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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine PICCOLI OMICIDI QUOTIDIANI

LUPEN THE CAT

... Il gatto più ladro che io conosca.

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23 minuti

Pubblicato il 17 novembre 2020 in Humor

Tags: #Amore #Animali #Cat #Gatto #Ladro

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Lupen The Cat
Lupen The Cat


LUPEN THE CAT

... Il gatto più ladro che io conosca.


Elegante nel suo aristocratico abito nero lucido con un cuoricino bianco sotto il collo, Lupin non perde occasione per darsi delle arie da viveur e soprattutto di volerlo fare in casa mia, spadroneggiando come gli garba per attestare la sua potestà. E guai a sottrargli ciò di cui prende possesso abusivamente. Non c’è oggetto, utensile o ninnolo di cui non si appropri, si impadronisce di ogni cosa trova alla sua portata, cioè di tutto. Poiché sono sempre fuori e non potrei fare altrimenti, ha gioco facile. Allora si sdraia sul divano, si crogiola sul tappeto davanti al camino, sceglie il mobile più adatto al suo stile di vita, al suo temperamento. E che personalità, che tempra, con che carattere, di certo non si lascia abbindolare facilmente da futili promesse.

La fa da padrone, lui, non c’è soprammobile che ignori, uno dopo l’altro vengono annusati, osservati nei più piccoli meandri, e solo se passano alla sua ‘accettazione’ possono restare lì dove sono, altrimenti li scalcia via con la sua morbida zampetta vellutata, con gesto sofisticato che lo si direbbe un dandy d’altri tempi. Quando non si mette di traverso con i vasi solitamente più pesanti, e facendo forza con il corpo appositamente gonfiato, dapprima fa in modo che raggiungano il bordo della mensola o del mobile e che lascia ‘inavvertitamente’ cadere, per poi saltare via come un fulmine, facendo anche finta d’esserne meravigliato …

Toh, è caduto” – sembra dire ogni volta, e di fatto lo dice, altrimenti perché mi guarderebbe in quel modo, con gli occhi fissi nei miei senza dare il minimo accenno di essere dispiaciuto. I cani invece si dispiacciono, perché Lupen no? Troverò mai una risposta alla domanda che ogni volta mi pongo sempre con lo stesso risultato … cioè il suo silenzio compiaciuto che la dice lunga sull’accaduto: “Ma se l’ho fatto apposta, dovrei pure dispiacermi?” D’accordo, ne prendo atto, Lupen è un infingardo senza possibilità di redenzione, la sua indolenza va di pari passo con la sua sfacciataggine di strofinarmisi attorno alle gambe quando scatta l’ora della fame. Sì che qualche volta sono inciampato in lui fino quasi a cadere, e solo perché ha creduto che non lo stessi a sentire …

Miao! Beh che fai, fingi volutamente di non capire? Sei lì che ti prepari la cena e a me non pensi? George sei un pusillanime, miao!” – lo pensa davvero, tant’è che mi fa sentire meschino. Dove avrà mai appreso una tale parole non saprei dire, io stesso non ricordo di averla mai usata, anzi neppure ne conoscevo il significato. Sì che sono andato a cercarla sullo Zingarelli, per poi scoprire che si coniuga con meschino, miserabile, pavido, che gli sono sinonimi. Non c’è che dire, faccio l’offeso e lo ignoro di proposito e gli rifaccio il verso… ‘Miao!’. Lui fa l’indifferente e, come se la cosa non lo riguardasse, alza la coda e s’allontana mostrandomi il di dietro.

