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Una storia di Umano86

Il filo d'erba

Foto di Rudy and Peter Skitterians da Pixabay

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10 minuti

Pubblicato il 01 aprile 2020 in Spiritualità

Tags: #comunit #condivisione #morte #paura #vita

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Foto di Scott Payne da Pixabay
Foto di Scott Payne da Pixabay


Tutto cominciò con la morte del fattore. Fu un uomo con poca cura per il suo gregge, gli interessava che le sue pecore fossero in salute per produrre latte e formaggi, sfornare agnelli ed avere un manto abbastanza voluminoso per ricavarne lana.
Si toccò il petto e cadde al centro della stalla dei maiali. E lì rimase.
Il gregge si ritrovò ben presto nel panico più totale, guardavano il cane da guardia speranzose che si assumesse le responsabilità del momento.
Il cane, considerando i suoi anni e la sua esperienza, rifiutò e suggerì di abbandonare il sistema gerarchico per trovare nella comunità e nella democrazia il quieto vivere.
Ma le pecore hanno bisogno di qualcuno da seguire, da ascoltare e ben presto dal gregge emerse un leader che assunse il controllo. Più che un leader però, era una pecora che aveva conosciuto solo la tirannia dell’umano, e si ritrovò ad applicare pressapoco gli stessi metodi subiti in precedenza, suscitando di nuovo terrore e sofferenza nel gregge.
Questo regime proseguì per circa un anno, fino al giorno in cui morì il cane da guardia. Se ne andò nel sonno, alle soglie dell’inverno.
Prima di andarsene sentì il bisogno di parlare con il leader del gregge:

«Io me ne sto andando.»
«E dove vai?»
«Sto morendo cara, lo sento.»
«Anche tu? E cosa faremo adesso? Noi… Io ho bisogno di averti vicino, come farò senza i tuoi consigli?»
«Non hai bisogno dei miei consigli, così come non hai bisogno di me o del fattore. Hai bisogno di te stessa e del gregge. Come ti chiami?»
«Non lo so, mi chiamano con un fischio.»

Il cane sospirò e poi aggiunse:
«I campi si stanno spogliando completamente e non è colpa della stagione, c’è qualcosa che non va. Ho fatto delle lunghe passeggiate e non ho visto erba in giro. Dovete spostarvi da qui, cercare un posto nuovo in cui vivere, ammesso che ce ne sia rimasto uno. Sai che se potessi vi aiuterei, ma sono arrivato alla fine della corsa, cara.»
«E dove dobbiamo andare?» Domandò la pecora.
Il cane socchiuse gli occhi e non rispose.

La mattina seguente tutto il gregge venne informato della necessità di trovare un posto in cui ci fosse dell’erba. Nessuno disse nulla in merito alla scomparsa del cane da guardia o andò ad informare gli altri animali della fattoria della situazione.
Il leader del gregge annunciò che da quel momento in poi ogni decisione sarebbe stata presa insieme. Non fece in tempo a dirlo che scoppiò un pandemonio di ipotesi e domande.
Non erano abituate ad avere voce in capitolo, parlavano le une sulle altre, si spingevano per prendere la testa del gregge. Finì che il primo giorno si perse in chiacchiere.
Gli agnellini avevano fame e le madri erano giustamente preoccupate, contrariamente ai montoni che se ne stavano in disparte a formulare ipotesi.
Furono proprio le madri a prendere l’iniziativa riunendo tutti gli agnellini e gli anziani del gregge:

«Andremo verso il fiume. Dove c’è acqua ci sarà anche l’erba. »

Sembrarono tutti d’accordo, nessuno obiettò.
Cominciarono a muoversi insieme passando davanti ai montoni che si accodarono senza fare domande.
Era già caduta la neve e qualcuno si lamentava per le difficoltà ad avanzare.
Così le madri si disposero attorno agli anziani che a loro volta si disposero attorno ai piccoli, in coda c’erano i montoni.
Lo spettacolo era spettrale, non c’era veramente più erba. Ettari interminabili di terra e neve. La neve attenuò un pò la sete del gregge che non mangiava ormai da un giorno intero. Alcune pecore non erano più così convinte che il fiume potesse essere una giusta meta. Temevano la presenza dei predatori e non erano certe di aver trovato la strada per il fiume. Gli anziani concordavano ed i montoni rimanevano misteriosamente in silenzio. Decisero che nonostante il pericolo avrebbero chiesto informazioni alle aquile.
Quando trovarono l’aquila rimasero sbalordite. Era intenta a mangiare da una carcassa come gli avvoltoi.

