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Una storia di Rebedaclan

Senza nome

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22 minuti

Pubblicato il 04 ottobre 2019 in Altro

Tags: #rinascita #storia #strenght #vita

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Spesso nella vita mi sono sentita dire che ho sbagliato, che ho sbagliato tutto nella vita.

Non biasimo nessuno per questo. Se avessero saputo, avrebbero taciuto - penso- e se così non fosse stato, bhè, i commenti si sarebbero rivelati ancora più insignificanti di quanto non fossero già.

Il mio rapporto con il mondo che mi circonda è, per così dire, suscettibile.

Tendenzialmente sono severa, ma disponibile: i miei dipendenti possono vantare il diritto di non aver mai subito crisi isteriche o umiliazioni da parte mia; anzi, cerco di riservare il medesimo trattamento a ciascuno di loro, offro la mia attenzione a chiunque ne necessiti e mi occupo personalmente di aiutare gli stagisti nell'apprendimento. Certo, come a chiunque altro, anche a me capitano giornate no - per la verità di frequente - ciò nonostante mi impegno affinchè i miei problemi personali non intacchino il mio lavoro: stampo sul viso un sorriso di cortesia tirato all'estremo, costringendomi a mantenere la calma, e affronto qualsiasi situazione con una tranquillità di cui io stessa, a volte, mi stupisco.

Una cosa, tuttavia, assolutamente non transigo: non accetto chiunque oltrepassi il limite, da un punto di vista fisico innanzitutto, ma anche verbale o mentale. Mi fa imbestialire più di qualsiasi altro atteggiamento.

A tal proposito non amo i luoghi particolarmente affollati come i centri commerciali o i pullman negli orari di punta: io ho bisogno del mio spazio vitale in ogni ambito e sotto ogni aspetto. Per questo motivo odio gli psicologi, che tentano di insinuarsi dentro la psiche dei loro pazienti, invadendo le loro regioni più intime, come talpe che scavano lunghi cunicoli in silenzio sotto terra.

Poche sono state le persone che veramente hanno lasciato un segno nel mio cuore.

Algida? No, non sono algida, il mio cuore è caldo e pulsante; il fatto è che sono stata delusa, discriminata e ferita, per cui ci vado con le pinze nel campo minato dei sentimenti. Un solo passo falso e salti in aria come coriandoli.

Sono una donna in carriera, a dispetto della mia giovane età; dirigo uno ad uno gli uffici di mio padre, con il suo aiuto e, inizialmente, anche con il supporto del mio fratello maggiore, August.

É sempre stato il figlio prediletto, il primo genito, a lui era tutto dovuto. Un nome, un destino. Grazie al suo intervento la nostra azienda si era risollevata dalla rovina, il nostro impero era risorto. Mi ricordo che da piccola avevamo un legame molto stretto; i nostri racconti di avventura erano gli unici mezzi con cui potevamo evadere dalla realtà, una realtà contorta, costruita attorno al dio Denaro, al lusso e allo sfarzo.

Gli volevo bene, come a nessun altro. Egli stesso si sentiva, in qualche modo, in colpa per la sua condizione privilegiata, che non desiderava affatto: lo escludeva dalla vita mondana dei suoi coetanei, rilegandolo in un mondo che non gli apparteneva.

Grazie a lui ottenni questo incarico prestigioso.

Tuttavia, un giorno di settembre, cambiò tutto: le nostre strade si separarono e quel rapporto che tanto ci aveva uniti, prese a sgretolarsi dietro di noi.

Il figliol prodigo partì, alla scoperta della sua America, senza farsi più sentire nè vedere da nessuno di noi e così alla famiglia sono rimasta io, l'ultima ruota del carro.

I miei parenti, specialmente i miei genitori, iniziarono a trattarmi in modo diverso, un finto buonismo li porta a starmi addosso come avvoltoi in cerca di potere e prestigio.

M'infastidisce particolarmente tutto ciò.

Non mi hanno mai fatto mancare niente, questo è vero, ma non ho il ricordo di una carezza, un bacio d'affetto o una parola di conforto da parte loro e adesso, in mancanza di August, sentono il bisogno di sfogare la propria mania di venerare il figlio preferito riversandola su di me.

