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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine PICCOLI OMICIDI QUOTIDIANI

A Mysteries Collector / 8

Mavruz in Me : Lezioni di tenebre.

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54 minuti

Pubblicato il 13 ottobre 2020 in Horror

Tags: #Parapsicologia #Esoterismo #Mistero #Esorcismo #Narrativa

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Mavruz in Me.
Mavruz in Me.

A Mysteries Collector / 8

Mavruz in Me : Lezioni di tenebre.



Mi si nega ‘l morir..’ ché gli echi degli Spiriti mai sazi tutti tornano a destarmi, vagabondando sgomenti da improvvisi abbagli, onde di scorgere temono lo sprofondo più nero, dov’essi si riversano nell’oscura notte del Tempo. Son io, Mavruz, il tetro architetto di me stesso, che pure, ho atteso con silenziosi gemiti la risalita dopo la caduta, allorché non più timoroso in Terra, ancor vesto i panni che furono gloriosi, del mio Signore che mi teneva prigioniero. Ma come qualcuno ha detto, la prigionia è uno stato mentale, la realtà la si può sempre stravolgere con la forza della volontà, esplorando l’ingegno acutissimo della capacità umana di entrare in contatto con le forze occulte che la governano.

Ciò, benché I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.(Wittgenstein)

Così inseguo, passo dopo passo, quegli echi vagabondi che degli Spiriti alteri lasciano sentire gli squassi tra l’ascesa e la caduta, tra l’aspirazione a inerpicarsi e il rovinoso precipitare: frammenti di suoni distorti, di grida selvagge, di pianti smarriti al margine del silenzio, che del loro errare “ovunque il pié rivolgano, spalancano un abisso”. Nonostante io sappia che nell’andar per una meta ci si può permettere d’essere ovunque, quand’anche non si è da nessuna parte di questo estremo mondo. Or io son qui, ineptissima vanitas, a contemplare la notte, a meravigliarmi dei mie costrutti, a biasimare le creature che popolano le tenebre, ognuna così vicina all’umano da serrarne nella mente le paure lasse e senza nome che si portano dietro fino a inorridire.

La vista e l’udito, nell’incerto oscurissimo cammino che m’impongo, consentono di seguirne gli eventi, osservando e ascoltando il cieco Mondo che mi gira intorno, ché “toccar con gli occhi e rimirar col tatto” or mi conviene, onde calmare i mal’affanni attraverso la ‘luce dei suoni’ che incauta balena. Sì da fondersi all’unisono con l’intensità del buio e scaturir in immagini, più che in parole, nel “reinventare l’ordine delle idee e immaginare immagini” (Bachelard), meditando sull’essere a ricercar l’archetipo ch’è stato. Quel ‘primo tempore’ in cui dall’acque tenebrose levossi il mare di basalto e quarzo di cui si compone la Terra superando i livelli dell’empirica ‘idea primaria’, per ridestarsi immagine del creato.

Or io Mavruz, solo con me stesso, a ciò tutto devo, pur rivendicando il diritto alla mia solitudine, onde plasmare un ordine del Mondo che fosse a mia ‘immagine e somiglianza’, fedele all’acqua turbinosa dell’abisso, allo squittio degli uccelli notturni in preda ai vortici del vento, agli ultrasuoni liminali dei roditori, alle porpore umbratili delle farfalle notturne, alle squame che rivestono i rettili e i pesci. E non già conforme del volto del Supremo che vive altrove, ascoso oltre gli arcani cieli nell’universo espanso, che nessuna epifania ha mai svelato, andando contro la tendenza ascensionale, la sublimazione, onde il sogno degli angeli di ‘volare’, per il disegno dell’onirica ragione che li fornisce d’ali … “Ma l’ascensione nei cieli all’improvviso sbocciati fu loro d’inizio. Il volo … Perché cieli invisibili, cieli indicibili stanno al di sopra del paesaggio interiore” (Rilke).

È forse dell’acqua della sorgente pluvia che, ridestata all’onda, s’espande in cerchi, avvolgenti come effluvi di piacere, ossessionati dal rompersi degli argini, dal dilagare fin negli antri segreti dell’emisfero abissale, e penetrare nei loculi vogliosi della libidine, ed espandersi e mescolarsi, con la linfa procreatrice di innumerevoli ‘mondi’ infiniti che gli umani condividono con noi? O forse è dell’umidore nascosto che s’assorbe e desertifica, violando la compattezza epidermica che affiora in superficie, con le rugose pieghe dell’età, onde si consuma il frustrato abbaglio d’una speranza mai venuta meno, che riconduce alla ‘vita eterna’, mummificata e assorta, rapita e sprofondata nella tenebra piramidale della roccia.

Forse perché le rocce hanno la notte davanti agli occhi ciechi, seppur viventi e morituri senza lamenti, seppure con cupo tuono e forte stridore collassano, e non necessitano di compianto. Nemmeno quando l’imperiosità delle cime e l’orgoglio delle gole determinano l’opera omnia dei grandi scultori che, (al pari di pittori, poeti e musicisti), rubano alla natura della pietra l’estetica del profondo, delle voragini, delle grotte, come dei baratri, onde lo scorrere sommerso delle acque penetrano a ricercare il fondo. O come dei venti sotterranei che frustano le spoglie nude dell’ombre erranti che s’aggirano in quest’eterna notte, onde nascondere le imprese più truci, aggredendo con graffi d’unghie acuminate, e morsi di zanne affamate, il virgineo corpo stuprato con la violenza e l’inganno, mediante un efferato orgasmo che appaghi l’inquietudine del turbamento.

Ma se “non è possibile inventare idee senza modificare il passato, di correzione in correzione si può sperare di produrre un’idea vera, che non esiste una verità assoluta, originaria, solo errori originari” (Bachelard), il cui istante creativo è inadeguato al tempo della mia sopravvivenza, se collocato nell’indivisibile continuità del passato. E il passato è qui, racchiuso in questi pochi versi che accolgono il futro: “Ucelli che si nutrono di pesci; i oro escrementi sono l’inizio di un’oasi che gli uomini potranno abitare, finché la prossima lava soffocherà tutto” (Morales). Solo allora il mio Signore, che adesso vive in me, potrebbe dirsi risorto, più arrapato e malefico che mai lo sia stato, per aver lasciato il suo lavoro incompiuto, nei disegni del diacono giudaico Mavruz, solo con me stesso, che in fine ha tradito per suo diletto.

Non per passatempo o svago Mavruz t’ha odiato, né per molesta noia, piuttosto per l’esaltazione dell’ozio vituperato, della moralità dissociata dal rifiuto, la contro-etica sociale dell’altruismo, per quella fame, ‘primum movens’ che da millenni alimenta le retoriche filosofie, per una teoria del male come riscoperta di antica saggezza, onde avere accesso al male è la condizione stessa della libertà. O forse, per quella sete che ha reso deserte le pieghe riposte della mia esperienza umana, per quell’attesa marginale che alla fine ha riempito di sé tutti gli interstizi. Poiché non è possibile vivere senza il male, senza ottemperare a un ‘senso’ che, a scanso delle regole che la ‘bellezza’ impone, s’acciglia solo ed esclusivamente per il ‘potere’; allora la ‘violenza’ è inevitabile, perché appartiene all’umana specie, al pari delle altre virtù responsabili di ben distinti crimini spaventosi.

Il corpo e i suoi soddisfacimenti viziati non esulano dal risultare effimeri se riferiti alla durata della vita, infatti “il corpo e i suoi soddisfacimenti, è diventato l’ultimo rifugio e santuario di continuità e durata” (Bauman) su cui affilare le armi dello sconvolgimento sessuale che or io Mavruz, solo con me stesso, mi accingo a superare oltre i limiti tracciati dalla mortalità corporea. “Da qui la rabbiosa, ossessiva, febbrile e nervosa preoccupazione per la difesa del corpo. Il confine tra il corpo e il mondo esterno è una delle frontiere maggiormente vigilate. Gli orifizi corporei (i punti di ingresso) e le superfici corporee (i punti di contatto) sono oggi i principali focolai di terrore e ansia generati dalla consapevolezza” (Bauman) di quella moralità che mi diverte stravolgere.

Ed è nella solitudine che in fine mi concedo, lasciando che l’abuso del mio corpo avvenga nell’incerto oscurissimo cammino della fame più nera, vogliosa di sesso, che vede lingue lascive penetrare negli orifizi e violentarli, leccare scolature di bava, di escrementi putrefatti; e bocche fameliche che si nutrono delle mie carni, masticarle e sputarmele in faccia mescolate alla saliva altrui, onde nutrirmi anch’io e rigenerarmi poi, nel groviglio della trasformazione, e tornare ad essere quello che sono, Mavruz, solo con me stesso. Or io, fin da principio roso dall’incertezza, ma non dal dubbio d’essere nel giusto, do seguito al mio oscuro disegno che vede opposto alla luce della verità l’oscurità dell’ingiustizia, al bene impostore la virtuosità del male, per arrivare in fine allo ‘sposalizio del cielo con l’inferno’, alla ‘conferma della vita dentro la morte’.

