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Una storia di AleCiviero

Questa storia è presente nel magazine Le mie Storie di 20 Lines

Il ritorno dei cani di guerra

Pubblicato il 16 luglio 2015 in categories.


Il comandante Montag, nonostante un'assenza durata parecchi anni, mi aveva rintracciato ed io non avevo resistito al suo fascino selvaggio. Non so come avesse fatto a scovarmi nel profondo della campagna inglese, in un villaggio immerso nel verde e nella tranquillità, che veniva da un retaggio ancestrale di isolamento e staticità. Veramente fu il maggiore Osgood a presentarsi un sabato mattina alle porte di casa mia, mentre Allie era uscita a fare le spese. Me lo trovai davanti, sul vialetto, già dentro il mio giardino, con la fronte alta, gli occhi grigi pulsanti e i capelli bianchi. Non lo riconobbi subito, questo lo ammetto, e lui non fece niente per rinfrescarmi la memoria. Il maggiore Osgood, o semplicemente il Maggiore, così l'avevamo sempre chiamato. Non so quale fosse il suo vero nome, né se questa carogna sopravvissuta a centinaia di battaglie sui terreni più cruenti di tutto il mondo, ne avesse uno. Mi tese la mano, mentre lo scrutavo sconcertato, senza parlare. Poi, quando fece il nome di Montag, allora tutto il passato si rovesciò sulle mie spalle e la mente entrò in subbuglio. Non ricordo come convinsi mia moglie Allie, o se in realtà tagliai la corda con qualche escamotage, sapendo di mettere a repentaglio il mio matrimonio, anche se io e Allie non eravamo più giovanissimi. In capo a due giorni mi ritrovai a Londra, nella City, al ventesimo piano di un palazzo di cristallo, avveniristico, che mi fece una certa impressione. Vetrate enormi, pavimenti di marmo, porte automatiche a doppia anta, moquette e quadri alle pareti. Mi chiedevo cosa c'entrassimo noi con questo posto che sembrava la sede di una banca o di una multinazionale. Capii in parte, quando io e il Maggiore venimmo ricevuti in un lussuoso ufficio le cui finestre davano sul cetriolo della Swiss Re. Un uomo anziano, dai tratti scavati e gli occhi a fessura, ma taglienti come coltelli d'assalto, ci ricevette seduto dietro una scrivania di cristallo, sul piano della quale c'era solo una cartella di pelle richiusa, niente computer, telefoni, fogli di carta o portapenne. Nessuno spazio alla praticità, solo una freddezza spartana, probabilmente calcolata. «Duecentomila sterline...», aveva detto a un certo punto l'anziano, dalla testa calva, puntinata di macchie scure e dai baffi grigi appena accennati sopra una bocca crudele: «Centomila per lei, Maggiore, e altre centomila per il suo assistente... il costo di tutta l'operazione sarà a carico dei miei clienti...». Erano un sacco di soldi, ed io guardai Osgood con un accenno di sconcerto. Lui invece non si scompose, anzi, annuì e trasse dalla tasca della vecchia e lisa giacca di pelle che indossava un foglio di carta sgualcito. Lo pose sopra il ripiano della scrivania e lo spinse verso il vecchio. Questi lo raccolse con lestezza e spiegandolo diede un'occhiata a quello che sembrava un elenco di nomi. Richiuso il foglio accennò ad un sorriso, che sul suo volto sfatto sembrava un ghigno: «Ottimo, Maggiore...» disse con una certa soddisfazione nel tono: «Allora potete cominciare subito.» L'anziano che nonostante l'età, esibiva un fisico coriaceo e dalla dura scorza, alzandosi dalla poltrona ghermì un bastone dal puntale di metallo e il pomolo argentato, sopra il quale, gettandovi lo sguardo casualmente, notai l'incisione di una fenice che risorgeva dalle fiamme. Alzai lo sguardo, incredulo, e mentre l'uomo faceva il giro della scrivania zoppicando vistosamente dalla gamba destra, mi smarrii dentro il suo sguardo impietoso. Quando fu davanti a me, seppur leggermente ingobbito, piegato sull'arto offeso dalla ferita che ricordavo bene, allungò la sua sinistra salda come un artiglio e mi strinse il bavero della camicia: «Benvenuto a bordo!» Disse, quasi senza aprire le labbra, ma serrando uno sguardo di ghiaccio su di me. Allora, e solo allora, riconobbi nella sua presa, nei suoi occhi e nella sua voce, quella temibile del comandante Montag, uno dei più spregiudicati e cinici