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Una storia di Mdigiorgio

Questa storia è presente nel magazine 123

Un Giornalista In Cina

Una storia assurda

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28 minuti

Pubblicato il 23 luglio 2020 in Avventura

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Ero in Cina. La sede del mio giornale aveva mandato me ad intervistare un tipo in uno sperduto paese che un anno fa aveva mandato una lettera — in cinese — dicendo di aver ammaestrato un polipo. Tra tutti i motivi che ti possono portare nella più remota provincia a duecento km dal Kirghizistan, avreste mai pensato ad un mollusco?
Ero atterrato il giorno prima a Xian Xianyang dopo un volo di troppe ore, sullo stomaco il cibo della economy class, ché mai avevano sborsato più di un centesimo necessario a mandare un reporter a fare il suo lavoro. Spilorci.
La mia faccia bianca era passata inosservata, nella città. Non persi tempo e comprai subito i biglietti del treno per la mia meta, sforzandomi di capire il loro inglese. Successivamente avrei dovuto prendere un pullman dalla stazione al paese.
Già durante il viaggio avevo potuto vedere la natura vincere sul capitalismo della nazione, e gli edifici farsi sempre più radi e umili, mano a mano che mi allontanavo dall’area metropolitana.
Arrivato alla cittadina, mi sembrava quasi di essere tornato indietro nel tempo. I tetti spioventi coperti di tegole rappresentavano il top che gli immobili potevano offrire: la maggior parte delle case era in legno, con finestre piccole e rimediate tra assi inchiodate alla bell’e meglio.
Le strade non erano nemmeno cementate, ma formavano un reticolato terroso, pieno di pozzanghere a causa del cielo grigio, e strette, fin troppe insegne anch’esse in legno o plastica, appese a destra e a manca. Come se le avessi potute leggere!
Ovviamente non parlavo cinese, né avevo con me un interprete, sempre per i motivi di avarizia che dicevo.
Sia presso la stazione centrale, sia avventurandosi in periferia, ogni luogo era ben gremito. Tutti, nessun escluso, erano indaffarati, compresi vecchi e bambini. Non potei fare a meno di pensare ad un formicaio, dove tutti quanti sanno dove devono andare e cosa fare. C’era chi caricava sacchi di riso sulla schiena, squadre che trasportavano travi di legno a spalla, molti operai armati di martelli, pinze e quant’altro, e poi pure donne indaffarate con polli e altre povere bestie da portarsi a casa, o che portavano questo o quest’altro di su e per di giù.
Tutti molto indaffarati, quando passava una pattuglia dell’esercito tutti abbassavano la testa e lavoravano raddoppiando gli sforzi. Quasi pareva che la polizia e l’esercito fossero i più pigri tra tutti, girando vigili e sospettosi — per niente amichevoli.
Mi sembrava strana tutta quella presenza militare, che forse rendeva l’atmosfera più tesa e un pelo ansiogena, ma non ci feci troppo caso.
Distratto a guardare tutto questo, avevo perso la strada. Chiesi indicazioni ad una ragazza, usando qualche parola nella loro lingua che avevo imparato in aereo, e un po’ di inglese. Esitò prima di rispondermi, poi mi fece notare di essere a meno di qualche passo dalla destinazione.
La casa di questo qui era una baracca di legno troppo alta per ispirarmi concretezza, appoggiata come un ubriaco sulla spalla dell’amico sobrio contro un palazzo dalle fondamenta in cemento.
Bussai, ma la porta non si aprì. Bussai ancora, ma niente.
Vidi una rampa di scale laterali, salì al primo piano per bussare, poi al secondo, infine sul tetto dell’edificio.
Nessuno aveva aperto, e la porta del secondo piano era pure sbarrata con assi inchiodate. Potevo anche andarmene via, mi dissi. Tutto ciò era ridicolo.
Mi stavo per accendere una sigaretta, sul tetto, valutando se chiamare l’ufficio e tornarmene a casa o meno, quando l’occhio mi cadde su una borchia metallica che sporgeva ai miei piedi.
Era una botola, ed era aperta.
Sopraffatto dalla curiosità, mi affacciai all’interno della abitazione, ed ebbi la panoramica dell’intero edificio. In fondo, al piano terra, l’intero atrio era vuoto, nemmeno un briciolo di arredamento.