Sei uno svergognato, un ipocrita, un ruffiano! – gli dico. E lui che fa, volta appena la testa prima di girare l’angolo che porta in salotto e si accomoda sul divano di velluto rosso, stendendo le sue zampe con le unghie divaricate all’infuori, quasi si stia preparando a scagliare un’offensiva strategica. So già che non la spunterò. Di li a poco dovrò chiamarlo più volte… Lupen! (secondo la pronuncia francese), Lupen vieni, vieni amico mio, vieni, adesso preparo qualcosina di buono anche per te. “Spiacente amico mio (mi rifà il verso sbattendo i suoi occhioni gialli), non pensare di comprarmi con uno screzio di fegatini di pollo, dice, (riconoscendo il barattolino che ho tra le mani), se vuoi farti perdonare devi mettere nel piatto un po’ di quel salmone che stai preparando per Ann. Per mia fortuna è in netto ritardo”.

Le tartine al salmone sono davvero una prelibatezza che mi riservo di tanto in tanto di preparare, e non necessariamente per qualche ospite di riguardo, quanto sapendo che Ann le adora, penso sia appropriato farle la sorpresa di fargliele trovare sulla tavola apparecchiata, come aperitivo, accompagnate da un buon calice di prosecco. Vuoi vedere che ho dimenticato di metterlo in fresco? Accipicchia, corro a prenderlo. Dalla cantina alla cucina e precisamente al frigo, intercorre solo qualche metro di corridoio e tre gradini a scendere e tre a risalire. Facendo un calcolo approssimativo, il lasso di tempo della mia assenza percorrendo dalla tavola di cucina è minimo, non supera i due/tre minuti. Quanto basta a Lupen comodamente sdraiato sul divano a raggiungere il tavolo di cucina.

Detto fatto. Risalendo i tre gradini, smircio di lato il divano. Lupin è immobile, accovacciato a mo’ di Sfinge, altera e indifferente alle stranezze del mondo. Faccio ritorno nell’atmosfera accomodante della cucina dove apparentemente tutto è rimasto com’era. Incredibile, non può essere vero, quando incredulo noto che qualcosa non torna. Sul tagliere ci sono sei tartine di pane spalmate con la majonese, tre con il salmone e una sottile fettina di limone, e tre senza il salmone ma con la sottile fettina di limone. Rammento di aver ultimato di preparare le sei tartine con il salmone e le fettine di limone che solitamente vengono messe in ultimo. Dunque dove è finito il salmone delle altre tre?

Lupen! Lupen! Vieni caro … (arriva facendo il sostenuto). Ricapitoliamo: sei tartine di pane spalmate con majonese, uno strato di salmone ciascuna, sei fettine di limone. Ora, purché non mi sia rimbambito del tutto, qui ci sono tre tartine di pane spalmate di majonese con sopra soltanto tre sottili fettine di limone. Non sai cosa pagherei per sapere come hai fatto a far sparire il salmone da tre tartine in un lasso di tempo così breve. Ma non è tutto, come hai potuto sfilare il salmone da sotto il limone (che ovviamente non ti piace) senza neppure lasciare uno strascico di majonese sul piatto? Lupen, solo per il fatto che siamo in due, non puoi che essere stato tu! Confermi? Chiedo, sempre più convinto che me l’ha fatta sotto il naso. D’accordo, ma come (?) O kay, dirò ad Ann che sono stato preso da una botta improvvisa di fame. Quindi mi costringerò a mentire, mi dico, nel mentre Lupen con un balzo lascia il divano e sgattaiola di corsa verso la porta d’ingresso, perché di certo ha udito che sta arrivando qualcuno.

Driiiin! Squilla il campanello della porta di casa. Hallo George! Ann entra, giusto in tempo per assaggiare le mie tartine – mi di co. “Miao!” Ciao Lupin – lo prende in braccio e lo accarezza. Ma come sei bello con questo bel fiocco rosso! Della vergogna – penso, mentre lui non si fa scrupolo di assecondare le sue carezze, mentr’io rimango prostrato per riceverne una che non arriva. Vieni Ann accomodati sul divano, certo che insieme formate una bella coppia di altruisti (!) – mi trattengo dal dire. Ann scusami per la scarsità delle tartine ma nell’attesa ho approfittato per fermarmi lo stomaco. Oh George non c’è di che, tant’è che pensavo di offrirne una anche a Lupen mi è così caro, posso? No! – vorrei gridare (ma che non faccio), considerando che alla fine ‘il malefico’ ne avrà mangiate quattro e io neppure una. Aspetta vado a prendere la bottiglia di prosecco che ho messo nel frigo, sperando che sia fredda abbastanza.

