scrivi

Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

Shesep Ankw  /  La  sfinge

L' E n i g m a  S v e l a t o

138 visualizzazioni

20 minuti

Pubblicato il 11 maggio 2020 in Giornalismo

0


Shesep Ankw / La sfinge

L'Enigma Svelato

Egitto - Piana di Ghiza - LA SFINGE
Egitto - Piana di Ghiza - LA SFINGE

EGITTOLOGIA / 2

Viaggiatore sulle ali del tempo (..una premessa).


Non ho mai sottovalutato il desiderio inestinguibile di senso, lo spazio irriducibile dell’interpretazione, la parola come superamento del silenzio, come neppure ho mai pensato a una concezione del tempo che propendesse per un atteggiamento diverso nei confronti del presente o del passato. Piuttosto, che rendesse pensabile una diversa costruzione del futuro, ove il tempo non fosse semplicemente memoria di forme, o apparenza di significato, bensì incontro di realtà e immaginazione, ripetizione d’inconscio, reminiscenza involontaria di quel presentimento del fantastico che si annida in ognuno di noi.

Così, come certamente occorse a Jean Potocki, (il grande viaggiatore di fine ‘800), davanti a ciò che non era mai cambiato nell’astratta sensazione del vissuto, la cui sembianza figurativa del passato diventava ripetizione di ciò che siamo, anch’io mi sono chiesto: “Quale anima è così inaccessibile all’ammirazione da potersi sempre difendere da questo esaltato sentimento che è l’immaginario?”, nel mentre, pur rimanendo sempre uguale a me stesso, andavo riscoprendo la memoria antica, farsi presente nella realtà del tempo in cui vivevo.

Né il desiderio di scienza né l’attenzione del filologo, mi sono mai sembrate poter essere dimora essenziale di ciò che sono. Sebbene, in virtù di ciò che a volte vale il mio segreto sentire, tendo a trasportare l’impostazione conoscitiva al di sopra dell’orizzonte cosmico che mi è dato. Consapevole che ogni mia azione trova una diversa ragione d’essere, un sentire “altro” in cui l’immaginario si esprime e si rappresenta secondo le proprie tendenti aspettazioni.

Come la seduzione non è solo dei corpi o della mente, anche il mio ambito viaggiare, preso a immagine e simbolo, può diventare un paesaggio dell’anima dalla cui profondità si dipartono sia la ragione dei pochi, che la follia dei molti. “Allora, per quanto ci si allontani, all’immaginazione stanca, resterà solo e per sempre l’idea dell’immensità”, come pure scriveva Jean Potocki, ancora agli inizi del Novecento, in occasione di un suo viaggio attraverso il Sahara. Quella stessa immensità di chi, come me, un giorno ha scoperto la via di un possibile dialogo tra le diverse forme di cultura e di modelli interpretativi delle prime civiltà, tra gli ammirevoli scenari “oggettivi” della natura e “l’astrazione” insita nel divino che verosimilmente l’ha creata, trasferendo l’anima profonda del mondo, nell’opera pur grandiosa dell’uomo. All’interno di quella realtà/irrealtà ch’è fuori dal tempo, nell’armonia della quale, s’incontra la bellezza del creato, e alla cui seduzione mi sono volontariamente arreso.

Solo il fantastico ha qualche possibilità di essere reale ripeto sovente a me stesso, citando Teilhard de Chardin, nel far ritorno a quando lo scrivere era considerato privilegio esclusivo di “colui che scrive”, ancor più che un‘incombenza per le sue infinite possibilità di applicazione. Di certo un mestiere antico, anzi millenario, che non ha ancora esaurito il mandato assegnatogli in origine, tantomeno ha esautorato la sua finalità di mezzo per la circolazione delle idee e dei pensieri. Quella parola “detta” che pur risuonando magica all’ascolto, suonerebbe vaga, difficile da interpretare e fermare nella mente, senza prima averla trascritta, come del resto accade per tutto ciò che riguarda il surreale, il suggestivo, il fantastico, che è poi il contenuto dell’immaginario, l’intuizione creativa, l’invenzione, il pensiero apparente, ove apparenza sta per evidenza, visibilità, manifestazione, ierofania.