Ogni volta che avevo un problema, ero costretta a risolverlo da sola.

August è stato la mia salvezza. Mi manca da morire, non passa giorno che io non pensi a lui. Anche se ci ha lasciati, anche se mi ha abbandonata e, apparentemente, quando quelle poche volte in cui si parla ancora di lui in famiglia sembra che io gli porti rancore, in realtà dentro di me so che la rabbia che provavo è svanita, l'ho perdonato.

E se adesso, dopo cinque anni dalla sua scomparsa, tornasse, vedendolo sull'uscio della porta, con quella sua classe che lo contraddistinguerebbe da chiunque, gli correrei incontro; scenderei di corsa la scalinata e lo abbraccerei forte. Sogno questo momento da tempo.

Le uniche informazioni che abbiamo di August ci sono fornite dal suo migliore amico, Kevin, l'unico ad essere rimasto in contatto con lui. Chissà poi quanto siano vere.

Ci ha detto che August si è trasferito in un paesino rurale della Germania, è sposato ormai da due anni con una ragazza del posto e lavora in proprio, coltivando un terreno di sua proprietà. É questo che mio padre odia di più di mio fratelloi.

Una sera proprio lui decise di invitare a cena una sua collaboratrice, Katie, fortemente motivata nel volermi conoscere. Una donna piuttosto simpatica, a prima vista, ma appena calata la maschera ci si accorge dell'arpia che si nasconde al di sotto di essa.

Non ricordo come, ad ogni modo, ad un certo punto uscì fuori il discorso di August.

"Ringrazio Dio di avermi dato questa seconda figlia, è stata una benedizione! - disse mio padre, rivolgendosi a Katie - É così docile, rispettosa... non come quello lì! Quello sciagurato di August! Cresci figli, cresci porci, non era così il detto? Ora il porco è diventato lui!".

"Non dovresti parlare così di tuo figlio!" risposi.

"Mio figlio?! Non è mio figlio da anni. Uno zappatore... ancora non ci voglio credere! Aveva tutto - alzò il tono della voce, aveva bevuto troppo- tutto! Adesso è solo un poveraccio!"

In quel preciso istante esplosi, dopo essermi trattenuta in ogni discussione riguardo a questo argomento.

"August è fuggito da te e da lei - indicai entrambi - dall'azienda e da tutte le responsabilità che gli hai affibbiato. L'avete sempre idolatrato come se fosse un dio, ma lui un dio non lo è mai stato e allora ha preferito sparire per sempre. Ha preferito rinunciare a me, piuttosto che sottostare ai tuoi voleri".

Mio padre scattò in piedi dalla sedia, facendo sobbalzare tutti. Mi si avvicinò con un cipiglio minaccioso, quasi volesse prendermi a schiaffi.

"Che cosa ne sai tu? Sei solo una stupida! Il tuo caro e dolce fratellone non ti ha mai amata, gli servivi solo come passatempo. Ha tradito ognuno di noi, anche te! Se non fosse per tuo padre, che tanto disprezzi, non avresti un futuro aureo. Con che coraggio osi lamentartene!". Credevo seriamente che a quel punto mi avrebbe alzato le mani. Non l'avevo mai visto così furioso.

"Se non fosse stato per August non avrei mai ottenuto questo posto di lavoro!".

"Lo stai sopravvalutando un po' troppo. Senza di me persino lui sarebbe stato polvere".

"Tuo padre ha ragione. Sei ancora giovane per capire". Katie si era fatta coraggio ed era intervenuta. Gli aveva poggiato una mano sull'avambraccio per calmarlo, come se fosse suo marito, tant'è che mia madre aveva intuito subito che tra i due c'era più che una semplice collaborazione lavorativa, tuttavia aveva preferito tacere.

"Tuo padre ha fatto numerosi sacrifici per te e per tuo fratello, un minimo di riconoscenza..". Non le diedi neanche il tempo di terminare il suo pensiero.