Premetto di non averlo mai visto così, prima. Quest’oggi, di rientro dopo la notte passata in casa di Ann, scorgo la luce accesa nella stanza di casa al primo piano dell’edificio. Il primo pensiero è quello di aver ricevuto la visita dei ladri, poi mi rassereno pensando che potrebbe essere arrivata la donna delle pulizie. Allorché lo vedo. Lupen è all’inpiedi con le zampe ungulate schiacciate contro il vetro della finestra del salone a mo’ di pantera nera che sta per saltare sulla preda. Quando lo guardo negli occhi, ruggisce e mostra i denti felinidi. Dio mio è spaventoso! – penso. E quasi tempo di rientrare in casa. Metto la chiave nella toppa e aperto l’uscio poggio il piede in casa…

Splash. La scarpa s’inzuppa di urina fetida e quasi vi scivolo sopra, se non fosse per la mensola dove di solito lascio le chiavi che mi fa da sostegno. Lupen! So già che un giorno ti darò lo sfratto e allora diventerai un randagio spelacchiato in giro per le strade della città, promesso – penso. Buongiorno! Esclamo volendo far sentire alla Marianna che sono appena rientrato. Nessuna risposta. Ripeto, buongiorno! Lupen taglia lentamente lo scorcio di corridoio dell’entrata ignorandomi a bella posta, come se stesse facendo una passeggiata sul boulevard: “Figurati io non ti vedo nemmeno, chi sei, cosa vuoi, che sei venuto a fare?” – suggerisce il suo sguardo lanciato di sfuggita. Lupen! – dico io, cos’hai combinato, ti pare questo il modo di …

Certo pretenderesti anche l’inchino di benvenuto, non ti sembra un poco eccessivo, dopo aver passato tutta la notte fuori?” – lascia intendere dall’alto dei suoi occhioni gialli discriminatori. Scusami Lupen ma si era fatto tardi e fuori pioveva, così mi sono trattenuto in casa di …

Sei un imbecille, quando sei uscito avresti potuto portarti l’ombrello, siamo in inverno, potevi anche supporre l’arrivo di un’acquazzone, ma così non è stato” – aggiunge con lo sguardo perplesso. Sì, forse hai ragione tu, ma se io sono un imbecille tu sei un desposta senza ritegno alcuno. Mi chiedo chi fossero i tuoi antenati, vediamo un po: Sekmeth, la déa gatto egizia? Neppure a pensarlo. Vuoi mettere, anche se in qualche modo il tuo portamento rispecchia la sua altezzosa superiorità. La Sfinge?, in parte felino, in parte … no, siamo lontani mio caro miao, anche se spesso atteggi lo sguardo che guarda al futuro. Futuro di che? – mi chiedo, ma la domanda riecheggia nell’aria.

Piuttosto è bene che faccia cambiare aria alla stanza, c’è puzzo di … No Lupen volevo dire di respirare un poco d’aria fresca, dopo che sei stato al chiuso tutto a lungo, aspettando il mio ritorno. È così Lupen mi stavi aspettando? Altrimenti cosa ci facevi davanti alla finestra? “Guardavo passare le nuvole!” – risponde distratto. Oh, indubbiamente poetico, ma qualcosa mi dice che osservavi il passaggio degli uccelli migratori. Piuttosto dì la verità, non hai mai perso il tuo istinto venatorio, è così? Ammetto di non riscontrare in te mai un pizzico di sincerità, sei falso mio caro … “Come è vero che non ti meriti niente, dopotutto sono io che governo la casa, che non lascio entrare alcun estraneo, che si tratti di graziosi topolini o di farfalle e quant’altro, per non dire delle mosche…”