Questi i luoghi dell’anima dove è ancora possibile ampliare la nostra futura conoscenza, oppure continuare a indugiare nell’oblio, abbagliati dalla sola luce dell’innocenza o dannati per sempre in quel voler raggiungere il “sublime” che pure portiamo dentro di noi; consapevoli di un assoluto che si manifesta attraverso ciò che siamo divenuti e che abbiamo saputo riunire nell’immutabile gioco delle esistenze, d’ogni singola esistenza. Eppure, esito ancora davanti a una simile rivelazione, come esitai nei passi prima di arrivare al cospetto della Sfinge che maestosa si mostrava ai miei occhi attoniti, nella piana di Ghiza.


Piana di Ghiza  - Le Piramidi
Piana di Ghiza  - Le Piramidi


Cieli artificiali.


Ricordo, il sole s’inabissava al tramonto, “l’ora più bella”, non già dietro una duna, bensì al lato della grandiosa piramide di Chefren che al pari di una spessa quinta, ne adombrava il volto. O era forse a causa di un’eclissi che già Horo, il “dio grande” dell’Antico Regno, aveva predisposto nell’ordine del tempo, lasciando risplendere ogni cosa intorno della sua straordinaria e luminosa bellezza. Horo, che in quell’istante decideva di spegnere il giorno, così come ugualmente decideva del proprio destino che, abbagliato di luce, andava a morire a Occidente, per poi rinascere, l’indomani, dopo un lungo e periglioso viaggio, nel buio stellato della notte, a Oriente. Allorché, rivolto lo sguardo intrepido sul mondo, restituiva all’umanità tutta, la suprema certezza del suo “essere divino”, l’infuocato astro del Sole che rifulgeva altissimo sulle altre stelle:


. . .


C’è tumulto nel cielo:

“Vediamo qualcosa di nuovo!”, dicono gli dèi primordiali.

Horo è nella luce del Sole!

I signori delle forme si prendono cura di Lui.

. . .


Horo dall’occhio azzurro!

Salute a te, o Occhio di Horo.



La grande piramide di  nella piana di Ghiza
La grande piramide di  nella piana di Ghiza



“Colpi di cembali e fanfare risuonano nel Tempio di granito e alabastro,

dai pilastri quadrati e spogli, e i sacerdoti vestiti di bianco, salgono verso la Sfinge sul dromos in dolce pendio, intonando al suo cospetto l’inno maschio e puro”:


. . .


Tu t’innalzi benefico

Ammone-RâHarmakouti

Tu ti svegli veridico, Signore dei due Orizzonti

Tu risplendi e fiammeggi

Tu esci , Sali, culmini da benefattore

Gli dei e gli uomini tutti s’inginocchiano davanti a questa forma

Che è la Tua, o Signore delle forme!

Vieni dunque, verso il faraone

Dagli i suoi meriti in cielo, la sua potenza sulla terra

Sparviero santo dall’ala folgorante

Fenice dai molteplici colori

Corridore che nessuno può raggiungere

Nel mattino delle sue nascite.


la Sfinge sullo sfondo la grange piramide di Chefren.
la Sfinge sullo sfondo la grange piramide di Chefren.


L’altera Sfinge in guisa di Leone dal bel volto umano, immagine vivente dell’aspetto divino e guerriero del Faraone che incarna, li accoglie benevola, ieratica e salda, come inabissata nell’ombra della sera che la nasconde allo sguardo, distesa sulla sabbia rossa del deserto, custode silenziosa, protettrice del sonno dei morti, affinché l’attraversamento intrapreso verso l’aldilà, non venga disturbato da possibili predatori intenzionati a carpire quel che necessita al loro cauto peregrinare. Un andare lento il loro, che accompagna le anime dalla tomba fino alle soglie dell’Amenti, rischiarato appena dalla luce della luna e delle stelle. L’aldilà cui giunge benevolo il saluto regale della Sfinge che sul mattino, carpisce nella lontananza del cielo inferiore, il primo abbaglio del Sole nascente, e lo rimanda, specchiato nel disco dorato (che un tempo gli sovrastava il capo), alla barca solare dei defunti che affrontano il periglioso viaggio verso l’eternità.

