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Una storia di AlessandroCiviero

Un post sconvolgente

(remake di “Un servizio sensazionale” di G. Scerbanenco)

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18 minuti

Pubblicato il 05 gennaio 2019 in Thriller/Noir

Tags: #Scerbanenco #noir #remake #classici

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N.d.a.: Da molto tempo non scrivo, forse per la mancanza di tempo, che poi è la scusa per mascherare la mancanza di idee. Così un'idea me la sono fatta venire, pensando a quello che fanno i registi con i classici del cinema. E se lo facessi anch'io? Un bel remake di una storia classica? Così ho preso un racconto del maestro Giorgio Scerbanenco e ho cercato di attualizzarlo. Vogliano perdonarmi i fans del grande scrittore noir...



Lo stavano interrogando in tre. In realtà solo uno faceva le domande, quello seduto di fronte a lui; era magro, con il viso segnato da vecchie cicatrici da acne, le sopracciglia folte e gli occhi cattivi. Gli altri due assistevano. Un tipo in completo grigio, che sedeva di sbieco sul bordo del tavolo di metallo e lo osservava dall’alto, con una figura incombente; e il terzo, in piedi ma nascosto alle loro spalle, nella penombra. Gli pareva biondiccio, con pochi capelli e la fronte alta da funzionario, che se ne stava zitto e lo squadrava dietro le lenti di occhiali a giorno, senza montatura. Questi, ogni tanto, li toglieva e sembrava scrutarlo più intensamente, con occhi da miope.

«…e allora, che cosa ha fatto?» chiedeva per l’ennesima volta quello che lo stava interrogando. Era la terza volta che lo interrogavano. La prima volta c’era solo Faccia d’Ananas, quando i poliziotti l’avevano portato in questura. Doveva essere un pezzo grosso del commissariato.

«Gliel’ho già detto…», rispose esasperato, con la voce ruvida come carta vetrata. C’era una bottiglia di acqua sopra il tavolo, e dei bicchieri di plastica. Aveva una voglia matta di bere e l’aveva detto. Loro avevano risposto “va bene…”, ma avevano continuato a tempestarlo di domande. Non gli avevano dato da bere. Lo facevano apposta. Poi l’avevano riportato in guardina. S’era disteso sulla branda, mettendo un braccio davanti agli occhi, che bruciavano di stanchezza. Avevano lasciato la luce accesa. Una luce fastidiosa, accecante. Erano venuti a riprenderlo dopo un tempo indeterminato. L’avevano ricondotto nella stanzetta senza finestre e in penombra e là c’era il Damerino col vestito grigio. Avevano continuato con le domande, per un ora, forse due, ma egli non poteva sapere quanto tempo fosse passato. Erano sempre le stesse domande. Chi c’era con lei? Cosa avete fatto? Dove eravate? Chi era presente nella stanza? Con chi era arrivato nella pensione? Dopo la seconda volta aveva cominciato ad avere sete. L’avevano riportato in guardina, dicendo che avrebbero interrogato la ragazza.

Effettivamente era trascorso più tempo tra il secondo ed il terzo interrogatorio. Ma le sue idee ora erano confuse. Forse aveva dormito sulla branda, nonostante la luce accecante, sempre accesa. La terza volta che l’avevano riportato nella saletta buia c’era anche Occhialetti.

«Cosa ha fatto?» Insisteva Faccia d’Ananas.

«Ho ripreso con il cellulare.»

«Quando? Prima o dopo essere rientrato nella stanza?»

«Prima… no, dopo… avevo la cam accesa…»

«Gliel’aveva chiesto lei?»

«Cosa?»

«Gliel’aveva chiesto la ragazza di riprendere con il cellulare?»

«No…»

«Prima ha detto che era stata lei, a chiederglielo. Si sta contraddicendo.» Usava un “lei” rispettoso, ma dal tono della voce si capiva che Faccia d’Ananas lo disprezzava.

«Non l’ho detto, prima…». Sì, ora era molto, molto confuso. Eppure la storia era semplice. Semplice e sconvolgente.