Stai quindi parlando della mia casa o del Giardino Zoologico mio caro. “Forse qualcosa non ti è chiara, semmai stiamo parlando della mia casa, perché hai pure qualcosa da recriminare? Non sono forse io a mantenere una certa estetica che la rendono appena passabile? Fosse per te vivresti in un bazar di cianfrusaglie inutili, in mezzo ai regali riciclati e di pessimo gusto che giungono portati da certi tuoi amici pelandroni, e di quelle zitelle farcite delle tue amiche. Ecco l’ho detto.” – Non sono proprio certo che volesse dire quello che ha detto, con le parole che ha usato, quali: recriminare, bazar, cianfrusaglie, riciclati, pelandroni; indubbiamente il senso di ogni parola doveva essere quello se è così che l’ho interpretato.

Mi sorge il dubbio che quando Lupen si ritrova da solo sfogli lo Zingarelli che di solito lascio sulla scrivania. Corro nell’altra stanza e trovo il grosso volume al suo posto, stranamente aperto, come non lo lascio mai. Sarà anche un caso ma la prima parola all’apice della pagina recita: Imbecille. Si dice che l’occasione faccia l’uomo ladro, chissà per quanto riguarda un gatto? Di certo Lupen deve averne colto il senso al volo come fa con le mosche, perché dopo aver fatto la doccia e ancora in accappatoio sono andato a rispondere al telefono, lo sorprendo che col suo fare sornione mi bighellona intorno rivolgendomi un sorriso per niente raccomandabile. Quindi si ferma, sembra attento ad afferrare ogni mia singola parola, sì che nel dubbio gli ho voltato le spalle, per non fargli udire ciò che stavo dicendo con Andrea uno dei miei amici ‘pelandroni’.

OK, okey! Mi sono da voi per le otto, d’accordo, ciao.

Che fai stasera esci di nuovo? – recita con gli occhi da indagatore. So già che me la farà pagare se solo gli dico di sì. Quindi mi atteggio come fa lui con me, fingendo di non avere un impegno preciso. Ma già, che stupido sono, ho appena confermato ad Andrea l’ora dell’appuntamento. Che legga il labbiale? – mi chiedo. Ma no, sono solo fantasticherie – dico. Fatto è che una volta accudito e vestito, ha preso a seguirmi passo dopo passo mentre bighellonavo in giro per casa. E quando mi sono avviato verso l’ingresso e ho fatto per prendere le chiavi sulla mensola … sorpresa delle sorprese, non c’erano più. Dunque, fruga di qua e di là per trovarle si è fatta l’ora dell’appuntamento.

Di Lupen neppure l’ombra in giro. Squilla di nuovo il telefono: pronto? George ma che fine hai fatto. Non trovo le chiavi, spero che escano fuori altrimenti non so come fare. Quindi che hai intenzione di fare, siamo certi che non è una scusa? Ma no Andrea che dici? Siamo tutti qui ti aspettiamo un’altra mezzora! D’accordo – dico io.

La nuova ricerca non da buoni frutti. Mi siedo sul divano con la testa tra le mani e mi concentro sugli spostamenti fatti in casa. Ingresso, corridoio, cucina, stanza da letto, corridoio, bagno, ingresso, niente. Ricapitoliamo – mi dico: che le abbia lasciate nella toppa d’ingresso? Guardo, no. Stranamente appare Lupen che ha creduto stessi per uscire, non più di tanto poi, perché si è fermato a distanza, guardandomi perplesso…

Ma sei scemo, dove pensi di poter andare senza le chiavi di casa?” – chiede con uno sguardo di vuotezza rara.