La divinità di Osiride che li attende sulla sua barca notturna (Neshemet), resta sullo sfondo indistinto d’una immortalità possibile, senza mostrare il suo volto, rispettosa e tuttavia carica di quell’aspetto minaccioso che non distingue e non separa, che ha conquistato la propria equanimità nella definitiva sentenza, per cui accoglie solo quelle anime giudicate oneste, giuste, devote. Un’attesa propiziatoria all’ascesi, alla spiritualità che rende la loro anima “leggera” e gli permette di entrare a far parte del Tutto.

Nondimeno il defunto deve dimostrare di aver adempiuto alle leggi divine, che non ammettono disparità, diseguaglianze, irregolarità di sorta, prima di essere interpellato da Anubis e sottoposto al giudizio di Osiride. La cui severità della pena, tutta fa dipendere da Maat, “la bella dea della regola eterna”, incarnazione della giustizia umana e per questo destinata a sopravviverle, e dalla sua piuma (suo simbolo geroglifico), che la dea pone sulla bilancia del giudizio, e che fa da contrappeso al cuore del defunto:


. . .


Salute a te, o grande dio, signore di Maat.

Io vengo a te, o mio signore,

essendo stato condotto a contemplare la tua bellezza.

(Per dirti) che non ho commesso iniquità

nella sede di Maat.


Al di qua del remoto mio essere nel presente, non mi è dato scrutare gli eventi descritti, che pure riflettono della pienezza emotiva, suggestionata dall’enfasi attrattiva e che, in qualche modo, da essi scaturisce, se pur riconducibili a quel recondito centro di coscienza, a quella consapevolezza improvvisa, che è solo nel cuore e nella mente di chi li osserva oltre i confini del tempo. Là, ove si proietta e riflette l’assoluta compiutezza dell’immaginazione.

È semmai nel cogliere la sua indiscussa fascinazione che mi colpisce agli occhi, che del viaggio intrapreso attraverso la Valle del Nilo rivivo l’esperienza palpabile del passato, nel concepire l’essenziale giustezza delle cose, nel visualizzare le fattezze dell’arte, nell’esprimere con le parole di sempre, la bellezza espressa dal mito come suprema espressione di un senso estetico, significativo di quel rapimento dell’anima che solo si prova nella contemplazione delle cose astratte.

Una possibile anagogia, quell’elevarsi a cose sublimi come percorso di risalita dell'intelletto che, partendo dalla considerazione delle cose più semplici, s’innalza fino a scoprire nelle spoglie memorabili dell’immagine del mito che rappresenta, il simbolo dell’eterno. E che gli uomini, da sempre trasferiscono di là dell’umano comprendere, perché, “se restasse al di qua, non consentirebbe il dispiegamento di quell’ordine a cui, in tutte le mitologie, le divinità si sottraggono”. Come già l’anonimo viaggiatore ebbe ad annoverare, nell’andare alla ricerca di probabili cieli artificiali e arabeschi di sabbia, per cui la Sfinge, trasfigurata la fascinazione dell’arte, tramuta in manifestazione ierofanica, nella percezione di un immaginario collettivo che, evocate all’uopo, scaturiscono in evento.

Da cui l’essenza che diventa forma, la divinità che si fa persona, e in funzione di ciò, entra prepotentemente nella storia che ne consegue. La divinità che in realtà la Sfinge raffigura palesa quello “sfondo indistinto, quella riserva di ogni differenza, quella totalità mostruosa da cui gli uomini, dopo essersene separati, avvertono come loro sfondo di provenienza e che per questo mantengono lontana, distanziata nel mondo degli dei”. Il mondo in cui abita è “il mondo del simbolo dove non c’è distinzione di sorta fra il giusto e l’ingiusto, fra ciò che è bene e ciò che è male, incapace di articolare la differenza in cui la coscienza umana si esprime”.