"Fuori! Esci da questa casa!" le urlai. Dovevo esserle apparsa molto minacciosa, perchè nel giro di qualche momento era sparita dalla circolazione.

Sentivo i miei lineamenti modificarsi, indurirsi, ma pur sempre fieri.

Giuro che le avrei messo le mani addosso; mi ero davvero sforzata di mantenere un certo decoro.

Ricordo che fu la discussione più violenta con mio padre di tutta la mia vita.


Ho venticinque anni, ho ancora una vita davanti, eppure mi sembra di averla vissuta molto di più. Non che io mi senta vecchia o debole, non sia mai! É solo che, non so, mi sento molto segnata dal mio passato.

Per non cadere in depressione ho dovuto alzare un muro che mi divide dal resto del mondo: per orgoglio o forse per timore - lo ammetto - cerco di trovare in me stessa la forza, evitando di appoggiarmi a qualcun altro. Sono indipendente e questo ha certamente i suoi lati positivi, eppure a volte mi domando dove mi possa portare questa solitudine.

Ci sono dei momenti in cui mi manca non avere alcun supporto, però, d'altra parte, non trovo sufficienti motivi per aprirmi con qualcuno, per fidarmi, soprattutto.

La situazione non è sempre stata tale.

Fino a qualche anno fa mi piaceva sognare, condividere i miei progetti e desideri con la mia migliore amica, Melany; ci divertivamo a spettegolare sui colleghi e una sera a settimana affittavamo un film da vedere a casa mia. Ridevamo tanto.

In ufficio si scherza talvolta, ma riservo sempre un certo distacco con i dipendenti.

Una sola volta mi lasciai andare, volendo concedere una possibilità a me stessa di oltrepassare i confini che mi circondavano.

Era primavera e da poco mio padre aveva assunto un nuovo collaboratore in ufficio. Si chiamava Philip: era un tipo di bell'aspetto, molto curato; raffinato nel parlare e garbato nei modi.

Non avevo mai pensato ad un prototipo di ragazzo ideale: in quel momento ce l'avevo davanti agli occhi.

Quel giorno mi invitò fuori per un aperitivo.

Mi era già capitato in passato di ricevere proposte del genere, senza malizia, ma non avevo mai accettato; non mi garbava l'idea di mescolare la vita privata con il lavoro.

Quel giorno qualcosa mi spinse a dirgli di sì. Forse era stato un colpo di fulmine.

Mi portò in un locale del centro, uno di quelli frequentati dagli imprenditori, una via di mezzo tra i vip e la gente comune.

Era stata un'uscita sorprendentemente piacevole: la sua voce calda mi faceva impazzire; era un giovane in gamba, con saldi obiettivi e dalla mente aperta; la sua determinazione mi aveva spronata a ritrovare fiducia in me.

Avevamo deciso di intraprendere una frequentazione, senza che nessuno lo sapesse.

Gli avevo parlato del mio rapporto con la famiglia, piuttosto burrascoso e, con estrema pacatezza aveva compiuto lo sforzo di ascoltarmi per davvero, con il cuore, ed era riuscito anche a capirmi, si immedesimava in me.

Si era reso conto di che persona fosse in realtà mio padre; ciò nonostante, finchè questo non andava ad intaccare il mio lavoro, mi consigliava di non darci troppo peso.

All'improvviso mi chiese di fidanzarci: fu, credo, uno dei giorni più belli.

Successivamente, con il giusto tempo, passammo al fidanzamento ufficiale, dinnanzi ai miei e ai suoi genitori: dopo aver preso un lungo respiro aveva annunciato il lieto evento, con l'approvazione di tutti.

"Siete una coppia stupenda!" si complimentavano, augurandoci gioia e serenità.

Ero - mi correggo - eravamo davvero felici, ne sono certa. Sentivo di aver ripreso in mano la mia vita. Andammo a vivere insieme poco dopo - o meglio, si trasferì lui da me - per un anno, un anno soltanto, fin quando Philip non scomparì, anche lui, lasciando dentro di me un vuoto incolmabile.

Mi sembrava di percepire il cuore scricchiolare dentro il mio petto.