Lupen, miao, dimmi che le hai prese tu? Gli chiedo scandendo le parole in modo da ricambiare il suo sguardo felino. Ma la mia non è che una pessima emitazione gattesca, tant’è che mi sembra di vederlo ridere sotto i baffi che cura con una certa indifferenza. È allora che alzo leggermente il tono di voce, sperando in un qualche effetto dirompente. Inutile, convinto sempre più che i compromessi che nelle relazioni fra gli umani assumono spesso un certo valore, non hanno alun effetto sui gatti, men che meno con Lupen. Quindi che fare? Squilla il telefono, è Andrea. George abbiamo deciso, ci trasferiamo tutti da te. Chi intendi per tutti? Tutti è come dire tutti quanti siamo. Cioè. Ma ad occhio e croce saremo otto, dieci, sì diciamo dieci perché strada facendo di sicuro si aggiungerà qualcuno. Andrea scusa, che vuol dire qualcuno, che fai li raccogli lungo il tragitto tanto per pareggiare il numero. Va bé George non stiamo a cincischiare sul numero, nel frattempo tu prepara alcunché da mettere sotto i denti, noi portiamo qualcosa da bere, ciao! Click, ha messo giù la cornetta.

Cincischiare, voce del verbo cincischio? Ultimamente anche Andrea mi sembra inseguire una grammatica stracciata. Vado a controllare. Anzi no, rimando a più tardi, ora è bene ch’io ritrovi le chiavi, altrimenti … Gli ospiti arrivano in un bat-ti-ba-lé-no, ovvero locuzione composta da battere e baleno, inizio anch’io a parlare come Andrea, mio Dio nò. Ma George dimmi hai poi trovato le chiavi? Non mi hai lasciato il tempo. Entrano: Ann, Adelmo, Annalisa, Michaela, Michele, Genny, Arturo e altri di cui non ricordo neppure il nome. Andrea, ma quanti siete? Credo in dodici. Ah tu credi, ma se non ho neppure da sedersi per sei. Va be’ ci arrangiamo come possiamo, non hai dei cuscini? Sì, certo, puoi usare quelli del divano e altri. Trovato, quelli del letto! – aggiunge Andrea. La sua scaltrezza mi sorprende quanto quella di Lupen, il quale nella confusione degli arrivi ha raggiunto il divano intenzionato a difendere il suo cuscino preferito con le unghie e con i denti. Rifilando un graffio sulla mano di Andrea che lancia un grido, per poi rincorrerlo per tutta la casa. Lupen ti prendo! – esclama come in un gioco da bambini.

Si dice che la casa nasconde non ruba! – ma è solo un modo di dire, soprattutto se c’è qualcuno che sappia dove e come nascondere la refurtiva, che è poi pari a un furto bello e buono – dice Michaela. Mettiamo il caso sia entrato un ladro in casa mentre tu eri sotto la doccia, come fai a saperlo?– suggerisce Michele. Forse andrebbe precisato che il ladro vive in questa casa – aggiungo io. George dobbiamo pensare che ti derubi da solo? – chiede Genny. Avessi mai pronunciato quella frase che è partita la ‘caccia al ladro’ e in un momento li ho avuti tutti addosso. Cuscini che volano, giornali e libri che sfuggono di mano e finiscono sulla testa di qualcun altro, alcuni bicchieri che si rompono, al suono stroboscopico e allucinato del Rock dei Led Zeppelin che Andrea alzando il volume ha pensato bene per coprire il tutto.

La serata si protrae fin troppo a lungo. Di colpo Annalisa caccia un urlo bestiale. Sulla parete della stanza si staglia nitida l’ombra nera di una pantera enorme e soffoca la gola di tutti gli altri, mentre, con piglio feroce della sua zampa Lupen interrompe la musica, staccando la spina del diffusore dalla presa elettrica. Lupen! – grido, osservando la sua figura davanti allo stroboscopio, tuttavia senza avere il tempo di afferrarlo. Va detto che in certi momenti la cattiveria umana che si accompagna all’indifferenza animale di un gatto è tutto sommato innocua. Nel caso di Lupen è di legittima difesa, per non farsi soverchiare dagli altri. Ma George stai difendendo il tuo gatto, quel pusillanime … No Andrea, come puoi ben vedere Lupen non ha bisogno di avvocati difensori, fa tutto da sé, del resto è lui il padrone di casa. E se non sta bene a lui non c’è verso che io o chiunquwe altro gliela faccia andare. George, ma si può sapere che dici, ti si è forse annacquato il cervello? Ciao Andrea, buonanotte ragazzi!

