scrivi

Una storia di Stegia18

Questa storia è presente nel magazine Fiabe, favole e racconti

Le interviste impossibili: Artemisia Gentileschi

Oltre ogni pregiudizio

387 visualizzazioni

7 minuti

Pubblicato il 01 febbraio 2020 in Altro

Tags: #Artemisia #PittoriDelSeicento

0

Nella foto: Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni, Collezione Graf von Schönborn, Pommersfelden (1610).

«Artemisia: una vita fuori dagli schemi! Hai raggiunto vette impensabili per una donna del tuo tempo. Le tue opere si trovano in molti grandi musei e il tuo nome è citato tra i grandi artisti del XVII secolo. Raccontaci il cammino che ti ha condotto ad essere una pittrice affermata»

«Sono nata a Roma, dove mio padre esercitava l’arte della pittura. Nel suo atelier e sotto la sua guida ho imparato l’uso dei colori e la confezione delle tele e dei pennelli. Lo ammiravo in maniera incondizionata e desideravo imitarlo. E lui mi incoraggiava a proseguire nel mio apprendistato. Per il fatto di essere donna, mi fu negato l’accesso all’Accademia di Roma. Del resto l’arte pittorica era, all’epoca considerata appannaggio maschile. Ma non ho rinunciato al mio sogno, né mi sono mancati gli stimoli all’apprendimento: la bottega di mio padre era attivamente frequentata da suoi amici e colleghi, dagli artisti che popolavano Roma, impegnati nell’abbellimento di chiese e palazzi signorili, anche sotto la spinta di pontefici che amavano l’arte e proteggevano gli artisti»

«E quando hai cominciato a creare in autonomia e ad accettare commissioni?»

«Già intorno ai quindici anni collaboravo ai lavori di mio padre e producevo piccole opere. Lui ne era molto orgoglioso e non perdeva occasione di valorizzarmi. In una lettera alla granduchessa di Toscana si vantava che io avessi raggiunto, in pochi anni di apprendistato, una competenza pittorica che superava di gran lunga quella di molti artisti dell’epoca»

«È datata 1610 la tua opera “Susanna e i vecchioni”, che ti ha consacrato artista di talento tra i tuoi contemporanei. Vi scorgiamo un evidente influsso del realismo di Caravaggio, ma anche un forte disagio psicologico da parte della protagonista, che, incapace di difendersi, tende le mani per allontanare la minaccia»

«Il quadro fu esibito da mio padre come prova delle mie capacità artistiche, orgoglioso dell’abilità di questa sua figlia e discepola»

«Ma è anche la citazione del triste episodio che ha condizionato la tua vita: lo stupro da parte di Agostino Tassi»

«Agostino e mio padre erano amici, collaboravano alla decorazione del Palazzo Pallavicini, lui era un maestro del trompe-l’oeil e frequentava spesso la nostra bottega per darmi lezioni di prospettiva. Lo chiamavano “lo smargiasso” per il suo carattere violento, ma mio padre si fidava di lui, ne ammirava l’opera e fu contento che diventasse il mio maestro»

«Ciò nonostante espose la querela per istituire il processo per stupro, anche se soltanto un anno dopo l’accaduto. Spiegaci questa discordanza di date»

«Lo raccontai a mio padre, ma Agostino promise il matrimonio riparatore, che avrebbe posto fine alla questione. Con il ruolo di donna sposata avrei conquistato maggiore libertà di azione anche nella frequentazione di altri artisti e nella conoscenza delle loro opere. Ma, poi ho saputo che lui era già sposato. Perciò decidemmo di denunciarlo»

«Sappiamo, dalle testimonianze giunte fino a noi, che non ti è stato facile affrontare il processo»

«Sono stata anche torturata perché si voleva che affermassi che ero stata consenziente. Ma, io ho tenuto duro e alla fine il Tassi è stato condannato a cinque anni di esilio, poi ridotti a due»

«Una bella conquista per una donna del seicento. Anzi, anche per una dei giorni nostri»

«Sicuramente. Ma è stata una vittoria inutile, perché lui aveva dei committenti potenti che volevano che terminasse i lavori commissionatigli e non si allontanò mai da Roma. Fui io invece che dovetti andarmene. Mi sposai con un pittore fiorentino e ci stabilimmo a Firenze»

«Lì i tuoi meriti artistici furono finalmente riconosciuti, lontano, anche, da un padre che ormai mescolava all’orgoglio per le tue doti, una sorta di gelosia verso l’allieva che andava facendosi più brava del maestro»

«Sì, a Firenze abitava un mio zio, pittore assai stimato, che mi fece conoscere personaggi di spicco della scena culturale fiorentina, tra cui Michelangelo Buonarroti il Giovane, che era un nobile e ricco mecenate e Cristofano Allori, noto pittore e grande critico d’arte; col suo aiuto sono stata accolta, unica donna, nella prestigiosa Accademia del Disegno»

«Firenze ti ha dato molto e molto ha ricevuto: Palazzo Pitti e la Galleria degli Uffizi conservano alcuni dei tuoi dipinti più belli e famosi»

«Sono stati anni positivi e prolifici, ho stretto amicizia con Galileo e sono stata introdotta nella corte granducale, ricevendo commesse dal granduca Cosimo II, uomo di grande intelligenza e cultura. A Firenze sono nati i miei figli. Ma la vita familiare non fluiva serena come quella artistica. Mio marito gestiva male il nostro patrimonio, contraeva debiti e mi accusava di infedeltà»

«Ed è questo il motivo che ti ha indotto a tornare a Roma?»