Arrivai a compiere gesti del tutto irrazionali, per i quali ora ringrazio di essermela sempre cavata.

Avevo preso l'abitudine di andare nei pub della zona la sera e bere fino ad ubriacarmi, arrivando poi il giorno seguente al lavoro tutta sfatta e stravolta. Volevo perdere il controllo, volevo rischiare ogni cosa, ma era come se l'intera città facesse di tutto per portarmi in salvo. Nottate trascorse a vomitare l'alcool eccessivo che avevo ingerito. A volte andavo a passeggiare di notte nei parchi, deludendomi del fatto di trovarvi solo gruppi di ragazzini intenti a fumare le prime canne o coppiette appartate, troppo impegnate per accorgersi di me.

Spesi una fortuna per affittare taxi che mi trastullavano qua e là per la città, mentre la mia mente vagava seguendo le luci che scorrevano attraverso il finestrino.

Mio padre si infuriava ogni qual volta mi vedeva arrivare in ufficio con gli occhi gonfi e l'aria stanca, non faceva altro che minacciarmi con lo sguardo per non compromettere la sua e la mia carriera con voci malfamanti.

Così, un giorno, prese la decisione di farmi stare a casa fino a quando non mi fossi ripresa. Non servirono a niente le mie obiezioni, chiaramente.

"Ci penso io in tua assenza" aveva concluso, invitandomi con un gesto della mano a lasciare il posto di lavoro.

Piangevo spesso.

Io amavo Philip con tutta me stessa e, a dire la verità, se avessi potuto tornare indietro, in quel momento, avrei rifatto tutto daccapo, senza rimpiangere nulla.

Ora sono sempre più convinta di aver commesso un errore clamoroso.

C'è chi dice che dagli errori si impara qualcosa: a me hanno sempre insegnato che gli errori si pagano, cari talvolta.

La vita è così imprevedibile e non poter anticipare ciò che avverrà mi rende inerme e destabilizzata.

Amo tenere la situazione sotto controllo, nonostante quel mio momento di sbandamento, anche quando si fa dura, almeno credo... O magari è solo quello che vorrei, per dimostrare al mondo che sono forte, che niente mi abbatte.


"Non ho bisogno di essere salvata da nessuno". Con queste precise parole si concluse un capitolo della mia vita. Non il più importante, non il più lungo o il più felice. Fu un periodo particolare, quello.

Dopo che Philip mi aveva lasciata, come ho appena ricordato, mio padre mi aveva consigliato, quasi obbligandomi, di prendermi del tempo: così feci, non perchè me l'avesse imposto lui, ma perchè sentivo di averne bisogno, la mia testa era altrove e non avrei saputo dare il meglio di me al lavoro.

Di questo ringrazio mio padre: forse per una volta aveva capito davvero le mie necessità. Probabilmente esagerai un po', prendendo alla lettera il 'rinchiudermi in casa' : non mi andava di uscire, anche solo per una passeggiata ma, d'altra parte, rimanere sola nel mio appartamento era angosciante.

Troppi ricordi mi tormentavano, ovunque mi girassi il fantasma di Philip si faceva sentire. Tuttavia escogitai una soluzione pratica ed efficace: trascorsi la maggior parte del tempo in balcone, a perdermi nei miei pensieri osservando il cielo.

Rientravo solo per mangiare e dormire.

La donna delle pulizie provvedeva a mantenere in ordine la casa e mi procurava il cibo. Ci provava a chiacchierare con me, mi faceva quasi tenerezza o io la facevo a lei, ad ogni modo era come parlare con il muro.

Mi piaceva spiare la gente in strada e la loro vita di tutti i giorni. Alle 7,30 in punto arrivava il pullmino che portava i ragazzini della zona a scuola e in quel momento si animava il traffico. Mi aveva colpito più di tutti un giovane del mio palazzo, completamente diverso da quello che si era rivelato essere il mio standard, eppure a modo suo affascinante.

