero partiti da A... per l'Australia e che lavorassero per l'ufficio telecomunicazioni di Melbourne.

Dovevo andare a Milano e quindi mi sembrò una logica conseguenza il fare un salto al consolato del Regno Unito. Riuscii ad ottenere la guida telefonica di A..., trascrissi una decina di numeri telefonici scelti a caso, più quello del college, e soddisfatto tornai a Brescia.

Con l'aiuto di un amico, il cui inglese rispetto al mio avrebbe potuto essere considerato da Oxford, mi preparai uno scritto con cui in poche righe:

A) Mi scusavo per l'intromissione.

B) Spiegavo che stavo cercando di contattare un amico il cui numero di telefono avevo smarrito.

C) Davo una breve descrizione di Jay.


Contesto storico... al tempo l'Irlanda del Nord stava ancora attraversando quelli che nel Regno Unito vengono chiamati "The Troubles": I Problemi. Cioè la guerra civica e d'indipendenza portata avanti dall'IRA.

Non c'è dunque da stupirsi che la mia innocente ricerca del sacro Jay avesse suscitato un po' di scompiglio.

Le risposte alla recitazione del mio scritto si potevano così suddividere:

A) Chi è e chi le ha dato il mio numero di telefono?

B) Non capisco niente di quello che sta dicendo.

C) Tuu... tuu... tuu...


Il mio piano era fallito miserabilmente.

E così, come dice il proverbio: "Se Maometto non va alla montagna... Ivan va in Australia."


Mettiamo le cose in chiaro: non è che all'improvviso avessi deciso di intraprendere la carriera di stalker professionista.

Tutt'altro, il mio piano era questo: cercare di rintracciare Jay quindi, se avesse voluto, uscire per una birra, altrimenti uscire dalla sua esistenza.

Mi sono sempre piaciuti i romanzi gialli alla Agatha Christie dove c'è un colpevole e gli indizi con cui dedurlo; un po' come risolvere un puzzle.

La ricerca di Jay era uno di questi puzzle, non m'importava il risultato, un po' come quando si scopre che l'assassino è proprio il personaggio che ci sta più simpatico, l'importante era mettere la parola FINE al nostro breve incontro. Oppure vedere come procedere quando Jay si sarebbe trovato dinnanzi un tizio, il sottoscritto, che aveva attraversato il globo giusto per accertarsi che avesse ancora il suo numero di telefono.

E questi erano i miei indizi:

A) Il suo nome: Jay.

B) La sua provenienza: A...

C) La città in cui abitava: Melbourne.

D) Il suo lavoro: ufficio telecomunicazioni.

E) Non c'era un'E.


Anche stando agli standard di Agatha Christie questi indizi non mi davano un gran margine di manovra.

Aggiungiamo che l'ipotesi che io avessi frainteso il nome della città in cui viveva non era del tutto da eliminare, vediamo così che la mia missione partiva già con il piede sbagliato.

Che invece avesse detto Montreal? Mi stavo organizzando per il continente sbagliato!

C'era anche la possibilità che mi avesse detto Melbourne semplicemente perché si trattava di una metropoli nota a livello internazionale, e se invece abitava a Geelong? Alzi la mano chi ha mai sentito parlare di Geelong! Eppure è la seconda città nello stato di Victoria. Ripensandoci credo che anch'io gli avessi detto che venivo da -vicino a Milano- per intendere Brescia. Proprio io che metto Brescia dappertutto!

Ma abbiamo fiducia, supponiamo che abitasse davvero a Melbourne. Dopotutto si trattava solo di una cittadina di 3.500.000 abitanti.

Avrei dovuto rimboccarmi le maniche.

Ci vollero poco più di quattro mesi per avere tutte le carte in regola. Infatti, avendo voluto intraprendere la Mission Impossible, da buon vegetariano, avevo deciso di tagliare la testa al toro e richiedere un visto di soggiorno della durata di un anno.

