scrivi

Una storia di utente_cancellato

Questa storia è presente nel magazine Il racconto è morto

Risotto al tartufo

Il racconto è morto - 1

26 visualizzazioni

16 minuti

Pubblicato il 03 dicembre 2019 in Humor

0

A detta di tutti Chiara era la miglior cuoca del circondario.

Per gustarne i prelibati piatti molti dei suoi clienti erano disposti a farsi svariate decine di chilometri sfidando le strade strette e impervie, le afose calure estive, le nebbie autunnali e la mancanza di un’adeguata, ma quanto mai necessaria, segnaletica; quest’ultima sempre più triste particolarità delle strade pavesi.

La trattoria si chiamava Alla Chiara dell’Uovo e chi vi giungeva, per caso o più semplicemente per un passaparola tra amici, finiva immancabilmente per ritornarci almeno in un’altra occasione anche solo per aver la certezza di non aver sognato e per rassicurarsi che la specialità della casa, il risotto al tartufo, era reale e non un ectoplasma fumante arrivato dai confini della realtà. Come solitamente accade quando si enfatizzano le aspettative la seconda volta perdeva qualcosa in magia, ma il risotto era lì da gustare, concreto, così com’era gente concreta lo zoccolo duro dei clienti della locanda. Per la maggior parte si trattava di camionisti che si fermavano attratti dalla comodità del grande parcheggio a spina di pesce. Lasciavano i loro tir ben allineati e coperti sul piazzale ghiaioso adiacente al ristorante. Parcheggiati con ordine millimetrico quei camion sembravano le costole di un fossile di dinosauro, metallici monoliti luccicanti al sole. Ne scendevano di solito energumeni pelosi, con la pancia lardosa e gonfia da anni e anni di abuso di svariate qualità di birra. Puzzavano di sudore come bestie e la prima cosa che facevano appena scesi era quella di fare una svelta capatina al cesso. Per larga parte si trattava di personaggi simpatici e spontanei come lo sono tutti quelli che passano la vita a viaggiare rinchiusi dentro una cabina olezzante di gasolio e scoregge e a mangiare sopra tavoli traballanti.

Poi venivano i piazzisti, individui vagamente inquietanti che vestivano dei completi blu abbinati a scarpe marroni. Chiara li riconosceva a colpo d’occhio in quanto, come gli ospiti dei talk show televisivi che sorridono solo quando vengono inquadrati, questi sorridevano solo quando si accorgevano di essere osservati. In caso contrario se ne stavano imbronciati, probabilmente a ripensare al nulla di fatto che avevano combinato durante la mattinata, o a calcolare il tempo inutilmente perduto nel tentativo di vendere un set di pentole a qualche arzilla vecchietta ben determinata a finire i suoi giorni senza separarsi dal suo logoro tegamino scheggiato. Il loro broncio spariva appena entravano nel locale, presumibilmente era un riflesso condizionato derivante dal fatto che un piazzista considera tutti potenziali acquirenti, anche le persone di cui sono clienti loro stessi. Elargivano sorrisi gratuiti a chiunque rientrasse nei parametri del loro target, sperando di sedurre qualche imbecille dell’ultima ora. Purtroppo per loro, in molti erano quelli che consideravano tali sorrisi viscidi come la pelle delle bisce d’acqua. Lo stesso sorriso che ti fa l’usuraio quando gli chiedi un prestito. Chiara aveva notato negli anni che i piazzisti, in modo particolare gli assicuratori, avevano il vizio di masticare forti quantità di spicchi d’aglio, probabilmente per combattere l’acidità di stomaco provocata dai troppi affari finiti in merda. Ma avere l’alito di un malato di tisi non è il viatico migliore per riuscire a vendere una polizza vita.

“Forse - mormorò Chiara al marito mentre uno di questi disgraziati si stravaccava deluso su una sedia - se si comportassero come persone normali farebbero più affari; potrebbero cominciare col levarsi la cravatta, specie qui in provincia”.