Quotidianamente scendeva di casa in tenuta sportiva e iniziava la sua corsetta di quasi un'ora, tornava a casa, presumo si lavasse, si cambiava e andava al bar. Indossava spesso abiti casual, portandoli con modernità e carattere; andava in giro con una valigetta di pelle. Non avevo idea di cosa facesse: se lavorava o se fosse un universitario, magari andava a trovare la sua ragazza o usciva con gli amici, non era importante.

Sta di fatto che verso le 18:30, puntuale come un orologio svizzero, lo vedevo risbucare nella via e sedersi su una panchina sotto casa. Si accendeva una sigaretta, fumandola con gusto. Infine apriva il portone, diretto al suo appartamento; lo sentivo salire le scale, infilare le chiavi nel nottolino della porta, per poi sparire, lasciando dietro di sè solo silenzio.

A dire la verità ho sempre pensato che fosse una persona monotona, per questo non mi sono mai sentita particolarmente attratta da lui.

Una volta lo incontrai nell'androne mentre stavo andando per necessità a fare la spesa. Non era il SUO orario. Mi fermò per parlare: avrei voluto andarmene, non ero interessata a dialogare con lui, eppure restai; aveva un non so chè di intrigante da vicino.

Erano giorni che non scambiavo parola con nessuno, un po' di socializzazione non mi avrebbe fatto male, anzi.

"Piacere, mi chiamo James! - mi tese la mano, pronto per stringere la mia - ho notato che te ne stai spesso in balcone, a contemplare... qualcosa...". Mi sorrise, non voleva essere una presa in giro, era piuttosto meravigliato.

Non sapevo bene cosa rispondere, mi aveva colta impreparata, così, presa dall'istinto di volerlo conoscere, mi spinsi oltre come non mai, invitandolo in casa per un caffè.

Sentii una scarica di adrenalina percorrermi la spina dorsale.

"Perchè no" rispose, semplicemente.

Si accomodò sul divano in soggiorno, mentre io ero intenta a preparare il caffè. I suoi occhi erano puntati su di me, li sentivo fissi sul mio corpo, come un laser che brucia i vestiti, arrivando poi sulla carne.

Mi spiegò di essere in ferie dal suo lavoro, ribadendo più e più volte di essere anche single, disponibile, libero. Insomma, aveva cercato di farmelo capire in tutti i modi.

Lo invitai più volte in casa, era piacevole trascorrere del tempo in sua compagnia.

Finchè un giorno, al posto che porgergli la tazzina per il caffè, gli presi la mano e lo portai in camera da letto.

Mi baciò, era da tempo che desiderava farlo; io, d'altra parte, cercavo di rimanere il più distaccata possibile. Mi tirò con sè sul letto e mi percorse tutto il corpo con le mani.

Ben presto la situazione degenerò.

Una volta terminato l'atto - è rude, lo so, ma per me non rappresentava nient'altro che il puro atto fisico - lo cacciai, consapevolmente, in malo modo.

Mi sentivo sporca, non potevo credere di averlo fatto davvero.

Eppure il giorno dopo stessa scena e con la stessa rabbia con cui lo mandavo via, lo andavo a cercare l'indomani, mortificata.

Questa situazione si protrasse per più di un mese, fino a quando all'improvviso decise di non assecondarmi nuovamente.

Entrò in casa mia, chiuse la porta a chiave e mi condusse al letto.

Si sdraiò e mi attirò contro il suo petto.

Era troppo per me.

Lo allontanai con le mani, ma lui si avvicinò ancora di più.

"Non ho intenzione di fare sesso con te. Non ti guarderò al di là degli occhi, non ti toccherò più in giù del viso, e non ti bacerò altra parte che non sia la fronte. Al contrario, voglio solo parlare!". Parlare?! Di cosa avremmo mai dovuto parlare.

Distolsi lo sguardo dal suo, impanicandomi.

Iniziò a giocherellare con le chiavi, facendomi intendere che non sarei potuta scappare, che aveva lui la situazione in mano.

"Non ho niente da dirti, James. Ridammi le chiavi e vattene!". Lo spintonai lontano da me.

