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Una storia di ValeGraz

Nessuno può aiutarmi

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7 minuti

Pubblicato il 07 novembre 2018 in Altro

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‹‹Salve, salve… si accomodi››.

‹‹Sì››, rispose indifferente.

‹‹Possiamo darci del tu?››

Annuì con la testa.

‹‹Parlami un po’ di te, puoi dirmi tutto ciò che vuoi, sono qui per ascoltarti››.

‹‹Mi chiamo Luca, tra poco compio i diciott’anni e quest’anno finisco il liceo››, rispose.

‹‹Classico o scientifico?››

‹‹Scientifico››.

‹‹Anche io frequentai lo scientifico, mi piaceva molto la matematica. Qual è la tua materia preferita?››, cercai di farlo sentire il più possibile a suo agio.

‹‹Italiano››, rispose fissando il cielo nuvoloso che si intravedeva dalla finestra.

‹‹Come mai non sei andato al classico allora?››

Alzò le spalle e mi disse: ‹‹Forse perché non mi piaceva il greco››.

Continuava a fissare il cielo e mi resi conto che quella sarebbe stata una mattinata difficile.

‹‹Dimmi un po’, che fai nel tempo libero?››

‹‹Leggo libri o ascolto musica››.

‹‹Che musica ti piace ascoltare?››

‹‹Non ho particolari preferenze››.

‹‹A me piace…››, mi bloccò, si girò a guardarmi e mi chiese: ‹‹Per quanto ancora deve durare questa pagliacciata?››

Lo guardai fisso negli occhi: ‹‹Perché credi sia una pagliacciata?››

Sostenne il mio sguardo: ‹‹Nessuno può aiutarmi››.

‹‹Allora perché sei qui da me?››

‹‹Mi hanno costretto i tipi dei servizi sociali, dicono che la presenza di uno psicologo in questi casi possa far bene. Io l’ho detto anche a loro che nessuno può aiutarmi››.

‹‹Siccome sei costretto a stare qui, tanto vale sfogarti… passa più velocemente il tempo››.

‹‹Che cosa vuoi sapere da me?››, mi chiese appoggiandosi sulla scrivania in maniera molto scocciata.

‹‹Io voglio sapere tutto ciò che mi vuoi dire››.

‹‹Io non voglio dirti niente››.

‹‹Va bene, allora passeremo queste due ore in silenzio››.

Si girò di nuovo a fissare il cielo. Non spostò il suo sguardo per più di un minuto. Tornò velocemente a guardarmi e iniziò a parlare: ‹‹Da giorni non dormo. Parlo da solo. Piango da solo. Uccido i miei fantasmi- si alzò in piedi- rivivo ogni minuto quella scena. Non riesco a pensare a niente altro. A volte non riesco nemmeno a respirare e voi siete convinti che rispondere a delle domande mi possa aiutare? Cazzate!››

Intervenni: ‹‹Non ti farò nessuna domanda, decidi tu cosa mi vuoi raccontare. Decidi tu come posso aiutarti››.

‹‹Io voglio andarmene da qui››.

‹‹Non puoi, quindi…››

‹‹E’ tutto ok, va tutto bene. Basta non fermarsi a pensare. VOI NON MI AIUTATE, MI FATE PENSARE››, mi urlò contro.

Restai immobile a fissarlo.

Riprese subito a parlare in maniera più pacata: ‹‹Vuoi che ti dica quello che è successo? Va bene ti racconterò tutto, se serve a uscire da questa maledetta stanza -appoggiò le mani sulla scrivania sporgendosi in avanti- avevo tredici anni. Avevo tredici anni la prima volta che lo vidi. Ricordo tutto, certe cose non si scordano. Ero appena tornato da scuola, ero così felice… ero sempre felice prima. Mi era venuto a prendere mio padre o almeno quello che io, all’epoca, consideravo un padre. Era molto arrabbiato, gli era successo qualcosa a lavoro, qualcosa che non mi raccontò. Entrammo a casa e c’era mia madre che ci aspettava in salone. Tavola apparecchiata e pranzo pronto. Mio padre non si fermò nemmeno a salutarla, andò nel suo studio. Era un ingegnere, una persona per bene agli occhi di tutti. Anche ai miei. Strano come a volte anche chi sembra una brava e bella persona si trasformi in un mostro, no? Comunque, mia madre andò solo a chiedergli che cosa fosse successo, come mai non si fosse fermato, come tutti i giorni, a pranzare. Io la seguii, volevo capire cosa fosse successo. Si sa noi giovani siamo sempre curiosi, come avrei voluto non esserlo quella volta. Mia madre non fece nemmeno in tempo a chiedergli che cosa fosse successo che già le stava urlando contro: ”che c***o vuoi? Lasciami stare”, lei continuò a insistere. Così mio padre si alzò, le andò in contro, le tirò uno schiaffo e la spinse fuori. Lei si accasciò a terra con un taglio sulla guancia provocato dallo stesso anello con cui si erano giurati amore, nel bene e nel male. Io rimasi lì a guardarla. Era bella, mia mamma era bella sempre, anche in quel caso. Anche con le guance bagnate dalle lacrime. Si alzò rapidamente e torno in salone, come se nulla fosse successo, mi chiamò: “Luca, vieni a tavola”. Tornai in salone con mille domande in testa. Secondo te, perchè… perché un uomo vuole far male a qualcosa di così bello? Perché quel maledetto uomo, che non mi aveva mai sfiorato nemmeno con una piuma, picchiò mia madre?››