Ann, ma come, vai via anche tu?

Ann & George
Ann & George
Lupen The Cat
Lupen The Cat

Tornati a una lontana parvenza di normalità, dopo ore di caos totale, finalmente distrutto mi sbraco sul divano, per dire che mi stravacco sul … realizzo di usare un linguaggio che non mi appartiene, ma che forse apprendo dalla frequentazione di certi amici ‘pelandroni’ che Lupen mal sopporta. Cosa che sa di imposizione verbale accreditata a un gatto che per sua natura utilizza un diverso linguaggio lessicale onomatopeico con diverse sfumature che vanno dal ‘miao’ al ‘mihao’ al ‘miaaaaao’, interlocutorio. Ma non facciamoci illusioni, temo che non vi siano abbastanza parametri per attribuire questi pochi versi idiofoni a un solo gatto come Lupen, il quale ha elaborato tali e numerose espressioni acculturanti nel suo linguaggio da far arrossire un fine dicitore. Di fatto soltre ad esprimersi con la voce, ancor più si esprime con gli sguardi, assumendo atteggiamenti attoriali da consumato interprete del palcoscenico. Ad esempio, la sua ‘promenade’ con la coda alzata che attraversa gli angoli delle stanze ha molto a che vedere con certi precursori dalle pose studiate e irripetibili che, fin dall’inizio del cinema muto, hanno ammaliato, per dire ‘impressionato’ (poiché trattasi di pellicola), folle sterminate di persone.

Altresì sono talmente stanco che non ho più la voglia di mettermi di nuovo a cercare le mie chiavi di casa. A mala pena riesco a togliermi le scarpe e i calzini sì che mi sembra di avere il fuoco sotto i piedi. Finanche la mente sembra andarsene in fumo, in mezzo a tanto ‘casino’, ops, cosa dico mai! Tuttavia mi necessita fare il punto della situazione. Ricapitoliamo … no George! “No George, hai dimenticato di preparare la cena!” – soggiunge Lupen. Non ho fame, penso senza pronunciarmi … “Non la tua George ma la mia! Vediamo un po’, stasera gradirei assaggiare di quello sgombro che tieni riposto nella dispensa, che ne dici?” Ora ditemi voi, nella dispensa c'è un approvvigionamento di pasta, riso, zucchero, farina e un certo numero di scatolette diverse: carne, tonno, crocchette (per Lupen che tra l'altro non ama), tutte ancora, si-gil-la-te, che tengo lì per una qualche improvvisa esigenza, del tipo di quella capitata questa sera. Altrimenti come avrei potuto affrontare una masnada di amici affamati, così ho cuinato della pasta al tonno e olive in bianco per tutti.

Trenta secondi, il tempo di aprire la dispensa per prendere il necessario, che Lupen ha odorato la presenza di una scatoletta in particolare che, guarda caso, non era di tonno? Che abbia copreso dall'immagine che si trattava di uno sgombro? Che sia un gatto da pesca lo escludo a priori, teme l'acqua. Che abbia frequentato la bottega di un pescivendolo, altrettanto. Che l'imprinting dei suoi avi trasmetta al suo DNA la conoscenza acquisita dalla natura millenaria della loro esistenza? Fatto è che sa riconoscere dall'involucro metallico di una scatoletta il suo contenuto. Ma come è possibile? - mi chiedo perplesso. La risposta ovviamente me la data lo stesso Lupen, come?... nel modo che segue. Ho aperto di nuovo gli sportelli della dispensa e gli ho indicato con un gesto della mano, che poteva accomodarsi e scegliere secondo la sua preferenza. Incredibile a dirsi, con sua grande gioia che gli si leggeva negli occhi gialli spalancati all'occorrenza, è stato capace di trovare la scatoletta dello sgombro in mezzo alle altre e dopo avergliela aperta mi anche ringraziato con un esuberante 'miiaao!' di gradimento.