"Eh no, sarebbe troppo facile! Ora TU mi ascolti! Finora ho sempre cercato di accondiscendere ad ogni tua richiesta, facendo in modo di non prenderla sul personale ogni volta che mi sbattevi la porta in faccia".

"Perchè avresti dovuto prendertela?!"

"Perchè - abbassò il tono della voce - dal primo momento in cui ti ho vista, il mio cuore ha iniziato a smuoversi. E non sto parlando di quando mi hai invitato qui per un caffè. No, io già ti conoscevo prima che arrivasse il tuo ex ad abitare qui. Ma allora eri sua. Ho ceduto perchè sapevo che il sesso sarebbe stato l'unico modo per legarti a me".

Avevo una forte nausea, non avrei saputo dire se per le sue parole o per me stessa.

"Il prode cavaliere che cede dinanzi alle lusinghe di una fanciulla! Ma per favore! Sembra che io ti abbia costretto... eppure a me non pareva che fosse così, mi sembra che tu ti sia divertito abbastanza. Con oggi, poi, hai dato il massimo!"

Sorrise, con una vena di amarezza sulle labbra. Ci era rimasto male, per davvero.

"Credevo che con il tempo questo tuo atteggiamento si sarebbe ammorbidito..."

"Tu credi che tra una botta e l'altra mi sarei innamorata di te?"

"Sì". Riversò a terra lo sguardo.

Mi sentivo crudele e viscida, ma non potevo fargli altro male.

"James, non provo nulla per te e mai lo proverò". Quelle parole suonavano come frecce in pieno petto.

Si alzò di scatto dal letto, deluso e adirato con se stesso.

"Non voglio andare via anche questa volta - sapeva più di una supplica, che di una presa di posizione salda - perchè fai così? Pensavo che stessimo bene insieme, adesso neanche hai il coraggio di guardarmi in faccia!"

Mi sentivo in trappola, non ne avevo mai parlato con nessuno prima.

"Il problema è...". Le parole mi si strozzarono in gola, non sono riuscii a proseguire.

"Ti sentivo piangere quando eri con lui...e gridare. In realtà sono sicuro che ti sentissero anche i tuoi vicini di casa, solo che nessuno si è mai osato di rivelare qualcosa..."

Boom, colpita e affondata.

Le lacrime iniziarono a scendere.

"Philip è il problema. Rivive ancora nell'eco della mia memoria come se fosse qui con me, anche in questo momento e in tutti gli altri trascorsi con te. Mi ha spezzato il cuore, ma non potrei non amarlo comunque. Ora ti spiego: - ripresi fiato un attimo - subito dopo il nostro fidanzamento si è trasferito qui.

Nei primi mesi la convivenza è stata una favola; evito di raccontarti i dettagli, ad ogni modo sappi che stavamo bene. Tra le sue braccia mi sentivo al sicuro.

I suoi occhi erano bramosi e le sue mani avide del mio corpo in un primo momento mi allietavano, il suo desiderio mi accendeva una fiamma dentro. Poi, però, in determinate circostanze, i suoi occhi si sono fatti più duri e le mani più pesanti.

Una sera, di ritorno da una festa, mezzo ubriaco, mi ha tirato uno schiaffo sulla guancia perchè avevo invitato a casa, senza il suo permesso, la mia migliore amica, Melany, la quale, pur di non vederlo, dato che tra loro non scorreva buon sangue, se n'era andata prima che lui tornasse.

Philip si era subito accorto che qualcuno era stato lì; non avevo neanche fatto in tempo a nascondere le prove. Non si era limitato ad uno schiaffo, ma ne aggiunse un altro e un altro ancora, finchè non si convinse che io non avevo nessun amante.

Mi ha trascinata a letto, ordinandomi di dormire.

La mattina seguente si è svegliato, sorridente; mi riempiva di baci, mi accarezzava e, credendo che i fumi dell'alcool fossero passati, ho deciso di non dirgli niente.

Mi sono sforzata di dimenticare.

Così sono trascorse settimane, forse mesi, fino a quando è ricapitato un evento simile: le modalità sono state le stesse; questo giro, tuttavia, lui era lucido.

