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Una storia di lisa1949

AISHA

Una tra tante

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19 minuti

Pubblicato il 29 dicembre 2018 in Altro

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Il mare spumeggiava nel buio della notte suonando litigioso una sinfonia funerea.

Gonfie di rabbia, le onde s’increspavano così tanto da farla sobbalzare nonostante fosse pigiata su quel gommone, addossata a individui senza nome.

Avvolta in una coperta logora, bagnata fradicia sino alle ossa a causa dei getti che la investivano, ogni volta che il natante veniva risucchiato dalla forza di gravità, sbattendo con potenza sull’acqua. Smarrita e scossa dal panico cercava di trattenere il vomito e di non cadere fuori dalla scialuppa: non sapeva nuotare.

Erano saliti in molti sull’imbarcazione, ma nell’oscurità si sentiva sola, immersa in un coro di gemiti senza senso, certa di essere giunta ormai al termine della sua giovane vita. Persuasa che il suo viaggio di speranza si sarebbe duramente concluso lì, tra quei vortici paurosi.

Aisha era solamente una ragazza, con quale spirito riuscisse a sopportare un’avventura del genere era impossibile immaginarlo: la forza della disperazione.

I suoi dodici anni parevano davvero pochi per affrontare la traversata nascosta tra gli altri clandestini, strapazzata da un mare niente affatto indulgente.

Schiacciata tra due donne incinte e un neonato dal pianto disperato, la ragazzina si tappava le orecchie per non sentire, stringeva forte gli occhi per non vedere quella sciagura assurda: proprio non lo poteva accettare.

Lei si illudeva che tutti gli uomini avessero diritto al rispetto della propria dignità, invece si scopriva in una realtà disumana: chi mai consentiva tanto scempio?

Gli altri maschi saliti sulla scialuppa, tutti molto giovani e pieni di vigore, in volto portavano l’aria spavalda di chi ha vinto una battaglia.

Pensavano sul serio di trovare un mondo migliore e la salvezza? Oppure facevano parte di un progetto e conoscevano già le loro destinazioni?

La guardavano dubbiosi, quasi lei avesse loro rubato il pane per sfamarsi. Tramavano magari di sfruttare la sua figura innocente per traffici di altro genere?

Ne aveva sentite tante di leggende narrare di quei barconi e sulla gente che vi saliva a bordo alla ricerca della tanto anelata libertà.

Chi l’aveva aiutata a salire, nonostante le rimostranze del suo capo era sparito, lo aveva perso di vista. Nella mente ripeteva le sue raccomandazioni.

«Non fidarti di nessuno e non rivelare mai il tuo vero nome, o verrai identificata.» Come un’eco ripeteva nella mente.

In quel frangente ad Aisha non importava nulla né delle sue origini, sperava solamente di uscire indenne da quell’inferno e mettersi al sicuro.


2


Aisha era nata in un misero villaggio di casupole d’argilla e sabbia, situato alle soglie del deserto.

I suoi genitori avevano deciso di darla in sposa a un maturo mercante di bestiame, per questo era fuggita dalla sua casa.

Una ragazzina addirittura più giovane di lei, era venuta a sapere, fosse morta la prima notte di nozze, a causa di un marito ignorante, incapace di aspettarne la maturità fisica come impone la legge del loro Paese, riducendola a una bambola di pezza. La sposa morì a causa di una emorragia.

Aisha non voleva finire la sua esistenza allo stesso modo.

Quando le fu presentato il futuro sposo, aveva provato un senso di ribrezzo: era brutto e molto più anziano di lei, inoltre gli occhi ne tradivano un animo malvagio.

Non è facile sfuggire alle imposizioni dei familiari, la loro cultura pretende ubbidienza assoluta e il rispetto delle decisioni prese.

Quella notte la ragazzina, approfittando del sonno di genitori e fratelli, raccolse poche cose personali, decidendo di ribellarsi al suo destino.

Addentrarsi nei sentieri che costeggiano le aree deserte, ignari della meta da raggiungere, è un atto di coraggio estremo, ma lei, sfidando la paura e la fame, meditava di giungere in un paese più degno e ospitale, dove studiare e vivere libera.

Lo scirocco quella notte era meno fastidioso e Aisha proseguì camminando senza sosta, per molte ore: doveva allontanarsi il più possibile se non voleva essere ritrovata.

Era giunta in prossimità di una cittadina, dove commercianti e trafficanti di esseri umani, concludevano affari milionari sulla pelle dei poveri clandestini.