C’era un video che girava in rete, da un paio di giorni, ma forse c’era stato non più di trentasei ore. Un video girato con lo smartphone, e postato su internet, in cui si vedeva una bella ragazza bionda in una camera di un motel o una pensione dozzinale. E c’era un tizio, dietro di lei, seduto sul letto, vestito con un abito tutto sgualcito, la camicia bianca che gli usciva dal pantaloni e una cravatta con il nodo storto e mezzo slacciato. Il tipo aveva l’aria arruffata e fatta, da ubriaco o drogato. La ragazza era vestita poco, ma non sconcia, con una sottoveste di satin e pizzo sotto una vestaglia semiaperta. Lei pareva divertita, davanti alla cam. Ad un certo punto, l’uomo diceva: «Vi ho beccato… vi ho beccato! Adesso ve la faccio pagare io…», la voce pastosa come melassa. La ragazza se la rideva, guardava l’ubriaco dietro di lei, e poi guardava l’obiettivo: «Oddio, Michele! Come sei drammatico!» Dalla mancanza di doppie e dall’accento si capiva benissimo che era di origine straniera, dell’est. Se la rideva, forse anche lei alticcia. Quindi l’uomo prendeva una cosa sopra il comodino, di fianco al letto, la brandiva in mano, e poi verso la ragazza. Una pistola. Un revolver a canna corta.

«Adesso ti uccido!» Diceva l’uomo. La ragazza si girava verso di lui e abbassava il braccio teso ed armato dell’uomo, con delicatezza: «Su, caro, non vedi che ci sta riprendendo?» Con quell’accento straniero, come una mammina che sta rimproverando il suo bambino pestifero e viziato. L’immagine non era stabile, ma tremolante, un poco sgranata. La ragazza si sedeva di fianco a Michele, gli dava un bacetto sulla guancia e lo faceva distendere sul letto, così, vestito e disordinato. Prendeva l’arma dalla sua mano rilassata e si avvicinava all’uomo che stava riprendendo con lo smartphone. Con aria cupa, sottovoce, gli disse: «Scarica la pistola… ma lasciala sopra il comodino, non voglio che si arrabbi più di così…»

«Sì…», si sentì, sotto il fruscio del microfono e l’immagine impallata e impazzita del telefono, che continuava a riprendere. Dai rumori si intuiva che la ragazza era uscita dalla stanza, forse per andare in bagno. Mentre l’uomo dello smartphone armeggiava con la pistola, l’immagine inquadrava il soffitto o il pavimento, accompagnata da rumori ovattati.

«Adesso va!» Si sentiva dopo pochi secondi. Era la donna che lo incitava ad andarsene, ma il tizio del telefonino era preoccupato: «No, non ti lascio qui da sola!» Ma lei diceva: «Va! Va via, ora io sa come fare con lui!» Mentre l’altro riprendeva in mano lo smartphone, l’ubriaco tornava alla carica. L’immagine lo ritraeva in piedi, mentre di spalle stava cercando il revolver. Trovatolo sul comodino, si girava e lo puntava di verso la cam: «Io vi ammazzo! A tutti e due!» Con il piglio dell’uomo tradito, dell’amante sconvolto.

La bionda spinse l’uomo con cellulare verso la porta, l’aprì e lo mise sulla soglia, e fece un eloquente gesto per allontanarlo. La porta si richiuse. L’immagine sgranata dall’improvviso cambio di illuminazione indugiò per pochi secondi, e quando l’uomo sospirando si fu voltato per andarsene si sentì, chiaramente, come lo scoppio di un petardo o un tonfo di qualcosa di molto pesante che finisse a terra. Subito l’immagine impazziva e l’uomo delle riprese tornò sui suoi passi. Stava pensando che quello che si era sentito fosse uno sparo. Un colpo di pistola! Ma come? Mise una mano in tasca, dove aveva pocanzi nascosto le cartucce estratte dal tamburo. Le contò. Due, tre… cinque, sei! La pistola doveva essere scarica. Si precipitò verso la porta che si stava già aprendo. Sulla soglia comparve la figura sconvolta della donna. Gli occhi sbarrati, i capelli svolazzanti. Disse: «Si è sparato! Michele si è sparato!» Un secondo dopo, l’immagine confusa si focalizzò sul corpo dell’uomo chiamato Michele disteso sul letto, un braccio aperto, le ginocchia piegate e i piedi a terra, e la testa rivolta da un lato. Un segno scuro sulla tempia, accanto, l’altro braccio piegato con la mano che stringeva ancora l’arma. Il video finiva qui.