Fatto questo che fa il paio con un altro avvenimento accaduto qualche tempo prima, allorché rimasto da solo per una mezza giornata e non vedendomi rientrare per l'ora di pranzo, ha pensato bene di farsi una passeggiata sul davanzale confinante e andare a smirciare se, per caso, vi fosse qualcosa di commestibile ... Si dice che: 'l'erba del vicino è sempre più verde' e immagino avesse 'un languorino' che lo stuzzicava, ha subodorato un incarto appena lasciato sulla tavola dai vicini, rientrati da qualche minuto. Giusto il tempo di rientrare le due confezioni d'acqua dall'ascensore. "Ciao George, scusa se disturbo ma devo aver dimenticato il pacchetto acquistato dal salumiere, per caso non hai della carne da cucinare in frizz, lunedì, quando riaprono i negozi te la restituisco?" Vieni Martha, credo di avere qualcosa, ècco ho due bistecche, pensi che bastino? "Certo che sì, grazie tante, poi te le restituisco". Non ti preoccupare ... scusa ma sto cercando le mie chiavi dicasa che non trovo e non ricordo dove posso averle messe.

La cerca continua mentre Lupen mi osserva impietoso nei miei spostamenti limitandosi a fare le facce curiose, lanciando di tanto in tanto dei 'miao' più o meno incoraggianti: "miao-acqua", "miao-acqua", "miao-fuochino", "miao-fuocherello", poi di nuovo "miao-acqua". Nell'incertezza mi convinco a guardare nei posti dove ancora non ho guardato come nella camera da letto ... ma è da scemi aver messo le chiavi di casa sotto il letto, o sull'armadio, non vi pare? Quindi sollevo le coperte, in breve disfo completamente il letto, allorché impazzisco e sbatto via i cuscini che lancio senza raggiungerla la poltrona accanto, quando un odore acre raggiunge le mie narici ... nel mentre Lupen pensa bene di darsi alla fuga. Lo sento brontolare uno sgradito "miiaaoo-che puzza" che immagino per i miei calzini dimenticati la sotto da chissà quanto tempo. Per riaffacciarsi poco dopo facendo capolino dallo stipite della porta sgaranando gli occhioni gialli vaghi, attento a non tradirsi. Tuttavia dietro il suo sguardo rilevo che 'gatto ci cova', qualcosa mi avverte d'essere vicino a "miao-fuoco!" - ma non lo dice. Improvvisamente sembra aver perso la favella, se mai l'ha avuta.

Lupen!!! grido con quanto fiato ho in gola, cos'è quella roba lì? Un involucro avvolto nella carta che emana un odore diverso da quello dei miei calzini, direi stuzzichevole, quasi buono. Il tempo di andare a prendere lo spazzolone che immediatamente sono di ritorno, e al mio grido 'fuoco!' ci sono, Lupen incomincia a saltare per tutta la stanza fin sopra l'armadio, sapendo che lo avrei rincorso fino ad acchiapparlo per la coda e che lo avrei ... è meglio che non dica. Sorprendentemente nell'involucro c'è una fila di circa mezzochilo di salsiccie profumate di cui la prima della fila appena smozzicata. Ora, chi glielo dice a Martha che non ha dimenticato il pacchetto dal salumiere, che quel ladro matricolato del mio gatto si è intrufolato nella sua cucina e ha rubato le sue salsiccie? Adesso mi guarda ... "Non puoi George, meglio sarebbe che ce le dividessimo, anzi mi basta anche solo una, facciamo due per me e il resto a te, pensaci non hai già l'acquolina in bocca anche tu. Non credi che sarebbe un'ottima cenetta per noi due da soli?"