Strattonandomi per i capelli mi aveva buttata a terra, si era avvicinato per tirarmi altre botte, ma prontamente gli ho mollato un calcio sullo stinco, che l'ha fatto indietreggiare, dandomi il tempo di rialzarmi.

A quel punto, com'era prevedibile, si è scagliato con maggiore violenza.

L'ho implorato di smetterla: mi ha preso per un braccio, buttandomi sul letto e imponendomi di dormire.

Allo stesso modo della volta precedente, di mattina era sereno e affettuoso, come se nulla fosse successo. Mi scaldava tra le sue braccia, ma io ero terrorizzata.

Vedendo le mie gambe bollate di lividi è rimasto scioccato. Gli ho raccontato tutto, ogni singolo dettaglio e lui è scoppiato a piangere, sconvolto.

Era dispiaciuto, addolorato per quello che aveva commesso; sapevo che non mentiva.

Nella quotidianità mi sentivo amata da lui, mi rendeva davvero felice e ogni cosa sembrava andare nella giusta direzione finalmente. Ciò nonostante sapevo che qualcosa stava cambiando dentro di me: se di sera alzava la voce mi agitavo, anche se non stava parlando con me, ma magari era al telefono con qualche collega; la notte ero tormentata da incubi, per cui mi svegliavo sudata e piangente, me ne andavo in soggiorno, prestando molta attenzione a non disturbarlo.

Mentre dormiva lo osservavo: come poteva una persona così docile trasformarsi in un mostro del genere? Che bisogno aveva avuto di sfogarsi così su di me?

Pertanto, benchè avessi cercato di far affogare questi ricordi e pensieri negli abissi della memoria, ero certa che non fosse realmente così.

Ho iniziato a temerlo seriamente quando tutto questo schifo è tornato a galla, ripresentandosi sempre con la medesima scenografia.

Episodi del genere hanno iniziato a verificarsi con maggiore frequenza.

Mi sono ritrovata a vivere una sorta di doppia vita per un breve periodo: tanta spensieratezza di giorno, quanta violenza di notte. Non riuscivo a liberarmene.

Che stupida, penserai.

E poi, quando meno me lo sarei aspettata, un pomeriggio sono tornata a casa e lui era sparito. L'ho chiamato una decina di volte al telefono, ma "siamo spiacenti, il numero da lei selezionato è inesistente".

Ricordo di aver gettato il telefono contro l'armadio, che al colpo ha scricchiolato come se avesse provato una fitta di dolore.

Hai presente la sensazione di ricevere una pugnalata al petto? Ecco. Il petto avrei voluto strapparmelo con le unghie, avrei voluto aprirmi in due e fare uscire tutto il dolore che c'era in me. Speravo che se avessi fatto qualche sciocchezza, sarebbe tornato da me, ma non è stato così...".

Rimanemmo entrambi in silenzio per minuti, io avevo detto anche fin troppo. Mi aspettavo che replicasse con qualche critica o biasimandomi.

"Vorrei poterti salvare dai fantasmi del tuo passato..."

"Non ho bisogno di essere salvata da nessuno" risposi. Non ero in cerca di compassione.

"Certo che no, te la cavi bene così. Non permettere a nessuno di abbatterti!". Si rivestì e mi lasciò in camera da sola con un ultimo casto bacio sulla fronte.

Per settimane non lo rividi più, poi venni a sapere dalla mia vicina di casa che si era trasferito fuori città, ben lontano da qui.

Mi dispiaceva tanto, in fondo era un bravo ragazzo. D'altra parte era stata la decisione più giusta per lui, non poteva farsi carico dei miei macigni.

Era giunto il momento di riprendere in mano la mia vita, di darle una svolta, sentirla nuovamente mia.


Ed ora eccomi qui. Nuda, davanti a questo specchio. Nuda, di fronte a me stessa, alle mie angosce passate, alle mie paure per il futuro, ma felice. Mi sento rinata, esorcizzata dai demoni che mi tormentavano e viva. Nuda, dinnanzi ad una persona che fino a poco tempo fa a stento riconoscevo, ma adesso riesco a guardarla: splende di una luce divina.



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