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Una storia di Caufren

Questa storia è presente nel magazine Caufren

Irina

L'edera

210 visualizzazioni

9 minuti

Pubblicato il 30 novembre 2018 in Erotici

Tags: #caufren #tdor #transfobia #unastoriaunacanzone

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Sarà a causa della sua timidezza, del suo nascondersi o del suo essere sempre fuori luogo in ogni situazione, che Edward Mani di Forbice è sempre stato, fin da quando ero piccolo, uno dei miei idoli del cinema internazionale.

Sarebbe stato facile realizzare il suo costume per quella festa in maschera, ma, sicuramente, sarei stato subito riconoscibile; perciò, sotto consiglio della mia amica e coinquilina Giorgia, decisi di travestirmi da ragazza, una ragazza dell’est: alta, bionda e raffinata.

Poche ore prima della festa, Giorgia mi invitò a rovistare nel suo armadio per cercare qualcosa da indossare: tutti quegli abiti da sera, quelle gonne, quei jeans attillati, sparpagliati in quell’armadio strampalato come lei, mi fecero luccicare gli occhi e ricordare lo stesso piacere che provavo, quando da bambino, tuffavo le mani nel mio secchiello pieno di Lego.

Con mano rapida e decisa afferrai furtivamente degli shorts cortissimi, una maglia bianca Moschino, un giubbottino di pelle nero e dei tacchi rossi. Non vedevo l’ora di indossarli. Così, frenetico, corsi in camera a prepararmi. Dopo più di un’ora di preparazione finalmente era arrivato il momento di fare i conti con lo specchio.

Ero perfetto.

Gambe lunghe e depilate, viso morbido e pallido con un accenno di trucco, toupet biondo che sembrava quasi vero e tacchi talmente alti da sembrare una top model di fama mondiale.

Più mi guardavo e più mi ripetevo: “Come sei bello! Come sei bella! Come sei bello! Come sei bella!”

Uscì dalla mia stanza e andai in cucina dove trovai Giorgia accovacciata su di una sedia, con un piccolo specchietto poggiato sul tavolo, ancora alle prese a scarabocchiarsi la faccia con fulmini e loghi di icone del punk rock.

Stupefatta mi disse: - Ma il trucco lo hai fatto da solo? Come ci sei riuscito?

Ed io, con aria da esperto e muovendo le mani come fossi un direttore d’orchestra senza polsi, le risposi:

- Certo tesoro! Sono nata per far questo!

- Che idiota! Replicò - Stai benissimo!

Cin! Cin! Brindammo alla nostra serata, stappando una lattina di birra e scattando una foto ricordo con la Polaroid.

Dopo aver finito di bere e fatto le ultime due chiacchiere sul ragazzo che urlava al piano superiore, uscimmo dal nostro appartamento in affitto al quarto piano e ci recammo verso l’ateneo, distante più o meno tre chilometri.

Ero solito ascoltare Maria Callas e svariate Arie d’Opera, ne conoscevo a centinaia. Da ragazzino, mi chiudevo a chiave in camera e, di fronte allo specchio, con delle sciarpe in testa a mo’ di capelli cantavo, emulando gli atteggiamenti delle soprano, immaginando di essere in un enorme teatro colmo di gente che mi applaudiva.

Logicamente, la musica di quella festa non aveva nulla a che fare con “Casta Diva”; mi aspettavo le tipiche canzoni da festa di fine anno che si vedono nei telefilm americani e invece no.

Appena entrato nell’atrio dell'ateneo, non feci altro che coprirmi le orecchie, aggrottare le sopracciglia e avere un atteggiamento infastidito per via dei" tunz-tunz" martellanti che picchiavano dritti in testa.

Lo ammetto, ero un po’ esagerato ed enfatizzavo ogni mio gesto ma tutto ciò era trama del carattere che avevo studiato per il mio personaggio di quella notte, Irina: altezzosa, graziosa e snob.

