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Una storia di rosanna

E anche l'ascensore fa le  bizze

dopo una  giornata  trascorsa felicemente in biblioteca a scambiarsi tra  amici  opinioni  e commenti sui  libri letti .....

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6 minuti

Pubblicato il 01 ottobre 2018 in Avventura

Tags: #realmente #scene #vissute

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E anche l’ascensore fa le bizze

Non ci son più le 4 stagioni, dicono in molti con tanto di raffreddore regalato dai mutamenti climatici. “Fa caldo, si suda, mi spoglio, fa freddo, mi rivesto, tempo umido, non c’è sole, o quasi mai”. È il continuo lamento che si sente in questa bizzarra stagione.
Purtroppo questa primavera ci ha presentato un sole un po’ rinunciatario che invece di accaparrarsi quanto gli spetta di diritto, prova a combattere quel cielo scuro accontentandosi di piccoli spazi che rischiano però di farlo piombare nel dimenticatoio.
Solo una delegazione genovese che vuole emergere, anche quest’anno ha presentato agli ospiti le sue ville vissute come luogo di villeggiatura dai nobili di un tempo.
Un entusiasmante percorso per scoprire quegli antichi palazzi di pregio coi loro ameni giardini disseminati lungo la parte antica della delegazione, lontano dal caotico traffico stradale della via principale.
Ed è lungo il peregrinare da una dimora all'altra che si raggiunge la storica villa Gentile Bickey del XIX secolo sede della biblioteca comunale, modificata nel tempo e ristrutturata di recente.
Un ambiente ospitale che non solo ha calorosamente accolto i visitatori, ma anche quelli abituali come noi, amici del libro, che periodicamente ospita al quarto piano per trascorrere un sereno pomeriggio discutendo tutte le varie opere lette con grande entusiasmo.
Ed è proprio nell'ultimo pomeriggio di un capriccioso mese mariano che anche l’ascensore di servizio si presenta svogliato e sonnolento. Arriva al piano con la sua solita flemma, apre la porta scorrevole e svogliato attende l’ordine di ripartire verso il piano terra, come sempre.
Oggi però non asseconda i suoi ospiti piuttosto briosi e felici della giornata appena trascorsa. Sembra triste e incapace di adeguarsi al clima che lo circonda, ma ci prova mettendo in atto tutta la sua energia. Parte, sobbalza con un violento sussulto, ultimo sprazzo di forza posseduta, poi si addormenta per sempre. “Si sarà preso un momento di pausa, magari si riprenderà, proviamo a indirizzarlo ad altri piani, Ce ne sarà pure uno che gli andrà a genio!”. Niente, purtroppo il suo cuore aveva esalato l’ultimo respiro dando il definitivo addio a questa deludente stagione. E ora che si fa? Delusi per essere stati abbandonati così crudelmente, ci si guarda negli occhi. E pensare che aveva una portata massima di 9 persone e non più di 1000 Kg di peso totale. Una riga di conti di semplice aritmetica ci convince che eravamo ben al di sotto del peso richiesto e mentre silenziosi ci contavamo, l’emozione ci portò a calcolarne addirittura sedici. Forse sarà per quello, eravamo davvero un po’ troppi.
Ma no, abbiamo contato anche quelli riflessi nel grande specchio alle nostre spalle. Erano tutti sudati fradici, coi visi sconvolti. Alcuni squadravano l’orologio, altri scrutavano il soffitto sperando di vedervi uno sprazzo di cielo inesistente, altri cercavano qualche spiraglio da dove potesse entrare un po’ di ossigeno e tutti erano rossi come peperoni, sembravano davvero altre persone.
In un attimo però la ragione prevalse sulle emozioni e stavolta i conti quadravano alla perfezione: eravamo solo noi, sei donne e due uomini che cercavano di infonderci quel coraggio che non possedevano nemmeno loro.
Inscatolati come sardine, coi visi stravolti dal caldo e intenti a soffocare le apprensioni, via ad azionare ripetutamente il pulsante di aiuto che spandeva per l’edificio i suoi lugubri ululati.
Unico dubbio presente era quello che gli altri, vista la tarda ora e sapendo che l’ascensore sarebbe stato più veloce di chi aveva affrontato le ripide scale di ardesia nera, avessero pensato che fossimo già sulla via d’uscita, incitandoli a chiudere definitivamente i possenti portoni della villa.