Così, una sera di febbraio, per l'ultima volta, volsi le spalle alla mia carriera di addetto alla ristorazione presso una nota catena in un noto centro commerciale. Pochi giorni dopo presi l'aereo che mi portò a Zurigo. Da lì il boeing della Garuda Indonesia fino a Kuala Lumpur, poi Jackarta, Bali, Adelaide ed infine; sembrava fossero passati anni, Melbourne.


La vostra curiosità starà crescendo come un'onda del Mar di Tasmania, una di quelle che salgono a muro e si rigonfiano facendoti sentire piccolo piccolo. Spetta a me farla infrangere in un ribollire di schizzi e schiuma contro gli scogli impervi della costa australiana:

Jay è rimasto uno sconosciuto.

A nulla servì il mio viaggio, il mettere un annuncio discreto nella bacheca dell'ufficio delle telecomunicazioni o quello nel settimanale gratuito diffuso nei locali gay dello stato di Victoria. A nulla servì Il passare un paio d'ore qua e là, quando gli uffici chiudevano, per cercare d'intercettarlo o tenere gli occhi aperti in giro per locali. Sembrava che Jay volesse eludermi.

Devo essere sincero, durante i mesi passati tra il prendere la decisione di andare in Australia e la partenza, lo scopo del viaggio era diventato un qualcos'altro: la voglia di intraprendere un'esperienza nuova, tutta mia; provare a me stesso di essere capace a farcela da solo, spingere un po' i confini di un'esistenza che fino ad allora aveva ruotato confortevolmente attorno alla mia amata città.

Però certo, mi sarebbe piaciuto incontrarlo: dirgli che avevo attraversato il mondo giusto per salutarlo.

Devo correggermi: dire che il viaggio non servì a nulla è negare le incredibili potenzialità sviluppate da quella esperienza, le persone che ho incontrato e le vicissitudini che mi hanno plasmato in chi sono oggi.

Rimasi in Australia lavorando per dieci mesi nel quartiere di Saint Kilda a Melbourne, e poi girando il continente in autobus per due mesi. Avevo deciso da subito che volevo vivere da cittadino, non da turista.

Tornai in Italia e, stranamente, dopo aver vissuto in un posto in cui le grandi città non sono che isole divise da enormi spazi definiti da foreste o da deserti, la mia Brescia mi sembrò meno provinciale, connessa com'era nel tessuto urbano europeo.

Eppure, forse sarà stata Agatha Christie, c'era una parte di me che voleva esplorare più a fondo quello che era da sempre il mio amore per le isole britanniche.

Forse, dopo aver vissuto all'altro capo del mondo l'idea di trasferirmi nel Regno Unito non era poi così stravagante, quasi mi stessi trasferendo in periferia; anche mia mamma, che praticamente aveva indossato il lutto per l'anno in cui ero stato via, pianse solo due giorni quando le dissi della mia decisione di andarmene ancora.

Così dopo soli tre mesi, era il maggio del 1998, mi trovai a Londra.

Sono passati vent'anni, ma sembra ieri.

Sembra ieri che ho conosciuto Mark, ma era il 2007.

Sembra ieri che mi sono trasferito a Brighton, ma era il 2009

Sembra ieri che ci siamo uniti con una Civil Partnership, ma era il 2012

Sembra ieri che ci siamo uniti in matrimonio , ma era il 2015

Sembra ieri da quando abbiamo iniziato il processo di trascrizione del nostro matrimonio in Italia ma è passato un anno, si sa, la burocrazia italiana...

Sembra domani che ci trasferiremo in Francia, nei Vosgi, ma sarà tra un anno. Questa scelta ha preso di sorpresa anche noi, vedremo come andrà a finire.

Tutto questo per la semplice decisione di entrare in un pub anziché seguire i miei amici all'ostello.

Per un incontro casuale.

Per una telefonata mai ricevuta.

Credo nel destino?

Forse credo nei destini, che in fondo, è come non crederci.


I fatti narrati in questo breve scritto sono realmente accaduti. Per tutelare l'anonimato del mio bel sconosciuto ho cambiato i dati relativi alla sua persona.

Aggiornamento giugno 2019, il matrimonio è stato trascritto in Italia e fra tre mesi si parte pr la Francia!


Ivan



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