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Una storia di Nightafter019

Le memorie del Collegio

Il Collegio svizzero

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10 minuti

Pubblicato il 19 aprile 2019 in Erotici

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Il Collegio svizzero




Guardo le acque scure del lago, riflessi d'argento su una lastra d'ossidiana, nei vapori del primo mattino piccole creste di spuma candida, dovute alla leggera brezza, animano lievi il grande specchio d'acqua.

Un vaporetto di linea, bianco e rosso le solca procedendo lento, tutto pare un fermo immagine del paesaggio. Il solco aperto nell'acqua si richiude rapido, col pudore di una giovane donna che serri le gambe a uno sguardo indiscreto. La bruma mattutina già si disperde ai raggi del primo sole autunnale.

L'alba lascia stille lucenti sui fusti delle piante, la stagione le spoglia delle foglie e un mare di toni d'ocra ricopre le rive del lago. Stormi di folaghe sfiorano le acque con i becchi candidi: presto voleranno via, a svernare lontano da questo orizzonte livido.

Bevo il mio caffè fumante e amaro, seduta al dehors del piccolo bar in riva, è ancora presto per il mio appuntamento di lavoro: mi rilasso, il tempo non manca. Un camerire sollecito e furtivo lascia una bottiglietta di minerale e un bicchiere al mio tavolino, poi scompare rapido verso l'interno della sala. Alzo il bavero dello spolverino e rabbrividisco per scrollarmi l'impressione di umidità, la temperatura a quest'ora è ancora fresca.

Accendo una sigaretta e aspiro con calma, il fumo si disperde in volute bianche che scivolano veloci come frammenti di pensieri nell'aria smossa.

Sono di passaggio, qui mi fermerò solo per il tempo necessario, due giorno al massimo, l'albergo dove dormo a questo punto della stagione è interamente occupato di anziani lombardi danarosi, ci sono anche alcuni tedeschi e gli immancabili inglesi dall'aria supponente.

Tutti discreti, benestanti e non chiassosi, si radunano in silenzio a colazione e a cena, compiono lunghe passeggiate ed escursiono sui percorsi turistici della valle, non infastidiscono mai il personale e lasciano mance generose.

E' il genere di villeggianti più amati dai locali: poco invadenti, desiderosi di quiete, con solide carte di credito nei portafogli gonfi, leggeri nella presenza come la brezza che accarezza le acque questa mattina.

Lavoro come account per una nota agenzia di pubblicità milanese, ho cinque clienti da visitare: scorro distrattamente sulla moleskine gli appuntamenti che mi attendono, il primo è tra quattro ore.

Controllo, nella borsa a tracolla Mandarina che mi segue come un'ombra, di avere una scorta adeguata di biglietti da visita: sono eleganti talloncini in carta Acquerello avorio leggermente goffrata. L'intestazione recita: Ambra De Angeli – Accont Executive Senior.

Trovo elegante il carattere: Verdana, corpo nove, un classico. Al Centro, in alto, il logo dell'agenzia, battuto a secco in rilievo: moderno e rassicurante, in filo snob per dare il giusto fumo negli occhi ai clienti più pretenziosi.

Molte cose sono cambiate nel panorama che osservo, erano vent'anni che non tornavo qui al lago, sembra trascorsa una vita intera da quei giorni. Non è come lo ricordavo, molto è mutato nel paesaggio urbano, c'è maggior cemento ovunque, qualcosa anche in quello naturale, i boschi, lungo i versanti montuosi, a occhio sono meno fitti.

Sono cambiata anch'io, il mondo stesso è divenuto un posto diverso: mi domando cosa sia rimasta in me di quell'adolescente sedicenne, acerba e un poco folle, affamata di vita, ansiosa di crescere in fretta.

Le montagne intorno, sono uno spettacolo di rara bellezza, c'è il verde muschio mescolato al giallo sui declivi che si immergono nell'acqua. Amavo l'autunno in questo luogo così placido, che allora non mi appariva malinconico come lo vedo ora.

Forse sono io col mio umore di oggi e i miei anni a rendermelo così.

In quel tempo, ero interna a un prestigioso collegio posto sull'altra sponda del lago, in terra Svizzera e ho ricordi assai gradevoli di quel periodo spensierato della mia vita.



Sheffer & Mullary



Il collegio era un grande edificio ottocentesco di austero stile vittoriano: con ampie finestre sulla facciata, soffitti altissimi, stucchi e raffinate boiserie all'interno.