Renato si limitò ad aspirare una boccata di fumo senza ribattere, scrollando lentamente la cenere della sigaretta sopra la segatura sul pavimento

Vi erano poi gli operai delle aziende vicine che arrivavano a mezzogiorno, puntualissimi, spesati dalle loro ditte. Erano sempre in branco, rumorose squadriglie di fracassoni che, prima ancora di mangiare il pranzo, si divoravano con gli occhi Marika, la giovane cameriera la cui specialità era l’ondeggiamento delle tette mentre faceva lo slalom fra i tavoli. Gli operai si dividevano in gruppi ben distinti: i muratori in canottiera, quelli dell’Enel vestiti con la tuta blu, gli stradini vestiti d’arancione e i netturbini vestiti di verde. A vederli sembrava un pranzo organizzato dai contradaioli del palio di Siena: ogni tavolo un colore. Parlavano immancabilmente di due soli argomenti: sport e donne, ossia calcio e figa. Il terzo tema di confronto era la politica e qui i discorsi terminavano immancabilmente con il sentenziale verdetto del bisognerebbe bruciarli tutti con un lanciafiamme, soluzione trasversale molto gettonata.

Infine c’erano i cani sciolti, gente di passaggio che decideva di fermarsi lì per necessità o magari solo per sentito dire. In questo secondo caso, e la donna ormai lo sapeva, prima o poi il cliente le avrebbe detto: “Sa che sono venuto qui apposta da Milano?”. Era un classico. Forse lo dicevano per avere uno sconto? Ma no, era solo un complimento, un modo per manifestare la loro determinazione a voler, per quel giorno, gustare uno di quei famosi risotti di Chiara. Il chilometraggio fatto per arrivare fin lì da lei era un attestato di stima. Tutto questo valeva ovviamente per i giorni feriali, perché la domenica era pieno solamente di clienti tipo milanese. Arrivavano con mogli e prole al seguito, ragazzini spaccacoglioni che, oltre a quelli, rompevano immancabilmente almeno un piatto o un bicchiere. Altri erano accompagnati dalle amanti; questi se ne stavo tranquilli appartati nei tavolini posti negli angoli più bui della locanda e qualsiasi cosa gli servivi andava bene. I clienti migliori.

Chiara era sposata con Renato, un uomo tutto sommato insignificante che se ne stava ininterrottamente seduto accanto al bancone del bar, a fumare puzzolenti sigarette senza filtro. Era di corporatura molto esile, magro, quasi scheletrico. Quando accavallava le gambe riusciva ad incastrare il piede dietro la caviglia opposta, come sanno fare solo i personaggi dei cartoni animati, le ragazze magre e quelle troppo pudiche o vergognose di sé. Aveva i capelli nerissimi nonostante avesse oramai passato i cinquanta e una barba altrettanto nera lunga tre dita che gli contornava il volto come un frate. Portava un paio d’occhiali dalla montatura enorme e nera, tipici degli anni settanta, e indossava jeans della giusta taglia ma che addosso al suo striminzito culo gli facevano il cavallo troppo ampio. Vestiva un vecchio giubbotto di renna beige dai gomiti lisi e con le frange da trapper, il solo indumento che un uomo del genere potesse indossare senza sembrare anoressico. Insomma, a vederlo pareva uno di quei terroristi delle brigate rosse come comparivano raffigurati in quelle vecchie foto in bianco e nero col pugno chiuso e il braccio alzato appena dopo la lettura della loro condanna all’ergastolo. O della loro assoluzione. Effettivamente Renato era stato un delinquente ma la sua ridicola attività criminale si era limitata a una testa rotta e al furto notturno in qualche distributore di benzina, poche lattine d’olio per freni e qualcuna d’acqua distillata. L’indole del fancazzista però non lo aveva mai abbandonato e quelle poche volte che apriva bocca era solo per vantarsi di non aver mai lavorato in vita sua. A dire il vero non è che vivesse alle spalle della moglie: l’edificio della locanda era di sua proprietà, l’aveva avuto in eredità da una zia ostessa. Renato era stato il solo ragazzo che aveva accettato di sposare Chiara e, come accordo prematrimoniale lui era stato chiaro:

“Io ti sposo ma tu non mi devi rompere il cazzo”.

La ragazza aveva acconsentito con entusiasmo, soprattutto allettata dall’attrattiva del locale che il futuro marito avrebbe portato in dote così che il matrimonio fu celebrato con gran soddisfazione di tutti.