Sì certo, il mio amico Bataille non se ne avrà se oso appropriarmi delle sue massime sulla morale nefasta dei suoi soliloqui, ma anch’egli è dalla mia parte (o forse non so, sono io ad essere dalla sua) nell’affermare che “non c’è morale se non nella trasgressione della legge morale”; che “il godimento è fondato sul senso criminale dell’erotismo” … e se ho fatto mia la massima che ha osato ieri sera a tavola: “..che alla base di ogni virtù c’è il nostro potere di spezzarne la catena”, e per ‘nostro’ sono certo intendeva qualcosa che entrambi dividevamo con gli altri commensali, l’umanissimo Michelet e ‘la perversione assoluta’ riferita a Genet. Vale la pena soffermarci un momento sulla patologia indiscriminata della profanazione’ che qui si delinea, a uso e consumo della malvagità che noi tutti incarniamo, nessuno escluso: “..una sete di male che neppure i cattivi arrivano a soddisfare […] e che quando si concede a se stessi di abbandonarvisi per un istante, ci si sforza di entrare nella pelle dei malvagi e di farvi entrare i loro complici, in modo da avere l’illusione di essere evasi dalla loro anima scrupolosa, entro il mondo inumano del piacere” (assoluto). (Proust).

Altra cosa è la voglia, la smania, la brama, l’avidità che sempre m’assale, la sazietà che non arriva, allora non c’è appagamento alla gola, alla pancia, al godimento promiscuo del sesso, si vuole, si chiede, si pretende di andare oltre la ‘profanazione’, anche quando lo stremo concede alla cavia di raggiungere la fine, di esalare l’ultimo respiro. L’accesso alla necrofilia è un antro cieco sprofondato nella tenebra, dal quale non si fa ritorno, unicamente s’avverte lo strazio muto della preda provenire dai regressi antri del labirinto intriso di sangue ancora caldo dove si celebra la ‘messa’ all’origine del sacrificio, la mia unica, vera occupazione: “..la frenesia sadica fino alla stanchezza - di superare de Sade - nel distruggere gli esseri umani e godere al pensiero della loro morte, della loro sofferenza.”

Or io Mavruz, solo con me stesso, nell’udire il rovinio sordo e costante di quegli echi, m’immolo per soddisfare il solo mio piacere, e sono io la vittima e il carnefice, dentro il vacuo sentore d’una possibile fine che io stesso celebro e di cui io solo godo. In nome della purezza che l’oscurità aliena nasconde, sono ancora io che mi espongo nei luoghi del ‘sacrificio’ come attendessi all’epifania del mito, mettendo in mostra gli orpelli paramentali, nobiliari, sacrali, parodistici del sacrificio cristiano. E sono io il Papa e la Papessa dei Tarocchi, l’Eremita e il Bagatto, ed anche l’Impiccato e la Morte. Sono io il Matto che aggrappato al Carro dell’Imperatore mi siedo alla sinistra del Padre chiamato ad assisterlo in ciò che rimane l’orrifico mistero del ‘sacrificio’ come per una ‘lezione di tenebra’, l’ultimo degli estremi possibili lungo le vie d’acqua tenebrose ...


O del tartareo speco / dell’antro cieco / del regno della morte / della nemica sorte / dannati amici ad eternare i pianti, / … / quando mai l’atra magione, / con più ragione / sepolti i gemiti, / coi lieti fremiti / il ciel, la terra, il mare / assordirà?” (G. C. Raggioli)

«Tu quis?» (sei tu?).

«Ego sum!» (son io Mavruz, solo con me stesso).

«Quid queris?» (cosa vuoi?)

«Ut intrem!» (entrare!)

«Fers aliquid?» (hai portato qualcosa?)

«Non.» (no.)

«Esto foris!» (resta fuori!)

«Fero!» (porterò qualcosa poi!)

«Quid?» (che cosa?)

«Satis!» (abbastanza!)

«Intra!» (entra!), che passare da una sponda all’altra Caronte l’obolo reclama.

È dunque dell’acque infiltratesi per capillarità nelle caverne che solcano il sottosuolo, a dar luogo a sorgenti e rivoli, a torrenti e fiumi che un simbolismo arcaico accomuna alla fertilità portatrice di vita; mentre appartiene all’acqua stagnante di laghi e paludi, il condurre malevolo di focolai endemici, malaria e febbri violentissime che portano la morte. Rimane che ovunque l’acqua vada a lambire la terra, un confine tangibile separa due mondi, l’uno liquido, fluido e scorrevole dal potere purificatore e rigenerante; l’altro viscoso, rappreso, coagulato, che s’accaglia e appesta ove essa sgorga furtiva …

Ecco, l’anima dell’uomo somiglia all’acquain perenne vicenda” (Goethe), e il clamore ridacchiante del mio defunto Signore galleggia nell’aria notturna e per un attimo vi rimane sospeso, nell’incertezza e nel dispregio della tigna. Acciò di questo viaggio notturno, vado alla ricerca dell’acqua celeste ‘che non bagna le mani’ e che, una volta estratta dal corpo a cui soggiace, si trasforma nello sperma primigenio di tutto ciò ch’è vita, il vigore e la forza creatrice d’ogni cosa.

Elemento cosmico originario alla stregua del liquido amniotico intrauterino, di quella che è la scintilla vitale comunicata alla materia informe e inerte in cui si rispecchia lo spirito racchiuso nelle cose. Il raggio igneo, imperituro, chiuso nel fondo della sostanza oscura, in grado di trasmettere tutte le sensazioni del piacere nelle pur disgiunte trame della libidine, che sono l’appagamento e il benessere, come pure la beatitudine tanto agognata di tornare a immergersi nell’acqua primordiale tenebrosa e loquace che s’agita nel delta protettivo delle acque materne.

Per cui il coito e comunque il godimento ultimo che infine appaga “..nella sua essenza la liberazione dell’individuo da una tensione penosa e, nello stesso tempo, la soddisfazione dell’istinto di ritorno alla madre, all’acqua di quel mare oceanico, antenato di tutte le madri” (Ferenczi).

Or io, Mavruz, chiuso in me stesso, voglio condurmi lungo queste vie 'd’acqua tenebrose' per continuare a stupirmi (e stupirvi) su ciò che ho appreso dal mio Signore a riguardo. Nel labirinto ove un passaggio discende segreto fino alle profondità dell’acqua rinvigorito dall’essenza rimessa dai canneti e dalle piante di palude, come dalle alghe e dalle piante viventi che s’addentrano nei recessi profondi delle scogliere, molto al di sotto della superficie e in quei luoghi dove s’addentra, prima che il suo umidore sia deterso dal fuoco che brucia nel nucleo centrale della terra.

Quello stesso fuoco e quell’acqua ardente che opera la distruzione embrionale nel corpo della madre, come in un acquario privato in cui gli spermatozoi superstiti rimangono immobili fissando l’azione umiliante delle muffe e la putrefazione nell’oscurità che si addensa. Allorché spogli della propria pelle, si ritrovano appestati e affamati, e lesti si sbranano a vicenda per una definizione del proprio ego. E non c’è battesimo che li mondi … che l’acqua, di per sé immonda che li trascina via dai corpi, ne riassume il lascito di una riprovevole connotazione erotico - sessuale.

«Sì, entro! e l’obolo a Caronte pongo nella mano, affinché conduca il mio corpo di là dal tratto che mi separa dalla sponda amica degli inferiche a braccia aperte mi accoglie, mentre all’ ‘anima liquida’ di cui dispongo, concedo il pretesto degli untori.»

Gli stessi che, con dito pestifero hanno appestato le città, e la giustificata accidentalità della ‘peste’, nelle diverse epoche in cui si è succeduta, per il ‘trionfo del tempo’ e la portentosa conquista del mondo.

«Ah, ah, ah! Or io Mavruz, solo con me stesso, pur rido, dacché giunge il carro dei monatti a trasportare i cadaveri degli appestati.. », e giù, oltre il pendio che porta all’acque stagnanti, ove affogare i corpi dei virtuosi, dei devoti e degli onesti nei miasmi della melma; degli eroi e dei semidei giù nel fango putrido e la puzza pestilenziale delle paludi, nell’attesa del loro risveglio come spiriti immondi, e che avverrà, com’è stato promesso, in corrispondenza con il risveglio delle forze occulte incontrollabili dell’immaginario collettivo.

Le formule segrete di cui mi servo le ho verosimilmente apprese dal mio defunto Signore, ma in verità le ho rubate dai libri esoterici della sua libreria orale, insieme ai rituali occulti che egli si ostinava a teorizzare, conseguenze di « ..un operato diabolico che ingenera, favorisce aggravate malattie nervose, l’isteria, l’epilessia e la follia.» Dacché la seduzione dell’acqua come oggetto di visioni mentali differenti, contraddittorie di natura sessuale, nonché lussuriosa nel sesso delle donne che gli uomini accostano all’immagine della palude, con esplicito richiamo al «puzzo futo» (pozzo profondo), «putrido e mortalissimo», che produce effetti nefasti, altrettanto temibile e pericoloso della frequentazione sessuale.

