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Una storia di vladimiroforlese

Questa storia è presente nel magazine Vivere per (r)esistere

Claudio e Martina

viaggio nell'assenza

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10 minuti

Pubblicato il 23 gennaio 2019 in Storie d’amore

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Era quasi sera quando Claudio decise di rientrare in casa. Aveva trascorso l’intero pomeriggio a preparare per la semina il secondo pezzo di orto situato accanto alla casa. Nell’altro, coltivato a zucchine, peperoni, bietole, sedano e carote, già da una settimana occhieggiavano dai solchi le piantine trapiantate dal semenzaio.

Procedendo a gattoni, prima aveva strappato a mani nude erbacce e vecchie radici, poi, rialzatosi, impugnando la zappa aveva spaccato zolle e sovesciato ogni centimetro di terra. Infine, con meticolosità, passato e ripassato il rastrello sull’intero appezzamento. Per finire non gli mancava molto, il grosso del lavoro era fatto.

Pago del risultato, passandosi una mano sulla fronte non poté fare a meno di pensare al filosofeggiare contadino del suo amico Luigi, proprietario di qualche ettaro di campagna: «Amico mio, per togliere dalla terra le crudezze dell’inverno e realizzare un buon raccolto, non esistono scorciatoie, servono mal di schiena, sudore e pazienza».


Nei suoi calcoli, in quel restante rettangolo ancora libero, ci sarebbe stato posto per tre file di pomodoro datterino e due della varietà a grappolo, una trentina d’insalatina gentile e altrettante di lattughino oltre all’aiuola del prezzemolo e a una decina di piante di cetriolo. A lui, vedovo da due anni, una produzione così bastava e avanzava tanto che, nelle rare visite dei figli, una sporta piena dei suoi tesori vegetali da portare in città non mancava mai.

Stanco, lasciò all’indomani lo spargimento e la mescola dello stallatico. Riposti gli attrezzi in garage, salì i quattro gradini posti all’ingresso della casa liberando i piedi dagli scarponi da lavoro, deciso a godersi le ultime luci del tramonto sprofondato nella sua poltrona preferita in compagnia dell’immancabile fidato toscanello e di un buon bicchiere di rosso.


Dalla veranda la vista era magnifica: a un centinaio di metri il mare e la spiaggia, mentre da una parte e dall’altra, i terreni prospicenti al piccolo golfo, erano ricoperti da migliaia di ulivi che risalivano a perdita d’occhio le colline, allineati come tanti soldatini dalle divise rilucenti.

A Claudio piaceva vivere in quella casa. O meglio, era tornato a piacergli stare là. Per diversi mesi l’aveva odiata e persino maledetta. Non tanto per la solitudine entrata nella sua vita con la furia di un toro dopo la perdita di sua moglie Martina, quanto per i lunghi e opprimenti silenzi che avvolgevano le sue giornate, rotti unicamente dal calpestio degli zoccoli sul pavimento di cotto e dal ticchettio della pendola del soggiorno.

Il miracolo, la ritrovata empatia di vivere a due passi dal mare, avvenne una mattina agli inizi di marzo, quando i giovani merli, indossata la livrea del volo, presero a fischiare irresistibili richiami che lo stanarono dal torpore, restituendogli in cuore emozioni pensate perdute, annichilite dal dolore.

Quel giorno, appoggiato alla balaustra della veranda, sorseggiando il caffè provò all’improvviso una sensazione di leggerezza in pieno petto, dove da mesi un peso opprimente non permetteva ai polmoni di espandersi. Sorpreso, ancora con la tazzina in mano, preso da euforia, iniziò a respirare profondo, gonfiando e sgonfiando il torace come un atleta in debito d’ossigeno. Si calmò quando avvertì il cuore battergli forte e una vampata di calore salirgli sul viso. Fu allora che, guardando verso il vialetto delle rose, udì la voce di Martina augurargli il buongiorno. Là per là, pensando si trattasse di un’allucinazione causata da quella sorta di iperventilazione cui si era sottoposto, dopo aver guardato con attenzione, scrollando le spalle, immalinconito, si sedette per finire il caffè restato nella tazza.


Insomma, potresti almeno rispondermi!”.

Incredulo nel riudire di nuovo la voce di sua moglie, mollata la tazza si alzò, scese i gradini senza scarpe e a passo veloce si diresse verso il vialetto, ma giunto davanti al rosaio la voce già lo chiamava da un’altra zona del giardino e da un’altra ancora.

Martina, Martina, sei tu? Dove sei?”.

