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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

“L’ardore”

Un Saggio di  Roberto Calasso.

116 visualizzazioni

7 minuti

Pubblicato il 20 agosto 2019 in Recensioni

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Copertina del libro.
Copertina del libro.

"L'Ardore" - un saggio di Roberto Calasso - Adelphi 2010


Sebbene non ci abitueremo mai a spingerci ‘oltre’ la monotonia di tanta letteratura consumistica, sembra arrivato il momento di doverci impegnare in una lettura straordinariamente impegnativa, superando noi stessi. Dopo “La rovina di Kasch”, “Ka” e “K”: simultaneamente dall’India vedica fino al “l’innominabile attuale” con “la sottesa disponibilità a riconoscere un’immensità che tutto travolge e ovunque è avvertibile” di quest’ultimo “L’Ardore”, lo scrittore saggista e narratore, Roberto Calasso (*) ci invita a una rilettura critica dei testi che compongono il Rgveda “come di un mondo in sé compiuto”, oggi di assoluta attualità, per un ritorno all’espressività “filologica e filosofica” delle origini dell’umanità e dell’intero creato che ci circonda:


..di quell’intermondo tra il sensibile e l’intelligibile – la cui –scomparsa porta con sé alla catastrofe dello spirito”.


“È difficile immaginare qualcosa di altrettanto distante dall'oggi quanto ciò che apparve più di tremila anni fa nell'India del Nord sotto il segno del Veda, quel "sapere" che dichiarava di comprendere in sé tutto, dai granelli di sabbia sino ai confini dell'universo. Ancor più che nel tempo, quella distanza si avverte nel modo di vivere ogni gesto, ogni parola, ogni impresa. Gli uomini vedici prestavano una attenzione adamantina alla mente che li reggeva, per loro mai disgiungibile da quell'"ardore" da cui ritenevano si fosse sviluppato il mondo. E, qualsiasi cosa accadesse, acquistava senso solo in rapporto a un invisibile traboccante di presenze divine.

Fu un esperimento del pensiero così estremo che sarebbe potuto scomparire senza lasciare traccia, così come gli uomini vedici lasciarono ben poche tracce tangibili del loro passaggio attraverso “la terra dove vaga in libertà l'antilope nera”. Eppure quel pensiero – groviglio composto da inni enigmatici, atti rituali, storie di dèi e folgorazioni metafisiche – ha l'indubitabile capacità di illuminare, con una luce radente e diversa da ogni altra, alcuni eventi elementari che appartengono all'esperienza di chiunque, oggi e dappertutto, a cominciare dal puro fatto di essere coscienti”. (Google Libri)


Essenziale è qui l’elaborarsi di una concezione dell’immaginazione a cui poi molti hanno attinto, per la sua grandiosità e perspicuità. Qui si traccia per la prima volta una carta dell’Immaginale. Per intendere la novità dell’impresa, basti pensare che la parola stessa immaginale è stata introdotta dal filosofo Henry Corbin solo nel 1960, data della sua opera monumentale “Corpo spirituale e Terra celeste” (*). E di una parola nuova c’era davvero bisogno da quando in Occidente, “..tra le percezioni sensibili e le intuizioni o le categorie dell’intelletto il luogo era rimasto vuoto”.


Fin da subito si ha la sensazione di essere immersi in un Casting in stile Bollywood, dove con nostra grande sorpresa, tutto diventa possibile, anche ciò che ritenevamo impossibile. È così che allora: «..la terra, lo spazio intermedio, il mondo celeste», divengono lo sfondo sul quale si muovono i protagonisti: “quegli dèi e quegli eroi dei miti ancestrali” capaci di collegare e articolare categorie del nostro più remoto passato che contrassegnano il vero punto di partenza, per risalire alle nostre origini indo-europee, di cui noi occidentali ben poco sappiamo e conosciamo. Ancorché, dietro le quinte, s’agita tutto un universo, per noi inusitato, in cui il visibile e l’invisibile, l’ignoto delle nostre eterne paure, del nostro dramma, sempre attuale, si lega alla nostra esistenza:


Un dramma autistico che non aveva conosciuto requie né la consolazione di uno sguardo esterno, che potesse compatire o condannare – allora non importava – ma che comunque partecipasse a ciò che avveniva. Né i prodigi né le disfatte si distinguevano dai miraggi. Eppure erano l’unica sostanza di cui Prajapati (divinità mitica Indù signore delle creature) disponesse. Da esso doveva nascere, dopo lunga elaborazione, ciò che un giorno – ingenuamente – sarebbe stato chiamato realtà.