Nell’assoluta mancanza di una propria conformità, spesso irriconoscibile, la “divinità non sa mantenere neppure una propria identità, perciò si concede alle metamorfosi più svariate senza fedeltà e senza memoria. E muta come il fuoco quando si mischia ai profumi odorosi, prendendo nome di volta in volta dal loro aroma”, rivestendosi di una simbologia “altra” , sensibile, labirintica, supera l’immagine stessa che la compone, per entrare nella sfera del profondo, fino a raggiungere il lato oscuro del nostro inconscio.


Il sublime volto della Sfinge
Il sublime volto della Sfinge

In quanto essenza scultorea la Sfinge è rappresentazione dell’avvenuta ierofania che si manifesta attraverso la luce, rivelatrice dell’idea originaria, rifratta nella volumetria di principi non puramente esistenti. Come una serie di istanti che si rincorrono e che si succedono in prossimità dell’evento misterioso che la vede trasformata in oracolo, non solo ad esclusivo beneficio del suo sembiante umano, bensì per assicurare la continuità della propria elevata divinità. È così che, davanti alle porte della percezione, nella pienezza della sua forma scolpita nella pietra, in cui il tutto si mostra in un solo concentrato istante, la Sfinge, con un atto di grande fermezza, assume le sembianze del mito che rappresenta, fondato sull’immagine dell’eternità, in cui tutto è visione, devozione, offerta di abilità, mistero mimetico, veicolo del sacro, ascési raggiunta.

Nella sua doppia identità maschile e femminile di cui si dice in tradizioni più remote, la Sfinge era considerata un “segno di fuoco” associato al Sole e all’oro. Emblema pregnante che le conferiva caratteristiche assolute, come l’amore per lo sfarzo e la ricchezza, piacere nella vanità, inclinazione al dominio e alla tirannia, ma anche autorità naturale e spirito elevato. Requisiti che entrarono a far parte del corredo regale del Faraone, com’era appellato il Signore dell’Egitto, che non di rado, in qualità di massima autorità reale e religiosa, veniva rappresentato in veste di domatore di leoni, o che cavalcava uno di essi, a significare la forza virile e il potere assoluto di cui era investito, emblema del proprio valore, degno del rispetto e dell’onore che rappresentava.

Simbolo al tempo stesso di oscure capacità propiziatorie, senz’altro antecedenti alla sua immagine figurativa che si vuole scaturita dall’ “idea madre di tutte le cose”, la Sfinge sembra riflettere quella Tefnét adorata sotto forma di leonessa, sposa di Shu, più tardi assimilata alla “dea lontana” Sekhmet (che pure rivestiva la forma maschile del Leone), altresì figlia di Râ e manifestazione del suo occhio, oltre che incarnazione dell’energia solare e dei suoi raggi fiammeggianti con cui distruggeva i nemici, come pure era raffigurata sulle pareti della tomba di Sethi I (XIX dinastia) e in alcuni templi dell’epoca dei Lagidi (dinastia dei Tolomei).

Immagine di  Sekhmet
Immagine di  Sekhmet

Sekhmet, la terribile dea della guerra e del furore, appellativo che invero le proveniva dalla sua natura solare, per il colore marrone-oro del manto e della criniera raggiata (nel maschio), era legata a due estremi contrapposti che avevano dato luogo al suo doppio simbolismo: sia come modello di guerriero eroico e radioso, sia come metafora del mondo degli inferi e delle tenebre. E per questo chiamata, nell’ambito delle prerogative divine, anche: Signora del Sicomoro, identificata con una divinità locale più arcaica detta Signora di Punt, dal nome della regione lontana da cui proveniva l’incenso purificatore, necessario nelle pratiche religiose e nella mummificazione.

