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Una storia di Purpleone

Il villaggio dei corvi  (versione estesa)

-1^ parte -

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8 minuti

Pubblicato il 28 giugno 2020 in Horror

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Mi chiamo Charles D. Wards e arrivai a Credence, Massachusetts, in groppa a uno scarno mulo, con solo i vestiti che avevo addosso e la valigia degli strumenti.

Ci arrivai nell'estate del '31, abbandonando la direttrice principale che da Boston sale verso Nord e seguendo le piste poco battute che serpeggiano attraverso queste lande desolate a malapena segnate nelle carte.

Trovai il villaggio per caso, addentrandomi lungo una solitaria strada che era poco più di un sentiero per carri e avendo, come unica compagnia, stormi di cornacchie svolazzanti tra i radi alberi rinsecchiti che punteggiavano le basse colline tutt'intorno.

La guglia del campanile mi apparve inaspettata dopo aver aggirato un costone roccioso, seguita dai tetti delle prime case immersi nella caligine tremolante del tardo pomeriggio. Superai una croce annerita e sbilenca, piantata a lato della strada e sussurrai una parola d'incoraggiamento al mulo (e una alla mia anima). Forse un tempo aveva segnalato ai viandanti il nome del villaggio ma adesso sembrava solo l’opera di un fulmine ben centrato.

Il villaggio non era altro che una manciata di case sparse ai due lati di una polverosa strada che, dopo qualche miglio, si perdeva dietro brulle colline. Superai le prime casupole pensando al refrigerio di una birra quando l’animale, probabilmente sfinito quanto me, piantò gli zoccoli sul terreno fermandosi di colpo. A nulla servirono le carezze prima e i colpi di sperone poi, dovetti smontare e trascinarmelo dietro strattonandolo per la cavezza. Le imprecazioni che sottovoce rivolgevo all’indirizzo della testarda bestia e a tutta la sua progenie non mi impedirono di cogliere il silenzio che regnava tutt’intorno e la totale assenza del normale via vai cittadino. Dapprima pensai che la calura che ancora persisteva fosse un incentivo sufficiente a tenere le persone dentro casa, ma poi mi parve che la loro curiosità avesse preso il sopravvento perché, man mano che avanzavo lungo la strada, coglievo qualcuno occhieggiare dietro i vetri opachi o attraverso l’ombra degli usci appena schiusi.

Trascinai me stesso e il mulo per un’altra decina di metri arrivando così di fronte a quello che, secondo l’insegna scolorita appesa in cima alla porta, era l’ufficio dello sceriffo. Legai il mulo al palo e, a colpi di cappello, mi diedi una sommaria spolverata alle vesti. Avevo appena posato il piede sul primo gradino del patio quando una voce, proveniente dal buio della finestra aperta, m’intimò di non fare un altro passo.

Riportai il piede indietro e attesi.

Forse avevo sorpreso lo sceriffo durante la siesta perché ebbi l’impressione che ci mettesse un’eternità ad arrivare alla porta e aprirla. Rimase sulla soglia, con i pollici infilati nella cintura e mi squadrò da capo a piedi sollevando leggermente la tesa del cappello. Poi, come per nulla soddisfatto dall’esame della mia persona, abbassò il capo e lanciò un bolo di saliva scura mancando per un pelo la punta dei suoi stivali. Non parve curarsene e, lentamente, riportò lo sguardo su di me. Indossava un ampio e sudicio capello nero e l’ombra della tesa gli copriva gli occhi come la maschera di un fuorilegge. L’educato buongiorno che avevo a fior di labbra morì all’istante quando, con un cenno della mano, m‘intimò il silenzio.

"Giovanotto, prima di darti il benvenuto a Credence devo sapere chi sei, da dove vieni e che cosa ti porta qui. Se sarò soddisfatto, avrai il permesso di fermati per il tempo che io riterrò necessario. Sono stato abbastanza chiaro?"

"Sissignore. Mi chiamo Charles Dexter Wards e sono un medico itinerante. Mi sposto di villaggio in villaggio e mi guadagno da vivere onestamente con la mia professione."

Mi fissò per qualche secondo, come rimuginando sulla mia qualifica, poi si accarezzò la barba ispida che a malapena nascondeva le tracce di una vecchia malattia, forse vaiolo o scarlattina, e annuì.

Non diedi molto peso a quel che mi disse dopo ma, col senno di poi, avrei dovuto: "Non ci si ammala molto da queste parti, ma un tizio nuovo, dottore o no, ci farà senz’altro comodo. Permesso accordato."

Ringraziai con tutta l’educazione di questo mondo e domandai dove avrei potuto trovare alloggio per la notte e se ci fosse qualcuno, in paese, disposto ad affittare una stanza da adibire ad ambulatorio.

Prima di rispondermi lanciò un altro grumo di saliva a poca distanza dal primo.

