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Una storia di AleCiviero

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Questa storia è presente nel magazine Le mie Storie di 20 Lines

Piano Bar

Pubblicato il 15 agosto 2015 in categories.


Un'altra sera, come tante. Sono le nove passate di un qualsiasi sabato, e la gente comincia ad arrivare. C'è già un distinto signore anziano, seduto accanto al bancone a ridosso del pianoforte, che sta facendo l'amore con il suo gin tonic, mentre mi siedo sullo sgabello. Non so se sia un sorriso quello che mi fa, i suoi occhi sono troppo svelti ad abbassarsi, ma la sua voce pacata è indubbiamente rivolta a me: «Figliolo,» mi dice, «puoi suonarci quella melodia?... non so più come fa, so solo che era dolce e triste, e la ricordavo perfettamente quando indossavo ancora abiti da giovanotto!» Quell'anziano signore voleva che gli suonassi i suoi ricordi, ecco ciò che voleva che suonassi. La folla fluisce regolarmente, e in sottofondo comincia il brusio di quelle conversazioni intime, crepuscolari, che si stemperano nelle note che io stesso metto nell'aria. Un po' di allegria, perdiana, protestano le mie dita e da sole si permettono qualche scaletta jazz, qualche arpeggio cristallino, che si confonda col tintinnare dei bicchieri ed il sorriso rilassato di anime ben disposte per la serata. Poi, preso dal dondolio delle teste di chi si accosta al piano bar, comincio a cantare. Cantaci una canzone, sei il pianista, sembrano dire gli sguardi; suona per noi stasera, perché siamo in vena di melodia, e devi farci sentire bene, stasera! Ora, John, al bar, è mio amico e a volte mi offre da bere gratis; è un tipo simpatico, scherzoso, pronto alla battuta coi clienti, o con l'accendino per i loro sigari. Però si vede che ha in mente qualche altro posto, dove vorrebbe trovarsi. Mi confida all'orecchio: «Bill, credo che tutto questo mi ucciderà, se non cambio aria! Ma quando sarò una star del cinema, credo anche che lo rimpiangerò!» Un bel tipo, John, ci sa fare. C'è Paul, l'immobiliarista, e David, l'ufficiale di marina; più in là vedo le solite facce: la cameriera universitaria, il manager e la coppietta...
La coppietta seduta a quel tavolino in fondo alla sala non frequenta da molto questo locale, ma li ho notati perché si tengono sempre per mano e bevono poco. Vivono la musica, sorridono e si guardano intorno curiosi. Direi che osservano e quando i nostri occhi si scontrano mi fanno un cenno con la testa, forse un saluto. A volte ballano, piano, stretti stretti e immagino le loro conversazioni silenziose, cariche di passione e amore. Ho scoperto che lei ama "Margherita" perché è l'unica canzone che intona, accompagnandomi. Sono sempre vestiti eleganti. Lei deve prediligere i colori pastello, non l'ho mai vista vestita di scuro. Lui deve essere un pezzo di pane. E' sempre sorridente e gentile, con tutti. E indossa sempre una cravatta colorata. Ho saputo che stanno insieme da qualche anno, e non sono proprio giovani. Maurizio e Linda si sono incontrati nella sala d'aspetto del medico di famiglia. A lei avevano trovato dei calcoli biliari, lui sull'impalcatura di un edificio in costruzione si era maciullato quasi un dito. Per diverso tempo avevano avuto gli appuntamenti più o meno vicini, si guardavano seduti uno di fronte all'altro. Lei leggeva le ultime di gossip, lui giocava con il cellulare. Fino al giorno che Maurizio si presentò, nello studio medico, con un girasole e senza dire nulla glielo donò con un sorriso infinito. Da allora non si sono più lasciati e ogni mattina le porta la colazione a letto e le regala messaggi d'amore sparsi per casa. Maurizio da qualche anno è muto, Linda è sorda. Ma il loro amore è come una melodia. A volte forte e chiaro, altre dolce e soave. ​