Qui, amor mio, dentro ogni cosa che ti circonda”.

Dimmi che non sto sognando. Sei proprio tu? È bello, dopo tanto tempo, riascoltare la tua voce…”.

No, non stai sognando, è tutto vero, finalmente sono riuscita a tornare. È stato un lungo viaggio, i territori dell’assenza sono pianure vaste e grigie. In tanti, nella mia condizione, vagano da un luogo all’altro, ma in quel mondo, per quanto cammini, sei sempre all’inizio”.

Tu, però, hai ritrovato la strada, come ci sei riuscita?”.

Ti dirò tutto, porta pazienza, ora abbiamo tutto il tempo. Vieni, andiamo a sederci sotto il porticato. Oh, Claudio, è proprio bella la nostra casa, anche se qua e là noto che l’hai un po’ trascurata”.

È vero e ti chiedo scusa, ma dopo che sei andata via, nulla aveva più senso. Pensa che volevo persino andarmene, tornare in città”.

Per fortuna non l’hai fatto. Ora ti svelerò un segreto…”.

Un segreto?”.

Sì, anche se segreto forse non è la parola giusta… Più adeguato sarebbe dire rivelazione, perché proprio di questo si tratta. Come ti accennavo, l’assenza è un luogo non propriamente definito, che esiste solo nei confini della mente, nelle oscure latitudini del dolore estremo. Quando io sono andata via, non ho immediatamente viaggiato verso questo non luogo. Ero sospesa, bloccata, come un viaggiatore in attesa di conoscere la sua destinazione, del dove sarà mandato, perché se il suo viaggio inizierà o no, non dipende dalla sua volontà, ma da chi è restato dall’altra parte dell’orizzonte. Riguardo a me, sei stato tu a staccare il mio biglietto, tu a decidere, tu che mi hai relegata per quasi due anni in quel nulla…”.

Io? Non capisco!”.

Ti prego, cancella dai tuoi occhi lo sgomento. Non era un rimprovero, né un’accusa. Tenevo a farti comprendere cosa accade quando, senza più respiro, il corpo di chi muore è esposto al compianto, alle lacrime. Chi resta non può saperlo, perché in quel momento, e poi per mesi, il suo cuore muore nel cuore dell’altro. Purtroppo, quanto più questa morte è lunga, infinito diventa il nostro vagare nel nulla”.

Mi stai dicendo che non dovevo piangere, disperarmi?”.

No, come potrei. Fosse capitato a te di andar via, avrei pianto anch’io, perché umani sono il compianto e le lacrime”.

E allora?”.

È lasciar morire, così a lungo, come hai fatto tu, il tuo cuore nel mio cuore che mi ha tenuta lontana facendomi intraprendere il più assurdo dei viaggi. La morte vera, quella che scrive la parola “fine” a ciò che è stato, sino a smarrirne il senso, è pensare che morta la carne, l’involucro, muoia la vita insieme alla persona amata. Certo, per chi resta, non è facile, né può esserlo, ma se la tua anima è muta, ogni parte del tuo corpo lo diventa. Il dolore, per rifiorire, vuole parole, suoni, il pulsare del sangue, altrimenti è solo cieco sopravvivere, muro contro cui frange lo stupore, la bellezza che un giorno d’estatelo ricordi? – trasformò il nostro fortuito incontro, in qualcosa più grande di te e di me”.


Appoggiato al muretto del pozzo Claudio ripensò a quei due anni trascorsi, alla corrispondenza delle parole di Martina con il suo trascinarsi nei giorni, inghiottito dal dolore, dalla rabbia verso chi gliela aveva portata via. C’era del vero.

Alzando gli occhi verso il mare vide una vela in lontananza, ne seguì la scia quasi cercasse nel taglio dell’orizzonte, nell’ondeggiare dello scafo la comprensione di quanto aveva vissuto. Controvento, come quella solitaria barca, solo che il suo elemento non era il mare, ma una palude.


Non dici niente?”.

Martina, sai già tutto. Anche se…”.

Coraggio, puoi dirmi ogni cosa”.

Dopo che sei morta, mi sono costruito un’immagine di me nella tua assenza. Il rimpianto l’ha generata”.

Spiegati meglio”.

Pensavo che se avessi coltivato l’assenza, sarei stato a te presente. Comprendi quello che intendo dire? Mi sono modellato sulla tua ombra. Il rimpianto di te riempiva i miei pensieri, non lasciando così posto a nessun altro pensiero. Mi bastava, ero fiero di me, ho persino litigato con i ragazzi, preoccupati del mio stare da solo, tanto da imporgli che mi lasciassero in pace, che era così che volevo vivere”.