«Quindi lei sostiene che l’avvocato Michele Colnaghi si sia suicidato?» Insisteva Faccia d’Ananas, con quel “lei” sarcastico. E aggiunse: «E conferma quanto Alina Nikalchuck le ha raccontato subito dopo essere tornato nella stanza?»

«Glielo ripeto! Avevo scaricato l’arma! Alina mi ha detto che, appena sono uscito, Michele… l’avvocato Colnaghi… ha preso di nuovo la pistola in mano, si è allontanato da lei senza dire una parola, e dopo essersi seduto sulla sponda del letto, si è puntato l’arma alla tempia e ha sparato!»

«Ma noi sappiamo che non poteva farlo. Lei stesso ha scaricato l’arma. Lei si era messo in tasca le sei cartucce tolte dal tamburo appena due minuti prima.»

«È così» disse l’uomo, sfinito.

«E come sappiamo che lei non ci sta mentendo?»

«Ma c’è il video…», disse egli troppo prontamente.

«Sì. È proprio questo il punto… il video… il suicidio in diretta! Chi ci garantisce che il video non sia stato manomesso? Sembra un unico filmato, ma, al giorno d’oggi, con l’informatica si fanno miracoli!»

«Ma noi… io e Alina… la signorina Nikalchuck… abbiamo chiamato subito la polizia!»

«Subito?» il poliziotto fece una pausa ad effetto, come a sottolineare l’inconsistenza della tesi di chi aveva davanti: «Torniamo al video… com’è finito in rete? Chi l’ha caricato in un post pubblico?»

L’uomo non rispose. Il video era stato fatto con il suo smartphone. Il telefono l’aveva sempre tenuto lui, finché, dopo l’arresto, la polizia gliel’aveva sequestrato. Ma allora il macabro filmato circolava già in rete. Era per quel motivo che la polizia era giunta ad arrestare lui e Alina.

«Andiamo, Mandelli, è chiaro che qualcuno vuole incastrarla…». Finalmente il funzionario di polizia giocò a carte scoperte. Manteneva sempre il lei, ma anche quella nota di sdegno nei confronti dell’interrogato. Lui però non rispose. Aveva solo sete, e sonno: la gola riarsa e gli occhi che bruciavano.

«Va bene, commissario, sentiamo ancora la donna.» Finalmente Occhialetti, sfilandoseli per l’ennesima volta, aveva parlato. Un agente in divisa aiutò Mandelli ad alzarsi dalla scomoda sedia di plastica e lo condusse fuori. Egli guardò implorante gli uomini davanti a sé e poi la bottiglia d’acqua, ancora intonsa, sopra il tavolo.


Alina Nikalchuck era una donna ucraina di circa trent’anni. Indubbiamente attraente, nonostante la situazione, sedeva con la schiena diritta sulla rigida sedia, esibendo inconsciamente il fascino del suo corpo slanciato, il viso pallido dal mento sottile, ma con labbra ed occhi sensuali. Non indossava abiti succinti, come nel video, ma jeans e un dolcevita attillato, di colore bianco.

Questa volta era il damerino dal completo chiaro che conduceva le danze: «Da quanto tempo è in Italia?»

«Da sette anni, ve l’ho già detto.» Rispose lei indispettita, con la voce cantilenante e refrattaria alle lettere doppie, che non pronunciava.

«Da quanto tempo conosceva l’avvocato Colnaghi?»

«Da due anni.»

«Conviveva con lui?» Lei fece sì con la testa. «Da quanto tempo?»