Altre immagini cultuali si fondono, a un certo punto, con questa divinità di grande e controllata energia, in quanto inarrestabile nell’attacco e letale in battaglia, tali da esigere il suo passaggio a una diversa identità, più invulnerabile dal punto di vista cultuale: Hathor, la dea dai molti nomi. Detta tra l’altro: L’amata di Râ, dea della gioia e del piacere, il cui simulacro presenziava ai banchetti che si tenevano tra i vivi, ma che dovevano glorificare i morti, lasciando penetrare, in modo contrario alle leggi del cosmo, la vita nel dominio riservato alla morte. Acciò, alla divinità di Sekhmet, rappresentata in origine con la testa di leonessa, e più domesticamente di gatto dal nome Bastet, era dedicata una grande festa, all’inizio della mietitura a Tell-Basta, città in cui la sua venerazione era dominante e tra le cui rovine furono rinvenuti molti oggetti di culto in vasti cimiteri di animali sacri, soprattutto di gatti.

Sekhmet fa la sua comparsa in un mito di punizione e di perdono nel "Libro della Vacca del Cielo" in cui si narra di come gli antichi dei, inviati da Râ, riuscirono a placarne la furia, dopo che egli stesso l’aveva scatenata contro gli esseri umani con il compito di distruggerli, poiché rei della loro stessa malvagità avevano osato cospirare contro di lui. La furia di Sekhmet avrebbe portato all’estinzione dell’ umanità se Râ non avesse deciso di fermarla dandole da bere della birra tinta di rosso, che la dea scambiò per sangue umano bevendone fino a ubriacarsi, cosa che placò le sue ire e la fece addormentare profondamente.

Nella mitologia di riferimento si narra che Sekhmet, al suo risveglio, si ritrovasse trasformata in Bastet, la bella dea dall’aspetto di gatto, dalle apparenze pacifiche e le qualità benefiche del sole al quale si crogiolava, prevenendo al culto a lei dedicato, detto: La Festa dell’Ebrezza, che si svolgeva durante l’akhet, la stagione delle inondazioni del Nilo, celebrato in tutto l’Egitto. In special modo in quei luoghi in cui si credeva che la bevanda preparata dagli déi, tracimando, avesse impregnato la terra, rendendo il terreno fertile alla vite ch’era servita alla preparazione del vino: “la prima bevanda fatta dalle mani dell’uomo per il piacere degli dei”:

. . .


I giardinieri della vigna dicono:

Vieni, nostro signore,

vedi le tue vigne e rallegrati per esse!

Schiacciano i vendemmiatori l’uva davanti a te,

molta uva è per terra:

ha più succo dell’anno passato.

Bevi e sii ebbro,

non cessare di fare ciò che ti piace.

(..) La notte viene,

l’uva è pesante di rugiada.

Si pigi in fretta e si porti alla casa del nostro signore!

Tutto ciò che esiste viene da dio:

beva in pace il nostro signore il suo succo

e ne renda grazie a dio!

Se ne faccia una libagione al genio della vigna,

che dia molto vino quest’altr’anno.

Sekhmet in una rappresentazione dell'Antico Regno.
Sekhmet in una rappresentazione dell'Antico Regno.

Un altro centro di culto dedicato a Sekhmet trovava luogo a Menfi dove, durante il Nuovo Regno, la dea era venerata come divina sposa di Ptah, versione femminile dello stesso dio, e madre del dio–loto Nefertum, che nella teologia eliopolitana diede forma a un’importante centro di pensiero, in cui il “senso” della bellezza, diverso dal “desiderio” di bellezza, era visto come armonia e proporzione delle parti, la sua incorruttibile essenza divina, come splendore. La speculazione teologica dei sacerdoti menfiti collocava Ptah, il dio-creatore a capo della Triade divina legata al suo luogo d’origine, lì ove si era stabilita la monarchia delle epoche più antiche, rappresentato sotto le sembianze di un uomo strettamente avvolto in un lenzuolo (sudario) con il copricapo a calotta azzurra e gli scettri compositi che stringeva tra le mani (djed, flagellum, pastorale).