Al primo piano, c’era un acquario con dentro un polipo, impegnato ad avvolgersi in un affare metallico. La casa era quella giusta, se non altro…
Ancora più vicino, all’altezza del secondo piano, c’era una specie di soppalco composto da qualche trave di legno sgangherata, un tavolo con molte sedie, a cui era seduto un uomo, e un letto. Il soppalco era inaccessibile se non da dove stavo guardando io.
Il polpo dentro la vasca si mosse, facendo schizzare l’acqua tutt’intorno, e un giovane ometto seduto al tavolo levò lo sguardo.
<<Chi sei?>> Mi chiese in inglese.
<<Sono dell’International Guinness, ricorda che è stato contattato per rilasciare un’intervista?>>
<<Oh, sì…>> Rispose indifferente.
<<Allora… posso entrare?>>
<<Non è un buon momento, Signore>>
Mi guardò negli occhi e scosse lentamente il capo. Era estremamente serio. Dal canto mio potevo anche lasciare perdere, ma invece:
<<Senta, sono venuto fino in Cina nella più remota provincia. Sinceramente non vedo l’ora di tornarmene a casa; ci mettiamo 5 minuti a fare questa intervista, me la lasci fare e me ne vado il prima possibile>>
Il ragazzo rifletté qualche secondo, estremamente serio. Non capivo veramente quale fosse il suo problema. Le sue sopracciglia si distesero dopo un’attenta valutazione che non capivo.
<<Come si chiama?>> Disse infine.
<<Miles Page>>
<<Va bene Mr. Page. Ma ricordi che lo ha scelto lei>>
E che diavolo voleva dire? Scossi la testa e mi calai giù dal soffitto, maledicendo questa casa, questo tizio, il tempo di merda, e pure la Cina intera. Mi sedetti di fronte a lui, presi il mio blocco, e cominciai con le domande.
Ma fummo interrotti dopo nemmeno un minuto.
Sentii il rumore dei passi di diverse persone sul tetto, e il suono confuso di parole che si mischiavano — non è del tutto vero che non spiccico cinese, qualcosa la capisco, ma non si può nemmeno dire che lo parli.
Si aprì la botola, e il ragazzo che stavo intervistando, che chiamerò Maglietta Rossa, scambiò uno sguardo con il nuovo arrivato, che aveva alzato la trave. Si rivolsero un cenno di assenso, e capì che si riferivano a me: a quanto pareva, ero <<Ok>>
Si calarono veloci sei o sette persone, e tutte subito presero posto al tavolo.
Saltando completamente i convenevoli, cominciarono a parlare di qualcosa che stavano organizzando. Tra loro c’era un altro occidentale, Maglietta Verde, un tipo strano con barba ispida tagliata di sbieco e baffi rasati anche peggio.
Parlavano di biciclette, posti di blocco, un ospedale… mi rivolsi a Maglietta Verde:
<<Ma che succede?>>
<<Metteremo una bomba>>

Quindi, insomma, non so com’ero finito lì, in compagnia di terroristi, ma ormai c’ero dentro.
Non mi riuscì nemmeno di capire quale fosse il piano — spiegato in cinese stretto.
Senza che mi fossi presentato, tutti avevano dato per scontato che fossi uno di loro. E di certo avevo tutti i motivi perché lo credessero. Voi avreste forse alzato la mano, <<scusate tanto, io volevo solo intervistare un polpo>>? Non credo. Loro si erano dati un compito, e a costo della vita non si sarebbero lasciati ostacolare da nulla.
Un’ora dopo calpestavo la terra, in strada verso qualche luogo che non avevo capito. Mi avevano dato un fazzoletto da legare al braccio: era un segno di riconoscimento. Le vie brulicavano di sguardi traboccanti di apprensione per me, e non per via della faccia bianca. Le mamme con i bambini sbirciavano curiose, gli operai si affacciavano a guardare la nostra compagnia vigili, e un anziano seduto che riparava un ombrello mi sorrise con un <<eh eh>> di chi ne sa…
Procedevamo verso ovest in fila indiana. Io ero in fondo con l’unico altro occidentale, che però doveva essere ben conosciuto nel paese, e forse rispettato — almeno questa fu l’impressione.
Proprio lui, Maglietta Verde, mi disse:
<<Dobbiamo superare un posto di blocco. Lei è un giornalista, mi ha detto Zu, quindi non dovrebbero dirle niente>>
Collegai il nome Zu alla figura di Maglietta Rossa.