La fuggitiva, la gola arsa dalla sete e dal vento arido, associati a una buona dose di agitazione, si sentiva ormai stremata; tuttavia perdere tempo concedendosi una sosta prolungata non sarebbe stato saggio.

Vide un ragazzo poco più grande di lei; indossava una t-shirt nera e calzoni mimetici, stava appoggiato a un camion sgangherato chiuso da un telone variopinto. Aisha decise di attirarne l’attenzione.

«Che vuoi? Sei sola?»le chiese sgarbato il giovane, addentando un frutto.

«Ho sete, hai dell’acqua?» gli rispose supplichevole.

«Soldi ne hai? Sai, qui non si fa niente per niente.» le ricordò freddamente.

Aisha, denaro non ne aveva, abbassò lo sguardo e tacque.

Quei bellissimi occhi scuri e profondi, esprimevano tutto il suo sgomento, ma non osavano elemosinare un sorso per dissetarsi.

Minuta rispetto all’età, Aisha era tuttavia una fanciulla molto graziosa.

Fece per allontanarsi confidando nella generosità di qualcun altro.

«Aspetta, non te ne andare!» la fermò deciso il giovane, brandendole un braccio.

«Quanti anni hai?» s’informò.

«Perché me lo chiedi?» chiese diffidente la ragazzina.

«Così, per sapere. Sei carina, lo sai?» rispose offrendole una bottiglietta d’acqua.

Lo fissò con aria provocatoria e agguantò fulminea la bottiglietta, aspettando la reazione del giovane.

«Non ti preoccupare, mi ripagherai a tempo debito.» sottolineò, lasciandosi sfuggire un sorriso amaro.

«Sei scappata di casa vero? Per quale motivo?» disse sistemando alcune scatole da caricare sul mezzo.

«Non voglio sposarmi adesso, con un vecchio per di più.» disse centellinando l’acqua per farla durare più a lungo.

Il ragazzo non commentò, ma prese a osservarla impensierito.

Aisha vestiva una maglietta rossa e un paio di jeans tagliati sotto le ginocchia, ai piedi semplici infradito e sulle spalle un fardello legato tipo zainetto: era tutto ciò che possedeva.

«Da quante tempo hai lasciato il tuo villaggio?» s’informò.

Gli indicò con le dita, le tre ore che la separavano dal momento della fuga.

«Sai cosa ti succederà se ti troveranno? Non hai paura?» chiese ancora.

«Paura di che? Non m’importa nulla dei rischi che corro.» era risoluta più che mai.

«Tu come ti chiami e quanti anni hai?» gli domandò curiosa.

«Cosa ci fai qui così armato?» s’informò ancora per fuorviare il discorso.

«Kamal è il mio nome. Non fare domande stupide, è meglio per te!» l’avvertì duro.

Intanto giunse Joussef, un omone grande e grosso che, appese al braccio, portava tre mitragliette e altre munizioni.

«Kamal, che stai facendo? Dobbiamo andare!!!» urlando spazientito spintonò il giovane incitandolo a fare in fretta.

«Chi è la bambolina?» chiese intanto con ghigno sarcastico, mostrando dentro la barba nera, una dentatura orribilmente consumata.

«Mia cugina, la faccio salire con gli altri: sono pronti?» mentì fissandolo serio.

Gli ribadì con lo sguardo di non farsi strane idee: quella era merce da ignorare.

«Fa come ti pare, ma andiamo!» ordinò irritato.

I sedici anni del ragazzo avevano forgiato un uomo adulto e determinato.

Figlio di un matrimonio combinato, era stato strappato alla giovane madre, e costretto a seguire gli ideali estremistici di un padre violento e dispotico.

Cresciuto all’interno di un gruppo di esaltati con nessuna etica o regola morale, ma addestrati a una violenza inaudita, sapeva leggere chiaro nelle intenzioni dei compagni ed era dovuto diventare crudele e aggressivo a sua volta, maneggiando disinvolto le armi, per sopravvivere.

«Aisha, sali sul camion, svelta! Riparati dietro alle taniche e in silenzio.»

Le disse a bassa voce, spingendola sotto il telone.

«Dove mi portate Kamal?» chiese bisbigliando spaventata.

«Ti ho detto di non parlare e con nessuno: zitta!» le intimò ancora abbassando il telo variopinto.

D’un tratto sentì un brusio seguito da un rumore di passi: gente che camminava piano. Attese trattenendo il fiato per capire cosa stesse succedendo.