Ma l’ululato prolungato e ad intermittenza, li ha raggiunti e seppure stanchi, per aver lavorato in straordinario nelle recenti visite programmate, i responsabili ora si dovevano sobbarcare anche il fuori onda del capriccioso ascensore.
E mentre la sirena echeggiava per tutti i locali in cerca di aiuto, noi, chiusi nella scatoletta ermetica, ci stavamo sciogliendo in piccole gocce che, convinte di portare in sollievo un po di frescura, rotolando lungo le gote proseguendo la loro rincorsa su tutto il corpo.
Le nostre voci che sembravano provenire dall'oltre tomba, cercavano di conoscere come si sarebbe evoluta la serata, mentre altre provenienti dalla scatola magica di quella trappola, rassicuravano che prima o poi sarebbero giunti i soccorsi.
Unico dubbio da parte dei segregati era il traffico cittadino che a quell'ora è sempre abbondante e le linee telefoniche dei cellulari, senza segnale. Ma eravamo tra amici e insieme avremmo affrontato tutto il tempo necessario purché l’anidride carbonica non superasse l’ossigeno a disposizione.
Impegnavamo il tempo pensando a gelati al gusto di stracciatella e vaniglia, a fresche gassose, o anche frizzanti coca cole. Rimpiangevamo i golosi baci di dama abbandonati sul grande tavolo che ci aveva accolti poco prima che, a saperlo, ci saremmo portati al seguito.
Se invece avessimo sfidato la pigrizia e affrontato i quattro piani delle nere scale di ardesia dell’edificio, a quell'ora saremmo stati liberi e all'aria aperta.
Tutto vero, ma ci saremmo persi quella esperienza che almeno io non avevo mai vissuto. Dopo un’ora di prigionia le porte della scatola si spalancarono ed eccoci pronti ad annoverare quella nuova esperienza nel libro personale dei ricordi.
Mi era sembrato di provare le emozioni di chi riesce ad evadere dal carcere per acquistare la libertà o quelle degli uccellini che fuggiti dalla prigionia di una gabbia, avrebbero spiccato il volo verso l’infinito.
“Ma che bello però questo quartiere stasera!” Il verde dei giardini che di solito si oltrepassano distrattamente senza soffermarsi nemmeno sull'evolversi delle stagioni, stasera sono molto più attraenti. Apprezzo gli intensi profumi dei fiori delle magnolie che sembrano dare una nota di candido colore a quel cielo sempre un po’ tenebroso.
Persino la bianca recinzione di protezione dei giardini con le cancellate ancora aperte, pare invitare a fare una passeggiata fra gli alberi che circondano la villa rallegrati dal cinguettio degli uccelli e qualche volo di rondini che inseguono gli ultimi insetti volanti.
Le persone occupano le panchine per godersi il fresco della serata, mentre i nonni assecondano le ultime gaie rincorse dei nipotini prima del loro rientro a casa.
Persone silenziose attendono i pullman per raggiungere le loro dimore, mentre i negozianti, dopo aver servito gli ultimi clienti, si apprestano a chiudere le saracinesche che emettono uno sferrato e particolare cigolio.
Tutto sembra avere un aspetto più nuovo ed io me ne vado finalmente libera verso casa, godendomi quello spettacolo uguale a tutti i giorni, ma che ora mi appare persino diverso, più invitante, più tranquillo e di fronte a quelle emozioni personali, mi sfugge persino un sorriso.
Una esperienza che, se vissuta da sola, avrebbe sicuramente creato panico, ma in compagnia ha addirittura messo in risalto un ambiente dove le diverse reazioni delle persone acquistano un aspetto quasi sconosciuto, non perché fossero realmente tali, ma perché la mia fantasia le voleva vedere così.
Però. Ma perché l’ascensore trappola, proprio questa sera, ha voluto divertirsi tanto? Non poteva fare un piccolo sforzo e portarci a destinazione, oppure non partire del tutto invece di soggiornare nel buio e chissà per quanto tempo ancora, scegliendo addirittura la metà tra un piano e l’altro? Mistero! Non si vuole esprimere, evidentemente lui si diverte così.”



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