Era dotato di un grande parco in riva al lago, arricchito da una natura splendida e lussureggiante di colori e profumi nelle giornate primaverili.

L'istituto era riservato unicamente ad allieve di sesso femminile, appartenenti alla buona borghesia europea, io vi avevo frequentato il ginnasio, ed ero ormai giunta al secondo anno di Liceo Classico.

Come molte altre coetanee vivevo quell'esperienza con lo spirito di una reclusa confinata in un riformatorio minorile.

La serietà e la disciplina di studio vigevano al suo interno con una rigidità da college britannico.

Il corpo docente era sceltissimo, austero al pari della struttura: costituito da insegnanti di qualità e credenziali adeguate al livello dell'istituto.

Quindi tutti puntigliosi, severi ed eccellenti nella loro materia. Insomma dei veri rompicoglioni.

Come era uso in quegli anni, per una giovane di “buona famiglia” e per giunta figlia unica, si ambiva a dotarla di un'educazione che la facesse ben figurare in società.

Un retaggio di stampo ottocentesco, che i miei illustri genitori videro bene di rinverdire nello spedirmi in questo lussuoso rudere di cultura, apprendimento e buone maniere.

Si era alla fine della terza media, quando fui sorpresa da mio padre, rientrato in anticipo dall'ufficio, con due compagni di classe nel chiuso della mia camera. L'episodio fu la classica goccia che fece traboccare il vaso.

Non che stessimo facendo chissà che, fummo colti mentre stavano con i calzoni abbassati e io ero intenta a praticargli un piccolo servizietto di bocca.

Questo certo era troppo per il mio scandalizzato e furente genitore, subì una durissima reprimenda, soprattutto poiché non si trattava della prima volta che venivo beccata, in atteggiamenti sconvenienti, nella compagnia di maschietti della mia età.

La presenza di due ragazzi in contemporanea, dovette certo, a suo giudizio, rappresentare un punto di non ritorno.

infatti quella stessa sera, col consenso di mia madre altrettanto invelenita, decisero che era giunto il momento di affidare la mia educazione a una struttura adeguatamente severa e qualificata.

Il mattino successivo armi e bagli fui deportata verso il mio istituto correzionale, in riva al lago sul versante svizzero



Il piano terra e il primo piano dell'edificio, ospitavano le aule in cui si tenevano le lezioni, vi era poi una sezione per le cucine e un ampio refettorio per i pasti giornalieri delle allieve.

Il secondo e il terzo piano erano destinati ai dormitori, con camere a due o quattro letti.

Almeno in questo ero stata fortunata: dividevo infatti una camera a due letti con Marika, mia compagna di classe, anche lei proveniente da Milano. Una brunetta tutto pepe, solare, intelligente e simpaticissima.

La nostra intesa era stata molto forte fin dal primo incontro, eravamo in sintonia su tutto.

La nostra amicizia rappresentava per entrambe un'isola felice, una salvifica boccata d'ossigeno in quel mortorio sonnolente e asfittico.

Come detto, la disciplina imposta era parecchio severa, quindi per noi femminucce l'idea di vedere un maschio la dentro, era del tutto aleatoria.

Gli unici esponenti di sesso maschile che ci era concesso di incontrare erano: il vecchio professore di matematica Andreoli, quasi sessantenne e prossimo alla pensione, il signor Lorenzo, un inserviente cinquantenne tuttofare e in fine il professor Rinoldi, un quarantenne docente di lettere e anche con funzione di Vice Preside. Il resto del personale insegnante o di servizio era tutto declinato al femminile.

In questo deserto di valide figure maschili, il professor Rinoldi, diveniva inevitabilmente il polo d'attrazione delle nostre più sfrenate fantasie adolescenziali.

Intanto perché era un uomo di notevole fascino: bruno, lievemente brizzolato, un viso piacevolmente maschio e occhi da principe mediorientale, raffinato nei modi e nell'aspetto come un aristocratico inglese.

Era inoltre appassionato di equitazione: montava Lucky un cavallo arabo nero, il campione della scuderia del collegio.

Sia che commentasse Virgilio o che sfrecciasse in groppa a Lucky lungo i vialoni del parco, il professor Rinoldi non mancava di fare le sue vittime sentimentali tra noi ragazze.

In classe pendevamo dalle sue labbra, persino le versioni di Tacito o le gravose traduzioni dal greco antico, apparivano seducenti per le nostre giovani menti e ancor più per i nostri giovani corpi.

Molte di noi, durante le sue lezioni, si abbandonavano a fantasticare a occhi aperti su lui e sotto i banchi, inserivano di nascosto oggetti nelle mutandine per sollecitare il sesso umido di voglia.