Renato sapeva del difetto di Chiara; in paese le voci, pur non correndo, camminavano comunque, ma a lui non fregava assolutamente nulla. Era omosessuale e gli unici incontri di sesso li aveva due o tre volte al mese, di notte, al cimitero, sulla tomba del ragionier Augusto Brambilla, la sola ad avere una lapide ampia come un letto matrimoniale. Su questo fatto però le voci camminavano un poco più veloci.

L’idea di chiamare la locanda in quel modo fu ovviamente di Chiara. Quando lo disse a Renato lui la guardò come se non capisse il doppio senso dell’insegna.

“Per me va bene. Spero solo che se identificano te nella chiara, non identifichino me nel tuorlo”, precisò, forse pensando al suo perenne colorito giallognolo di epatopatico.

Fu quindi convocato il falegname del paese per la realizzazione dell’insegna in legno, dalla fattura leggermente troppo tirolese per l’osteria di una frazione dell’Oltrepò Pavese. Da allora in molti tentarono di convincere Chiara a metterne una più moderna, una di quelle con luci colorate intermittenti e, volendo, in grado pure di arrostire le zanzare, ma lei si oppose dicendo che gli sfarfallii della luce al neon avrebbero potuto disturbare le profonde meditazioni del marito.

In effetti Renato era un intellettuale. Per un paio d’anni aveva anche frequentato il liceo classico a Pavia, poi i moti studenteschi lo avevano portato a preferire, alle riflessioni indotte dalla filosofia, l’obnubilazione data dall’hascisc. Un giorno d’autunno del 1975 uno di quei tizi che, come oggi, anche allora manovravano gli studenti, gli aveva dato in mano una spranga dicendo di spaccare la testa al primo borghese che gli capitasse a tiro. Lui immediatamente eseguì l’ordine: prese il lungo ferro e lo picchiò sulla testa di quel medesimo tizio. Senza motivo apparente. Quella stessa sera, al telegiornale, aveva saputo dalla voce di Tito Stagno che fuori dell’università di Pavia un giovane teppista sfuggito alla cattura, aveva rotto la calotta cranica al commendator Luigi Fumagalli, un rispettabile direttore di banca ricco da far spavento, incensurato ma, si seppe poi, con doppia vita da anarchico reazionario. Renato quel giorno capì che la merda, da qualsiasi buco del culo esca, puzza sempre e comunque. Probabilmente la sua sfiducia nel mondo nacque quel giorno o, almeno, quel giorno fu concepita. Lasciò gli studi e visse sulle spalle dei genitori per una decina d’anni, fino a che non gli fu proposto il matrimonio.

Chiara era una suora mancata. Avrebbe tanto desiderato chiudersi in convento e finire lì i suoi giorni. Sapeva che mai nessun uomo l’avrebbe accettata a causa del suo difetto che, essendo nascosto, non impediva a qualche ragazzo di corteggiarla. Era proprio questo il problema: non avrebbe mai accettato di innamorarsi di qualcuno o di far innamorare qualcuno per poi, alla resa dei conti, vederselo scappare via a gambe levate, inorridito dalla vista del suo segreto. Chiara non era bellissima ma piaceva a tutti: bionda, leggermente formosa, aveva luminosi occhi grigi che da soli supplivano a tutto il discutibile resto. Era una ragazza allegra, almeno fino ai tredici anni, quando si ammalò. Da allora la sua indole subì una metamorfosi, tanto da convincersi a voler entrare in convento e seppellirsi viva per sempre. Fu la madre a prendere in mano la situazione. Convinse Chiara a temporeggiare un poco mentre lei, nel frattempo, faceva il giro di tutti i giovanotti della zona. Non che andasse di casa in casa a proporre il matrimonio con la propria figlia, no, la signora Maria fece un giro mentale dei possibili pretendenti e, dopo una breve ma meticolosa scansione, il solo che risultò idoneo fu Renato. A quel tempo nessuno era a conoscenza che fosse gay, forse non lo sapeva neppure il diretto interessato nonostante alcune esperienze già consumate sotto il ponte della ferrovia, e non ne era al corrente la signora Maria. Le voci in merito, allora, non camminavano neppure, gattonavano appena, ben protette dalla bambagia della discrezione provinciale. Sta di fatto che, una volta stabilito il papabile, occorreva fare il papa. Maria prese con sé la figlia e insieme andarono alla fiera del paese che si teneva proprio in quei giorni. Entrarono nella locanda della zia di Renato, che già allora stava poco bene, e comperarono due gelati sciolti. Lui era seduto sulla stessa sedia e nella stessa posizione che avrebbe tenuto ogni giorno per il resto della sua vita e, come un condannato a morte, stava probabilmente fumando anche una di quelle stesse puzzolenti sigarette. Una delle ultime da uomo libero. Forse fu proprio quando gli proposero di sposarsi che ebbe la certezza di essere un omosessuale.