mercenari del ventesimo secolo. Appena un mese dopo, tramite l'agenzia, riuscimmo a mettere insieme un piccolo ma agguerrito esercito di contractors, grazie ai fondi e ai contatti dell'ex comandante Montag, che io credevo morto tanti anni prima, in Africa, durante una spedizione finita tragicamente, e dopo la quale, molti di noi, decisero di intraprendere strade diverse. Ero giovanissimo allora, adesso ero maturo, ma nella testa ero rimasto un contractor, o mercenario, come si diceva allora, ed il mestiere delle armi scorreva ancora fluido nelle mie vene, nonostante gli anni, nonostante le rughe sui nostri volti impastati dal sudore, dalla fatica, dalla violenza. All'epoca eravamo giovani, ora lo eravamo ancora, dentro di noi, e qualcosa vibrava nel petto, quando sul nostro orizzonte compariva qualcosa di incerto, ma anche di redditizio. Montag non era morto, il Maggiore era al mio fianco su quell'aereo che ci stava trasportando in una ex base militare nel sud est dell'India. Ancora non mi era chiara la nostra destinazione, ma mi fidavo dell'esperienza di Osgood, e dello sguardo magnetico ed autoritario del vecchio che a Londra tesseva le fila, dietro una scrivania lucida. Non ci potevo credere, eppure l'evidenza mi era balzata addosso come un feroce felino, graffiandomi nel profondo. Il vecchio era Montag, e i soldati che ora stavano guardando il vuoto davanti ai loro occhi, erano i suoi soldati. Se non avesse avuto l'età avanzata e quella gamba malconcia, sono sicuro che anche il comandante Montag sarebbe stato con noi nella pancia di quell'aereo. Niente Africa, quindi, né Medio Oriente, dove il mercato era saturo, ma il Maggiore mi aveva avvertito che l'obbiettivo si spostava ad est. Io annuivo serio, ma con la bocca chiusa, perché sapevo che gli ordini, quelli veri, quelli per l'azione, sarebbero arrivati al momento opportuno. Faceva caldo, un caldo afoso, tropicale, soffocante, a cui non ero più abituato, in quella base dispersa da qualche parte nel Tamil Nadu. La logistica e gli armamenti erano già stati preventivamente spediti, ed io, bevendo un chai indiano, così diverso dal nostro tè, assaporavo sulla pelle l'ultima incertezza di cui non sentivo parlare alcun uomo, ma sapevo attanagliare tutti nel profondo. I contractors, che Osgood ed io avevamo ingaggiato, erano tutti professionisti seri, qualche giovane straniero, che conoscevo poco, e c'erano alcuni veterani, tra i quali George Sheppard che già da giovane chiamavamo Oldboy e Nilstrom, lo svedese, che aveva ancora tutti i suoi capelli biondi. Tra gli affidabili, con credenziali di rispetto, vi erano anche due francesi e Carter, un ex marine, che tutti conoscevano col soprannome di Seagull. La prima giornata fu impiegata per l'acquartieramento e la sistemazione della logistica. Durante la notte, non riuscendo a dormire, la mia testa si perse in congetture, ipotesi e ragionamenti, facendo riconoscere a me stesso che stavo invecchiando. Sì, c'erano i soldi, un mucchio di soldi. E quella era stata la molla principale che mi aveva condotto ad accettare la proposta del comandante Montag. Ma perché mi ero mosso, dopo aver riconosciuto la faccia di bronzo del maggiore Osgood? Qual era la vera natura, fuori o dentro di me, che mi aveva fatto riprendere in mano il fucile? Avevo una moglie, ora, una vita tranquilla e la testa fuori dalla geopolitica che ogni giorno la televisione mi propinava. Non potevo credere di essermi schiodato al solo fascino di Max Montag, o del suo nome leggendario, pronunciato dal maggiore Osgood, e che io credevo finito e sotterrato tanti anni prima. E poi, cos'era quest'impresa in cui eravamo imbarcati? Non c'erano personaggi da proteggere nel sud est dell'India, o governi da rovesciare; traffici più o meno illeciti da stroncare o favorire. Non c'erano guerre in corso, delle quali l'opinione pubblica fosse a conoscenza, in quel tratto afoso di Asia. Più mi lambiccavo il cervello, più sapevo che mi sarei sbagliato, ed era una cosa che un contractor non deve fare. Non si può sbagliare, né quando pensi, né tanto meno quando agisci. La questione è di portare a casa la pelle, e di fare soldi. Okay, magari non era più come una volta, quando