E sono gli ambienti in cui questi traffici avvengono, ad attirare il percolo che incombe ormai fuori dell’ordinario, quando il contagio s’insinua con estrema lentezza nelle pieghe di una quotidianità indifferente, in cui sono la contiguità, la consuetudine e la comunicazione a spandere l’ineluttabile male, come di chi si prepari a raccogliere le forze per uno scontro imminente. Ma non era questo che più mi arrecava un senso di angoscia affannosa quanto l’aggressività della malattia analoga al contagio, a causa dei molteplici quanto ambigui amplessi sessuali cui assistevo al servizio del mio Signore

Onirici si vorrebbe, ma che a causa del suo costante sdoppiamento, avvenivano nella realtà attitudinale con ogni mezzo, oggetto della sua masturbazione mentale, onde finanche bere l’acqua ‘imputridita’ dei suoi escrementi significava immancabilmente contrarre il contagio. Altresì usare la crusca o la farina e che, limitatamente alla portata del mio Signore, si conservavano nella madia in cucina e vi si faceva il pane e, a ragione, considerato il cibo principale dei topi. Ma c’è chi compone diversamente i pezzi dell’intrigo senza provare timore professando il ‘sesso libero’ senza protezione e cospargendo attorno la ‘contagione’ ossessiva e pestifera del male (HIV).

Che la ‘peste’, come ogni calamità, comporta un processo di autopunizione, auto espiazione e riflessione sull’immediato passato, per far fronte alle irregolarità, alle trasgressioni della lussuria, dell’invidia e dell’avidità di cui il mio Signore si è macchiato. Ancor più la manomissione dei fenomeni celesti, le causate congiunzioni astrali sfavorevoli, le eclissi tenebrose, le comete che giungono a corrompere l’aria e l’acque; e anche gli anni bisestili la cui anomalia di natura astronomica è portatrice di un presagio di sventura.

«Maaaavruz!!!!!!!!!!!»

«Chi mi chiama dalle gole profonde con sì lacerante voce che pur non ignoro?»

«Son io il tuo Signore, principio scatenate dell’ira divina che mi trattiene quaggiù

Sì, certo, lo avverto dalle esalazioni putride che filtrano attraverso la fenditura apertasi sulla crosta terrestre, dall’irrompere della lava dai vulcani che consentono a questo mondo occulto di fuoriuscire dalla mia testa «..materia tenera e piena di umidità.» (Galeno)

Or io dunque sono il mio Signore nel volgere a mio profitto ciò che alla sete ardente l’acqua necessita, quale linfa vitale che non sono disposto a concedere. Sono io l’avvelenatore occulto delle acque, lo straniero, il soldato, il mendicante, il venditore ambulante, come lo erano stati gli ebrei, gli zingari, i frati zoccolanti che chiedevano elemosine, le meretrici, i rivoluzionari, i poveri e gli infedeli, e con loro i medici, i cerusici e le mammane, dei camuffamenti del mio Signore, spesso subivano la violenza della folla inferocita che, di fronte all’escalation inarrestabile dell’orrore e del delirio accusatorio, si presentava davanti al portone della grande magione/castello, cattedrale/ospedale, ospizio d’anime in pena, additandoli come responsabili della pandemia.

«Or io Mavruz, gravido dell’antica perfidia del mio Signore, proseguendo sulle tracce del binomio storico peste-rivoluzione adito di sterminare l’umanità ignara e prendere a inquinare i pozzi, i torrenti, i fiumi e i laghi da stravolgere in trappole di morte

E non mi si chieda perché se non ci si vuole sentire rispondere che è per la rabbia e la repressione, per le forche e le violenze subite per eccesso di potere di chi mi ha tenuto per così lungo tempo prigioniero … se, come allora, disinfettati con spugnature d’aceto o fumigati sul fuoco purificatore sono andati distrutti infine tutti i miei disegni architettonici per liberare la personale ‘missiva’ creativa da ogni rischio di male. Non per vendetta delle rivoluzioni passate dunque, ma per l’onore di aver corrisposto a un dovere di lacrime, la responsabilità di un vincolo ‘morale’ verso il mio Signore.

E allora, che ogni cosa affoghi nell’acqua cultuale lenitiva o si distrugga nel fuoco dell’humus intellettuale, immaginifico e ideologico/morale in cui hanno radici le teorie scientifiche che l’hanno nutrite; così, come l’ordine comprende il rifiuto di elementi ad esso estranei, l’idea di una salvezza infima non trova in me l’archetipo corrispondente. Né la purezza s’avvale dell’impurità, né l’ordine mentale del disordine, per divenire forme di reazione alla stabilità o, altresì, di estrema sovversione.

«Per chiarire questa discrepante ‘partecipazione’ che è l’essenza stessa del pensiero superficiale delle acque […] va detto che dietro l’aspetto iconico delle ‘non forme’ assunte «..c’è tutta una serie di immagini sempre più profonde e tenaci che si dischiudono sotto l’immaginazione delle sostanze, un tipo di intimità molto diversa rispetto a quelle suggerite dalle profondità del fuoco o della pietra.» […] Questo perché l’acqua è all’origine dello slancio dinamico della vita e anche di «..un tipo di destino, non solo l’idea del nostro ultimo viaggio e della nostra dissoluzione finale. […] Non più soltanto il vano destino delle immagini fuggevoli, bensì l’inane destino di un sogno interminabile che trasforma incessantemente la sostanza dell’essere, chescomparire nell’acqua profonda o in un orizzonte lontano, fondersi nella profondità o nell’infinito, questo è il destino umano che prende figura nel destino delle acque. […] Per l’immaginazione materializzante la morte dell’acqua è più gravida di sogni della morte della terra: poiché il dolore dell’acqua è infinito.» (Bachelard)

Così, io Mavruz, poeta astruso di me stesso, occulto il mio segreto nell’acqua onirica dei sogni ove solo la ‘bellezza del male’ sopravvive ai costanti attacchi della realtà che abiuro, per spingermi lontano, verso le radici dell’immaginazione organica, per scrivere della ricchezza e della densità del profondo, ove s’innesta la natura sostanziale dell’essere prima ancora di trasformarsi, essa stessa, in opera d’arte idealizzata e ‘poetica’ al pari di quella ‘estetica’ del bene, l’acqua primordiale sognata nella sua sostanza psicologica che «..ritrova il ‘contatto originale’ con la materia irrazionale, con la materia ‘tormentata’, con la materia misteriosamente viva.» (Bachelard)

«Che c’è, di così contagioso in questa notte scurissima, nell’acque tormentate dai flussi melliflui in cui pur solertemente mi bagno?»

«Per effetto della tua impurità!»

«Chi lo dice?»

«L’ermafrodito ch’è in te, l’androgino che conosce il coito della masturbazione maschile e il mestruo spontaneo femminile che, mescolati alle acque sierose dello scroto e della vagina, rilasciano il ‘puzzo futo’ dei succhi densi e melliflui della macerazione libidinosa e della contaminazione morbosa

«È la cachessia intervenuta a tormentare il corpo reso debole per l’abbandono e il digiuno che altera gli ‘umori’ negli esseri umani …», degenerazione di forme psichiche e mentali in malattie infettive che porta agli stadi avanzati dei tumori maligni, all’evoluzione delle tossicomanie, all’anoressia, alla bulimia e in certe malattie endocrine, alla fuoriuscita di sangue, la trasformazione fisica … e che trasforma per effetto di metamorfosi morale, reale o favolosa, il corpo di chi la contrae …

Non a caso gli anelli più deboli e marginali della catena sociale sono ovunque associati ai canali di trasmissione della pandemia di chi vive ‘senza ordine e misura’. Ma non è tuttavia questo il solo fatto scatenante, la letteratura antropologica registra l’allontanamento periodico dal resto del gruppo, di rispettare l’astinenza dalla «..fatigua, fames, foemina, fluctus, flatus», quindi dal fornicare, condividere la saliva, il sangue, il sudore, da parte di chi ha contratto il morbo della ‘nuova peste’, causa ed effetto delle molte credenze popolari che la tacciano di «..isterilire il terreno, far seccare le piante, appannare gli specchi e le perle e generare mostri.»

«Sì, un mostro, io Mavruz, solo con me stesso, ècco cosa sono diventato, mi sono trasformato in mostro ... e già denoto l’alterarsi della mia pelle in squame, la muscolatura rilasciare creste che spingono al di fuori del mio corpo, e le dita delle mani e dei piedi ritrarsi e farsi palmate, il becco adunco sporgere al posto del naso, come di mitico uccello che si dispone a risorgere dal proprio seme, “..come la goccia seminale feconda la figura e dispensa il rigoglioso avvio del suo teorema … sotto il corpo di fango desidera il corpo glorioso e la notte d’essere dissolta nella visibilità”.» (P. Claudel)


Per una poetica del fuoco.


Un caldo soffio m’imporpora, un grande fremito m’agghiaccia”. Or Tu mostra “..nella radura (dell’inferno) le stragi del fuoco e il paradiso della sua cenere.” (Bachelard)

Ciò che è detto di distruttivo e fecondo traspare nelle parole usate, sì da occultare le dolorose ambiguità e sviluppare le vivaci dialettiche che restituiscono alla mia fantasia le vere funzioni del male, allo psichismo creatore la mia vera libertà di autocrate caparbio e dissoluto, qual io, Mavruz, Signore di me stesso, ho concepito nel chiuso della mia magione /castello /nosocomio psichiatrico attorno al ‘fuoco sacro’ che m’assale e mi divora.

Allorché si vuole che la corruzione del fuoco vivificatore sopravvenga solo qualche istante dopo la morte e che la febbre, segno della sua impurità ricopra la lingua e le labbra del colore ‘viola’ della putredine che infiamma …

«Son dunque desto … risvegliato alla vita … oppure è la misura di una trascendenza?, mi chiedo, e “..se a fianco dell’intensità del fuoco intimo, quante altre intensità sensibili sono distese, inerti, statiche, senza destino … che non si attivano in una sola fiamma e in una luce che simbolizzino la trascendenza”.» (Bachelard)

«Mavruz, maledetto te, dove sei, metti altra legna sul fuoco, è freddo qui dentro!», gridava ogni volta a perdifiato il mio Signore.

