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Una storia di Aloetica

Histoire d'O

Storia di un eros polimorfo

416 visualizzazioni

5 minuti

Pubblicato il 11 novembre 2018 in Recensioni

Tags: #eros #erotico #histoiredo #letteratura #recensione

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| L’articolo contiene spoiler.
Consiglio vivamente a tutti coloro che non abbiano ancora sfogliato le pagine di questo capolavoro della letteratura erotica, ma che intendano tuttavia farlo in futuro, di non proseguire con la lettura di questo articolo. |


È tra le strade di una Parigi nuova, quasi distorta, misteriosa, che Pauline Réage, pseudonimo di Anne Desclos, dà vita al personaggio multiforme di O, narrandone la storia con magistrale grazia, portando agli occhi del lettore la figura di una giovane donna, affascinante, sul sedile posteriore di un’automobile diretta chissà dove, che lentamente si sveste di ciò che di superfluo indossa, su precise indicazioni di René, l’uomo che ama: un amore forte, profondo, a tratti morboso, l’amore per un uomo disposto a farle scoprire un nuovo lato del piacere ad un’unica condizione, la sua libertà.

È a Roissy, nella periferia della capitale francese, in un antico castello, che O, ancora prima del lettore, comprende la sua vera natura, dando cenno -seppur in modo estremamente cauto, all’inizio- di un’indole remissiva, sottomessa, che per troppo tempo ha tenuto nascosta, segreta, un’indole che ora tenta a tutti i costi di soffocare.
Perché la verità la sconvolge. E sconvolge il lettore.
Il castello è come un fiume, un labile confine tra sogno e realtà in cui si riversano le perversioni della giovane O e quelle dei molteplici uomini che usano e abusano del suo corpo vergine, immacolato, tutti mascherati, René compreso, affinché lei non possa riconoscere le mani che l’afferrano, che brandiscono la frusta, spogliandola del suo lato umano, oltre che delle vesti, rendendola un mero oggetto, utile al momento del bisogno, funzionale allo sfogo di un’eterna falloforia i cui partecipanti sono al contempo molti e uno, fusi nella figura di padrone, l’unico che la giovane donna deve onorare, venerare. È attraverso queste apparenti torture, queste orge senza fine, a Roissy, che O impara ad amarsi: ama la propria figura di sottomessa e l’accetta non solo perché trova naturale obbedire agli ordini, ma soprattutto per il piacere che si sorprende a provare in quei momenti, desiderando essere seviziata, frustata, disobbedendo di proposito, irriverente, perché le ferite inferte, la carne lacera del grembo e delle terga, leniscano la sofferenza della prolungata astensione da quello che è il suo più nobile compito, servire.

O veste i panni della perfetta serva non solo per l’amore cieco e al contempo bruto nei confronti di René, un salvatore da quella sua misera condizione precedente, ma perché gode ella stessa nell’essere usata: un amore egro e febbrile per l’eros animalesco, istintivo, perverso e brutale che la costringe in quel luogo privo di misericordia a soddisfare il sadico desiderio di chi la circonda.


“Prima di partire, vorrei farti frustare” disse “e te lo chiedo, non te l’ordino. Accetti?” Accettò.


Tuttavia, questo amore per il sadismo non l’abbandona con l’abbandono del castello di Roissy, anzi la rende inquieta, la tormenta, fa sì che questi suoi desideri si riversino in un mondo che non le è del tutto estraneo: quello femminile.
O non è infatti alle prime esperienze con le donne, ma il tempo trascorso a Roissy l’ha educata, l’ha plasmata, modellata affinché quei desideri animaleschi le appartengano, portandola ad amare le donne così come ama se stessa, riversando in loro non più una malata perversione, ma la propria immagine riflessa, innamorata di un amore al contempo tenero e impetuoso, non più forte, tuttavia, dell’amore che prova per una nuova e controversa figura, quella di Sir Stephen H., a cui viene ceduta dallo stesso René.

Qui l’eros assume innumerevoli sfumature, passando in un istante dal piacevole e delicato intrattenersi sotto le lenzuola con la sua indossatrice, Jacqueline, al ligio obbedire agli ordini di Sir Stephen, più duro ed esigente rispetto al suo amato René -anch’egli succube del potere dell’uomo, pronto ad assecondare ogni sua fantasia-, un padrone migliore, più autorevole, rigoroso. Se O era innamorata del giovane René, ora, di riflesso, lo è anche di Sir Stephen, un amore depravato, folle, straziante, per l’uomo di cui ha più bisogno in quel momento, per l’uomo che le dà nuova vita.
Le parole scorrono rapide sotto gli occhi del lettore curioso, vibrano al vibrare della frusta, sanguinano al lacerarsi della madreperlacea epidermide della donna e si purificano come l’animo inquieto di O viene purificato nell’atto della sottomissione, oggetto e soggetto di quel baccanale privato in cui tutto è permesso e tutto è dovuto.

Poi, il marchio.

Un marchio a fuoco, indelebile, eterno, che mette in risalto le iniziali del padrone perché altri siano al corrente della sua vera natura e vengano a conoscenza non dell’identità di chi la comanda, ma di chi non può fare a meno di lei, Sir Stephen, pervaso a sua volta dall’amore per la creatura che a lui si sottomette. Anche Stephen è marchiato, seppur non visibilmente, sulla pelle, ancora una volta un marchio indelebile, ancora una volta un marchio eterno, un marchio con il nome di O, sul cuore, un prezzo da pagare ben più alto della libertà cui O rinuncia, sin dalle prime pagine del libro.


In un capitolo finale che è stato soppresso, O tornava a Roissy, dove Sir Stephen la abbandonava.

Esiste una seconda fine della storia di O: vedendo che Sir Stephen stava per lasciarla, lei preferì morire. Lui le diede il suo consenso.


È per questo puro e profondo sentimento che nutre nei confronti della sua schiava che Sir Stephen accetta la richiesta, permettendole di lasciarlo per sempre nel più infelice e malinconico dei modi. E, al contempo, è qui che O gli dimostra appieno l’amore che nutre nei suoi confronti, non decidendo semplicemente di togliersi la vita, ma chiedendo il permesso al proprio padrone prima di compiere un gesto non dettato dalla frustrazione, dalla sofferenza per la sua condizione di schiava, ma dall’adorazione nei suoi confronti, desiderando non vivere affatto, piuttosto che vivere lontana da lui.



( dal mio blog: https://boccioli.wordpress.com/ )


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