Dal tono con cui mi parlò, intuì che il posto di blocco non era previsto, ma nessuno sembrava preoccupato, né intenzionato a tornare indietro. Per fortuna non ci furono intoppi; i poliziotti in divisa blu e azzurra fecero molte domande agli altri, per esempio ad uno con una bandana bianca e rossa chiesero di mostrare i documenti, il motivo della sua uscita e così via…
Ho anche assistito ad uno scambio di denaro. Non sono sicuro si trattasse di una tassa o di corruzione. Certo, se fosse stata una tassa, anche io avrei dovuto pagare, invece una volta spiegato che ero un giornalista parvero perdere ogni interesse nei miei confronti e mi lasciarono passare.
Dopotutto a nessuno frega dei giornalisti.
Riprendemmo il cammino con evidente sollievo. Uno del gruppo strappò dal capo la bandana a quel ragazzo e lo canzonò ridacchiando insieme agli altri. Il viale che stavamo percorrendo era affiancato da albicocchi e prugni che producevano un odore estremamente piacevole. Ad un certo punto svoltammo bruscamente nel folto delle piante, e seguimmo un sentiero nascosto nel fitto degli alberi — per lo più tigli — e cespugli. Immaginai che doveva essere una scorciatoia per evitare altre pattuglie. Perfino le nostre teste erano coperte dal manto boschivo, come in una galleria verde nella quale però filtra la luce.
Non molto più tardi giungemmo ad una casetta dove ci aspettava un giovanotto, che ci salutò e ci indicò sette biciclette. Cominciai a capire che molta gente era a parte del piano.
Mi diedero una bicicletta in più, e mentre montavo in sella e sentivo la ruggine gracchiare, scorsi con la coda dell’occhio una ragazza dai tratti occidentali, che, come al solito, non capì quale compito avesse nel piano orchestrato — verosimilmente — dal signor Zu.
In ogni caso, la nuova arrivata mi tenne compagnia per il resto del viaggio. Era attraente, e il colore della sua pelle raccontava di un’origine esotica e una famiglia benestante. Unica tra noi era allegra e sorridente, e però decisa a combattere per la causa: la fine del regime e dell’oppressione. Sinceramente all’inizio la etichettai come una specie di fangirl entusiasta e idealista, però parlandoci arrivai a concludere che i miei nuovi compagni non erano dei terroristi, ma dei partigiani — e se state pensando che in fondo sono la stessa cosa, vi sbagliate di grosso.
Il nostro tour in bicicletta procedette per la campagna in direzione della prefettura di Xinyuan, in una vallata compresa tra due catene montuose deliziose per gli occhi, perché meno irte e aguzze rispetto ai picchi tibetani. Incontrammo un pastore e qualche furgoncino che trasportava paglia.
Il numero dei passanti crebbe all’avvicinarsi di un villaggio, e anche i soldati aumentavano di numero. Ogni volta che eravamo vicini ad una pattuglia, gli abitanti del luogo ci dicevano se procedere o aspettare, gesticolando o mormorando.
Maglietta Verde si voltò facendoci capire di stare attenti, e la mia nuova amica Maglietta Gialla ebbe un brivido alla James Bond — mentre io, solo strizza. Di nuovo, non mi capacitai del motivo per cui mi trovavo lì, la mia mente era invasa dal dubbio, eppure… eppure, dentro di me sentivo di star facendo qualcosa di importante, qualcosa che mi impediva di fare dietrofront.
Poi arrivammo all’ospedale.
Ancora non avevo idea di quale fosse il piano, ma questo ospedale doveva essere importante, perché l’avevo sentito nominare nella baracca di Zu. L’edificio era situato presso un’antica torre crollata, poco più d’un rudere in cima alla collina. Doveva avere qualche annetto pure l’ospedale, perché la vernice gialla canarino era scrostata in più punti, e una finestra dell’ala sinistra, affacciata verso di noi, era tappata secondo la moda in voga nelle migliori bidonville: una bella asse di legno inchiodata. E scusate l’ironia.
L’ospedale era affollato. Talmente gremito di pazienti, che lungo il viale che saliva su fino all’ingresso in cima al promontorio, erano state allestite due file di lettini, ed erano tutti occupati.
Maglietta Verde, Zu, il tipo con la bandana e gli altri avevano accelerato il passo, lasciando indietro me e Maglietta Gialla.