Una nostra compagna aveva ideato l'uso insolito di due paline da ping pong: le quali per mezzo di due fori da parte a parte, venivano unite da un elastico che le attraversava longitudinalmente e fermato all'uscita di ciascun foro da un nodo.

Le due palline, venivano alloggiate nelle mutandine verticalmente una sull'altra a contatto delle grandi labbra, poi, stringendo le cosce, tesavano l'elastico e si allontanavano strusciando sul clitoride. Successivamente, allentando la stretta, le due sfere per mezzo dell'elastico tornavano nella posizione iniziale. Ripetendo il movimento per un certo tempo, si generava un benefico massaggio sulla zona erogena che la portava silenziosamente all'orgasmo.

Una volta Rinoldi la sorprese a fissarlo con sguardo estatico, per divenire dopo poco paonazza e sudata in volto. Pensando a un improvviso malore, il professore chiese preoccupato se si sentisse poco bene. Ma lei, con un'espressione di gioioso appagamento lo rassicurò, rispondendo di non essere mai stata meglio in tutta la sua vita.

Lui ne prese atto e riprese a parlarci di letteratura Romanza.

Sarà stata la carenza di materia prima, o gli ormoni nel pieno della turbolente vivacità adolescenziale, ma io, come molte della mie compagne, su Rinoldi avevamo pensieri indecenti e inconfessabili: facevamo a gara di inventiva, sulle cose più sconce che avremmo voluto fare con lui. Prese da quelle fantasie ci bagnavamo come porcelle e ci si imboscava nei bagni o in qualche angolo nascosto a toccarci finché il sesso ci bruciava.





Big Tom



Ho sperimentato in quegli anni, tutte le possibili tecniche di masturbazione: qualsiasi oggetto oblungo poteva servire allo scopo: matite, grossi pennarelli, manici di scopa, pomelli della spalliera del letto, candele e poi ortaggi o frutta. Questi ultimi sottratti di nascosto nella dispensa della cucina: cetrioli, zucchine, grosse carote e banane, sparivano a vista d'occhio.

La nostra cuoca, proveniente da Zurigo, nel vedersi eclissare quelle numerose derrate vegetali, andava in bestia: la si udiva smadonnare blasfemità irripetibili, nella sua gutturale lingua tedesca fino al fondo del piano.

Alla fine del secondo anno Marika, la mia compagna di stanza, era tornata dalle vacanze con una sorpresa in valigia: era riuscita a procurarsi un dildo di gomma.

Un oggetto meraviglioso a vedersi: morbido lattice, solido e flessibile allo stesso tempo, lucido e nero, aveva la forma assolutamente realistica di un grosso fallo con vene in rilievo. Era una sberla di oltre trenta centimetri di lunghezza e quasi cinque di diametro, un giocattolino che ingolosiva solo a guardarlo.

Da quel momento iniziammo a fantasticare di avere un uomo di colore a disposizione nella nostra stanza.

La cosa ci piaceva da matti e con quel coso lungo come un avambraccio ci trastullavamo allo sfinimento, lo avevamo ribattezzato: Big Tom.

Ci esercitavamo, tra le altre cose, a inserircelo in bocca per vedere chi riusciva a mandarne in gola di più, senza vomitare.

Testavamo anche la nostra resistenza nella pratica della fellatio, facendo su e giù con la testa incuranti che ci dolessero le mascelle e il collo: a turno lo reggevamo con due mani, poggiato sul ventre, come se fosse un membro umano, mentre l'altra iniziava a fargli un pompino.

Cercavamo di farlo colmetodo con cui lo fanno le vere professioniste: impiegando solo la bocca e tenendo le mani incrociate dietro la schiena.

Era un ottimo esercizio ginnico, poiché nel movimento si impegnava la musculatura delle spalle e della schiena. Ci venivano giù certe bave, consumavamo litri di saliva.

Bisogna dire che quegli esercizi estemporanei ebbero la loro brava utilità: se avessimo avuto nello studio lo stesso profitto acquisito nella pratica del sesso orale, ci saremmo di certo diplomate col massimo dei voti.

Quella che cedeva per prima pagava pegno: l'altra le infilava quella gomena da mandingo nella fica colma di succhi, pompandogliela con vigore, mentre le succhiava e mordicchiava le tette, impastando lingua e saliva.

In realtà non era certo una grande punizione, ogni tanto si barava e si giocava a perdere volutamente.



(Continua)


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