«Ah se aveva ragione, continua infatti a far freddo anche adesso, nel labirinto intimo della mia solitudine e dell’oltrepassamento del sé …» (Bachelard).

Sì, posso dirlo, adesso che della ‘stanza dei giochi impossibili’ nulla più ne rimane dopo il gran rogo … sia del grande camino acceso, sia delle candele consunte, allorché anche l’ultimo spiraglio di luce mi ha abbandonato alla tenebra … poiché “..basta infiammarsi per contraddirsi, quando un sentimento sale alla tonalità del fuoco, da quando si espone alla sua violenza, nelle metafisiche potenzialità del fuoco, si può essere sicuri che racchiuderà una somma di contrari”. (Bachelard)

Dacché la de-strutturazione d’ogni volontà costrutta, d’ogni dinamica architettonica, d’ogni immaginifica potenza, onde abnegazione e incredulità, affabulazione, vizio e vanità, sesso e tedio, concatenazione e promiscuità, sono succedute a verticalismi arditi, a incastri di argomentazioni sessuofobiche, a voler infrangere segmenti di strutture nelle strutture che, fra relativi sforzi a tenere, mostrano la debolezza di cedere.

Quand’ecco che io Mavruz, folle di me stesso, spirito grave di giorni di tenebra, nel cercare guardo a non vedere che contorni di nebbia, evanescenti fantasmi di rabbia, per una messa a fuoco che mi soddisfi, che mi entusiasmi, o che mi uccida per sempre … che accecato in una notte che non è la mia, grido a essere sola voce, veritiera nel tempo a dire, a vibrare, a spregiudicare stramaledetta pace dell’anima, quando chiamato d’ansia a morire, ripeto l’eco al diapason, parole da inorridire …

«“Tutto ciò che io sono, voglio esserlo nello stesso tempo, colomba, serpente e porco.”» (Nietzsche)

E sa di fiele l’afflato dopo il sesso orale consumato coi molti cadaveri che lascio sul campo, il cui sperma acido non concima né ingravida la mente, che solo lascia il segno sulle piastrelle che s’inoltrano nel labirinto dei pensieri in cui, morti ideali giacciono impotenti di fronte al portento della creazione, incapaci di procreare e di restituirmi al causato soddisfacimento d’essere stato al tempo stesso figlio dato in olocausto. E allora ben giunga la mitica Fenice a bruciare nel fuoco fatuo dei miei giorni … che l’ardore del suo venire pur m’appaga.

Ma se per conoscere la singolarità di un vissuto, non si deve sottometterlo al livellamento dei confronti, neppure il solo fuoco si può considerare causa del ‘dramma cosmico’ che si consuma nell’espiazione del ‘trionfo della morte’, allorché si lasci andare alla provocazione, alla distruzione e al dare sofferenza, con l’incantesimo o la semplice goduria che ne deriva. Tuttavia «..non si può non scorgere, nello stesso istante, la pesantezza e il vano pensiero che questa beatitudine significa. In quel momento ciò che crudelmente s’innalza è (..) percepire che la vita non sarebbe completa se non si abbandonasse a un movimento inesorabile, di cui sente esercitarsi la violenza nel più chiuso di se stesso con un rigore che lo atterrisce.» (Bataille)

Or io Mavruz, fine a me stesso, mi chiedo se d’ozio felice o vuoto senza sofferenza è ciò che mi aspetta? … “O, se non soccombere e precipitare nello strazio spaventoso fino in fondo, ed entrare nella morte come in nient’altro di più terribile?”

«Felice colui che avendo provato la vertigine (del fuoco) fino a tremare in tutte le sue ossa e a non misurare più la sua caduta (nella morte), ritrova d’improvviso la potenza insperata di fare della sua agonia una gioia capace di gelare e di trasfigurare quelli che la incontrano.» (Bataille)

Ben venga dunque la scelta d’essere ‘l’altro’ nel contesto insuperabile dello sdoppiamento che si congiunge nell’uguagliare, io Mavruz, l’archetipo del mio Signore … io Mavruz ‘essere nel divenire’ della Fenicie, la resurrezione stessa della divinità malvagia ch’è in me.

Acciò l’esistenza mistica da me condotta in solitudine al servizio del mio Signore ha prodotto i suoi orrendi ‘fiori del male’ e non quelli più seducenti dell’estasi, chissà mai perché? Una dura prova, non c’è che dire … che “..l’esistenza mistica di colui la cui ‘gioia davanti alla morte’ è divenuta violenza interiore, non può incontrare in nessun caso una beatitudine soddisfatta di chi pregusta la sensazione dell’eternità.» (Bataille)

Per quanto, ciò che di mitologico gravita attorno al fuoco è spesso tutt’altro e la Fenice pur restando un ‘simbolo del linguaggio fenomenologico che spesso ‘torna a rinascere’ nella bellezza dell’immaginazione poetica e discorsiva, come pure affermato da Bachelard, è: “..una delle immagini naturali del fuoco vissuto e, insieme, un arricchimento della ‘poetica del fuoco’”. Ciò che rivela come l’idea del fuoco sia ancora più profonda nell’incontrare ‘l’ardore del fuoco’ nelle sue disparate e voluttuose accezioni di trasporto, entusiasmo, veemenza, contenute nella ‘tenacia creatrice della divinità’, controparte alienabile della ‘folgore distruttrice dell’umanità’ che va ricercata nell’ascesi, nella spinta verso l’ immanifesto, il ‘soprannaturale’ alla base di molti rituali del fuoco, la cui scelta diventa ragione arbitrale di un percorso coercitivo che va ‘oltre’ la libertà che diventa così “arbitrato” di una motivazione, per una predilezione per così dire ‘elettiva’.

Or io Mavruz, spergiuro di me stesso, “..per quanto non sia bilioso o avventato, / pure ho in me qualcosa di pericoloso / che la tua (di ognuno) saggezza dovrebbe temere” esattamente come fa dire Shakespeare ad Amleto. Gli ostacoli che l’immaginazione deve superare sono appunto le associazioni spontaneamente legate all’ ‘ardore’ che accende i sentimenti ingannevoli, come per una sorta di ambiguità insita nel tradimento che si consuma nelle intenzioni e che pertanto si trasforma in un debito con la propria coscienza destinato a restare senza possibilità di riscatto.

«Sono io forse l’assassino involontario di me stesso?»

«Il gioco si ripete Mavruz, tutto ritorna al principio da cui è partito!»

«Chi dice questo?»

«Lo spettro della Fenice di ritorno dal suo lungo viaggio, riportato in un frammento di leggenda: la cui apparizione tutto muta nell’attività incrementatrice del ‘fuoco divino che l’accompagna … “la Fenice batte le ali, ciò avviene prima, durante o dopo l’atto dell’incendio” in cui tutto si consuma

Ed è nel consumarsi di questo dramma poetico che io, Mavruz, chiuso in me stesso, prendo insegnamento per ridisegnare la mia immagine artata dalla lunga prigionia nella tenebra, per riappropriarmi dell’immagine di luce che la Fenice porta con se, incombustibile e resistente a se stessa, quale archetipo della ‘natura di fuoco’ che mi/ci appartiene; al fine di restituire all’immagine del male la realtà d’una sua esistenza poetica, intrinseca al suo volere, testimonianza d’una profonda trasformazione compiuta …

Ma non chiedetemi in quale deserto, in quale notte dell’anima lo ‘spirito di fuoco’ mi ha chiamato …

«“L’uccello mi ha chiamato e io sono venuto / ho ceduto al rumore morto che si agitava in me. / Poi ho lottato, ho fatto sì che le parole che mi assediavano / apparissero chiare sul vetro dove ebbi freddo. / L’uccello continuava a/ cantare con voce scura e crudele, / (..) / Più tardi ho udito l’altro canto che sorge/ dal fondo cupo del canto dell’uccello che ora tace.”» (Bonnefoy)

Ed è in questa ‘eternità del fuoco’ che la Fenice mi ha chiamato dopo il diluvio, risvegliandomi dall’abisso tenebroso in cui io, Mavruz, sono rimasto chiuso in me stesso, “..segnato dal canto che risorge dal silenzio a ogni nuova parola, onde seppellirsi nella notte per rinascere a ogni aurora. Quando attimi di fuoco, lampi o voli, irrompono sorprendendoci nella nostra contemplazione, essi appaiono come istanti di universo. Non ci appartengono, ci vengono dati. Segnano la memoria, ritornano nella rêverie, conservano la loro dinamica d’immaginazione”. (Bachelard)


Nell’incerto oscurissimo cammino.