improbabili governi africani offrivano un sacco di soldi tolti alle bocche da sfamare dei loro poveri concittadini, o diamanti di ogni forma e dimensione che da soli potevano costituire una fiorente industria, per far fuori una parte politica avversa. Ora c'erano i governi che assoldavano tipi come noi, per proteggere i propri interessi, i propri diplomatici, le proprie imprese e commerci in zone a rischio. Allora, noi stavamo lavorando per il governo? Non lo credevo probabile, conoscendo il comandante Montag. Eppure, anch'egli sembrava essersi imborghesito, nel suo abito formale, il bastone, e l'ufficio nella City. Tutte ipotesi, tutte domande che non mi sarei mai dovuto porre, ma avrei solo dovuto dormire e riposare. Il giorno seguente il Maggiore, che in realtà era il nostro comandante, ci convocò nella baracca nei pressi del campo di aviazione, che aveva assunto come nostro quartier generale. Osgood mise tutti gli ufficiali attorno ad un tavolo. Anche se sulle nostre spalle non c'erano stellette e mostrine, egli sapeva quali erano gli uomini su di cui avrebbe contato da quel punto in avanti. Io ero il suo vice, poi c'erano Oldboy, Nilstrom e "Seagull" Carter, più uno dei due francesi. Il nostro piccolo esercito era diviso in quattro squadroni, ben armati ed equipaggiati. Al campo avevamo a disposizione due elicotteri da incursione, per cui ci sarebbe stato da fare strada, su questo non avevo dubbi. Il dubbio che probabilmente assediava tutti noi, che pendevamo dalle labbra del Maggiore, era il motivo per cui ci trovavamo nel sud est della penisola indiana a scioglierci per l'afa. Nella sua mimetica, piantato dentro ad anfibi da parà, e con in testa il basco verde dei Royal Marines a cui aveva asportato l'emblema, il maggiore Osgood estrasse da una borsa di tela un fascio di carte che posò sul tavolo, senza guardarle: «Bene, signori,» esordì col tono che a lui sembrò sufficientemente solenne: «Sarete ansiosi di sapere cosa ci aspetta lì fuori...», ci furono mezze affermazioni, schiarite di gola, sguardi attenti. «L'oceano indiano.» Disse il Maggiore, inaspettatamente, e spiegò una delle carte geografiche. Vi era la planimetria dettagliata di una vasta porzione di Golfo del Bengala. Eravamo tutti un po' sorpresi, ma nessuno commentò. A circa centocinquanta miglia a nord nord est del punto in cui ci trovavamo, un gruppo di isolette sorgeva in ordine sparso nel bel mezzo del mare, ed erano indicate come Malaistan. «Un califfato islamico,» precisò il maggiore Osgood. Allora era questo. Io e Sheppard ci guardammo furtivamente, ed anche gli altri fecero altrettanto. Guerra al radicalismo islamico, o protezione di quali interessi? Il maggiore anticipò ogni commento: «Le isole si sono dichiarate indipendenti da circa due anni, ma i nostri clienti hanno rapporti con alcuni dissidenti interni, i quali pensano che la situazione attuale non sia ragionevole.» Non capivo. Si trattava di sbaragliare un avamposto del cosiddetto Stato islamico? Oppure di favorire qualche interesse commerciale per conto di qualche multinazionale cliente del comandante Montag? Non aveva alcun senso, del resto, introdursi dal nulla in quell'angolo sconosciuto e sperduto nell'oceano indiano, a meno che non ci fossero interessi occulti. Niente scorte militari, dunque; niente politici locali da proteggere, né ambasciate da presidiare in zone di terrorismo. Una cosa sola si delineava nella mia mente, quando il Maggiore aveva parlato di dissidenti interni. Un colpo di stato. Erano decenni che non ne sentivo parlare. Dai tempi dell'Africa. Gli occhi di tutti erano fissi sul viso scolpito e lucido di sudore di Osgood, e vidi barlumi di perplessità, in alcuni di essi. Il Maggiore, finite le asciutte spiegazioni, si rivolse alle espressioni più scettiche: «Ci sono domande?» No. Tutto era chiaro. Qui non c'entravano le scorte armate e i presidi militari. Qui si trattava di sparare, e di uccidere. Un lungo silenzio aleggiò nell'aria pesante. «E' tutto. Aggiornamento domattina alle cinque, signori. Pronti a partire in qualsiasi istante. Quindi da domani niente alcolici, attrezzatura in regola e stato di allerta.» Questi erano gli ordini del