Attorno a noi c’erano anziani, feriti di ogni età, donne incinte, malati mentali, e la sensazione malsana che mi morse nelle viscere mi fece intuire che era successo qualcosa di molto brutto.
Ad accrescere ulteriormente l’inquietudine, tutti quelli che superavamo passo dopo passo scuotevano la testa e ci bisbigliavano, con circospezione,
<<No>>
<<Non andare>>
<<Fermo>>
Un tizio dal volto bendato e con una chiazza rossa sulla fronte mi afferrò il polso e provò a tirarmi via, ma io strappai la mano con un gesto schifato di cui mi vergognai, anche se non avevo tempo per pensare all’educazione.
<<C’è qualcosa che non va>>
Mi disse preoccupata Maglietta Gialla.
<<Ma dai?!>>
Rimbombò nella mia testa, ma mi trattenni, e invece:
<<Quindi?>>
<<Non lo so, finché gli altri proseguono, noi seguiamoli>>
Con ansia saliente ad ogni <<no>> che mi veniva sussurrato, ora anche dalle infermiere mentre m’inerpicavo in cima, finalmente scorsi l’ingresso dell’ospedale.
C’erano molti soldati, alcuni stavano trattenendo i miei compagni di viaggio, e stavano interrogando Maglietta Rossa. L’uomo che gli era di fronte, immediatamente identificabile come un aguzzino, era un ufficiale di non so quale grado, che aveva tante medaglie attaccate al petto che poteva essere un generale.

Un soldato colpì con il calcio del fucile Zu, e lo vidi piegarsi a metà per il dolore. Il generale sputò un altro ordine, e un’altra sferzata colpì Zu sulla schiena, facendolo cadere in ginocchio.
Maglietta Verde ruggiva e si dimenava con una forza tale da dover essere trattenuto da tre uomini, e a volte riusciva comunque a liberare un braccio. Anche il resto dei partigiani era in una condizione simile.
Il mio istinto di sopravvivenza brontolò qualcosa, e le sinapsi si misero in moto. Eravamo forse a cinquanta, o cento metri dai soldati e il generale all’ingresso dell’ospedale. Decisi che era meglio togliersi di mezzo, e passando attraverso i lettini alla mia destra, camminai più svelto e furtivo che potei — cioè, molto poco furtivo — sul lato della collina, superando la finestra sprangata e trovandomi di fronte all’ingresso posteriore.
Maglietta Gialla mi seguiva, senza dire una parola.
La porta era chiusa, ma almeno avevo tempo di pensare a cosa fare. Finora mi ero lasciato trascinare come in una specie di sogno, ma adesso dovevo escogitare un piano, così su due piedi.
Tuttavia non ebbi tempo per riflettere, perché qualcuno inaspettatamente aprì la porta. Erano un dottore ed una dottoressa, in camice bianco ed entrambi sulla quarantina. Il dottore aveva una carnagione più scura di quella cinese e una mascella prominente, quindi doveva essere coreano.
Maglietta Gialla scambiò due parole frettolose con lui, e ci lasciarono entrare, per poi guidarci in una ampia stanza, dotata di sedie e ampi armadi, probabilmente adibiti allo stoccaggio della biancheria, e una bella scrivania con sopra dei fogli e due statuette dorate: una a forma del simbolo della Repubblica Popolare Cinese, e una che ritraeva un falco in volo. L’infermiera con dei gesti mi indicò l’interno di un armadio, mentre Maglietta Gialla continuava a parlare sempre più seriamente con il dottore. Quando giunsero ad un accordo, Maglietta Gialla si nascose con me dentro l’armadio.
<<Grazie>>
Mi disse il dottore unendo le mani e facendomi un inchino, e replicai inchinandomi più a fondo, perché ero io a sentirmi in obbligo con lui… ma la situazione non mi era chiara.
Non appena se ne furono andati, chiesi alla mia compagna di sventura:
<<Per quanto dovremo restare nascosti qui?>>
<<Non molto. Il dottore fa parte della resistenza, e il suo compito era quello di fornire un diversivo per distrarre i soldati, ma…>>
Non c’era bisogno di terminare la frase, perché il piano era evidentemente fallito, e riprese:
<<Tra poco Zu e gli altri verranno condotti qui, questa stanza è stata riservata ai soldati e all’ufficiale>>
Con un tuffo al cuore ripensai alle statuine che avevo adocchiato sul tavolo, ecco di chi erano! Maglietta Gialla proseguì prima che potessi muovere un’obiezione:
<<Gli hanno trovato l’esplosivo addosso, perciò non li lasceranno andare. Il dottore ha detto che saranno sicuramente torturati. Nel caso facciano il nostro nome, o meglio il mio, spera che non ci cerchino qui, visto che siamo proprio sotto il loro naso. Inoltre, è corso a preparare un esplosivo di ripiego, per crearci una via di fuga>>
Ancora posso ricordare l’angoscia che provavo mentre ascoltavo parola per parola quello che mi stava dicendo. Per prima cosa, trovai bizzarro realizzare in quel momento che i miei compagni avevano avuto con sé del plastico tutto quel tempo.