«Che c’è, non hai mai visto qualcuno che mangia?» Domandò l’aquila.

La pecora rimase in silenzio.
«Cosa vuoi?»
«Tu guardi il mondo dall’alto e a quanto pare non hai problemi di cibo. Noi abbiamo bisogno di un posto con dell’erba o finiremo come quello che stai mangiando.»
«E pensi che aiuterò un possibile pranzo a fuggire?»

Silenzio.

«Volete sapere se ho visto dell’erba? Dovrete darmi qualcosa in cambio.»
Tutto il gregge si girò verso gli anziani.
«Non le mangio le pecore andate a male.» Tuonò l’aquila.
«Diamogli Strano!» Disse una pecora dalle retrovie.

“Strano” era un agnellino inserito nel gregge dal fattore. Non aveva mai conosciuto la madre. Era nato con la coda nera e dei pois dello stesso colore sul muso. Aveva anche un’altra particolarità: Strano era un agnellino siamese, unito sul fianco ad un altro agnellino completamente bianco.

«Se gli diamo Strano morirà anche l’altro agnellino.» Disse un anziano.
«Non gli diamo nulla!» Disse l’ex leader, che avanzando si rivolse all’aquila:
«Guardati intorno! Qui è pieno di carcasse, il cibo non ti manca. Se vuoi aiutarci fallo, altrimenti togliamo il disturbo.»
L’aquila, per niente infastidita, non rispose e tornò al suo banchetto.

Il gregge continuava la sua avanzata, faceva molto freddo e la fame si faceva sentire ogni momento di più. Fortunatamente grazie alla neve non mancava mai l’acqua.
Era incredibile che non ci fosse più erba e che gli alberi fossero completamente spogli. Dov’erano finiti tutti gli erbivori? Forse si erano mossi per tempo ed avevano trovato un posto ancora verde.
Il fruscio dell’acqua attirò l’attenzione di tutto il gregge, i più piccoli si precipitarono giù per la discesa rischiando quasi di cadere in acqua.
Quando gli anziani arrivarono sulle sponde furono rattristati dal non trovare traccia di vegetazione.
Erano tutti ammutoliti e stremati.
«Dovreste attraversare il fiume.»
«Chi ha parlato?» Si domando il gregge.
Le madri notarono che i piccoli si erano riuniti sulla sponda del fiume e avvicinandosi scorsero la testa di un’enorme trota.
«Salve!» Disse una madre.
«Salve a lei. Stavo consigliando alle palle di lana più piccole di attraversare il fiume.»
«E perché dovremmo attraversalo?»
«Non lo so, è solo quello che penso.»
«Lei ha per caso idea se sulla sponda opposta del fiume ci sia ancora vegetazione? La stiamo cercando disperatamente.»
«Questo supporrebbe che attraversassi il fiume, e che di conseguenza sfidassi la corrente, per trovare una risposta ad una domanda che non sento essere nata spontaneamente in me, madame.»
«Potrebbe dirci quanto è profondo il letto del fiume?»
«Due metri e sessantadue centimetri, madame.»
«È decisamente troppo profondo per i piccoli, dovremmo caricarceli sulla schiena. Siamo troppo stanche per una traversata del genere.»
«Dovreste scalare la montagna.»
«Perché? C’è dell’erba lì?»
«Non lo so, è solo quello che penso.»

Giunse la notte, ma non la cena. Il gregge si era sparpagliato in una vallata con la speranza di prendere almeno sonno.
Le nuvole coprivano le stelle ed il cielo prometteva temporale.
La prima goccia colpì la punta del naso di un agnellino svegliandolo, poco dopo si scatenò un acquazzone.
L’ex leader guardava fisso il cielo, pensava al cane da guardia. Sentì che la parte destra del suo corpo era stranamente più calda della sinistra e voltandosi trovò una pecora rannicchiata al suo fianco.
Dopo poco se ne rannicchiò un’altra proprio alle sue spalle e via via tutto il resto del gregge.
Nella vallata c’era un enorme cerchio di lana, compatto.
Riuscirono ad addormentarsi nonostante fossero zuppe.