Giorgia incontrò subito le sue amiche e la abbandonai per andare all’angolo del bar a prendere da bere.

- Un Cosmopolitan! Per favore!

- Un Cosmopolitan alla signorina! Disse il cassiere al barman!

- Sono un ragazzo! Risposi, sbattendo le ciglia energicamente.

- Sì, lo so! Ma questa notte hai deciso di essere una ragazza, a quanto vedo!

- Sono Irina! Mă bucur să te cunosc!

- Piacere mio, sono Mario, l’organizzatore della festa! Non so cosa hai farfugliato ma va bene così!

- Significa "piacere di conoscerti" in rumeno!

- Ok! Buona “seràt”! Mi salutò, beffandosi di me.

La serata si snodava a tempo di R&B e Reggaeton, mi piaceva essere dentro quei vestiti, dondolarmi sinuosamente, ma soprattutto far fluttuare nell’aria ogni quasi dieci secondi il mio ciuffo biondo.

A differenza di quello che succedeva ai tempi del liceo (quando falli abbozzati sul mio banco, gocce di sperma nel mio astuccio delle penne e scritte offensive sui miei libri, quali “frocio” o “finocchio” erano il gioco preferito dei miei compagni di classe, per via dei miei atteggiamenti delicati, della mia voce sottile e di certe camicie eccentriche che indossavo), durante quella festa nessuno provocò o giudicò i miei modi di fare, fino a quando gettai il bicchiere del cocktail ormai finito e mi recai in bagno.

Il bagno era vuoto e ne approfittai per risistemarmi il trucco e scattare qualche foto allo specchio: “Come sono bello!, Come sono bella! Come sono bello! Come sono bella!”, pensai dentro di me, fiero ed orgoglioso del mio aspetto.

“Boom!”

Sembrava che la porta fosse caduta per terra.

I due ragazzi che vi entrarono irruentemente, non indossavano che due inquietanti maschere veneziane, le quali coprivano loro gran parte del viso, e una semplice tunica nera.

- Ei bella bionda! Hai sbagliato bagno! Il bagno delle donnine è dall’altra parte! Esclamò il più alto.

- Sono un ragazzo! Replicai con tono sicuro e freddo.

- Caspita! Marco, non ti sembra una ragazzina? - si rivolse al suo amico. - E invece no, abbiamo con noi un ragazzo. Verifichiamo se davvero lo è!

- Che cosa vuoi? Risposi con tono impaurito e a voce bassa.

- Fammi vedere l’arnese e ti lascio in pace!

Di scatto, aprì velocemente la porta per entrare in uno dei tre cessi che c’erano in quello squallido bagno e mi rifugiai lì dentro, con le spalle alla porta.

- Che fai bella bionda, scappi? Apri la porta!

Non risposi, pensando come un ingenuo che fossero i soliti cani spacconi che abbaiano ma non mordono, ma il mascherato ordinò al suo amico di bloccare la porta d’entrata dell’antibagno.

Con un calcio aprì la porta e mi afferrò.

Mi spinse al muro, schiacciandomi la faccia contro le piastrelle scarabocchiate e gelide, facendo pressione con la testa mentre con una mano mi afferrava i polsi e con l’altra tentava di strapparmi via gli shorts.

Urlai come un indemoniato e ciò infastidiva ed intralciava il lavoro del mio aguzzino.

- Più gridi e più ti faccio male, puttana! Tanto non ti sente nessuno! Non verrà nessuno perché c’è il mio amico a sorvegliare la porta e con la musica fuori la tua vocina è fiato sprecato!

Percepii il suo cazzetto turgido sfregarsi sulle mie natiche e il suo respiro di marijuana e gin, che mi alitava addosso a getti veloci.

Era eccitatissimo.

Lo implorai di fermarsi, non rispondeva, era troppo concentrato a spingersi contro il mio corpo inetto e ormai rassegnato.

Si alzò la tunica e, slacciatosi la cintura, si abbassò le mutande per poi strappare via le mie.