In secondo luogo, la parola <<tortura>> risuonava come un gong nella mia testa, terrorizzando ogni fibra del mio corpo. L’unica cosa che mi separava da quella fine, era il presupposto che il generale non aprisse l’armadio. Non prestai molta attenzione all’<<esplosivo>> quanto alla parola <<fuga>>.
Con il cuore in gola, per un istante ripensai al batticuore che avevo da bambino quando giocavo a nascondino. La mia vita era appesa ad un filo sottilissimo.
<<Come ti chiami?>>
Mi chiese.
<<…Page. Miles Page, sono un giornalista del Guinness International Records>>
Risposi senza distogliere la mente dai miei pensieri.
<<Quel giornale con l’uomo più ciccione del mondo?>>
Credo che alzò un sopracciglio, anche se non potevo vedere bene.
<<Raccoglie gli esempi più eclatanti del massimo potenziale umano… e… sì, c’è anche quello. Tu piuttosto, come ti chiami?>>
<<Mi chiamo Adeela, anche se qui mi chiamano soltanto Ala>>
E proprio quando i nervi cominciavano a distendersi, la porta si aprì.
Ordini a me incomprensibili venivano sbraitati. Spiando dalla minuscola fessura di luce delle ante dell’armadio, vidi l’ufficiale far legare i miei amici alle sedie.
Seguì un’ora davvero spiacevole. I soldati cominciarono picchiando il più giovane del gruppo, un sottoufficiale ripeteva più volte le stesse domande, mentre il generale si sedette con un ghigno malevolo sulla scrivania, come una iena sbavante. Poi toccò uno per uno a tutti gli altri. Maglietta Verde fu torturato massacrandogli le dita.
Non starò a descrivere quello che presto non sono riuscito più a guardare senza il rischio di lasciarmi sfuggire un guaito. Ala si strinse a me, sentii le sue lacrime scendere per il mio braccio, e dovemmo tapparci la bocca e il naso con entrambe le mani per non emettere alcun rumore. Il tempo si era fermato in una specie di incubo, anzi peggio, e dico che era passata un’ora, ma in verità non ne ho idea. Sentivo delle grida lontane, e dei rumori, ma non riuscivo a distinguerli.
Poi qualcuno bussò alla porta. Era un altro soldato, e capì solo la parola <<fuoco>>. Gli altri si affacciarono alla finestra, e quello che aveva bussato disse qualcos’altro. Nel corridoio si udiva altrettanta concitazione. Il generale uscì e rientrò dopo mezzo minuto, portando via i soldati, e trascinando via il signor Zu. Lasciò gli altri legati dov’erano.
Forse era il momento di uscire, pensai. Un odore di bruciato entrava nella stanza. Ma sentimmo altri passi rapidi avvicinarsi.
Era il dottore. Il camice era annerito e sanguinava dal naso in modo così copioso da coprirgli le labbra. Ma non sembrava farci caso.
Ci disse qualcosa tipo <<…fuoco!>> e ci porse uno zaino abbastanza pesante, che Ala indossò immediatamente, per poi voltarsi per tradurre in fretta quanto le era stato detto:
<<Noi corriamo. Usciamo da dove siamo entrati e ci dirigiamo a ovest verso il ponte. Lui libera i nostri compagni>>
<<Qù!>>
Gridò con un tono graffiato, che non ammetteva repliche. Non c’era bisogno di parlare cinese per capire che voleva dire <<datevela a gambe>>.
<<Grazie>>
Dissi in cinese, stavolta io rivolto al dottore, come un bambino piagnucolante.
Poi andai, voltandomi a guardarlo mentre soccorreva i miei compagni. Io e Ala uscimmo nel corridoio, e alla prima svolta ci trovammo un muro di fiamme davanti. Era forse stata un’idea del dottore, dar fuoco all’ospedale?
