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Una storia di RiccardoManfredelli

Ho camminato tanto per trovarti, questa notte

C’è un posto al centro dello stomaco dove vanno a finire tutte le parole che non diciamo.

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3 minuti

Pubblicato il 12 gennaio 2019 in Thriller/Noir

Tags: #Noir #Notte #Parole #Storia #Thriller

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C’è un posto al centro dello stomaco dove vanno a finire tutte le parole che non diciamo.

Me ne sono reso conto questa mattina, quando svegliandomi, ho sentito l’anima compressa, spaccata in due da un respiro affannoso, a metà tra la malinconia e la speranza, all'incrocio con direzione obbligata tra l’illusione e l’amarezza.

Avrei voluto telefonare al mio migliore amico ma poi mi sono reso conto che forse non posso neppure pregiarmi di averne più uno. Ogni volta che apro la sua chat, con l’intenzione di scrivergli o di mandargli un vocale, le parole mi si strozzano in gola ed ecco che la paura mi blocca.

“Dov’eri, dove sei stato per tutto questo tempo?", mi direbbe lui giustamente. “E soprattutto,”, continuerebbe con una risolutezza nervosa nella, voce che non gli avevo mai sentito prima d’ora, “dov’ero io, per te?”.

E allora io, raccolto quel briciolo di lucidità che ancora mi rimane proverei a difendermi: credevo di potercela fare da solo, direi, di bastarmi. E per un attimo mi è sembrato anche di essere felice.

Ma quell'attimo mi esplode tra le mani ogni mattina, quando l’effetto degli ansiolitici e della sega della notte prima svaniscono. E allora capisco di essere un albero con i rami deboli, un equilibrista senza filo. Mi allontano con la presunzione di conoscere la strada del ritorno, ma intanto è già buio e piove.

Ho camminato tanto per trovarti, questa notte: e ti ho trovato. Ti ho trovato nel batticuore dell’abito da prima comunione, in una spillatrice lanciata contro la finestra della nostra aula. Ti ho rivisto al tavolo di un ristorante: una, due volte, intento ad organizzare il tuo matrimonio.

E subito io a far lo splendido: “Il complesso lo pago io. La cantante la conosco, le ho recensito il primo disco. Ci farà un prezzo di favore”.

“Aspetta, mi segno il nome”, hai detto tu. “Come hai detto che si chiama?”.

L’ho già detto che pioveva? Ecco, sì l’ho già detto. Pioveva e all'improvviso un lampo, netto anche nella mia coscienza: uno squarcio di luce che, paradossalmente, mi ha gettato nella tenebra: sono solo.

E questa mia asfissiante solitudine, lo senti il mio respiro che si fa più pesante?, mi porta a legarmi a cose irrealizzabili, sentimenti che esistono solo nella mia testa: di lui non so niente tranne che l’idea di non poterlo avere anche solo per unna volta, mi fa impazzire, mi manderebbe al manicomio.

Provo a distrarmi ma va sempre peggio: penso al ristoratore che quella volta non mi ha emesso lo scontrino o all'editore che ieri mi ha bocciato la bozza. E sento un calore rabbioso prendere forza in tutto il mio corpo: dai piedi alle mani, fino alla testa. Annebbiandomi tutto, annegando tutto nel rosso. Del sangue.

E allora penso che mi alzerei da questa sedia, sentendomi nelle gambe una forza che non credevo di avere. Prenderei la macchina anche se non ho mai guidato. E arriverei a casa sua.

Nel giardino silenzioso, anche il cane ronfa, farei attenzione a sporcarmi le scarpe il meno possibile. Quanto mi servirebbe adesso una forcina per capelli, fossi una donna, una donna forte, risoluta, avrei già aperto la porta senza lasciare la benché minima traccia.

Lo faccio, sono felice di me.

Pochi secondi per pensare alle prossime mosse. Pochi secondi per vedere che lo spettacolo qui è già finito. Qualcuno si è già preso gli applausi migliori. Qualcuno ha già calato il sipario sul protagonista inconsapevole di questa tragedia, la mia tragedia.

Un sipario rosso. Rosso come il sangue.




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