«Svelti salite su, altrimenti ci individuano: muovetevi!» Urlò Joussef, l’uomo al comando dell’operazione.

Nel suo nascondiglio, al di là delle due taniche vuote, Aisha intravedeva diverse persone arrampicarsi sul mezzo; si accalcavano, pigiate una addosso all’altra, strattonate brutalmente dall’uomo, indifferente al sesso o all’età.

Col calcio della mitraglietta le spintonava in modo da far salire tutte quelle della fila: almeno un ventina.

Le fessure del telo lasciavano intravedere il mondo fuori, gli spostamenti degli estranei; la ragazza notò che alcuni di loro procedevano con l’espressione smarrita.

Infine individuò Kamal dirigersi verso la cabina dell’autocarro e prendervi posto insieme al capo.

Il mezzo si avviò con fatica, stracarico com’era, sollevando dietro di sé una enorme nuvola di polvere sabbiosa, che già le prime luci rischiaravano l’arido paesaggio.

Attraverso lunghi percorsi dissestati, sotto il sole cocente di inizio estate, il viaggio stava diventando un incubo per i passeggeri.

Le persone a bordo, paragonabili a un carico di bestiame destinato al mattatoio, emanavano tutta la loro sofferenza attraverso gli effetti della sudorazione.

Sotto quel telo che fungeva da forno, evaporava un odore nauseabondo e insopportabile.

«Acqua, dateci da bere almeno…» supplicavano le donne, soprattutto le mamme.

Viaggiarono per parecchie ore in quella condizione; una passeggera si era sentita mancare, ma rimase in piedi mezza svenuta, non avendo trovato lo spazio necessario a distendersi.

Joussef scese per controllare la situazione e fece scendere la poveretta.

Un cenno a Kamal che, da una baracca lì vicino, recuperò una tanica di acqua; nessuno poteva garantire fosse potabile, ma era l’unico ripiego al momento.

Dopo aver rinfrescato la donna con generose annaffiate, ne distribuì equamente il contenuto rimasto tra i clandestini.

La clandestina, recuperate le forze, in fine risalì dentro lo stesso inferno.

«Aisha, sei ancora lì?» sussurrò Kamal alla bambina, rannicchiata nella posizione di partenza, senza aver emesso un fiato.

Aprì gli occhi debolmente, stordita dal caldo e dall’odore ristagnante.

«Dove siamo Kamal? Sono stanca.» disse con una flebile voce, che nessuno udì, per sua fortuna.

Qualcuno avrebbe potuto smascherarla, denunciarne la presenza e rispedirla a casa.

«Tieni, ma non farti sentire.» le porse di nascosto un’altra bottiglietta d’acqua e un pezzo di pane rinsecchito.

Una sosta è un azzardo immenso in quelle circostanze, ma occorreva a tutti una pausa e bisognava rifornirsi di carburante.

Arrivò una jeep militare carica di soldati armati sino ai denti e si dispose davanti al camion, bloccandolo.

«Dove siete diretti? Scendi tu!»impose un soldato a Joussef .

Un istante di panico, quei poveretti stremati là dentro, trattennero il fiato.

«Fammi vedere i documenti di viaggio.» ordinò il comandante all’uomo.

Per niente intimorito, il capo allungò una busta con dei fogli su cui appoggiata e ben visibile, spiccava una mazzetta di banconote: il lasciapassare in pratica.

«Ti avverto: stanno cercando una ragazzina fuggita di casa, l’avete vista?»

Kamal e Joussef scossero il capo in segno negativo.

«Ok, ok! Tutto a posto, potete andare. Avanti, toglietevi di mezzo: via, via!»

Li spronò deciso, purché si portassero via quel mezzo e il suo misterioso contenuto.

I due uomini percorsero alcuni chilometri in silenzio, guardandosi in cagnesco.

Joussef sembrava furioso e Kamal non pareva preoccuparsene più di tanto.

«Sei un traditore e bugiardo! Mi hai mentito, interessa a te la piccola vero?» sbottò.

Il giovane non rispose, sapeva come trattare con il capo ormai.

«Non è detto che tu riesca a spuntarla, carogna.» lo provocò ancora, inutilmente.

Per la rabbia gli sferrò un pugno sullo zigomo, così forte da farlo sanguinare. Tuttavia il giovane non reagì, si pulì il volto con uno straccio, restando in silenzio.