«Da pochi mesi.»

«E da quanto tempo conosce il Mandelli?»

«Anche lui… da poco.»

«È la sua amante?» Lei fece una smorfia con la bocca, tirando su le spalle. «Sì o no?»

«Ci vediamo da un po’.» Rimase evasiva.

«Torniamo all’altra notte. Era con Mandelli all’hotel Corallo?»

«Sì.»

«Siete arrivati assieme?»

«Sì, con la sua macchina.»

«L’avvocato Colnaghi è arrivato dopo?»

«Sì.»

«Vi aveva seguiti?»

«Molto probabilmente.» La giovane rispondeva con molta calma e precisione alle domande del Damerino, che continuava in tono piatto, senza forzature: «È certa di ricordare bene?» La provocò, ma con fare gentile, l’elegante poliziotto.

«C’è il video…», ribatté lei, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

«Sì, c’è il video. Ma siamo sicuri che quel video sia… realistico?» Insinuò Damerino.

«Lo è!» Disse laconica.

«Bene, vedo che è molto sicura di sé. Ha chiesto lei a Mandelli di girare il video?»

«No.»

«Lui dice di sì… Perché ha voluto il video? Ha chiesto a Mandelli di riprendere tutto quando vi siete accorti dell’arrivo del Colnaghi o eravate già d’accordo prima?»

«Io non ho…»

«Chi ha postato il video in internet?» Damerino non le lasciva il tempo di replicare.

«Non lo so…»

«Lo smartphone era di Mandelli.» Insinuò il poliziotto.

«Allora lo ha postato lui.»

«Ne è sicura? Il video era in rete da un paio di giorni, quindi da subito dopo la morte di Colnaghi.»

«Ma noi abbiamo chiamato immediatamente la polizia.»

«Per un suicidio. Poi avevate tutto il tempo di postare su internet il video. Perché l’avete fatto?»

«Noi non abbiamo…»

«E chi poteva farlo? Se non lei, Mandelli. Avevate tutto il tempo e lei aveva bisogno di un alibi…»

«Di un alibi?» Chiese la donna, col tono di non aver capito la parola, più del senso.

«Sì, una storia, per coprirvi a vicenda. Oppure per coprirsi lei…», Damerino si sospese un attimo, per sperimentare l’effetto delle sue parole sulla ragazza. Poi continuò:

«Noi abbiamo un’idea, ed ora farò una cosa che non dovrei fare. Le spiegherò l’idea che ci siamo fatti, così da chiudere al più presto questa faccenda. Lei convive da mesi con l’avvocato Colnaghi, che è un tipo strano; benestante, se non ricco, scapolo e con tanti vizi e grilli per la testa, al quale piace far festa, uso di alcol e cocaina, e magari le chiede prestazioni sessuali aberranti. Quindi, dopo un po’, lei si stanca o non lo sopporta più. Conosce per caso Mandelli e, facendogli credere di voler essere la sua amante, lo convince a sbarazzarsi del Colnaghi. Non siamo sicuri che voi due siate d’accordo, ma poco cambia. Per cui organizza questo incontro, tra virgolette, casuale, sperando di ingelosire l’avvocato, ma sapendo bene che avrebbe fatto la scena patetica della pistola senza in realtà correre un vero rischio. Colnaghi è fatto come al solito. Così fa in modo che la scena sia ripresa dal suo amico, complice o meno ce lo dirà dopo, in cui si vede bene il suo stato di alterazione, il modo accondiscendente di come lo tratta e, soprattutto, la parte in cui Mandelli scarica la pistola, per poi farlo uscire dalla stanza. A quel punto la scena principale scompare, e non sappiamo che succede in realtà dentro la stanza. Si sente lo sparo e poi lei riappare sulla soglia sconvolta, dicendo che Colnaghi si è suicidato. Infatti, il corpo è ben composto sul letto, con il braccio piegato, la pistola stretta in mano e la ferita sulla tempia. Ma la pistola era scarica. Lei aveva chiaramente detto a Mandelli di scaricarla. E allora? Chi ha ricaricato? Solo il proprietario del revolver poteva avere i proiettili. Oppure, un colpo, l’ultimo, era stato lasciato deliberatamente nel tamburo? Comunque sia, il video testimone del fatto finisce qui, dando ad entrambi un alibi concitato e veritiero sul presupposto suicidio di un uomo disperato e alterato… ma è andata proprio così?» Dubitò il Damerino.