"Per dormire rivolgiti al saloon sull’altro lato della strada. Per il resto, qui nessuno ti affitterà nulla; i miei concittadini sono piuttosto diffidenti verso gli estranei. C’è però l’ultima casa sulla strada, in direzione delle colline. E’ abbandonata, ma se riesci a darle una sistemata, puoi considerarla tua per il resto del tempo che passerai qui."

Feci per ringraziare ancora ma in un attimo volse le spalle e scomparve ingoiato dall’ombra dell’ufficio.

Quando mi voltai, dopo aver slegato il mulo, vidi, immobili sulla strada, a qualche metro l’uno dall’altro, quattro o cinque paesani che mi osservavano muti. Mi parvero, così immobili con quegli antiquati abiti color cenere, simulacri spenti degli uccellacci che mi ero appena lasciato alle spalle.

È un villaggio di corvi, pensai.

M’incamminai verso la mia futura dimora trascinando un sempre più restio animale. Le ombre andavano allungandosi e un refolo di vento freddo mi arrivò alle spalle facendomi rabbrividire.

Giunto all’estremità opposta del paese, individuai subito la casa (che parola grossa!) che lo sceriffo mi aveva così magnanimamente concesso.

Guardai quell’agglomerato di assi rose dalle intemperie scuotendo la testa, mentre pensavo al lavoro e al denaro che mi sarebbero serviti per rimetterla in sesto. Le imposte, che avrebbero dovuto coprire le due finestrelle sghembe ai lati della porta, erano semi divelte e coperte di licheni filamentosi. Sul tetto erano attecchite una varietà di erbacce e aveva bisogno di nuove tegole in più punti; la porta, infine, con diverse assi rotte e scheggiate in basso, pareva una grottesca bocca coi denti cariati.

Fui tentato di rimontare sul mulo e proseguire, ma non avevo idea di quanto avrei dovuto viaggiare prima di incontrare un altro insediamento e, comunque, nessuno dei due sarebbe stato in grado di fare neanche un miglio in più. Avrei fatto buon viso a cattiva sorte per il tempo necessario a rimpinguare le mie finanze, dopodiché tanti saluti ai muti cittadini di Credence.

Sistemai l’animale dentro un piccolo recinto sul retro, provvisto fortunatamente di una piccola tettoia spiovente, di abbeveratoio e di una mezza balla di fieno d’età indefinita. Pompai subito dell’acqua e immersi con piacere la testa nel rivoletto che scaturì dalla bocca arrugginita. Era piacevolmente fresca ma sapeva di palude e fango. Pompai ancora a beneficio del mulo e, dopo averlo liberato da sella e bardatura, presi le mie cose e ritornai indietro alla volta del saloon.

Mentre salivo i gradini del locale, guardai a destra e a sinistra:nonostante l’aria fosse rinfrescata, in strada ancora non c’era nessuno. Varcata la soglia, attirai subito lo sguardo diffidente di due tizi seduti in fondo alla sala. Li salutai con un cenno del capo e un educato ‘buon pomeriggio’. Mi degnarono appena di uno sguardo da sotto i cappelli e ripresero a mangiare. Sorvolai sulla loro mala creanza e mi diressi verso l’unica altra presenza umana in quel locale: il tizio dietro il bancone.

Mi avvicinai, mi presentai, e non trascurai di dirgli che avevo ricevuto il benestare dello sceriffo, prima di chiedergli la disponibilità di una stanza per qualche giorno e qualcosa di caldo per cena, da accompagnare, possibilmente, con un boccale di birra fresca.

Quando mi rispose, mi parve di sentire la voce dello sceriffo, solo un poco più strascicata e con lo stesso lieve sibilo nella pronuncia della esse.

" Le stanze sono tutte libere e per cena abbiamo stufato."

Pagai in anticipo per tre giorni e andai a sedermi al tavolo più vicino. Se le strade vuote mi erano sembrate una stranezza, un saloon quasi altrettanto privo di avventori era quantomeno inquietante. Pensai che forse da queste parti avessero poco tempo e voglia di dedicarsi agli svaghi però, che diamine, ogni paese per piccolo e povero che sia ha almeno un paio di ubriaconi che bivaccano ai tavoli in attesa di un bicchiere da scroccare.

Il tizio venne al mio tavolo dopo pochi minuti con un’abbondante ciotola di stufato di carne e fagioli e mezza pagnotta di pane nero. Chiesi nuovamente la birra e, mentre lo facevo, capii perché il suo volto, oltre alla voce, mi era apparso famigliare: aveva le stesse cicatrici esantematiche che avevo visto sulla faccia dello sceriffo.

Ero affamato e terminai velocemente la mia cena tralasciando, dopo i primi bocconi, gli informi pezzi di una carne coriacea e insipida che non seppi riconoscere, accontentandomi di tirar su i fagioli e di intingere il pane nel sugo denso e scuro. La birra, quando arrivò, era tiepida ma riuscì ugualmente a sciacquare via il sapore stantio del pasto.

Mi alzai, salutai i presenti (senza ricevere alcuna risposta) e presi le scale alla volta della mia camera.


Fine 1^ parte


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