Aisha, vista con occhi da pedofilo, oltre al personale piacere, gli avrebbe consentito lauti guadagni in diverse situazioni: Kamal ne era consapevole.

Al calar della sera, giunsero a Zarzis, porto di pescatori e punto d’imbarco verso Lampedusa, rinomato luogo di partenza di probabili vittime del fenomeno sbarchi.

Ritrovo di trafficanti e scafisti, da dove salpavano ogni giorno ignari clandestini.

Il carico umano poté infine scendere e rigenerarsi respirando brezza di mare.

L’attenuarsi dell’afa offriva a quella povera gente un senso di sollievo comune, nonostante il viaggio affrontato,

Il cielo rifletteva, tra le ombre della sera, diverse incandescenti striature vermiglie; un incanto nel bel mezzo degli orrori vissuti da quei clandestini, durante l’utopistico viaggio della speranza, in luoghi dalle tracce ambigue.

Una cornice incantevole all’ennesimo preludio di tragedie e di morte.

Ormai il Mediterraneo si era fatto questa nomea di cimitero marino, migliaia di vite avevano condiviso la stessa disperazione e la stessa tragica fine: quanta rassegnazione e disperazione!

Altre persone erano in attesa di partire, giunte lì con altri mezzi di fortuna similari.

Un insieme di poveri disperati che tentavano la salvezza sfidando la sorte.

Gente che si era impegnata ogni cosa per racimolare i soldi necessari a procurarsi il “biglietto solo andata” del passaggio.

Aisha, scesa dal suo nascondiglio dopo tutti gli altri per non farsi scoprire, si trovò un riparo dietro alcune reti accumulate dai pescherecci a ridosso della spiaggia: osservava attentamente le disposizioni dei trafficanti.

Nacque un improvviso diverbio tra gli autisti dei camion e gli scafisti, insoddisfatti dei contanti racimolati: pretendevano compensi più corposi.

I toni si alzarono e Joussef venne brutalmente alle mani con un energumeno dall’aspetto tutt’altro che rassicurante: Karim appunto.

Calci e pugni a rendere più angosciosa, se possibile, quella giornata senza fine.

Intervenne Kamal, puntando un’arma sul rivale, intimandogli di smetterla.

«Falla finita adesso, o ti vuoto tutto il caricatore addosso: chiaro?» Faceva su serio.

«È ora di imbarcare la merce, non perdiamo tempo!» e così si chiuse la disputa.

Il giovane, intanto, ricercava attorno a sé la figura della ragazzina, nell’ombra ne aveva perso le tracce.

«Sono qui Kamal, cosa devo fare?» domandò a bassa voce.

«Sei stata in gamba piccola, nessuno si è accorto di te. Hai fame?» le chiese.

Estrasse da una tasca una scatoletta con del tonno, l’aprì e gliela porse.

«Non ho altro da darti, nemmeno l’acqua.» disse guardandola benevolo.

«Grazie, sei buono con me, perché?» gli domandò, infilando le dita nella scatoletta.

«Che ne sai dei miei pensieri? Buono non lo sono mai stato.» ammise e si rabbuiò.

Tra l’andirivieni della gente, il ragazzo meditava sul modo di sistemare l’amichetta.

«Aisha vieni adesso, svelta! Sali sul gommone e siedi a prua.» la incitò.

«Ci sarai anche tu? Ho paura da sola.» s’informò, guardandolo con gratitudine.

«No, sul gommone no, ma ti sarò vicino, stai tranquilla. Tieni questa coperta.»

Le porse una coperta sbrindellata, che avrebbe fatto comunque il suo dovere, al momento giusto.

Estrasse il cellulare, compose un numero, poi parlottò intensamente con qualcuno.

«Ricorda che non devi dire chi sei. Tieni questo indirizzo: vai lì o fa telefonare da qualcuno, a nome mio, ok?»

«Fidati solo di questa donna.» aggiunse, scrivendo ancora un nome sul foglietto.

Un attimo solamente gli sorrisero gli occhi, prima di allontanarsi di nuovo.

«Grazie Kamal, ti aspetto là, non mancare.» gli gridò la bambina, ma lui non si voltò più, per far tacere la sua coscienza sapendo di mentire.

Così, dopo aver caricato sulla vecchia scialuppa più di un centinaio di persone, gli scafisti avviarono i motori verso quel dannato inferno.


3


Il mare sembrava essersi placato, lasciando cogliere un attimo della sua bellezza.

Percorsero le prime miglia sobbalzando su piccole increspature: gli sbalzi erano, tutto sommato, accettabili.