Il supremo dio Ptah
Il supremo dio Ptah

Assimilato ad Apis (Hop, nella lingua locale), una divinità rurale poi riconosciuta nel Toro, e a Sokaris, protettore della necropoli di Saqqara e delle città funerarie in genere, Ptah era simbolo della generazione e della forza fecondatrice. Adorato nella stessa regione fin da epoche remote, era chiamato a presenziare con la sua divina sposa Sekhmet, alle feste dette Sed. L’Heb-Sed, ovvero Festa del Giubileo, ripetizione della cerimonia d’incoronazione del faraone in carica, originiariamente celebrata dopo i suoi trenta anni di regno, serviva a rinnovare il Mistero della Rinascita. I riti della festa, che ci è nota attraverso i finissimi dipinti sulle pareti delle tombe a Saqqara, mostrano rituali magico-religiosi ancora oggi difficili da interpretare, pertanto, tutto ciò che se ne deduce rimane nel campo delle ipotesi.

Il culto connesso alla festa presentava un carattere magico incontestabile, dal momento che si rifaceva, in certa misura, al più antico rito del sacrificio del re, attestato presso molti popoli già in epoca preistorica, e consistente nella sepoltura a scopo rituale di una piccola statua che (forse) conteneva la placenta del futuro Faraone, conservata dopo la sua nascita e simbolicamente destinata al rinvigorimento del suo ka, la “forza vitale” che lo teneva in vita. Festa in cui il Faraone doveva correre lungo un certo circuito dando prova di forza e robustezza, cosa questa che restituiva al sovrano, ormai avanti con l’età, il riconoscimento dei suoi pieni poteri.

Stando a studi più recenti, la festa Sed si componeva di tre momenti diversi: la prima, una sorta di ripetizione rituale dell’intronizzazione, in cui si mirava a rinnovare la potenza che il Faraone aveva magicamente acquisito e a restituirgli nuovo vigore fisico. La seconda, alla quale presenziava anche la regina, a simboleggiare l’eredità antica della corona; e i suoi figli, anch’essi principi reali, a testimonianza della continuità della stirpe. La terza, volta all’identificazione del sovrano con Osiride, che si compiva con l’atto mattutino in cui il Faraone, alla presenza della corte e di una gran folla di sudditi raccolta per l’occasione, erigeva il pilastro simbolico detto djed.

La Festa per l’Erezione del Djed, connessa con l’intronizzazione reale del Faraone, veniva compiuta in onore di Ptah “dio supremo dell’Antico Egitto”, il cui culto si vuole risalente a epoca Tinita (I e II dinastia), durante la quale il dio rinasceva dall’ombra delle tenebre come stilizzazione dell’albero sacro, a sua volta legato al culto funerario di Sokaris (Sokar), dio primitivo della necropoli menfita, il cui aspetto originario era di falco o di falco “mummificato”, spesso scambiato con quello di mummia umana con testa di falco, raffigurato nella sua forma più antica, in piedi su una delle barche sacre. Il djed a forma di pilastro come attributo regale del Faraone che ne assorbiva le caratteristiche funerarie, è generalmente considerato “un tronco d’albero privato dei rami”, e messo in relazione con l’albero di Byblos in cui si vuole fosse racchiuso il simbolo solare della sua identificazione con Osiride, detto anche Signore del Djed. Un’idea mitica presumibilmente ripresa da un culto piuttosto estraneo alla civiltà egizia, forse già in uso presso i Caldei.

Il dipinto di una rappresentazione della Festa per l’Erezione del Djed, risalente all’epoca di Amenhotep III (XVIII dinastia), mostra il sovrano al cospetto della sua famiglia che, aiutato da alcuni inservienti, tira una corda per issare il pilastro djed, con i sacerdoti che l’osservano adoranti con le braccia levate, e la popolazione danzante che prende parte alla cerimonia. Erodoto, lo storico greco che ne fu testimone a Busiris, grande centro del culto di Osiride (Neb Djed), narra, tra l’altro, che durante lo svolgersi della festa, venivano mimati combattimenti tra le fazioni dei “servitori” di Seth e quelli di Horo, in ricordo della loro rivalità per la supremazia divina.


Ptah, il dio-creatore che imbraccia i djed.
Ptah, il dio-creatore che imbraccia i djed.