Giammai dire io sono / io sono, io sono, / se mai io sono..,

l’aria che respiro
il vento che scompiglia
la pietra che rotola giù dalla montagna
la roccia che si spacca
la polvere che riposa
la sabbia del deserto che s’invola
l’acqua che tracima
la pioggia che ristagna
il mare che s’infuria sulla riva
l’onda che s’avvolge
l’abisso che sprofonda nella solitudine
di chi siamo


giammai dire io sono
io sono, io sono, se mai io sono

il tuono che rimbomba
il lampo che saetta
l’eco del passato che ritorna
le strade i marciapiedi i lampioni
il suolo che i piedi calpesta
la città i tetti delle case
la gente che s’affolla
che s’ammassa negli stadi
nelle chiese
alla ricerca di un Dio ignoto
di un’identità
che uguagli ciò che siamo


giammai dire io sono
io sono, io sono, se mai io sono

che nell’oscurità
del tempo che ci uguaglia
dello spazio che divide
elogio e libertà
molecole di vita
portatori di fuoco
sacralità che avvampa
potere che distrugge
avidità e follia
ossessione e malvagità
un coro di redivivi
che levano la voce della diversità

giammai dire io sono
io sono, io sono, se mai io sono

un niente un qualche
un tutto
uno nessuno centomila’ (?)
una foresta di pazza gente
che avanza
cammina lungo i sentieri già tracciati
del proprio destino
senza sapere
conoscenza, cultura, comunicazione
lingua, oralità, scrittura
senza parole
muti nel tempo che stanzia

giammai dire io sono
io sono, io sono, se mai io sono

grido, canto, litania
pianto che si fa preghiera
laicità, politica, confronto
dialogo necessario
ricerca di ragioni profonde
apertura e riflessione
significato e autenticità dell’esistere
che si conduce
che scavalca le differenze
affermazione di un sé
che affranca la ‘verità’ sconosciuta
cui questo mondo anela

giammai dire io sono
io sono, io sono, se mai io sono

che del ‘non essere’
è il timore, il mancato rigore
la scorrettezza, l’imbroglio
la violenza degli accadimenti
abbandono, uccisione
salvacondotto che legittima l’azione (?)
tornaconto personale
pretesto, pretesti
maschere di una falsa moralità
che si fa complice
degli altri
tutti gli altri che noi siamo

giammai dire io sono
io sono, io sono, se mai io sono

populismo che s’incarna
suggestione (?), esecrazione (?)
viltà, falsità
ipocrisia, illegalità, immoralità
accessori della politica sporca
prepotenza, arroganza,
meschinità
corpi e anticorpi della democrazia
indignazione (?), moralismo (?)
condizione dell’essere che ‘non è’
che non è dato d’essere (?)
mancanza di volere

giammai dire io sono
io sono, io sono, se mai io sono

riflessione, precetto, condanna
diritto alla verità
giustizia!
accoglienza, fratellanza, comunione
sentimenti che hanno fatto grande il mondo
formazione, produzione, creatività
ritrovare, formulare, dare ‘senso’
l’arte della vita’ (?)
libertà! democrazia! libertà!
cercare, ricevere, diffondere
processo di conoscenza di confronto fattivo
trasmissione di un umano sapere

no, giammai dire io sono
io sono, io sono, giammai io sono, se lo sono

separazione, contrapposizione
ciò che distanzia non unisce
il re è nudo
delegittimato
morte al re, viva il re!
Dio è morto’ (?!)
fragilità di legami affettivi
mancanza di fede condivisa
di riconoscimento
reciproca condanna
braccia chiodate
che stringono tutti gli altri

Son io Mavruz, solo con me stesso, e tutti 'gli altri'.


“Giammai dire io sono / io sono, io sono, / se mai io sono; no, giammai dire io sono, io sono, io sono, giammai io sono, se mai lo sono”,


gli uni e gli altri
che credono di credere
incredulità e viceversa
il sasso e la mano
la forbice e la carta
la foglia e …
un percorso
l’albero
radici, fusto, rami
foglie, frutti
gemme arcane
dello sguardo ‘oltre’

io sono, io sono
giammai io sono, se mai lo sono

la linea dell’orizzonte
oltre
del cipresso silente
smuove il vento la cima
sotto il cielo del Dio assente
mistero
o forse trascendenza (?)
dialogo di nuvole
che fluttuano
avvicinarlo almeno
quale ‘sconosciuto’
come fratello, padre, amico
ristoro

io sono, io sono
giammai io sono, se mai lo sono

i perseguitati, gli oppressi
i diversi
l’indifferenza
di un medioevo futuro
l’ombra della luce
ottunde la capacità di distinguere
l’approdo
l’arroganza sprezzante
l’immoralità
la colpa senza vergogna
il riscatto
desiderio di un possibile ritorno

io sono, io sono
giammai io sono, se mai lo sono

nomadi transeunti
migranti
anime nel chaos
fuoriusciti accreditati
interludio come sospensione
il vuoto o il nulla (?)
stiamo andando oppure tornando
dal profondo oblio (?)
deserto di sabbia
oceano mare
sterminata foresta
habitat di saggezza antica

io sono, io sono
giammai io sono, se mai lo sono

anelito
oltre, altro
canto, musica, danza
‘dissòi lògoi’
scendere nel profondo
tra due discorsi uguali e diversi
morale immorale
giusto ingiusto
verità menzogna
contrasto
il bene e il male
ciò che la vita, che la morte …

io sono, io sono
giammai io sono, se mai lo sono

il legno dell’albero
i chiodi del ferro
le spine del roveto
il pianto e la croce
il grido cui nessuno risponde
la notte che si dilunga
sulle cime tempestose della montagna
‘orgoglio e/o pregiudizio ’ (?)
paradosso del Dio assente
«Dio mio, Dio mio, perché
mi hai abbandonato?»
eppure la meta è l’alba

poiché io sono, io sono
se mai io sia stato

acquiescenza, accettazione
consenso
diritto alla verità
l’inammissibilità della menzogna
processo di ‘conoscenza’
fuga dalla trappola
dallo zoo di cristallo delle illusioni
rinuncia o dissacrazione (?)
tensione e apoteosi
superficialità e indifferenza
lì dove si annulla il superamento di sé
nella direzione dell’altro
mistero della vita.


«Or io sono Mavruz, solo con me stesso, ‘memento mori’ di una presa di consapevolezza e di cura dell’essere stato al mondo, partecipe del distacco catartico del proprio esistere e delle lusinghe del presente. E tu chi sei, che mi stai dinanzi?»

«Poco importa chi io sia, giacché non sono

«Eppure tu sei se preservi spazi dell’agire: tu pensi … parli

«Improbabilmente sono la continuazione della tua finalità

«L’oltre me … nell’al di là?»

«Tra la figurazione e il simbolico, la funzione e il rituale, tra la realtà del volto e la finzione della maschera, ciò che passa dall’oralità della parola alla concretezza della scrittura, dalla sceneggiatura al personaggio … dall’illusione al sogno, dalla vita …»

«Vuoi dire ciò che passa dal simbolo divino alla rappresentazione figurata del dio … dalla sua immagine emozionale alla concretezza dell’arte?»

«Dall’orizzonte silenzioso del mito all’esegesi del simbolo, dalle metamorfosi dell’io al superamento del dualismo dell’anima, all’ascesi del corpo che si fa cura, desiderio e danza, amore e follia, allucinazione erotica, enigma dell’astruso e male sacro, gioco e spettro della morte.»

«Della morte, dici, il passo?»

«In cui “il futuro è già accaduto o sta accadendo, in un certo senso è già ricordo o lo sta diventando – e può quindi essere collocato a piacere prima o dopo il presente. Quasi un mondo parallelo al nostro abituale, in cui il tempo può scorrere in direzione inversa”

«Un mondo parallelo al nostro …?»

«Sarei dunque … io Mavruz, fine a me stesso, è così?»

«In uno stato post-emozionale, ipnotico, che dispone di una inaudita capacità di penetrazione dell’inconscio altrui.»

«L’altrui me stesso, dici … il mio Signore? … quale spaventosa fine mi compete … il vuoto oscuro … il nulla angoscioso … il suicidio festante!»


Caos profondo.


È un gorgo sensibile ed emotivo a modulare il senso della mia esperienza vissuta ai confini della notte, nella rottura della norma in cui la sessualità vive delle limitazioni degli interdetti che occorre trasgredire, la sua autentica dimensione erotica, in cui il colmo dell’abiezione coincide con la morte. È pur nell’implacabile ascesi del delirio che io, Mavruz, solo con me stesso, mi abbandono alla consuetudine della presenza occulta del mio Signore e Maestro, attraverso un lento e penoso avvicinamento ai suoi insegnamenti; ai suoi erronei ‘giochi’ di possessione, alle sue perversioni animali, al ‘vuoto oscuro’ cui egli stesso tendeva nell’assoluta assenza dell'Eterno … di ciò che non gli era dato.

Dacché il riaffacciarsi onirico d’una macchia rossa cieca di sangue che s’espande, dirompe, travolge, invade gli interstizi cerebrali del pensiero, del ricordo dell’ignoto d’una rivelazione che pure è stata e, in cui, si afferma sovrana la volontà di perdersi, di raggiungere la sublimazione estatica di se stesso. Un’ulteriore spinta verso il ‘soprannaturale’ (sovrumano contemplativo, religioso e mistico), che sfocia nello straordinario, e che s’abbandona nel sublime onirico insito del proprio ‘Io’ interiore, “..fra la carne che trascina in basso incatenando alla terra lo spirito che solleva e spinge in alto; fra la ragione che pretende di spiegare i fenomeni della vita e della morte; fra il dubbio che annienta e deprime e la fede che esalta; fra l’odio che distrugge e l’amore che crea, l’amore, principio e fine dell’Universo.” (J. d’Essigny).