<<Di qua!>>
La porta sul retro era inaccessibile, e comunque il fumo era così fitto che anche a venti metri dalle fiamme l’aria era irrespirabile.
Percorremmo la strada a ritroso, per uscire dalla porta principale. L’ospedale sembrava del tutto evacuato. L’aria fresca mi fece tossire non appena misi piede fuori dall’edificio.
Ma attorno a noi c’era l’inferno.
La maggior parte dei pazienti correva indietro verso il villaggio. Altri si disperdevano in ogni direzione, altri giacevano a terra.
I soldati avevano formato delle squadre che cercavano di tagliare le fiamme in modo da dividere l’incendio in parti. Sì, c’era un vero incendio che divorava l’erba e la paglia lungo un intero fianco della collina. Il rogo doveva essere partito da un capanno, dall’altro lato dell’ospedale.
<<Andiamo!>>
Mi gridò Ala, e scendemmo per la direzione indicataci dal dottore, mettendo tra noi e l’incendio mezzo chilometro prima di fermarci a riprendere fiato sotto un salice.
Ormai il sole era tramontato, e tutta la natura era illuminata del rosso delle fiamme.
La nostra fuga continuò per almeno altre due o tre ore, camminando svelti verso ovest, finché decidemmo di fermarci a riposare non appena avvolti dalla tenebra e dal silenzio. Quando fummo di nuovo dell’umore per parlare, Ala mi indicò il punto in cui le montagne che formavano la vallata si univano, colpite dai raggi lunari, proprio dritto ed in alto rispetto a noi. Distinsi poco più di alcune linee rette che formavano un ponte ad unire le due sommità.
Quel ponte era il nostro obiettivo.
Non avevamo cibo con noi, e la sete ci spinse a bere da un piccolo corso d’acqua — ma fu una pessima idea, perché ebbi mal di pancia tutta la notte.
Quando Ala posò lo zaino e ne scoprì il contenuto, trovammo una grossa ampolla da laboratorio piena di una polvere bianca, simile al bicarbonato che usava mia nonna per lavare la frutta, un rotolo di carta stagnola, e un accendino. Nient’altro.
<<Cos’è, secondo te?>>
<<Perossido di acetone, secondo il dottor Cheong>>
Quindi quello era il nome del dottore.
<<Non ne capisco di chimica, che dovremmo farci?>>
Ala alzò lo sguardo verso di me, i suoi tratti gentili metà seri e metà ironici:
<<Facciamo esplodere il ponte, ovviamente>>
Ebbi un deja vu.

Tentammo invano di dormire per qualche ora, sdraiati su una roccia più o meno liscia, il cielo coperto dal bosco.
<<Ala, è davvero così importante quello che facciamo?>>
<<Intendi la nostra missione, o nella vita in generale?>>
<<Tutti e due>>
Una brezza umida si levò, e sentì Ala, sdraiata al mio fianco, avere un brivido di freddo.
<<Io credo che nessuna cosa abbia senso se non quello che ci sforziamo di trovare in essa. Non sono una filosofa, ma secondo me, se quello che facciamo aiuta un’altra persona, allora siete almeno in due a vedere il senso di fare quella cosa. Alla fine si muore tutti, e pure la vita mette un sacco di ostacoli di fronte a noi… tutto quello che contribuisce a migliorare le condizioni di vita degli altri, vale la pena di essere fatto. Non so se mi spiego>>
Si voltò verso di me, e nella penombra potevo distinguere i suoi occhi nocciola scoprirmi per la prima volta.
<<Ma tutti credono di fare la cosa giusta, Ala, anche…>>
Stavo per nominare quel bastardo con i suoi soldati, ma non ebbi la forza di menzionarli — ancora sentivo le urla di dolore nella mia testa.
Ala trasse un profondo respiro prima di rispondere.
<<È vero, e non si può impedirglielo, perché tutti dobbiamo poter fare quello che crediamo sia meglio. Però dentro di me spero che un giorno arriveremo tutti a distinguere il bene dal male>>
<<Ma Ala >>
Si girò verso di me e con un sorriso mi pose l’indice sulle labbra.