«Michele era fuori di sé! Pazzo di gelosia, e avevo avuto paura…»

«L’avvocato Colnaghi era geloso di Mandelli… sapeva della vostra relazione?» Interruppe il funzionario.

«Sì… ma io volevo ancora bene a Michele… ha fatto tanto per me.»

«Però amava l’altro…», s’intromise in tono acido Faccia d’Ananas.

«Io voglio bene a tutte e due…», farfugliò la donna, non riuscendo a pronunciare nitidamente la “gl”. Il poliziotto che la stava interrogando fece un sorriso mezzo ironico e mezzo sprezzante:

«Voleva bene a tutt’e due. Adesso però Colnaghi non c’è più. E questo perché lei e Mandelli avete deciso di ucciderlo.»

«No! Questo no! È stata una disgrazia… è stato un suicidio.»

«Ma se nel video postato si vede benissimo che Colnaghi vi stava minacciando!» Obiettò il questurino. La donna scosse la testa:

«Lui non era cattivo. Gli piaceva giocare, fare anche giochi un po’… come si dice?... perversi. Ma gli piaceva anche bere e tirare. Era solo ubriaco. Era solo ammalato…»

«Cos’è questa storia?» Era l’omino calvo dagli occhialetti che interveniva dal suo cono d’ombra.

«Sì,» ammise il Damerino col completo grigio: «Sappiamo dal suo medico curante che l’avvocato Colnaghi era ammalato. Certamente l’abuso di alcool e sostanze non lo aiutava a guarire…»

«Ce lo conferma?» Chiese Occhialetti alla donna. Alina Nikalchuck annuiva impercettibilmente, e portandosi una mano al viso, spalmò le lacrime che cominciavano a scendere dai suoi occhi chiari, stanchi e slavati.

«Quindi è per questo che l’avete ucciso.» Tirò le conclusioni Faccia d’Ananas: «Mandelli le ha suggerito di far fuori l’avvocato, così tu e lui potevate ricominciare da capo. Magari, se indaghiamo, scopriremo che Colnaghi aveva fatto un lascito a suo nome. Un bel modo di ricominciare…»

«No!» Protestò con veemenza la donna, piangendo apertamente: «lui non c’entra niente!» I tre uomini tacquero, improvvisamente severi. Lasciarono sfogare Alina, non più di un minuto, poi il funzionario elegante la spronò a dare finalmente una spiegazione che fosse plausibile.