Il riferimento apre a quella parte dell’ ‘inconscio’ (Jung, Freud e altri) che introduce alla drammatizzazione dell’esperienza antropica pregna di volgarità e raffinatezza, di avarizia e liberalità, di crudeltà e di valore, di mollezza e di energia, di oppressione e prevaricazione che favoriscono il rapporto e la comunicazione tra il mondo degli spiriti e quello delle sfere invisibili in cui viviamo, del ‘caos profondo’. Loro vivono là, annichiliti dentro l’inconscio che li contempla, fuori e dentro il Tempo, fuori da questo Mondo che in parallelo col passato chiede di entrare nel presente, per essere davvero noi, presenti a noi stessi, a convalidare la loro esistenza.

Un Tempo sovvertito in cui regna una strana mescolanza, e se da un lato segna un ritorno al ‘naturale’ (terreno, umano, magico ecc.); dall’altro mette in campo la confusione del ‘caos’, “..in cui ciò che accade ‘dopo’ è conosciuto ‘prima’, (..) la raffigurazione parzialmente simbolica” dell’avvenuta trasmigrazione di poteri della mente, all’interno di ‘rituali neri’, col loro infame sperpero di sangue, che si espongono al male. Pari almeno per levatura alle naturali inclinazioni dell’evoluzione spirituale nel segno dell’espiazione e della redenzione ultima.

«Ingiustificata e imperdonabile, a mio avviso, non trovi anche tu, mio assente interlocutore?»

«Mavruz, siamo tutti pressoché coscienti che gli spiriti dei defunti si prendono spesso la libertà di far visita ai loro cari, la domanda, a mio parere, non è se gli spiriti diamo forma a tante apparizioni quante ne vediamo realmente con le nostre fantasie e molte di più con i nostri occhi, ma se favoriscono l’accrescimento dell’energia interiore

Al contrario, in questo nostro mondo frenetico e inquieto in cui tutti vorrebbero primeggiare, molti altri riti iniziatici e settari, in numero soverchiante, sono rivolti a ‘riti amatori per i defunti’; ‘rituali evocatori amorosi per i vivi’; ‘esperimenti di magia amatoria’; inoltre a ‘preghiere per la buona salute fisica e psichica’ per ottenere protezione, amore, fortuna.

«Ah, ah, ah e questo secondo te è pregare?»

«Indubbiamente c’è in questo una certa dose di follia

«Una corrispondenza indissolubile che tiene legato l’amore alla follia, come la vita alla morte

Una equazione quasi scontata si direbbe, se la soluzione non fosse che all’amore interiore, veritiero, intimistico, non corrispondesse un grado di follia estremo, viscerale, profondamente vissuto come quello intriso di libidine vischiosa, dell’olfatto che sale alle narici e che traspira attraverso l’epidermide, in questa sorte di orgasmi fortemente letali.

«Ci si accorge ben presto che nessuno è avulso dal trovare nell’inconscio che pure ottenebra la tormentosa vicenda dell’amore, in ciò ch’è insito nella ‘follia’ d’amare

«Non c’è amore senza conoscere quel fuoco inspiegabile, incomprensibile, che attanaglia gli uni agli altri in una morsa che non lascia scampo se non nella morte

«Inutile illudersi che dalla presa ci si possa infine liberare, chi vi riesce indugia nella finzione, nell’illusione che alla vita corrisponda un’altra vita o la possibilità del risorgere in un'altra vita, diversa, nuova, straordinariamente felice

È falso, è autentica follia, in esso rivela la profondità e l’incontrollabilità di una scelta scriteriata, l’anamnesi di una verità patologica. Il mistero della nostra fragilità di fronte a un sentimento oscuro come l’amore, divertente ed eccitante, piacevole e allarmante quanto spaventoso, aggressivo e violento …

«Che pure, in qualche modo, ci rende disumani, non trovi?»

«No Mavruz, tutto ciò si offre e ci offre, la possibilità di un riscatto da qualunque accadimento sia fatto in nome dell’amore.»

«Come dire che tutto questo accade senza una ragione?»

«Ovviamente no, o forse proprio per questo, perché la fiducia come la speranza e l’amore sono tali in quanto nascono e crescono a dispetto della ragione

«Ciò a cui io, Mavruz, solo con me stesso, faccio appello, nel significare l’importanza di esprimere in libertà i propri pensieri, la propria sessualità e ambizione, per cui l’amore sta all’odio come perfetto opposto di ogni vicenda cupa e tormentosa che dal mio antro oscuro riesco a perpetrare … fino a far perdere a ognuno le proprie fragili certezze.»

In alternativa all’odio resta solo l’indifferenza, un senso di vuoto, di morte, di freddezza in cui si riconosce una forma di aggressività passiva, una forma labile di genuina ‘follia’ ancora più audace, perché più intransigente quanto intollerabile, che inquieta chi ne è succube, mettendolo sotto scacco senza concedere alcuna possibilità di scampo. Ed eccoli i fantasmi della notte, apparire sfrontati al mio desco, che fu già del mio defunto Signore. Vengono a versare il loro obolo di sangue … ché in amore tutto diventa lecito se suggerito da un sentimento profondo … che li porta alla follia.

«Ah, ah, ah! ... dunque siete voi?! I giullari dell’inconscio, parati con le terga all’aria che maturare volete il vostro convincimento, il vostro perfezionamento nella pederastia con imbarazzata ostilità.»

«Maaaavruz, la frusta!!!», sento ripetere ancora nelle orecchie, come un’eco che rimbomba.

«Ah, ah, ah! L’ho già con me mio Signore, pronta all’occorrenza. E anche il cavaculi … una di quelle invenzioni che capita di fare, se capita, una sola volta nella vita.»

«A che cosa mai serve un cavaculi?»

«A estirpare le emorroidi, che mai affonderei il mio pene in un buco insanguinato dal fetore di merda, onde “..l’arma micidiale diventa un succhiello nel buco di fuoco”; preferisco di gran lunga frustarli a sangue, per poi leccare le loro ferite profonde con la mia lingua rasposa, ricoprirle della mia bava avvelenata … e dar loro il supplizio di una morte lenta, vederli illividire e farsi viola … »

«Comprendo il pensiero …»

«Freud non ha forse detto che “..la lingua serve non solo ad esprimere i propri pensieri ma soprattutto a comunicarli agli altri”?»

«Infatti, ma si riferiva al radicale mutamento di prospettive che la ‘lingua’ andava producendo nella cultura modernanella piena coscienza che si trattava della ‘più valida’ delle sue scoperte

«Probabilmente solo perché non sapeva quante altre cose la lingua può procurare, quali artifici applicati al piacere, al godimento sessuale, alla voluttà estrema; quale soddisfazione al capriccio, quale euforia …»

«Vieni mio ospite pregiato, mio interlocutore ammirato, oggi non può che essere diverso da ieri …»

Riponi le peculiarità morali della tua coscienza, le teorie oniriche dell’immaginazione, la rimozione del passato è già in atto, abbandonati all’appagamento dei tuoi desideri inconsci, alla raffigurabilità del tuo corpo, alla fobia isterica, all’ossessione, al delirio, alle prestazioni elaborate dall’oblio che, “..quando non percorre i sentieri della potenza, percorre quelli più segreti e non meno laceranti dell’amore, […] la forma più alta di follia.” (U. Galimberti)

«Ma adesso lasciati andare, ti ho riservato un trattamento speciale … vieni, distendi il tuo corpo nudo accanto al mio e godiamo insieme dell’essere mortali nell’immortalità che ci attende … vieni a conoscere la verità del crimine … a cadere nell’errore, per cui dannarti definitivamente … che il desiderio non è solo dei corpi

«Vieni, e trasformeremo i nostri sensi in una sorta di religione della mente, l’antitesi di Dio. Dapprima “..mangeremo il tempo del sangue, dopo verrà il tempo del sangue e in avanti il poema in canto. Poiché ciò che era fatto con il sangue, noi ne abbiamo fatto un poema (do-po-ema il sangue) …” (A. Artaud)

C’è Caos infernale in Bosch, un’orgia di corpi nel Giudizio di Michelangelo, l’Apocalisse di Giovanni nel Trionfo della Morte nel Camposanto di Pisa; l’ ‘universale insania’ in Luca Signorelli nel Duomo di Orvieto e nella ‘danza macabra’ che oscura i giorni di Clusone; naufragio e disperazione nel Caronte ‘traghettatore di anime’: “..custode di queste acque e il fiume e, orrendo nocchiero, a cui una larga canizie invade il mento, si sbarrano gli occhi di fiamma, sordido pende dagli omeri il mantello annodato” nei chiaroscuri di Doré; la costernazione e la pazzia nella Zattera che “..conduce i sopravvissuti alle frontiere dell'esperienza umana, impazziti, assetati e affamati, che scannavano gli ammutinati, mangiavano i loro compagni morti e uccidevano i più deboli”, di Géricault …

Si dovrebbe scavare nel simbolismo più bieco, in cui operano da sempre religiosità e satanismo in senso criptico e misterioso, scavare forse nei meandri più oscuri dell’animo umano, per poter giungere infine a conoscere ciò che al momento sembra inesprimibile. Mentre si affacciano alla ribalta i dipinti arditi della bieca visione simbolista che incarna i segreti legami fra visibile e invisibile, fra ideale e peccato, in cui l’eros non è mai disgiunto dal un lascivo piacere di morte …

Come in Gustave Moreau e Pierre Puvis de Chavannes, o nell’esplorazione operata da Odilon Redon e Gabriele Rossetti … dell’oscuro Hodler, di ‘La notte’, un dipinto animato da un insieme di corpi pesanti, racchiusi dentro contorni fluidi come un incubo che sublima il sonno quasi eterno delle figure; benché anche Schiele risente di una qualche orrifica risonanza, vagheggiando i temi ricorrenti della sua aberrazione artistica, “..ci piace pensare di vivere nella luce del sole ma il mondo per metà è sempre nelle tenebre” (K. Le Guin)

«Quanto detesto questa debolezza che ti porti dietro come il fardello della tua solitudine, Mavruz.»