Il linguaggio è indubbiamente quello aulico che conoscevamo già in “Le nozze di Cadmo e Armonia”, anche se qua e là l’autore R. Calasso, rimette la sua eloquenza al servizio del lettore, affinché egli possa addentrarsi nei labirinti dei nomi e delle corrispondenze, non facili da seguire per l’inesperto che vi si addentra, e che, tuttavia, vi scopre quell’universo mistico-contemplativo, in certo qual modo ancora ‘inesplorato’, entrato solo di recente nel pensiero occidentale.


Ove “L’Ardore” del titolo sta a rappresentare il ‘fuoco’ in senso cosmico e nelle sue più disparate e voluttuose accezioni, ma ed anche, il trasporto, l’entusiasmo, la veemenza, e non in ultimo, la “tenacia creatrice della divinità”, controparte alienabile della “folgore distruttrice dell’umanità” che, non potendo essere raggiunta al suo culmine, cerca nell’ascesi, la spinta verso l’ “immanifesto” in quella ierofania del sacro che è, per lo più, alla base dei rituali di tutte le religioni. Per cui la scelta di una lettura siffatta, diventa ragione arbitrale di un percorso conoscitivo che va appunto ‘oltre’ la sua motivazione, per una predilezione che possiamo definire ‘elettiva’.


Una definizione possibile del contenuto di questo libro è che in esso si compie un passo decisivo verso la metafisica dell’immaginale e dell’immaginazione in quanto indipendente dall’organismo fisico, che si rivela facoltà puramente spirituale, inseparabile dall’anima, ossia dall’io-spirito, e che quindi gli sopravvive:


“..Conviene allora dimenticare tutto ciò che ne hanno potuto dire i filosofi peripatetici (relativi alla filosofia antica) o gli altri, quando ne parlano come di una facoltà corporea, che perisce col corpo organico. […] Ci troviamo infatti di fronte a filosofi che rifiutano tanto una filosofia quanto una teologia prive di ‘teofania’ (manifestazione della divinità), […] che riunisce in sé, allo stesso tempo, il più alto sapere filosofico e l’esperienza mistica modellata sull’esperienza visionaria, forma essa stessa dell’ ‘immaginale’ sensibile della percezione visionaria”. (H.Corbin)


Ciò significa che il ‘mundus imaginalis’ in cui si consuma “L’Ardore” di riferimento “è il luogo, e di conseguenza il mondo in cui ‘hanno luogo’ e il ‘loro luogo’ non solo le visioni dei mistici, gli accadimenti visionari attraverso cui passa ogni anima umana al suo exitus da questo mondo, gli accadimenti – ad esempio – della possibile ‘resurrezione’, ma anche le gesta delle epopee eroiche e delle epopee mistiche, gli atti simbolici di tutti i rituali d’iniziazione, le filiazioni spirituali in cui autenticità esula dalla documentazione degli archivi, come pure il processo esoterico dall’operazione alchemica”.


È così che le forme teofaniche sono per essenza ‘forme immaginali’, come le liturgie in genere con i loro simboli, i diversi metodi di orazione, le biografie mistiche dei Santi, la disposizione degli Angeli e gli Arcangeli nella giurisdizione contemplativa, ogni forma dunque che, se privata del proprio ‘luogo’ nel ‘Mundus imaginalis’ e del suo organo di percezione che è l’immaginazione attiva, finisce per non avere più un luogo e, per conseguenza, ‘ha più luogo’ nella finzione dell’immaginario collettivo.


Non si tratta qui di mitologia epocale o di allegoria estetica, sono le relazioni che intercorrono tra gli accadimenti presunti e la finzione scenica, cioè di quanto in esse si cela del ‘senso’ filosofico del dramma che pure ha luogo, in quanto manifestazione teofanica di ciò che accade in forma teatrale nella versione oralmente trasmessa e/o sulle pagine scritte dei Libri Sacri:


Hegel diceva che la filosofia consiste nel mettere il mondo al rovescio. Diciamo piuttosto che questo mondo è fin d’ora al rovescio e che la filosofia profetica consiste nel rimetterlo nel verso diritto”.


Ovviamente c’è molto di più, di quello che ho potuto dire nello spazio angusto di una recensione parziale, di un lavoro enciclopedico (539 pagine), stracolmo di riferimenti e richiami letterari fino ai giorni nostri, e con i limiti ovviamente del modesto lettore qual io sono. Tuttavia il lettore ‘curioso’, il ricercatore ‘affamato’ di conoscenza, non solo e necessariamente di approfondimento esoterico, si troveranno a fare un percorso ‘iniziatico’ per avvicinarsi all’ ‘altro’ della cultura universale. Pur sempre tenendo presente che se:

«L’immaginario può essere innocuo; l’immaginale non lo è mai».




Note:


(*) Roberto Calasso, “L’ardore” – Adelphi 2010. Editore e direttore editoriale della casa editrice Adelphi.


(*) Henry Corbin, “Corpo spirituale e Terra celeste” Dall'Iran mazdeo all'Iran sciita – Adelphi Edizioni 1986.

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