maggiore Osgood. Dopo il rancio di quella sera, stavo fumando un sigaro preso dalla scorta che il Maggiore aveva messo a disposizione, in piedi di fronte alla porta del casamento dove avevamo posto le nostre brande, e quando vidi rientrare Osgood per la notte, lo fermai sulla soglia, espirando il fumo che trattenevo da un po'. Non volevo che gli uomini, già ritirati in camerata, mi sentissero mentre parlavo con lui. Infatti, notando uno sfondo di incertezza nel mio modo di fare, egli mi prese da parte, e scesi nella sala dove avevamo tenuto la riunione degli ufficiali, trasse da una cassetta di latta una bottiglia di scotch avvolta in un sacchetto di iuta e due bicchieri di metallo. Versando il liquore, Osgood mi anticipò: «Qualcosa non va?» Mi porse la forte bevanda, né prese per sé, accennando ad un brindisi a cui non partecipai. Però bevvi il whisky, e poi criticai: «Non avevi detto niente alcolici, da oggi?», ma non era quello il giudizio che volevo esprimere, realmente. «Non ti staranno venendo degli scrupoli...», insinuò Osgood, guardandomi fisso negli occhi, sfuggenti nell'ombra notturna che avvolgeva ogni cosa. Approfittai di quel vantaggio per parlare con voce decisa: «Io credo solo alla montagna di soldi che ci è stata offerta per questo lavoro.» Incontrai l'approvazione del Maggiore, che aggiunse: «Montag non ha più fallito, da quel giorno in Africa... l'unico giorno in cui egli stesso ha avuto scrupoli, e per poco non ci ha rimesso la pelle. Ha capito che la realtà ha varie sfaccettature e aspetti diversi, rispetto al punto di vista da cui si guarda. Io guardo la parte più cruda adesso, ma non ci faccio caso.» Allora penso che il calore dello scotch mi fece avvampare in volto, senza che Osgood se ne accorgesse, e dissi: «Perché hai voluto me, per questo contratto? Lo sapevi che mi ero ritirato, che avevo messo su famiglia...». Il Maggiore posò il bicchiere sul tavolo, alzò le spalle, e senza guardarmi rispose: «Non ti ho voluto io, ma Montag... ed io ho approvato pienamente la sua scelta. Vuoi ritirarti adesso? Non mi sembra degno.» Sembrava sprezzante. «Non voglio ritirarmi,» ribattei seccato, alzando un po' la voce, ma poi mi ricomposi immediatamente: «Ma... si tratta di un contratto...», non trovai il termine esatto, non sapevo cosa volevo esprimere. «Troppo rischioso?» Suggerì ironico il Maggiore. «No.» Lo troncai, ma ribattei: «Dovremo comunque far fuori qualcuno, domani, Osgood. Per chi lo faremo? Abbiamo appoggi locali? O dovremo essere i sicari di Montag... anzi, dei suoi clienti?» Il Maggiore tornò a guardarmi oltre la cortina di fumo del sigaro che si stava esaurendo: «Non siamo degli assassini.» Disse gravemente, ma la sua voce tradiva il dubbio. Dalla borsa di tela che teneva sempre con sé, Osgood prese un apparecchio radio. Mi disse che era un telefono satellitare. Mi spiegò che da un momento all'altro da quel giocattolo sarebbe arrivato il via libera e che gli uomini su cui contava, e che assieme avevamo difficilmente selezionato, non dovevano avere dubbi. Ne trassi le conseguenze: mi chiesi se stavo tradendo il mio comandante, o me stesso. Rassicurai il Maggiore: «Farò quello per cui sono pagato.» Questo sembrò confortarlo, ma Osgood non mi rivolse più la parola e, raggirandomi, uscì dalla stanza e lo sentii salire le scale. Il giorno seguente, gli uomini caricarono i due elicotteri del materiale bellico di cui avevamo bisogno. Era chiaro che l'appoggio che avremo trovato su queste maledette isole di musulmani riottosi, sarebbe stato scarso, mal preparato e peggio equipaggiato. C'erano fucili mitragliatori, bombe a mano, visori notturni, lancia granate e mine antiuomo. Un vero arsenale. I due elicotteri da trasporto truppe erano armati con M60 e una Gatling montata sul veivolo principale. Le quattro squadre sarebbero state suddivise tra i due elicotteri, due al comando di "Oldboy" Sheppard, le altre di "Seagull" Carter. A terra, la responsabilità delle unità minori sarebbe stata assunta anche dal francese e dallo svedese Nilstrom. In giornata, tutto fu pronto, armi e munizioni caricate, uomini in assetto di guerra. Lo comunicai io stesso al maggiore Osgood. Egli si limitò ad annuire, ed