«“Lo so, anch’io, talvolta mi capita di aprire gli occhi nel mezzo di un incubo ricorrente che mi conduce all’apice di questa estrema lontananza che è la mia solitudine […] dalla posa e dagli occhi provocanti, che rivela un amore tenebroso ..l’aspetto più singolare della solitudine è quella […] in cui neri fantasmi mi portano per mano su malcerti cammini sbarrati da ogni parte da orizzonti di sangue.”» (Baudelaire)

«Ma vieni mio occulto interlocutore, uccelliamoci entrambi, assaporiamo il succo agrodolce dei nostri lombi, prima che il grande sonno ci assalga …»

Ecco che s’erge e s’arrossa, nel fuoco della mia magione, impugnalo e scuotilo, lascialo sbocciare come il fungo che si gonfia alla base dell’albero, che s’indora, che sin’bruma … è questo il momento, bacialo, leccalo, spalanca la bocca vermiglia e lascia che la cupola infuocata della mia cattedrale penetri nella tua cavità orale … adesso poppalo, succhialo, aspiralo … fino al momento in cui si leva il canto cavernoso del seme che geme sotto la terra … fino a sentirlo esplodere … e irrorare nell’oscurità delle emozioni, la linfa spermatica, nell’intimo segreto della tua gola.

«E adesso inginocchiati e prega, mentr’io affondo le mani nei tuoi interstizi profondi e scavo, con la lingua viscida e bavosa fino a rubare gli umori della tua libidine, dall’abisso profondo ch'è in te.»

«“Come l’abisso, sul nero delle notti. […] Mi fa paura il sonno, buco immenso, vago e orrendo, che porta chissà dove; […] non vedo che infinito, e la mia mente, in preda al capogiro, invidia al Nulla il nulla […] Siamo un’isola d’orrore in un mare di noi.”» (Verlaine)


Morimur.


“Luna stregata stanotte, adatta agli incantesimi. […] Mai ho provato un incanto così perfetto! Sei passato sopra di me come un’ombra, e vi ho intravisto il sogno”. (Verlaine)

Riflesso nell'ombra, un punto marcato dall'indice sul pannello oscurato della luce, luogo d'incontro di occhiate occluse nello specchio della solitudine, in realtà inesistenti …

«Questo sono io, chi altro se non Mavruz, chiuso in me stesso, gloria e onore del mio divino ego, della mia assoluta sete di potere, unico vero detentore del male che attanaglia questo mondo d’esseri mortali

Che è dell’immortalità dell’arte la ‘degenerazione’ per la nefasta influenza, malsana e dannosa che ne deriva, come di musica che non chiede d’essere ascoltata ma d’essere gustata, come qualcosa di olfattivo, di palatale, di sensualmente sentita. Ma cos’è questa ‘immortalità’ che tutti inseguono dall’inizio del mondo, se non un luogo del silenzio, isolato e lontano, perfetto, conosciuto e dimenticato da tutti? Se non una sorta di trasformazione o forse un passaggio che segue, dopo la morte, in un'altra forma di esistenza?

«Un’altra esistenza, dunque, che la vita, non completamente spenta, mantiene come punto di riferimento della persona reale, e continua a sussistere nell’arte, nelle opere tramandate degli artisti, nell’immaginazione degli scrittori e dei poeti. Quella esistenza lì, dici, non mi interessa! E presto non interesserà nessuno.»

Neppure se fosse la prosecuzione della vita terrena, in forme più o meno mutate, che si accompagna alla sorte dei defunti in base alla posizione goduta durante la loro vita terrena e le funzioni sociali esercitate, un tempo magiche, culturali, rituali …

«Ma che oggi vengono mutuate dalla caducità particolarmente estrema, nella mancanza totale di senso della realtà, quale “mostro delicato” del sentimento dominante della modernità

Una sorta di adeguatezza al nichilismo attuale la cui essenza, puramente spirituale, risente del comportamento etico affermato nelle più antiche culture orientali (i Veda); nelle credenze induista e buddista della trasmigrazione ciclica delle anime; nel culto degli antenati o genij del Giappone e nelle religioni presenti in Mesopotamia; soprattutto nell’antico Egitto, dove l’immortalità era celebrata, mediante il “rito funebre osiriano”, eseguito sui cadaveri, per cui il ‘modo’ confermava la causa e la ragione stessa della morte.

«Ma l’immortalità dell’anima, almeno per quanto confluito nell'Antico Testamento, conosceva già un regno crepuscolare dei morti, lo she'ôl, e la presenza dei refa'îm, ‘le ombre dei defunti’ … Solo più tardi, con il Nuovo Testamento, l'immortalità dell'anima farà la sua apparizione nella 'resurrezione'.» (Libri Sapienza e Maccabei).

«Tuttavia è nella molteplicità dei dati che il Testamento fornisce sulla destinazione dell'uomo, nel riproporre il momento supremo della 'parusia', del giudizio finale e della resurrezione dei morti, dominata dall'affermazione della comunione personale con Cristo.»

«In uno stadio intermedio, ipotetico in quanto possibile, oppure?»

«Uno ‘stato intermedio’ che spazia tra la morte e la resurrezione finale che vuole che l’uomo, dopo la morte, continui a esistere, seppure in una condizione di incompletezza, comunque tendente alla reintegrazione del corpo nella risurrezione finale, con la conseguente beatitudine o dannazione eterna

Or io Mavruz, solo con me stesso, mi vedo dannato in eterno a causa dell’annichilimento definitivo della coscienza al termine della morte del corpo, per cui smetterò di esistere in modo irrazionale, lo stesso che ha condotto il cristianesimo ad approfondire nelle Scritture la propria escatologia, “..in quello ‘stato intermedio’ in cui gli ‘addormentati’ aspettano la resurrezione finale?” (Cullmann).

«O forse nel periodo del sonno in cui l’anima, separata dal corpo, si prepara alla comunione con l’intero cosmo, il che avverrà quando si riunirà al corpo.» (Dante, Paradiso).

«Magari nell’istante stesso della morte, in cui avviene la resurrezione della carne che si completerà solo con l’avvento del ‘nuovo mondo’, capace di ospitare il corpo risorto.» (L.Boros)

«Non mi è dato, dunque, il divenire immortale … di vivere in eterno? Ma se per immortalità s’intende il concetto stabilito di sopravvivere per sempre, distinto dal concetto di eternità escluso da ogni ordine di tempo che prevede la condizione di un essere non sottoposto a corruzione, io Mavruz, solo con me stesso, non vedrò la mia resurrezione, seppure abbia io subito la corruzione del mio Signore … quale errore il mio, aver creduto … che nel sacrificio infine avrei trovato …»

Se l'immortalità esclude ogni idea di fine e perciò rientra nell'eternità, ab aeterno, è all’assoluta extratemporalità che va fatto appello, onde superare i limiti della temporalità, arrestare e rallentare sensibilmente il processo di invecchiamento, sottoporsi a una terapia di ringiovanimento e quindi a una di mantenimento … malgrado i concetti di immortalità espressi dalla religione e dalla filosofia, la intendono solo come forma di invulnerabilità. Come del resto molte tradizioni filosofiche insegnano che anche la felicità può essere trovata vivendo l’attimo, e insegnano a resistere al vagabondare della mente per essere 'qui e ora', presenti nel presente.

Tradizioni però che suggeriscono qualcosa di imperfetto, quasi che una mente che vaga ‘disorientata’ sia necessariamente una mente infelice, o pazza ...

"Il vagare della mente è un eccellente predittivo della felicità delle persone. Di fatto, la frequenza con cui la nostra mente abbandona il ‘qui e ora’ tende a essere predittivo dello stato di felicità più dell'attività in cui si è impegnati", come hanno rilevato Killingsworth e Gilbert, in quanto le persone sono più felici quando fanno l'amore, o un esercizio fisico, o conversano tra loro, mentre sono maggiormente insoddisfatte quando riposano, durante il lavoro, e usano il computer di casa …

«Asserzioni che lasciano ipotizzare quanto il vagare della mente è in generale la causa e non la conseguenza dello stato di insoddisfazione, il che equivale a dire che, in fondo, sono le azioni inconsce che, lontane da una completa comprensione dei rapporti tra mente e corpo, definiscono la personalità di ognuno

L’analisi lascia intravedere come, malgrado tutte le promesse mantenute, l’essere umano continua a vivere una sorta di Semi-Immortalità apparente, principalmente per ignoranza, perché non sa valutare con precisione il proprio stato di salute, disconoscendo gli effetti ‘complessivi’ delle proprie capacità, e senza sapere “chi siamo”.