È tutto?”.

No… c’è qualcos’altro che fatico ad ammettere. Sotto la nobiltà del rimpianto avevo bisogno di placare anche il rimorso, di espiare, a modo mio, i torti che ti ho fatto patire nei lunghi anni vissuti con me. Sai di cosa parlo…”.

Rimpianto, rimorso, solitudine. Oltre che su di me, hai modellato la tua immagine su quella di un monaco che impugna il cilicio”.

Colgo il tuo sarcasmo: l’immagine che hai evocato è perfetta, ci avrei riso anch’io se qualcuno mi avesse predetto cosa sarei diventato. Questa, però, è la triste misera verità. Ero fiero di starmene nel mio dolore, chiuso a ogni altro essere umano, a ogni desiderio che mi distogliesse da te”.

Morto nel mio cuore e alla vita. Ora so perché è stato così difficile il mio viaggio a ritroso. Due anni, ci pensi? Là, in quel grigio universo, a vagare imprigionata in un cerchio, tra tanti come me intrappolati dal dolore, in attesa che chi mi ha amata in vita impari di nuovo ad amarmi anche ora che sono altro”.

Non potevo saperlo. Io pensavo fosse giusto negarmi alla vita, affrontando l’esistenza in quanto assenza, che della vita, anche se è la dimensione più oscura, è pur sempre una sua manifestazione. Sapessi nello sconforto quante volte ho chiamato la morte, all’inizio maledicendola di non aver preso me; e, man mano che il peso della tua perdita si faceva insopportabile, invocandola di ricongiungerci. Questo pensavo! Poi, una sera, stremato dal sonno, mi sono addormentato su una sedia e nel mezzo della notte, riaprendo gli occhi, ho iniziato a ripensare a noi, a te e a me, alla nostra vita, alla tua morte, a come stavo vivendo. È stato un presagio, durato quanto un lampo”.

Non fermarti, dimmi cos’è accaduto…”.

Nulla di preciso, se dovessi fare un elenco, non saprei da dove cominciare. Ti dico che all’alba di quel nuovo giorno ho iniziato a rimettere a posto la casa ridotta a un penoso bivacco. Ripulito l’interno, per una settimana mi sono dedicato al giardino e all’orto. È come se pulendo e mettendo a posto, ripulissi e rimettessi a posto, pezzo dopo pezzo, me stesso. Infine, stamane, bevendo il caffè mi sono sentito così leggero che sembrava potessi volare. Respiravo e mi riempivo di luce, come se il sole illuminasse ogni mio organo e in me non ci fosse più oscurità. In quel momento sei comparsa tu e la tua voce ha iniziato a parlarmi”.

Ma io ti ho parlato sempre… anche se ero lontana”.

No, tu non eri lontana, ero io che non ti sentivo impedito dal mio ottuso compiacimento, perché in realtà non era a te che pensavo, ma a me stesso, all’immagine che, mattone dopo mattone, mi ero costruito”.

Sì, mio caro, hai coltivato una corazza d’insano egoismo, uno stato di felicità infelice che ingigantiva rendendo inespugnabile la fortezza del dolore, quell’oscura casa che ti eri costruito cinta da mura oltre le quali, estraniato, c’era il mondo vero, i nostri figli, gli amici, il mistero che abita la vita in ogni nostro atto quotidiano”.

Non potevo ascoltare, percepirti…”.

Già, dovevi prima abbattere il castello dell’assenza per ritrovarmi nel tuo cuore vivo, nel tuo sangue, nei tuoi nervi, in ogni fibra di te. Ci hai messo tempo a far rifiorire il dolore”.

È vero, è tutto vero Martina, ma adesso tu sei qui”.

Ci sono perché tu, ritrovando te stesso, mi hai liberata. Solo lasciandomi libera posso stare con dolcezza nel tuo cuore, nei ricordi, nelle cose amate e in altre che amerai. Claudio, io ci sarò sempre e per sempre vivrò dentro di te”.


Forte delle parole di Martina rientrò in casa. Il tempo di indossare gli abiti da lavoro che era già di nuovo fuori. Calzate le scarpe pesanti, si diresse in garage e, recuperati gli attrezzi, con animo sereno andò nell’orto. Lavorò di buona lena, intenzionato a finire prima che arrivassero a fargli visita i suoi ragazzi.

Finalmente una bella primavera lo aspettava al varco…

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