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Una storia di FrancescaStaropoli

Il post-punk: l’anima introspettiva degli anni ‘80

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3 minuti

Pubblicato il 16 novembre 2019 in Giornalismo

Tags: #cure #joydivision #musica #newwave #postpunk

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Gli anni ’80 sono stati un pozzo di innovazione in ambito musicale, ci hanno regalato nuovi generi e nuove tendenze anche culturali grazie ad icone pop come Madonna o Michael Jackson, al rock dei Queen, agli energici Guns N’ Roses, Bon Jovi, a Bruce Springsteen e all’ affermazione del genere metal dopo due decenni di costante evoluzione; ma la complessità e varietà che ha caratterizzato la musica degli anni ’80 deve molto anche al filone della new wave: due sole parole che evocano un ampio spettro di artisti le cui sonorità iniziano a discostarsi dal punk del decennio precedente e che tuttavia vi rimangono fortemente legate, delineando un'onda di popolarità tra la fine degli anni '70 e la metà degli anni '80.


La generalità del termine new wave fa sì che essa presenti più di un’anima, da quella synth pop, più sperimentale grazie all’uso di sintetizzatori, di cui ricordiamo Depeche Mode o Soft Cell (e la loro Tainted Love) a quella più classica di, U2, Blondie e Talking Heads (il cui singolo “Radio Head” ha peraltro ispirato il nome della band di Thom Yorke e soci, una prova dell’impatto che questa corrente ha avuto sulla musica successiva), passando per il suo lato più introspettivo e oscuro: il post-punk.


Questo sottogenere è quello per cui, alla fine del 1977, si è deciso di definire la new wave come sinonimo di musica alternativa di matrice anglosassone: infatti, solo nei due anni precedenti anche gli statunitensi Television, per esempio, erano stati etichettati come new wave.

Il post-punk racchiude i nomi del calibro di Cure, Joy Division, Bauhaus, Siouxsie and the Banshees, The Sisters of Mercy, Wire, nomi che segnano la storia musicale degli anni ’80 per il modo di affrontare e di vivere la musica stessa: testi che non trattano tematiche sociali o di ribellione come quelle punk o come i già citati U2, ma grande spazio invece all’ introspezione, all’ intimità, spesso presentata in modo disperato.

Denunce di chiusura verso un mondo in cui non si riesce a trovare una propria dimensione, musiche dettate da ritmiche veloci e ossessive, con chitarre taglienti e atmosfere eteree e cupe che si sposano con versi spesso criptici e nichilisti, che per essere sviscerati richiedono la conoscenza delle storie personali complicate dei loro autori, come quelle di Ian Curtis o di Susan Janet Ballion, voci, rispettivamente, di Joy Division e Siouxsie and the Banshees.

Il primo, ragazzo sensibile e sognatore, fortemente depresso per l’epilessia che non gli permetteva di esprimere al massimo il suo potenziale e angosciato dai sensi di colpa per i ripetuti tradimenti nei confronti della moglie, si è suicidato nel 1980 a soli 23 anni proprio mentre la band stava avendo un grandissimo seguito di gente entusiasta della loro musica ma che non comprendeva i messaggi strazianti di Curtis; la seconda con un’infanzia segnata da una violenza subita, dalla morte del padre e da una malattia intestinale cronica, dove la musica è stata l’unico appiglio e riscatto di una ragazza sempre più isolata socialmente.

Il post punk ha avuto una rapida ascesa ma già nella seconda parte degli anni ’80 esso si è evoluto in un genere di nicchia quale il gothic rock, intrapreso da Siouxsie and the Banshees, Cure e Bauhaus, con i Joy Division a fare da apripista nonostante la loro breve storia: subito dopo la morte di Curtis, infatti, gli altri membri del gruppo hanno cambiato nome in New Order e hanno continuato la loro attività seguendo la più sperimentale onda del synth pop, che ha perso popolarità dopo il 1986 pur avendo i Depeche Mode come massimi esponenti e che solo dal 2000 ha suscitato nuovamente interesse.


Sempre il 2000 e il decennio successivo hanno riportato in luce il post punk grazie a band come gli Interpol , gli Strokes, i Franz Ferdinand, o i 1975 (è del 2018 il singolo “Give yourself a try” dove la chitarra sembra omaggiare “Disorder” dei Joy Division) che mescolano elementi dell’indie rock degli anni ’90 alla parte più sperimentale ed elettronica della new wave degli ’80… e quale nome migliore per un tale fenomeno se non quello di post punk revival?


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