A Renato la signora Maria aveva accennato qualcosa riguardo il difetto di Chiara ma, visto il completo disinteresse da parte del ragazzo, lasciò cadere il discorso. In effetti, pur essendo agosto, Chiara indossava una maglietta a collo alto e con le maniche lunghe. Lui non fece caso a questi particolari. Stava solo riflettendo sul come dire alla signora Maria che Chiara non le dispiaceva. Paradossalmente avrebbe avuto meno problemi a dire che la ragazza non gli piaceva. Renato era uno di quei tipi chiusi che esprimono con difficoltà ciò che davvero pensano. Era un introverso di quelli tosti e a manifestare i propri sentimenti, provava il medesimo imbarazzo che molti hanno quando sono costretti dalla necessità a mangiare in pubblico.

Il matrimonio si svolse nella chiesa del paese. Officiò la funzione don Calzino, un prete importato, mai particolarmente amato dalla popolazione in quanto nato sotto la linea gotica. Ebbene, don Calzino fu l’ultimo parroco di quella parrocchia, dopo di lui infatti, il vescovo di Tortona non mandò più nessuno a occuparsi della parrocchia causa carenza di vocazioni e in molti, osservando tristemente la domenica mattina il portone chiuso della chiesa, finirono col rimpiangerlo.

Il matrimonio non fu consumato durante la prima notte di nozze e neppure nelle oltre diecimila notti seguenti. Il mattino dopo l’uomo era già seduto al posto di non-combattimento accanto al bancone, sulla sua sedia, con la sigaretta in bocca, lo sguardo distante e la mente apparentemente sperduta da qualche parte. Guardava lontano Renato. Evidentemente quello che era stato costretto a vedere la notte prima lo aveva allontanato ulteriormente dalla realtà. Negli anni fu sempre corretto nei confronti di Chiara, mantenendo un comportamento dignitoso, anche premuroso a volte, convinto che, per farsi perdonare il vizietto che si concedeva ogni quindici o venti giorni, bastava che mantenesse il silenzio sulla particolare patologia della moglie. In effetti Chiara sopportava bene i difetti di Renato così come lui tollerava quelli di lei. E il matrimonio funzionava a meraviglia.


Quel giorno il locale era pieno di clienti. Gli altri ristoranti della zona erano già chiusi per ferie e la clientela, di conseguenza, si era riversata tutta in quello di Chiara. Era l’ultima fatica anche per loro, l’indomani infatti avrebbero abbassato la serranda per un paio di settimane. In cucina era un borbottio di pentole che bollivano e padelle che friggevano. Marika correva come un’indemoniata tra i tavoli e Chiara aveva il suo bel daffare a preparare per tempo i piatti prima che cominciassero a volare le bestemmie. Nei giorni particolarmente caotici era aiutata dalla sorella e dalla nipote: la prima dava una mano a lei in cucina, allestendo le portate e svolgendo mansioni da sguattera, la seconda aiutava Marika ai tavoli e nell’accoglimento dei clienti con raddoppio di tette che ballavano.

Anche quel giorno il risotto al tartufo la faceva da padrone. Tutti i clienti lo ordinavano. L’alternativa, rappresentata da promettenti ravioli di cinghiale in brodo di verdure, non veniva neppure presa in considerazione, del resto erano o no alla Chiara dell’Uovo? Che senso avrebbe avuto recarsi all’Oktoberfest e bere una gazzosa? O fare una vacanza a Cuba accompagnato dalla propria fidanzata?

I tavoli erano quasi tutti occupati e, forse per la prima volta, questo preoccupava Chiara. Qualche minuto prima aveva aperto la dispensa e aveva visto il barattolo quasi vuoto. Quel barattolo conteneva il segreto dei suoi risotti. Non era certa di averne ancora per molto, se fossero arrivati altri cinque o sei clienti avrebbe dovuto per forza di cose dare loro i ravioli, e quest’imposizione non rientrava nell’etica della casa. Prese il barattolo e, facendolo dondolare, attirò l’attenzione di Renato. Questi si destò dal torpore e si scosse come risvegliandosi da un sogno catatonico.