<<Aspetta, so cosa stai per dire! Che il bene e il male sono relativi, e forse in parte lo sono. Ma sono anzitutto legati alla sapienza, perché il male è fondamentalmente ignoranza. Conoscere il significato e le conseguenze delle cose e delle azioni ci ferma prima di muovere passi falsi>>
Mi sentivo così commosso, rapito, e sperduto nell’infinita foresta cinese, che non credo di aver mai provato qualcosa di così forte.
Prima che me ne rendessi conto, ero innamorato di Adeela — ah, l’amore, che non si può spiegare.
Il freddo nostro complice, lentamente, e silenziosi come riscoprendo di essere vivi, lasciammo che le mani percorressero i nostri corpi. Le sue labbra morbide, il profumo seducente della sua pelle, e la paura che non c’era più.

Qualche ora dopo il sole già si affacciava sulla valle, e riprendemmo la marcia con rammarico.
<<Miles, ora che ci penso, ieri non ti ho detto il motivo della nostra missione. Quel ponte è l’unica via di accesso per un campo di lavoro>>
<<Cosa?! Intendi proprio un campo di concentramento?>>
<<Sì, purtroppo>>
Scossi la testa incredulo.
<<Ma si saprebbe sicuramente se ce ne fosse uno; io non ne ho mai sentito parlare>>
<<Infatti è tutto tenuto segreto, non si può nemmeno nominare>>
Dunque era per questo che Zu, Maglietta Verde, il dottor Cheong, e chissà quanti altri si erano sacrificati. Mi chiesi se, avendolo saputo fin da subito, mi sarei comunque aggregato a loro.
Forse no. Per paura.
<<È lì che sono stati portati gli altri, allora?>>
<<No, il campo è riservato agli Uiguri. I cinesi di etnia Han vengono trattati… diciamo meglio, e anche chi proviene da paesi esteri non può essere fatto sparire nel nulla, per ovvie ragioni>>
Gli Uiguri, una minoranza etnica di cultura islamica stabilitasi in Cina da diversi secoli.
Con mille pensieri per la testa, eravamo a forse un paio di chilometri dal ponte, salendo una stradina piena di tornanti sul fianco della montagna, quando incontrammo l’ultima persona che avremmo voluto vedere. O meglio, fu lui ad avvistare prima noi, perché la sua jeep mimetica era diretta in senso opposto al nostro. Ala gettò lo zaino in un cespuglio — un’accortezza che ci avrebbe salvato la vita.
Con nostro immenso dispiacere, il veicolo di fermò a pochi metri da noi.
Quando ne emerse il generale, Ala ed io ci scambiammo uno sguardo molto significativo.
Vedendo i nostri volti stranieri, il mio bianco come una mozzarella, quello di Ala più colorito di melanina, l’uomo pieno di medaglie parlò in inglese:
<<Chi siete?>>
Ala fece un passo avanti, ma no: non stavolta. Era il mio momento di agire.
Fui io a rispondere per primo.
<<International Guinness Records>>
Né Ala né il bastardo sembrarono capire cosa stessi dicendo. Mi schiarii la voce, infondendo in ogni sillaba tutto il carisma e la convinzione di cui sono stato capace in una vita intera.
<<Sono un giornalista, Miles Page. sono qui per un documentario>>
Con un ampio gesto indicai la foresta sotto di noi.
<<Documento>>
Il generale accompagnò la parola aggrottando la sua fronte stretta.
Mostrai il passaporto, sul quale era stato apposto un bollo speciale alla dogana per permettermi di viaggiare fino a quella regione senza supervisione.
Trattenni il respiro. Il generale leggeva con attenzione, il volto arcigno.
Lanciai un’occhiata ad Ala: non lo stavo convincendo.
Ala, non potevo lasciarti finire nelle mani spietate di quel tizio. Non m’importava nemmeno di finire in carcere, ero solo preoccupato per te… Sapevo di cosa era capace lui; in pochi istanti rividi le scene orrende a cui avevo assistito nell’armadio.
Ma ricordai un dettaglio, la statuetta del falco sulla scrivania.
<<Quei salici lì in fondo, vede?>>
Mi feci vicino a quel mostro per indicargli una macchia di alberi totalmente casuale.
<<Quegli alberi compongono un particolare ecosistema unico in tutto il mondo. I falchi Cherrug che hanno nidificano su quegli alberi si sono evoluti in una nuova razza di falchi, capaci di sopravvivere anche ad altissima quota e di nutrirsi della più disparata fauna cinese. Io e la mia assistente,>> mossi un gesto noncurante verso Ala, <<stiamo lavorando ad un documentario per valorizzare la salute dei falchi cinesi, vostro speciale patrimonio culturale>>
Intravidi un lampo di dubbio negli occhi dell’uomo.