ebbi la sensazione che stesse aspettando qualcosa. Evidentemente un segnale che già si faceva attendere. Il telefono satellitare che il Maggiore adesso teneva spesso in mano non squillava, e il nervosismo cominciava a serpeggiare. «Gli uomini cominciano a scalpitare...», disse verso sera Carter con il marcato accento americano che lo distingueva. La truppa fumava, beveva molta acqua per il caldo, desiderando probabilmente fiumi di birra. Il Maggiore però se ne stava in disparte, entrando ed uscendo dalla baracca che costeggiava il campo d'aviazione e che in origine doveva essere stata la stazione di controllo. All'imbrunire presi in spalla il mio fucile semiautomatico e raggiunsi Osgood nella sala che era già avvolta dalla penombra. I suoi occhi brillavano nel buio torrido e il fumo di un sigaro ammorbava l'aria già pesante. Egli non mi permise di dire la prima parola: «Ci siamo.» Mi anticipò, poi chiese: «Gli uomini sono pronti?» Annuii, biascicando che lo erano da ore. Fu allora che arrivò il segnale, sotto forma di una telefonata. Il maggiore Osgood rispose, ma stette esclusivamente in ascolto. Io mi chiedevo chi potesse esserci dall'altro capo del mondo che muoveva le pedine, oppure se il segnale provenisse da quelle sparute isole indiane che stavamo per visitare con intendi che non mi erano ancora del tutto chiari. Il Maggiore si alzò, controllò lo stato della sua pistola, riponendola nella fondina che pendeva sul fianco, prese il basco verde che aveva abbandonato sopra il tavolo, ed eretto sulla schiena mi spronò, guardandomi in volto: «Andiamo.» Io ed Osgood uscimmo dalla baracca, e mentre ci avvicinavamo, diedi il segnale di accendere i motori e, agli uomini, di prendere posto a bordo. Ci fu un brusio generale di soddisfazione. Gli zaini in spalla, le armi sollevate verso l'alto, il nostro piccolo esercito si accingeva alle manovre. L'imbrunire colorava il cielo alle nostre spalle di suggestioni violacee e dorate; il rumore degli elicotteri e l'odore del cherosene mal bruciato ci accolse a bordo. Ci furono strette di mano vigorose, accenni di intesa virile, sguardi che scrutavano oltre e bocche fameliche che anelavano alla battaglia. Il primo elicottero si alzò in volo e il gesto del pollice alzato di Seagull incitò anche gli altri, ma io e il Maggiore eravamo ancora a terra. Prima di salire a bordo, nel frastuono del rotore e l'aria che turbinava attorno alle eliche e alle nostre teste, sollevando la polvere, gridai all'orecchio del comandante di quella avventura: «Allora Osgood, che dobbiamo aspettarci? Chi è realmente che tira le fila di questo gioco?» Egli non rispose subito, fingendo forse di non aver inteso le mie parole, poi però, mentre mettevamo piede all'interno dell'elicottero, tra i nostri uomini, si protese verso di me e disse, marcando la voce, a pochi centimetri dal mio orecchio, in modo che gli altri non sentissero, o forse infischiandosene, questo non saprei dirlo: «Dove depositerai i quattrini che ti sei guadagnato, socio? In un conto cifrato in Svizzera, o alle Cayman? Naaa... Con gli accordi internazionali non sono più posti sicuri. I clienti di Montag sono gente importante, amico, sono società, multinazionali e gente molto importante, che non si fidano più delle banche svizzere, o del Lussemburgo, o di qualsiasi altro paradiso fiscale che senti nominare alla TV. No, questi hanno bisogno di un posto sicuro, te lo garantisco. Dove possano realmente fare i loro affari, quelli veri! Ecco, niente di meglio di un posto fuori mano, con un governo fantoccio, dove poter esportare i loro istituti di credito e regolare ancor meglio la valanga di soldi di qualsiasi provenienza! Hai capito?» Non risposi, ma avevo capito. Non stavamo supportando un insurrezione popolare o una ribellione religiosa, stavamo solamente andando ad aprire la figliale di una qualsiasi banca con interessi di lucro in tutto il mondo. Levai lo sguardo oltre il portellone dell'elicottero, mentre il mare del Golfo del Bengala cominciava a scorrere buio sotto la pancia dei nostri elicotteri, mentre stringevo saldamente l'impugnatura del mio fucile di mercenario.

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