Davvero Lupen, perché no, magari accendo anche una candela sulla tavola e apro una bottiglia di buon vino. Se è quel che vuoi, promettimi che sotterriamo entrambi l'ascia di guerra, ci sediamo a tavola in santa pace e, magari, mi aiuti a ritrovare le chiavi di casa, in fondo siamo coinquilini, no? "Ebbene che pace sia. Chissà perché voi umani pur di non dichiarare di aver perduto la guerra, finite ogni volta per issare la bandiera della pace, per poi ritrattare gli accordi presi. Possibile dobbiate sempre chiedere in cambio un qualcosa che sa di puro ricatto, tu George dovresti avere la risposta, non è così?" No, davvero non saprei, l'unica cosa che mi viene in mente è una massima di Sun Tzu in "L'arte della guerra" entrata nell'uso comune, che recita: "Se non puoi abbattere il nemico fallo ré", che a modo mio interpreto convenientemente: 'affinché ottenere ciò che chiedi', spuure con il beneplacito della riconosciuta maestà.

"Mi sembra un buon principio George, vuole anche dire che da ora in poi mi toglierai quel fastidiosissimo collarino rosso dal collo; che non ti dimenticherai di salutarmi (leggi riverirmi) come si deve a una maestà; soprattutto che non ti asterrai dallo sciegliere le qualità migliori degli alimenti come fai per quelle che riservi per te; che non mi abbandonerai da solo per più di una notte alla settimana; che non mi porterai i tuoi amici 'pelandroni" in casa e che ..." - Basta così Lupen, si diceva che la mia misera richiesta dava la sensazione di un ricatto, vogliamo dare una definizione alle tue, oppure? E che dire di Ann, forse potresti concedermi un'eccezione, che ne dici? "Sì certo, visto che lei è così gentile con me, in fondo è un po' come le principesse delle fiabe, s'innamorano sempre dell'uomo sbagliato, per poi scoprire che il loro 'principe azzurro' si nasconde nei panni del gatto che coccolano tanto affettuosamente."

Non ricordo che la chiusa della bella fiaba, reciti proprio così, ma diciamo che va bene lo stesso. Vogliamo fare un brindisi alla ritrovata pace Lupen? Dunque Cin-cin! "Miaaoo George-a la santé!". Che Lupen sia anche poliglotta mi giunge nuova, per quanto spero che 'in vino-veritas' infine mi sveli dove ha nascosto le chiavi o che magari me le restituisca ... o meglio che Sua Maestà me le consegni con l'investitura di un suo pari. Accade così che sazi e leggermente brilli per il vino bevuto ci siamo accoccolati sul divano, quando di colpo Lupen si leva e scappa via, senza un perché. Che abbia sentito avvicinarsi qualcuno lungo il corridoio, o forse alla porta?, mi chiedo ... Driin! suona il campanello di casa. È Ann di ritorno. Vieni entra, accomodati, che sorpresa ...

Lupen The Cat
Lupen The Cat

Lupen! Esclama Ann entrando. Vieni qui mio piccolo caro, dice con enfasi prendendolo tra le braccia. Sai George mi siete mancati, così ho pensato che ... Non sai che piacere mi fa ... stavo per dire, quando Lupen prende a strofinare il suo muso (la sua faccia da c...) sulla guancia di lei ricevendone quei baci che 'ruba' a me. Vieni accomodati sul divano, eravamo quì che ci concedevamo un po' di relax quando, guarda caso, si è parlato di te. Di me, a che proposito? Del piacere di averti qui con noi, ti sembra strano? Affatto, mi siete così cari entrambi. A proposito George, hai poi trovato le ... "Miaao-Eccole!" - avverte Lupen sorridente, facendo capolino dallo stipite della porta per poi avanzare a-tratti verso il centro della stanza e sospingere con la sua zampina felpata, il congruo mazzo di chiavi che ho cercato per tutta la sera fino allo spasimo della follia ...


Miaao-maestà, e grazie molte per la sua benevola concessione.


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