<<Hawk? Documentary?>>
Il suo inglese era pessimo.
<<Sì! Vede?>> Indicai ancora, <<Lì, falchi. Nuova specie, documentario>>
A questo punto il generale era indeciso. Spostò lo sguardo da dove indicavo a me, poi su Ala, e di nuovo sul verde. Ci chiese dove era il nostro hotel, e ripetei il nome dell’albergo che mi era stato indicato dalla mia agenzia, senza che ci avessi mai pernottato.
E alla fine… per miracolo, il generale mi sorrise, spiegandomi di essere un appassionato di rapaci. Cioè, Ala tradusse le sue parole, e continuammo per un buon quarto d’ora a parlare di falchi, di flora e fauna cinese.
Mai avrei pensato che aver passato una vita ad addormentarmi sul divano guardando National Geographic, un giorno mi avrebbe salvato la vita.
Alla fine il generale mi restituì i documenti, avvertendomi di essere vicini ad una zona militare, e che potevamo continuare il nostro studio, ma che avremmo dovuto allontanarci da lì. Mi disse che avrebbe sicuramente letto il mio articolo sul sito del nostro giornale, e mi fece gli auguri. Ed infine andò via.
Non appena la morsa dello stress scomparve, io e Ala ci stringemmo e ci baciammo così intensamente che una parte di me è ancora lì. Ma eravamo troppo vicini alla fine della nostra missione per lasciarci andare alla spensieratezza.
Senza una parola, ma con molta più attenzione, proseguimmo la salita fino al ponte.
Mezz’ora dopo, Ala posò lo zaino a terra, che ovviamente aveva recuperato, e nuovamente ne tirò fuori il contenuto.
<<Come funziona adesso?>>
Chiesi riferendomi alla polvere e la carta d’alluminio.
<<È molto semplice. Il dottor Cheong ha detto di avvolgere la polvere nella stagnola, e innescare con il fuoco>>
Scalammo non senza parecchie difficoltà qualche metro per trovare un punto dove — teoricamente — l’esplosione avrebbe provocato la rottura del ponte. Poi, avvolte delle manciate di polvere, che liberava un odore molto acre, nella carta stagnola a formare delle sfere delle dimensioni di un melone, inventammo una miccia di fortuna, usando la carta del mio taccuino, strisce di stoffa strappate dalla mia camicia bianca, e steli di paglia secca trovati lì vicino.
Ci volle un bel po’ soprattutto per quest’ultima operazione, e fu una fortuna che nessuno si fece vivo per disturbarci mentre eravamo impegnati.
<<Bene, questo è quanto…>>
Ala ed io ci trovavamo a nemmeno venti metri al di sotto del pertugio nel quale avevamo infilato le bombe.
<<Spero che questa distanza basti… appena accesa la miccia dovremo correre>>
<<Già. Credo che debba accenderla tu, Miles>>
Volevo rispondere qualcosa di ironico, ma non mi venne niente da dire.
La fiamma dell’accendino ci mise qualche momento a dar il via alla miccia, ma poi partì, molto, molto lenta, su in alto — avevamo pensato che un filo verticale si sarebbe spento meno facilmente.
Correndo buffamente alzando le ginocchia nell’erba alta, ci gettammo a terra poco più in là. E la bomba esplose. Oh sì, fu un bel botto, tanto di cappello al dottor Cheong.
L’aria bollente ci investì in un lampo, il rombo ricoprì tutto. Il calore era così forte che per un momento ebbi paura di finire abbrustolito pure io, e per quanto riguarda la pietra ed il legno che veniva proiettato in ogni direzione, sembra stupido, ma abbiamo semplicemente sperato che non ci colpisse niente.
Era fatta, il ponte era crollato. Ala lanciò un grido selvaggio, mentre io ero appena diventato un terrorista. Anzi, un partigiano.
E questa è la storia del mio viaggio in Cina. Conobbi molte persone nei giorni seguenti, tra cui le mogli dei miei compagni, ma ben presto dovetti tornare a casa, dove però non sono rimasto a lungo.
Ora sono a Damasco, con Ala. Non rischiamo più la vita, ma facciamo di tutto per dare un senso alle nostre azioni.
E, post scriptum, abbiamo adottato il polpo di Zu.



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