Le iscrizioni attestano che il djed rappresentava il dio Osiride-Sokaris, eretto il giorno successivo alla “rappresentazione dei funerali” del dio stesso, con un rito che si celebrava il primo giono del primo mese della stagione invernale (germinale). La festa sembra aver rivestito un tempo duplice carattere politico, in quanto commemorazione della vittoria del Sud sul Nord e della successiva unificazione dell’Egitto; e agricolo, in quanto simbolo della resurrezione di Osiride, (in relazione con le acque del Nilo), qui rappresentato da Hapi, (divinità la cui origine è sconosciuta).

Ciò, in quanto bagnandosi nelle sue acque, Osiride faceva dono all’Egitto della propria forza fecondatrice e rigenerativa. In altre iscrizioni Osiride era anche detto Signore della Vegetazione, in quanto, come questa muoriva nel periodo dell’inondazione per rinascere a primavera, dopo aver soggiornato sottoterra come il grano seminato. In qualità di divinità cosmica, Osiride era anche assimilato al Dio Grande celeste, come prima di lui il dio Horo, possessore di un carattere ctonio che aveva senz’altro contribuito a consolidare la sua fama. Tale concezione si spiega solo se si considera che, almeno dall’epoca predinastica fino alla fine dell’Antico Regno, allorquando il defunto sovrano era assimilato a Osiride che ne palesava i poteri divini e poter superare le avversità.

Una tipica forma del djed è quella di amuleto di lunga vita da porsi al collo del defunto nel viaggio che intraprende nell’aldilà, la cui formula scritta nel Libro dei Morti, inizia con un’allocuzione: “Ecco, questa è la tua colonna vertebrale”, quasi che lo spirito di Sokaris, raffigurato nella sua forma più antica con la testa di falco “mummificato” e posto sulla barca sacra di Osiride, agisse sopra gli eventi come se non fosse sottoposto ad altri “ordinamenti” all’infuori dei propri. Il connubio Sokaris-Osiride dunque, come punto d’incontro delle due realtà religiose dell’Alto e del Basso Egitto dopo l’unificazione, avvenuta durante la III dinastia, e dopo che Menes e Narmer, guide o forse condottieri appartenenti alla Prima - dinastia, ne avevano compreso l’interesse politico-religioso, e che fecero di Menfi un “punto” d’origine comunitario.

Dipinto raffigurante l'inalzamento del Djed.
Dipinto raffigurante l'inalzamento del Djed.

Sorta sulla punta meridionale del Delta, Menfi divenne ben presto simbolo del ritrovato equilibrio, luogo socio-strategico e socio-religioso, confermato dal ritrovamento in due importanti santuari: uno dedicato a Sokaris, elevato a Signore della necropoli di Sakkara (Saqqara); e l’altro dedicato a Ptah, il “dio creatore” (avvolto nel lenzuolo) che, una volta stabilita sul territorio la sua giurisdizione, venne eletto a capo della Triade divina, una delle più potenti d’Egitto, ricomposta dopo la lotta fratricida avvenuta tra Horus e Seth ritenuta necessaria per per contribuire a realizzare i loro piani di supremazia in Egitto. I rapporti esistenti in origine fra queste due divinità si tenevano in equilibrio come due tendenze opposte per loro diversa natura: l’una Horus colma di un dinamismo creatore e trasformatore che presiedeva al divenire cosmico; l’altra Seth che incarnava il principio arido, concentrato, tendente a ciò che è duraturo, immutabile, l’essere assoluto, e che possiamo qui rappresentare come la lotta infinita tra il bene e il male. Contrapposizione che terminò con la caduta di Seth a favore di Horus nell’escatologia menfita (?):


. . .


Horo e Seth (adesso) sono in pace.

I due fratelli sono uniti.

I due fratelli non si combattono più.

Sono uniti in Het-ka-Ptah, la bilancia delle due terre

nel luogo in cui i due paesi si trovano in equilibrio.


(Continua)




http://bit.ly/2KXOHHj leggi anche: "Shesep Ankw" ... La Sfinge / 1


la terribile Sekhmet
la terribile Sekhmet



Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×