Qualcuno si mise a pregare, altri tacevano impauriti, o speranzosi nel nuovo futuro, pronto ad accoglierli là, solo a poche ore di distanza.

Quel vecchio gommone sgangherato, scricchiolava sotto il carico eccessivo, a ogni cigolio Aisha provava brividi di sgomento.

Le luci del porticciolo erano lontanissime ormai, si ritrovarono nell’oscurità più profonda, un solo lumicino a prua, gestito dal conducente per seguire la rotta.

Il mare è capriccioso e si ribella: d’improvviso s’alzò un vento potente e le onde presero a ingrandirsi smisuratamente causando i disagi già narrati.

Continua così, il viaggio apocalittico intrapreso da Aisha all’inizio della storia.

Oltre ventidue ore sarebbe dovuta durare quell’odissea, ma con un mare tanto adirato, forse non sarebbero nemmeno bastate.

E poi si fece giorno. Sotto il sole cocente la traversata divenne una lenta agonia, nonostante le onde si fossero placate, si continuava a danzare.

«Acqua, dateci acqua, prego!» gridavano tutti, disperati e spossati più che mai.

Il lamento si confondeva con il canto del mare: un coro simultaneo nella totale indifferenza di chi governava il timone.

Qualcuno si mise a sgranocchiare il pane tenuto da parte per affrontare il viaggio, giusto per smorzare i morsi dello stomaco.

Un giovane ne offrì un pezzo alla bambina, ma lei rifiutò con decisione: non doveva fidarsi di nessuno, lo aveva compreso bene ormai.

Così, quella infinita avventura aggravata dalle luci del sole e poi ancora dalle tenebre della notte, pareva senza fine.

Un eterna giostra della vita, composta da smisurati sacrifici e ripagata col nulla.

Aisha sentiva freddo, lo stomaco le si era rovesciato, non beveva da ore: era sfinita.

I lamenti degli altri diventarono suoni chimerici, non si vedeva ancora l’orizzonte, solo un lieve chiarore del cielo, lasciava intuire il vicino approssimarsi alla terra .

Il mare agitato si placò ancora, spegnendo le sue onde furiose su piccole scogliere che spuntavano d’improvviso, col calare dell’onda.

I fondali si erano abbassati evidentemente, quindi il rischio di collisione era grande.

Di lì a poco giunse una barca a motore, per recuperare gli scafisti e lasciare andare alla deriva quel carico umano e sfuggire all’arresto.

Un boato assordante, il salto fu altissimo questa volta, Aisha precipitò in mare suo malgrado, sbalzata per prima dalla forza dell’impatto.

Pochi metri più avanti, il gommone si infranse, sfasciandosi completamente. Affondava, facendo cadere in mare tutte le persone che l’occupavano: una scena catastrofica.

Lontano s’intravedevano le motovedette della capitaneria di porto, avvicinarsi al luogo della sciagura per prestare i primi soccorsi.

Più tempo trascorreva e più gente veniva risucchiata dall’acqua, annegando.

La ragazzina annaspava appesa a un pezzo d’asse del gommone, ma le forze non la sostenevano più.

«Aisha, lascia la coperta, ti tirerà giù!» le urlò Kamal, ritornato sul posto con lo scafo per soccorrerla.

Lei era rimasta indietro rispetto agli altri, l’avrebbero rintracciata troppo tardi.

«Imbecille andiamo, non puoi perdere tempo ora!» gli gridò Joussef.

Dovevano allontanarsi, la loro salvezza era a rischio e la polizia era vicina ormai.

Karim, scafista senza scrupoli, scaricò la sua mitraglietta verso le forze dell’ordine che risposero al fuoco.

Joussef spinse a manetta il motoscafo per sfuggire ai proiettili.

Kamal, all’ultimo momento prese la decisione di gettarsi in mare, nuotando veloce per salvare la bambina.

«Kamal, sei impazzito? Ti prenderanno, torna indietro!» intimò ancora il suo capo.

Il ragazzo non gli prestò attenzione, aveva deciso aiutare quella ragazzina a ogni costo.

Nell’allontanarsi Karim, in pieno scontro a fuoco con gli agenti, sparò di proposito una raffica di colpi verso i naufraghi, pura cattiveria.

Quindi si allontanò a tutta birra con il gommone insieme a Joussef, inseguiti dalla guardia costiera.