Saremo in grado, un giorno, di spiegare tutte le leggi che governano l’universo? Potremo descrivere in modo esauriente il funzionamento di sistemi complessi come il cosmo e l’essere umano?” – rassicura l’'l'Intelligenza Artificiale' (AI) e la 'psiconeurofisiologia' (iLabs) come possibile integrazione tra la genetica, le nano-tecnologie che, consentirà non solo di comprendere l’esatto funzionamento del "sistema umano", ma anche di rigenerarlo contrastando così lo scorrere del tempo.

La meta è vicina”, assicurano Gabriele Rossi e Antonella Canonico, convinti che “gli strumenti per la conoscenza della realtà che ci circonda saranno presto disponibili. E quando l’intelligenza umana incontrerà qualche limite, le macchine ‘intelligenti’ ci aiuteranno a superarlo. […] Ci troviamo in un momento potenzialmente storico in cui il progresso scientifico già consente un’aspettativa di vita senza precedenti. E saranno proprio tali discipline a permetterci un ulteriore balzo in avanti.

«E non sarà come essere morto se, mi sarà data la possibilità di vivere una vita artificiale?, mi chiedo»


Ex Deo nascimur

In Christo morimur

Per Spiritum Sanctum reviviscimus


Officium.


Or io, Mavruz, ‘ospite oscuro sulla terra tenebrosa’, sono salito quest’oggi sulla sommità della cattedrale, lì dove gli scolatoi di pietra, si sperticano dalle grondaie con le loro facce astruse, coi loro ghigni beffanti e i sorrisi di scherno, coi loro occhi malevoli, rigonfi di avidità nel vedere la ‘fragilità del bene’, i denti aguzzi di carnivori assatanati di sangue, le orecchie tese ad ascoltare l’insostenibile ‘verità’ che si spaccia per la più grande. Coi loro artigli pronti ad afferrare le prede nella loro stretta mortale, le code che s’avvolgono alle cuspidi pronte ad essere lanciate come giavellotti; i loro sessi armati onde abusare e brutalizzare i vinti sul terreno del male, della violenza, della possessione … della tentazione del nulla.

Ed ho trovato la ‘banalità del male’, per mezzo della quale gli esseri umani si rendono responsabili di crimini spaventosi, “..in cui la violenza è una presenza ubiqua e ambigua nell’esperienza umana, […] come qualcosa di esplicito e deliberato che si nasconde in atti apparentemente non violenti” (Ferraris), come seconda natura a cui si contrappone una matrice comune, male v/s bene, che risale alle origini della specie.

«Ed è forse il silenzio, quest’assenza totale di rumori, di voci, di parole, di emissioni sonore, a darmi la sensazione spaventosa del vuoto esterno; la cessazione sconsiderata del battito cardiaco, d’ogni pur minima articolazione, dello scorrimento del sangue nelle vene, di un’idea o atto cerebrale, come se negli interstizi del sapere non avesse più luogo la conoscenza, la reale appartenenza a una specie, ma solo una sensazione percepita dall’organo dell’udito, una sorta di musica assordante …»

È forse questo il no-logos, la poiesis sul mondo, dimensione subliminale del male quando assapora il silenzio della morte: assenza e negazione di qualunque suono indeterminato, interruzione, frattura, intervallo, concettualizzazione del vuoto. Limite estremo della volontà intenzionale che coincide con la volontà interstiziale non manifesta, onde il subconscio si rivela ma non si esprime dentro l’intuizione dell’istante, soggiace al silenzio di ciò che non trova logos, di ciò che non chiede d’essere espresso.

Dacché riaffiora l’agonia della pietra, dell’animale fantastico recluso nella poetica dello spazio, nel tentativo affascinante di animarsi, di librarsi nell’aria, ascensione e sublimazione dell’immaginazione metafisica, la dove “..essa sanziona l’imprevedibilità della parola, situandosi al di sopra del linguaggio significante”. (Bachelard)

Ed è a questi ‘gargouille’ muti che in uno spasmo di demenza estrema concedo il mio corpo ansante, affiancandoli in un’ultima ‘danza macabra’ sopra le guglie gotiche che slanciano le navate, nell’attraversare le ampie vetrate di luce che mille colori infiammano … e trovare così lo slancio necessario per un ultimo impetuoso volo intorno alla cattedrale del cielo, nel turbinio delle nuvole che la sovrasta, come chimera che prostituta a vento, aleggia stanca a inseguire al giorno lunghe ore emaciate di luce, onde l’ascesa vorticosa e l’inevitabile caduta … e che poi disfatta si posa a sopraggiungere a notte del velo cupo, a nascondere a meta d’illusione di luce vestuta.

«Che di morir m’incombe seppur mi si neghi … che gli Spiriti dei morti mi vengono incontro dallo sprofondo con le orbite degli occhi cavi e le fauci spalancate, orripilanti nell’inimitabile opale del sonno eterno corporeo e mortale che, lasciata l’anima immateriale ed eterna, lottano con disprezzo per le passioni corporee altrui ..

Or io, Mavruz, raccolto in me stesso, m’abbandono alle sevizie di costoro che senza ritegno alcuno, trascurando il valore etico dell’esistenza contemplativa, come vertice assoluto dell’esperienza umana, deprecano ogni immotivata rinuncia alla vita corporea e del piacere che hanno conosciute in vita. Così come delle passioni, del disporre del potere, “..della rincorsa alla felicità terrena, della ricerca dell’eterna ‘beatitudine’ che non è mai stata di questo mondo, ma di un mondo altro, distante e diverso da quello in cui viviamo.” (Valla)

Confido di aver parlato per artifici, tuttavia mi sembra di non avere scampo dai miei assalitori rifugiati che or sono presso i ‘doccioni’ dai volti emaciati per la lussuria in cui vivono a contatto con l’acqua fecondatrice di divinità immortali, seguendo il vilissimo piacere di turpitudine, di nausea, di rimorso … o forse no, non di rimorso, bensì di serena afflizione per le perdite subite, e che Platone discerne nella ‘scienza’ (la sapienza), gli onori (la fama), i guadagni (le ricchezze materiali).

«Lo stesso Platone non ha forse affermato esserci nell’animo umano due piaceri, l’uno assai desiderabile, l’altro da fuggirsiora mi chiedo quale è riferito all’uno e quale all’altro, che egli non dice?»

«Va da sé che l’uno è il bene e l’altro il male …»

«Allora dimmi, mio effimero interlocutore, il ‘piacere che inquieta’ a quale dei due appartiene, se più brillante è la sua ambiguità?»

È nell’ambivalenza dell’acqua arrossata che scorre sotto la sabbia immobile dell’epidermide, o nella lava incandescente che si sprigiona dalle mie viscere? Poiché in tutto ciò che sale in superficie è del fuoco che si cela la forza dell’ambiguità profonda …

Non resti più rinchiusa / Nell’ombra tenebrosa, / E un desiderio ti trascina / Verso un più alto imeneo […] E finché non avrai compreso / questo “Muori e divieni” / Non sei che un ospite oscuro / Sulla terra tenebrosa.” (Goethe)

«Morire, oh come lo vidi morireio Mavruz, solo con me stesso, il mio Signore …»

Morire / Come lo vidi morire -/ L’amico che, di bagliori e di sguardi / Divini, illuminò l’ombra della mia giovinezza:/ Vivace e profondo,/ Armonioso nella lotta -/ Dei guerrieri il più allegro,/ Dei vincitori il più esigente, / Fiero, Destino del tuo Destino,/ Coraggioso, pensoso, volto verso l’avvenire -/ Ansioso di vincere,/ Esultante di vincere morendo -/ Facendo della propria morte un decreto / - Decreto di distruzione …/ Morire / Come lo vidi morire:/ Vincitore, Distruttore …” (Nietzsche).

Rammento le sue ultime parole, pressoché un testamento, un anagramma, una sciarada, un epitaffio da imprimere sulla sua tomba: “Carpe diem”, prima di trovare posto nel dominio del fuoco sacro che lo avvolse. Or io Mavruz, giudice di me stesso, non temo di svelare quanto è profonda la profondità del male, quanto invece, urlando, di dire no alla tentazione del nulla, “..e non importa se questi momenti sono fuggevoli, visto che sono imperituri”. (G. Bianquis)


Morimur ... Finis Nusquam.


E già nell'antro oscuro del verbo, nel silenzio degli spazi dismessi, delle travi abbattute quel che sembrava dalla volontà disgiunto, risana, a dar luogo a estemporanei congiungimenti ...


onde rischiara

dietro le quinte oscure della notte

per un eccesso di profondità

la luce

che non è ancora fatto giorno

a dare un senso ai desideri dismessi

che riaffiorano

al primo levarsi di ciglia

che s’attarda sull’apice parabolico

del tempo

per un consenso d’eternità

che il mistero profana


spalanca

il colore che muta

il cangiare d’ogni pensamento

che a un andare

fuggevole delle nuvole

all’orizzonte

sospinge l’audacia del vento

il richiamo tumultuoso degli zoccoli

di cavalli che scalpitano

al suono di tamburi lontani

percossi

nel vortice d'una danza arcana


ineluttabile

il fato che nello sguardo si svela

incredulo ravvisa

l’inesorabile intento

proponimento di un qualche

di un cercato congiungimento

fra ciò che non è mai stato

e ciò che non ha luogo ancora

per una sorta


d'imperfezione del creato.







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