«Questo e anche la speranza di nuovi più consistenti ordini che ci permettessero di risollevare la sorte delle nostre finanze disastrate»

«E come sei stata accolta ritornando in patria?»

«Bene. Ormai ero un’artista famosa e ricercata da appassionati d’arte e pittori, ho potuto scoprire il vasto patrimonio artistico, antico e moderno, della città e frequentare l’elite di intenditori che la popolavano. Purtroppo non sono riuscita a raccogliere quegli incarichi, affreschi di chiese e palazzi, che ci avrebbero permesso di ripagare i debiti e condurre una vita agiata. Perciò cercai di tornare a Firenze, ma senza riuscirci»

«Morto il mio protettore Allori, morto, ancora molto giovane, il granduca Cosimo II, il clima nei miei confronti era cambiato: lo stato era retto, in nome dell’erede Ferdinando II, dalla madre Maddalena d’Austria e dalla nonna Cristina di Lorena. Due femmine bigotte e non certo inclini a valorizzare il talento di una donna che era riuscita ad imporsi in un mondo esclusivamente maschile»

«E così sei rimasta a Roma. Ed hai conosciuto l’amore della tua vita: l’esperto d’arte Nicolas Lanier, che si trovava in Italia su richiesta del suo re, Carlo I d’Inghilterra e di altri ricchi inglesi che desideravano acquistare le opere che l’ingegno italiano produceva, per l’abbellimento delle loro dimore e la gloria del possesso»

«Ci siamo molto amati e abbiamo vissuto giorni felici. L’ho seguito a Venezia, incaricato di acquistare alcune tele che Vincenzo Gonzaga, duca di Mantova, aveva posto in vendita, per sopperire alle necessità economiche del suo stato. Era una collezione magnifica, forse la più prestigiosa in Europa. Davanti ai nostri occhi sfilavano opere di Tiziano, Caravaggio, Leonardo da Vinci, Raffaello: un eden di arte da rapire il cuore»

«Ma giunse poi il momento del distacco»

«Lui fu richiamato a Londra, dove aveva una moglie a cui era affettuosamente legato. Mi chiese di seguirlo. Ma io avevo fatto ormai le mie scelte: ho rinunciato al nostro amore in nome della mia arte. Fui chiamata a Napoli, presso la corte del Duca d’Alcalà. Mi si prospettava finalmente la possibilità di un lavoro di più ampio respiro. Napoli, dopo Parigi, era la più grande città europea, c’era un acceso fermento culturale e vi operavano alcuni tra i più grandi pittori dell’epoca tra cui Caravaggio e Annibale Carracci»

«Lì sono stata chiamata a dipingere opere per la Cattedrale di Pozzuoli, ero in ottimi rapporti con il viceré e ricevevo ordini da illustri mecenati, non ultimo Filippo IV di Spagna»

«Ma Londra, evidentemente, era nel tuo destino, poiché ci risulta un tuo soggiorno lì per qualche anno a partire dal 1638»

«Carlo I, re d’Inghilterra, che già possedeva nella sua collezione privata il mio quadro “Autoritratto in veste di pittura” voleva conoscermi personalmente e se un re ordina come puoi disobbedire? A Londra ho ritrovato mio padre, divenuto pittore di corte. È stato, dopo tanti anni, un incontro affettuoso e, insieme abbiamo collaborato ad affrescare il soffitto della “Casa delle delizie” della regina Enrichetta Maria. Mio padre era ormai vecchio e morì l’anno successivo. Io mi sono fermata a Londra ancora per qualche tempo, ma senza mai più incontrare Nicolas. Quindi, poiché nulla più mi tratteneva, feci ritorno a Napoli, per mai più spostarmi. Lì ho vissuto fino al termine della mia vita, sempre lavorando, fino all’ultimo respiro»

«Grazie Artemisia, per questa breve intervista che ci hai rilasciato. Grazie, soprattutto, di essere riuscita, con la tua grande forza di volontà, superando grossi ostacoli, innalzandoti sopra la chiusa mentalità di un’epoca che ti voleva inferiore, in quanto donna, a donare alla collettività un ricco patrimonio d’arte, che ti consacra grande tra i grandi di ogni secolo».


Artemisia morì a Napoli nel 1654, sinceramente rimpianta dai figli e dagli amici. Fu seppellita nella Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, originariamente ubicata nel rione Carità e oggi ricollocata presso il Vomero. In quel trasferimento il suo sepolcro è andato disperso, così come la lapide che la commemorava e che recitava semplicemente ”Heic Artemisia” come si conviene a chi ha saputo vivere con coraggio e oltre ogni pregiudizio.


Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×