Il mattino portò una lieve nevicata, non fu il massimo come risveglio.
I montoni si erano svegliati prima del resto del gregge e stavano per annunciare una proposta:
«Abbiamo taciuto in questi giorni, non per codardia ma per paura. Non sapevamo cosa proporre e le idee delle madri ci hanno rassicurati e motivati. Vorremmo proporre la scalata verso la vetta della montagna. Ci sentiamo ancora in forze e potremmo guidare il gruppo, basta tenerci per la coda. Traineremo fino a che le forze non ci abbandoneranno.»
Nessuno era veramente convinto di quest’idea, allo stesso tempo non ne avevano di nuove.
I vecchi erano stremati e molti dei piccoli non ce la facevano più a camminare sulla neve. L’ex leader si avvicinò ai montoni e disse:
«Questa notte è successo qualcosa di straordinario! Per la prima volta ognuno di noi ha pensato a se stesso e al bene del gregge. Questa notte siamo rimasti tutti uniti. Non lo siamo stati quando è morto il fattore o il fedele cane da guardia, né quando ho preso il comando del gregge. Siamo scappati spinti dalla fame dimenticandoci totalmente di avvertire il resto della fattoria. Oggi siamo diversi. Indipendentemente da cosa decideremo di fare e da come finiremo sono convinto che lo faremo insieme.»

Alla fine, un pò per disperazione, un pò per il bisogno di credere, decisero di scalare la montagna. Montoni in testa e leader in coda, si avventurarono.

Salire su per una montagna di neve e fango non era semplice per un gregge sfinito dalla fatica e dalla fame. Dovevano fermarsi spesso a riprende fiato. L’aria era sempre più rarefatta e questo costringeva gli anziani a lunghe soste. I piccoli si lamentavano non appena li si faceva scendere dalla groppa e anche le madri cominciavano a cedere alla fatica. Nonostante tutto avevano coperto una notevole distanza ed avevano almeno a disposizione la neve per dissetarsi.
Al calar della luce si riunirono in un avvallamento colmo di neve fresca, stretti uno all’altro. Attesero il sonno ma trovarono altro.

«Maledizione! Ho fame!»
«Piantala con le lamentele, lo sai che gli erbivori si stanno spostando in massa.»
«Si, ma sono stanco di mangiare carcasse ammuffite. Voglio carne fresca! E poi dove diavolo vanno gli erbivori?»
«Stanno cercando l’erba e da quel che ne so io ce n’è molta al di là di questa montagna, quindi, siamo nel posto giusto.»
«Quindi passeranno di qua?»
«Me lo auguro.»

I due lupi avevano i corpi smagriti, ma erano pur sempre lupi: famelici e dalla grande stazza. Il gregge era terrorizzato al punto da non riuscire a muovere un muscolo. Respiravano silenziosamente e le madri tenevano la bocca chiusa ai piccoli.
La fortuna volle che i lupi non si accorsero della loro presenza, forse perché il gregge era unito in un unico batuffolo di lana e neve.

«Scendiamo più a valle, qui non c’è traccia di cibo.» disse il lupo.

Una volta che i lupi si allontanarono, l’ex leader propose di continuare la scalata sfruttando il buio della notte.
Ci furono poche lamentele stavolta e silenziosamente ripresero il cammino.

Aveva appena smesso di nevicare quando arrivarono sulla vetta della montagna.
Erano completamente esauste e con le zampe sanguinanti.
Nessuno aveva più fiato per parlare né forza per proseguire.
Si accasciarono in cerchio, strette l’una all’altra.
Alle prime luci del mattino, l’ex leader aveva lo sguardo fisso al cielo. Sembrava sorridergli. Pensava nuovamente al cane da guardia e con la poca aria che aveva nei polmoni disse:
«Adesso so perché non ho un nome. Perché non ne ho bisogno. Il mio nome è quello di ogni pecora di queste gregge. Il mio nome è il tuo, fedele amico mio. Siamo tutti uno.»

Non so perché non mi mangiarono, non so nemmeno se mai si accorsero della mia presenza. So che quando l’ultima pecora smise di respirare, il sole era già alto in cielo e le nuvole avevano abbandonato l’orizzonte. È stato bello poter ascoltare la loro storia, anche se non credo la stessero raccontando a me. Credo che stessero ricordando insieme la loro storia e lo facevano teneramente, con una serenità che mi ha scaldato l’anima.
Avrei voluto dirgli che non c’era nulla dall’altra parte della montagna.
Avrei tanto voluto dirgli che ero io l’ultimo filo d’erba.


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