‹‹A molte cose nella vita…››

‹‹Non voglio la risposta, perché una risposta a questa domanda non c’è. Perché è una cosa inspiegabile, senza senso per me. Perché non puoi sfogare la tua rabbia, la tua incapacità di essere uomo, la tua debolezza su qualcun altro. Che uomo sei? Ecco, mio padre non è un uomo e non è nemmeno mio padre.››

Mi rendevo conto che non sarei riuscito ad aiutare quel ragazzo nonostante fosse quello il mio mestiere.

‹‹Mio padre mi fa schifo. Quello fu solo uno dei tanti episodi che si ripresentarono nel corso del tempo. Sempre più frequenti e più dolorosi. E io intanto crescevo e mi rendevo realmente conto di cosa mi succedeva intorno. E mi sentivo impotente. Ho fatto troppi sbagli tenendo gli occhi chiusi che, quando ho deciso di aprirli, ho visto così tanta malvagità. Gli incubi e i ricordi sono chiusi e vivi in me. E non riesco a mandarli via. La forza che non ho mai avuto, il coraggio che non c’è e la paura… La paura dentro di me. Cinque anni a guardare una persona rovinarle la vita e lasciarglielo fare. E mia madre, lei non si è mai ribellata. Lei aveva più paura di me e faceva finta che tutto andasse bene. Faceva finta che nulla fosse mai cambiato e sopportava, sopportava tutto. Non diceva una sola parola contraria. A volte, credo, volesse anche smettere di respirare per sempre. Il dolore le si leggeva in faccia, ma l’illusione che tutto si potesse aggiustare vinceva sempre. Tanto da fare illudere anche me alcune volte. Ma io non l’ho capita, non l’ho mai capita. Vorrei chiederle tante cose e non posso. Vorrei sapere che uomo sarei diventato se lei mi avesse accompagnato in tutto il mio cammino. E invece non lo so e non lo saprò mai, perché un uomo che nella vita non sa distinguere il bene dal male, cosa è giusto o sbagliato… me l’ha portata via››.

Gli si leggeva in faccia quanta rabbia mista a paura esprimessero le sue parole.

‹‹Mio padre è un uomo fragile. Non è mai stata una brava persona. E io l’avrei dovuto capire. Era caduto in affari con le stesse persone che mi diceva sempre di non frequentare. Non si era circondato di bella gente, e il suo obiettivo primario era solo fare molti soldi, non gli interessava come. I soldi, credo, gli abbiano offuscato la mente. Ci mise troppo per rendersi conto di cosa stava diventando e quando lo fece era troppo tardi, non poteva più uscirne. Non ha mai saputo gestire la situazione e sfogava la sua ansia e la sua rabbia come meglio credeva. Mia madre era stesa a terra con la faccia sporca di sangue. E io ero sempre lì, fermo a guardarla, come la prima volta. Sono riuscito solo a pensare: ”Mamma, sei bella anche questa volta”, cercando di capire se fosse solo uno dei tanti incubi o fosse la realtà. E, ancora oggi, spero che qualcuno venga e mi svegli da questo maledetto incubo, ma non arriva mai nessuno. Non è stata uccisa solo mia madre, con lei sono morto io e tutto quello che sarei voluto diventare nella vita. E niente potrà mai farmi giustizia. E nessuno potrà mai capirmi né tantomeno aiutarmi››.

Non parlò più. Mi fissava. E io rimasi in silenzio insieme a lui, non riuscivo a sostenere il suo sguardo.

‹‹Beh, crede ancora di potermi aiutare?››

Si alzò, si mise le cuffie e si avviò verso la porta. Io non riuscii a fermarlo. Prima di uscire dalla porta, si voltò, mi sorrise e disse: ‹‹Grazie, arrivederci››.

Sono Luca, ho quasi diciott’anni e, nonostante tutto, credo ancora nell’amore.


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