“Ti aspetto di sopra”, disse Chiara al marito, “e ricordati il coltello”.

Renato aprì un cassetto del bancone e ne trasse un coltellino da cucina con la lama lunga e sottile. Salirono di sopra in camera da letto e, mentre si levava il maglione dal collo alto Chiara disse:

“Quelle nuove medicine saranno la nostra rovina. Saranno la rovina del locale”.

Renato non rispose subito.

“Puoi anche non prenderle”, disse infine mentre apriva il barattolo

Poi si limitò impugnare il coltello e una piccola paletta come quelle per raccogliere le briciole. Quando risollevò lo sguardo, Chiara era nuda davanti lui. Erano molti anni che faceva quel prelievo dal corpo di sua moglie eppure, anche quella volta, ebbe un lieve moto di repulsione. L’intero corpo di Chiara era coperto di scaglie di pelle morta, disgustose squame bianchicce dalla vaga parvenza di forfora grassa. Partivano appena sopra i polsi e finivano appena prima delle caviglie. Renato appoggiò il coltello sul corpo della moglie cominciò a grattare via qualche strato di quella secca materia, lasciandola cadere nella paletta. Quando ne ebbe raccolta la quantità massima senza far sgorgare il sangue, prese il barattolo e ve la versò dentro, facendo attenzione a non rovesciarne a terra neppure una scaglia.

“Con quella cura stai davvero guarendo”, disse Renato osservando la schiena della moglie.

Chiara sospirò.

“A che mi serve guarire proprio ora?”.

Ridiscesero in cucina. Lui tornò a sedersi accanto al bancone, lieto di aver felicemente assolto il solo dovere coniugale al quale era stato chiamato in tutti quegli anni di matrimonio; lei invece prese una mezzaluna e, dopo aver rovesciato le scaglie di pelle morta su un foglio di carta velina, le sminuzzò fino a ottenerne una polverina sabbiosa dal vago odore di cane bagnato. Infine rimise il tutto dentro il barattolo.

“Per oggi dovrebbe bastare…”.

Ma i problemi sarebbero sorti nelle settimane seguenti. La sua malattia, con le nuove pastiglie datele da un dermatologo di Voghera, stava regredendo. Per la prima volta in vent’anni.

Renato lesse nei suoi pensieri.

“Faremo altre pietanze. Oppure chiuderemo. E vaffanculo anche al risotto al tartufo”, disse.

Non ne avevano mai parlato seriamente, forse era arrivata l’occasione per farlo. Erano stanchi tutti e due di quella faccenda. Ma una decisione andava presa.

Proprio in quel momento Marika entrò in cucina, mezza stravolta dalle continue piroette fatte con i piatti in mano.

“Chiara, ne sono arrivati altri dieci. Dieci risotti al tartufo, ovviamente”.

Renato sollevò lo sguardo verso la moglie.

“Non basterà”, sentenziò laconico.

Altri dieci. No, non sarebbe bastato.

“Prendi un catino e mettici un po’ d’acqua tiepida”, ordinò al marito.

Andò in bagno, prese una borsetta e ne trasse un piccolo sasso nero, una specie di spugnetta dura e puzzolente come un cadavere lasciato a marcire al sole. Ritornò in cucina: il catino che Renato le aveva preparato era pronto sul pavimento. Mise a bagno i piedi e li lasciò a mollo cinque minuti. Chiuse gli occhi un istante, godendosi quel piccolo e breve attimo di sollievo.

Dal salone provenivano rumori di bicchieri contro i denti, di posate contro i piatti, di risate mischiate a un insieme di discorsi babelici. Qualcuno, con la voce un poco più alta degli altri stava prodigandosi in elogi per il suo meraviglioso risotto ai tartufi.

Quando Chiara cominciò a grattarsi i calcagni con la pietra pomice, Marika stava raccogliendo le nuove ordinazioni.



© The Kadnas Rusan Project 2006 - 2019

Tutti i diritti riservati


Disponibile su Amazon ebook e cartaceo.




Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×