«Michele mi ha aiutata, è vero. Mi ha praticamente tolta dalla strada, quando ero quasi disperata, e mi ha presa con lui. Io ero contenta perché Michele era un avvocato, stava bene, e mi dava tutto quello che volevo. Era gentile, i primi tempi. Ma era anche uno… come si dice?... con i suoi vizi. Beveva e si drogava, e quando lo faceva non era più tanto gentile, né con me, né con le altre persone. Diventava cattivo, geloso. Quando ho conosciuto Mandelli, mi sono innamorata di lui, ma non potevo tenerlo nascosto a Michele. Lui mi capiva, ma non sopportava, allora mi diceva che era ammalato, che avrebbe voluto uccidersi, ma che non era capace di farlo… e diventava violento. Io ero spaventata quando era arrabbiato e diceva che voleva uccidersi. Quindi, quando potevo, scappavo con Mandelli, ma poi tornavo. Fino all’altra sera, quando mi sono incontrata con lui e siamo andati all’hotel Corallo. Sapevo che Michele ci stava seguendo e volevo che finisse tutto. Non sopportavo più quella situazione. Ci fu una discussione. Dissi di riprenderla con lo smartphone, perché Michele stava esagerando e avevo paura che potesse succedere qualcosa. Michele era come sempre ubriaco e drogato ed io non ce la facevo più. Per questo dissi di scaricare la pistola, ma avevo tenuto da parte un proiettile che avevo rubato a Michele. Dopo la scena col cellulare dissi a Mandelli di andarsene, ma sapevo che sarebbe stato lì, ad aspettare. Aveva paura che Colnaghi mi facesse qualcosa. Io non potevo più sopportarlo. Piagnucolava, era impazzito, diceva che voleva uccidersi. Così ho preso il suo fazzoletto, ho ricaricato la pistola… lui era già steso sul letto… ho sparato e gli ho messo la pistola in mano, mentre Mandelli entrava nella stanza, continuando a riprendere. Solo in quel momento mi è venuta l’idea. Dissi a Mandelli che Michele si era suicidato e lo mandai a chiamare aiuto. Lui, in preda al panico, lasciò lì lo smarphone e corse fuori. In quel momento ho buttato il fazzoletto nel water e ho postato il video su internet. Questo è tutto… credetemi: lui non c’entra nulla con questa storia.» Finalmente Alina Nikalchuck smise di parlare e singhiozzare. Tirò un profondo sospiro, stravolto e spossato, chiudendo le palpebre, come sigillandole.

«Eutanasia.» Disse l’uomo con gli occhialetti. Il funzionario dal vestito elegante si era alzato in piedi e teneva le mani sui fianchi, sollevando le falde della giacca elegante, senza espressione. L’altro uomo dalla faccia butterata tambureggiava con le dita sul piano del tavolino.

«Così lei avrebbe “suicidato” Colnaghi, senza l’aiuto di Mandelli.» Qualcuno pareva deluso.

«Già. Eutanasia.» Ripeté quello vestito elegante.

Occhialetti se li tolse per l’ennesima volta e guardò Faccia d’Ananas e il Damerino, annuendo cupamente: «Abbiamo registrato la deposizione.» Poi strinse loro la mano e uscì dalla saletta.


La luce era accecante e quando la porta della camera di sicurezza si aprì, Mandelli sussultò sulla brandina. Forse era passata tutta la notte, forse ancora una o due ore. Chi poteva dirlo? Aveva gli occhi sbarrati, la gola riarsa, le orecchie che ronzavano e la testa che ribolliva in un confuso magma di pensieri, ansie, immagini come di un incubo allucinante da cui non riusciva a svegliarsi. Eccoli di nuovo! L’avrebbero preso per interrogarlo per la terza, quarta, quinta volta. Non lo sapeva più, era sfinito e disperato. Aveva deciso, in quel preciso momento, che avrebbe confessato. Avrebbe detto di aver ucciso lui Colnaghi, solamente per farli smettere. Poi si accorse che il questurino entrato nella camera di sicurezza non era lo stesso delle volte precedenti. Era in uniforme, e aveva qualcosa di strano con sé. Sembrava portare un vassoio, e sopra il vassoio c’era una bottiglia di acqua minerale, con un paio di bicchieri di plastica infilati sul collo. Lasciò il vassoio per terra, piegandosi, poi scosse lievemente l’uomo per una spalla, come a destarlo dal sonno, anche se non dormiva. Mandelli guardò l’agente, ma questi si voltò di spalle ed uscì. Lui si mise a sedere sulla brandina, guadando la bottiglia di plastica sul vassoio. L’afferrò, fece cadere i bicchieri a terra, svitò il tappo e prese a bere avidamente, a canna, sorsate piene che spegnevano l’incendio che aveva in gola e, dopo un po’, gli facevano gorgogliare lo stomaco, mentre rivoli d’acqua scendevano agli angoli della bocca.

Eutanasia. Pensò a questa parola, ma non capiva e non sapeva perché gli fosse venuta in mente, proprio in quel momento. Che percorsi strani fa la mente quando è sconvolta. Mandelli smise di bere per riprendere fiato, e mentre boccheggiava, scosse la testa e strinse gli occhi pensando di nuovo a quella parola che non c’entrava niente.

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