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Una storia di MAriaCristinaBenetti

STORIA DI SOGNI E REALTÀ

Ecco perché ho iniziato a "scrivere".

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5 minuti

Pubblicato il 11 luglio 2019 in Altro

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In un cassetto ho trovato un quaderno di componimenti in rima.

6 Giugno 1980 è la data dell’ultimo scritto. Avevo diciassette anni. Questo quaderno racchiude uno dei miei sogni di quando ero ragazza. Adesso che di anni ne faccio cinquanta-e-più, ho realizzato quel sogno: ho scritto un libro. Vi dico come ho fatto.


Tutto è iniziato come un percorso terapeutico: dovevo curare una ferita invisibile. Avevo subito l'asportazione di un tumore, ma me ne portavo dentro il segno. Mi era stato tolto dal torace, dovevo trovare un modo per togliermelo dalla testa. Grazie al suggerimento del mio terapeuta, ho preso parte a un corso di scrittura. Lo scopo era aiutarmi a esprimere con parole scritte quello che non riuscivo a pronunciare.


Le prime lezioni le ho fatte scarabocchiando. Non riuscivo ad alzare gli occhi. Li tenevo fissi sul foglio e mi perdevo nei miei ghirigori.

Ghirigori
Ghirigori

Come primo esercizio dovevo scrivere quindici frasi, argomento “Mi piace”. A fatica sono arrivata a dieci. Nella mia testa non c'era niente di piacevole di cui volessi scrivere.

Il tutor del corso di scrittura, ci dava i compiti per casa. “Piacere di averti conosciuto” era il titolo del primo racconto che abbiamo dovuto consegnare. E non è stato un piacere, era solo un compito.

Poi piano piano sono arrivate le parole, quelle che scrivi per il gusto di farlo, e ho iniziato a raccontare. E come quando scrivevo sui banchi di scuola, è arrivata la prima nota positiva: “Brava Cristina, hai fatto un buon lavoro”. Ma non erano più semplici esercizi. Scrivere era diventata una necessità. Applicarmi nella scrittura mi ha aiutato ad allontanarmi dal pensiero continuo del tumore, nel frattempo mi ero ammalata, ancora. Ma già sspevo dove trovare conforto. Come se scrivendo mi liberassi del dolore che mi aveva provocato.

Lo step successivo è stato prendere parte al progetto di un libro a più mani: insieme ad alcune compagne, avrei potuto scrivere sul mio percorso di malattia. Potevo farlo come volevo, potevo dire tutto quello che volevo. E l'ho fatto.


Mettere sulla carta il dolore che mi portavo dentro era come farlo uscire dalla mia testa. Ed è così che ho iniziato, non a dimenticare, ma a metterlo in secondo piano.

Come se ricercare le parole che volevo scrivere significasse cercare me stessa.

Ma ho scritto così tanto da dover decidere se accantonare gran parte del mio lavoro, o intraprendere un progetto diverso: farne un libro tutto mio.


Sono entrata in modalità panico. Come potevo pensare di rincorrere quel sogno? Non sapevo se ne sarei stata capace. Mi è stato detto che dipendeva solo da me.

È stato come fare una scommessa: potevo arrendermi prima ancora di provarci. Oppure potevo investire su di me, sulla mia autostima.


Ho continuato a scrivere. Annotavo tutto, ovunque fossi. Sul mio quaderno, nel cellulare. Anche alla guida, continuavo a ripetere quello che mi passava per la mente: non volevo rischiare di dimenticare un episodio o una frase di cui avrei voluto scrivere.


Non ho titoli di studio. Ho usato parole semplici, quelle che conosco.


Ricordando i consigli del mio maestro di scrittura, ho cercato di descrivere attraverso i gesti.

“Lavorare sui dettagli, fare vivere la scena”. Non so se è un bel libro, ma ho parlato di me, di quello che ho vissuto, di quello che ho provato. Con onestà.


Non riuscivo a farlo parlando, penso di esserci riuscita scrivendo.


Poi ho riletto fino allo sfinimento, a voce alta, cercando di correggere quello che potevo, chiedendo aiuto dove non riuscivo. La mia mancanza di cultura è per me un limite. A volte me ne vergogno. Ma sono orgogliosa di me, ho realizzato il mio sogno. Scrivere quei racconti ha rafforzato la consapevolezza che ce la posso fare. Posso emergere dalle cose brutte della vita, trasformandole in positivo.


Sono stata operata di tumore, e ho curato il mio timore della malattia.


Non è solo merito mio, ma anche di chi mi sta accanto. Di chi con il suo lavoro aiuta me e tante persone che come me hanno bisogno di qualcosa in più.


Io ho bisogno di solidarietà. Mi fa sentire meglio, mi fa credere che trovare aiuto è possibile. Poter contare sul supporto delle persone alleggerisce la paura di un percorso da fare da sola. E mi fa sentire protetta.


“Perché l’hai fatto, perché hai scritto di te?”.

Desideravo far leggere una storia che non è solo mia, ma di tutte quelle persone che si ritrovano catapultate in un mondo fatto di cellule neoplastiche e di termini di cui forse avevano solo sentito parlare.


HO REALIZZATO UN SOGNO | PERCHE' A VOLTE I SOGNI SI AVVERANO


Prima di diventare una paziente oncologica, pensavo che fosse una malattia degli altri, come se io ne fossi immune. Adesso che ho vissuto questa realtà, ho come aperto gli occhi.

Quando vedo una donna con un copricapo, penso che siamo veramente in tante a esserci ammalate. Prima non le vedevo, o non volevo vederle. Forse avrei dovuto fare come fanno i bambini. Guardare con la curiosità di conoscere e di apprendere.


Ho letto una frase di Albert Einstein: “Chi non riesce più a provare stupore e meraviglia è già come morto e i suoi occhi sono incapaci di vedere”. Mi è stato detto che a volte i miei atteggiamenti non corrispondono alla mia vera età. Mi piace pensare di essere una donna adulta che conserva lo spirito di una diciassettenne.


Penso sia stato questo a farmi scommettere su me stessa. Quando si è giovani si pensa di poter fare tutto, e di avere una vita intera da trascorrere. Scrivere il mio libro è stato come tornare giovane.


Sono una donna di cinquant’anni e più, e ho realizzato quel sogno di quando ero ragazza.

Perché i sogni, a volte, si trasformano in realtà.


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