«Aisha, aggrappati a me, ti porto in salvo.» le disse carezzandole il volto gelido: sembrava avesse perso conoscenza.

Dietro al giovane, una improvvisa scia rosso sangue segnò il tratto marino appena percorso: Kamal era stato ferito dai colpi di un individuo truce e malvagio.

«Svegliati piccola, non lasciarti andare! Sei arrivata.» disse flebilmente il ragazzo.

Nel frattempo una scialuppa di salvataggio li aveva individuati e si stava avvicinando rapidamente.

«Kamal sei qui con me? Grazie ora non ho più paura.» gli disse scuotendosi sotto gli schiaffetti dell’amico e gli regalò un bacio di gratitudine sulla guancia.

Il giovane sorrise appagato e la spinse sulla lancia con l’aiuto degli uomini che si trovavano a bordo sul gommone.

«Ricordati il biglietto!» le ricordò sussurrando, poi tutto divenne silenzio.

Appena fu al sicuro la bambina si sporse per accogliere l’amico, ma lui era scomparso.

«Kamal, Kamal, nooo… non puoi lasciarmi!» piangeva disperata la ragazzina.

Le tracce di sangue nell’acqua ormai si erano dissolte e il giovane si stava inabissando, abbandonava la sua giovane vita immerso nei funerei fondali marini di Lampedusa, volgendo sino alla fine il suo sguardo verso Aisha.

Sacrificò così la sua giovane esistenza, per mettere in salvo una fanciulla speciale, capace di fargli il dono più bello che gli fosse mai capitato di ricevere: tornare a provare un sentimento d’affetto pulito e sincero.

Per lei aveva conquistato l’opportunità di compiere l’unica buona azione della sua breve vita, riscattandosi da quella violenza a cui era stato addestrato, senza volere, sin dalla più tenera età.

Lampedusa, con le sue spiagge, i colori circostanti e il panorama, cancella provvisoriamente le angosce vissute, maschera gli orrori che l’uomo non è ancora stato in grado di fermare.

Aisha sul molo, tra le centinaia di profughi appena portati in salvo, si guardava intorno terrorizzata.

Quasi incolume, solo un po’ umidiccio, sventolava il suo “lasciapassare”: il biglietto con i dati di qualcuno in grado di aiutarla.

In fila, tra la fiumana di persone che scorreva lentamente in attesa di una destinazione, una giovane volontaria, colpita dalla sua solitudine, le si avvicinò.

«Cosa c’è segnato qui di tanto importante: vuoi chiamare qualcuno?» le chiese garbatamente.

Aisha le rispose con i suoi occhi neri, capaci di spiegare molto più di tante parole.

Prese il cellulare e compose un numero, senza perdere di vista il gruppo di profughi incolonnati.

Per comunicare con la persona all’altro capo dell’apparecchio si allontanò, in modo che la bambina non potesse sentire.

«Siediti qui da un lato, vicino alle ambulanze e non ti muovere: ti verranno a prendere.»

Gesticolando le fece cenno di aspettare e di stare tranquilla, poi le regalò un sorriso radioso.

Il viso stanco, colta di tanto in tanto dai tremori per il freddo accumulato, impaurita da ciò che stava vedendo e né si dava pace per l’altra gente, né si capacitava di vedere tanta sofferenza e disperazione: migliaia di persone provate da un'unica tragedia, dallo stesso dolore.

In quel campo provvisorio di smistamento umano, si sentiva abbandonata; la giovane, cui aveva consegnato il biglietto, fece varcare i cancelli a qualcuno poi le fece cenno di avvicinarsi indicando la postazione dove lei era seduta.

Il cuore si mise a palpitare forte, ancora una volta l‘ansia la investì senza tregua.

Una giovane donna camminava verso di lei, il capo avvolto nel classico hijab.

«Aisha, sei tu?» le chiese dolcemente.

La ragazza la osservò stupita, somigliava tantissimo a Kamal e le sfuggì una lacrima.

«Perché me lo chiedi, tu sei forse Samira?» domandò frastornata.

«Sì, sono io, la mamma di Kamal.» Poi la strinse a se piangendo. Fu un abbraccio tenero e liberatorio, come le lacrime che entrambe stavano riversando.

Aisha fece per dire qualcosa, ma la donna le posò un dito sulla bocca zittendola.

«Non mi spiegare nulla, così era scritto: sei il dono prezioso che lui mi ha lasciato.»

In ogni tragedia nasconde sempre uno spiraglio di luce per guardare insieme a un futuro migliore.


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