Con una spinta violenta riuscì ad entrare nel mio corpo e a violarlo. Urlai ancora più forte di prima, il dolore era atroce, sentivo come se mi stessero perforando, come se delle spine mi stessero oltrepassando il ventre.

- Stai zitta troia! Ti piace eh? Ti piace?

Mi chiuse la bocca con la mano e, come una bestia inferocita, mi sbatté sempre più forte contro il muro.

Non ricordo quanti minuti passarono, ricordo solo il dolore che mi accecava e la sua spinta finale che gli fece colare un fiume di saliva su tutto il mio collo. Aveva completato la sua missione il lurido maiale, eiaculando dentro quel mio minuscolo buco mai penetrato, mai seviziato prima da qualcuno. Non riuscivo più a parlare, né a muovermi, né tantomeno a reagire, era così alto e imponente che non volevo rischiare che mi facesse ancora più male.

Si rivestì in pochissimi secondi, mi voltò verso di lui, mi guardò con quei suoi occhi scuri e mi disse: Sei stata brava! - Dandomi due schiaffetti sulla guancia sinistra.

Con uno spintone mi buttò sul water e scappò via.

Rimasi seduto su quel cesso maledetto per più di mezz’ora, trafitto fino alle ossa dal dolore e dal bruciore provocato dal suo orribile fallo.

Mi sentivo completamente solo, vuoto e sporco, avevo urgentemente bisogno di fare un bagno per levarmi via di dosso l’odore acre della sua pelle e il suo fetido liquido che permaneva dentro le mie mutande.

Risistemata la parrucca e rendendo gli abiti presentabili, dopo aver inviato un messaggio alla mia amica per dirle che sarei rientrato a casa, motivandole un malore allo stomaco, uscì dal bagno e, guardandomi le punte dei piedi, sbattendo tra un tizio e un altro, mi recai verso l’uscita della festa, mentre simulavo una chiamata al cellulare, tipico di chi è in soggezione in determinate situazioni e cerca di scappare senza dare nell’occhio.

Così, con passo svelto, tacchi alla mano e lacrime agli occhi, mi diressi verso casa, consumando una decina di sigarette, una dietro l’altra.

La strada era deserta, l’aria gelida, erano quasi le due di notte di un venerdì di un febbraio maledetto. Improvvisamente pensai, non so perché, a mia nonna, e a quella canzone che mi cantava sempre quand’ero piccolo:

“Così mi sentirai così,

avvinta come l'edera,

perché in ogni mio respiro

tu senta palpitare il mio cuor,

finché luce d'amor a te mi legherò,

a te consacrerò la vita.”

La voce di mia nonna riecheggiava tutto intorno a me, sembrava che le alberate di quel viale si fossero animate, la strada illuminata di luce intensa e che il malessere fisico fosse scomparso. Ero in totale estasi, mentre mi dondolavo al suon di quella meravigliosa melodia.

Ero sorpreso ma contento di percepire quella presenza, non mi sentivo più da solo, avevo la compagnia per rientrare a casa e quella musica, come fosse una cometa, mi fece compagnia per il resto del tragitto.

Ritornai a casa. Il silenzio e il vuoto delle stanze mi mettevano una certa agitazione, a tal punto da ansimare e sentii il mio cuore palpitare talmente forte che sembrava fuoriuscisse dalla gabbia toracica. Accesi il pc, misi in riproduzione la mia playlist di Spotify, e andai di corsa a sfregarmi per 20 minuti sotto la doccia. Dovevo lavare via tutto quell’orrore, il mio orifizio doveva essere ripulito dalla sua melma viscida, il collo dalla saliva puzzolente e il mio viso doveva essere risciacquato e rinvigorito.

Nudo di fronte al mio specchio, come un mantra ho sussurrato fino al mattino seguente: “Come sei bella! Come sei bella! Come sei bella! Come sei bella!”


“Il treno regionale 74569 delle ore 8.02 è in partenza dal Binario 3.”



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