Paul ha un viso che mi preoccupa; da troppe sere siede da solo al lato estremo del bancone, in penombra e ha il viso tirato. Sua moglie Lora l'ha lasciato un anno fa e a fatica è riuscito a rimettere insieme la sua vita, grazie all'incontro, qui nel locale, con Jane. Ma da quasi una settimana entra e si rintana nell'angolo, non parla con nessuno ed evita gli sguardi. Se ne è accorto anche David, con il quale beveva spesso un Martini prima di iniziare con qualcosa di serio. -Che ha?- mi ha chiesto, proprio poco fa, allungandomi un bicchiere con dentro del liquido ambrato. Ho scosso la testa e continuato a suonare le note di una melodia triste e pacata. Tanti volti, storie diverse che si incrociano in questo locale meta di un'umanità talmente eterogenea che a difficoltà riesco a comprendere. Ma in fondo sono solo un pianista, quello che accende il sogno con le sue canzoni e rende meno pesante la permanenza. David si allontana dirigendosi verso Paul, lo intercetta, rallenta il passo poi transita oltre, quasi attraversandolo. L'asciugamano vola sulla spalla e John osserva il suo pubblico, come un direttore d'orchestra che sa che lentamente i suoni torneranno ad amalgamarsi. Mi fermo e le dita iniziano a scorrere sulla tastiera: Wonderwall degli Oasis sprigiona dalla mia bocca e Paul si ferma ad ascoltare. "Today is gonna be the day / That they’re gonna throw it back to you / By now you should’ve somehow / Realized what you gotta do​". Riesco a strappargli un sorriso, alza il pollice e per la prima volta mi sembra essere presente, in se stesso e nel locale. E' bello tutto questo, sa di magia e non vorrei fare altro lavoro. La penombra, le amicizie che nascono dagli sguardi, sentire di poter risolvere tutto con una canzone, dare un'opportunità a chi sta lasciando scivolare la vita tra le dita. Termino, tra gli applausi sommessi e ingollo il cocktail di David.
David non ne ha più voglia. Del drink, ma non solo. E' stato in marina per dieci anni, da ufficiale, ha fatto la scuola allievi che era ancora un ragazzo. Ha avuto una famiglia che l'ha inquadrato fin da bambino, il nonno ed il padre avevano fatto la stessa carriera. Era una forma mentale naturale per lui, che si sentiva dire: "Fai quello che ti è stato detto, marinaio" fin da piccolo. Crescendo e facendo carriera si era convinto che in fondo fosse giusto così, mai il minimo filo di dubbio l'aveva sfiorato per anni. Uscire qualche sera, a volte, con i compagni di corso, andare in un locale, tutto nel giro naturale delle cose. Fino a che non è entrato nel bar di Paul. Lì ha conosciuto Ada, qualche anno fa, quando ancora lei cantava ed io l'accompagnavo con il piano. Poi Ada se n'è andata via e tutto è cambiato, per lui. In realtà la sua prospettiva del mondo era già cambiata quando ha partecipato alla missione nel golfo, ma... ...tutto ad un certo punto si è spostato, nei suoi riferimenti. Non ha più la stabilità, non ha più l'allegria illusoria della prevedibilità. Ha scoperto anche la vita fuori. Gli fa bene, penso, mentre sposto gli accordi su una canzone malinconica ed apparentemente disperata, ma che apre gli occhi a chi li ha un po' appannati e chissà, magari cambia loro la vita: "Hotel California". A me piace interpretarla così. "On a dark desert highway, cold wind in my hair..." Perché lo sento, lo so, che da quando ha cominciato ad allontanare da sé il drink David ha deciso di dare un corso diverso alla propria vita. Magari più consapevole. Sorrido, mentre mi volto a guardare Dahlia e Robert, che tentano un accenno di ballo a sentire le mie note.
Martina ha gli occhi grandi e quando ti guarda ti ruba un pezzo e se lo mette in tasca. Capisce tutto al volo, a volte le ordinazioni non le segna nemmeno più, le capisce prima. Fa questo lavoro per pagarsi gli studi, vive sola, lontana dal suo paesino di magia lontana dove tutti sono facili da capire, come dice lei, allora ha deciso di venire a studiare psicologia qua e non c'è bisogno di ordinare con lei. Martina è la cameriera più brava del mondo e sarà una psicologa in gamba. Arriva dieci minuti prima che apra il locale, con la sua bici da uomo, la lega al lampione qui davanti per meglio tenerla d'occhio ed ormai fa parte del locale anche la bici. Quando piove si innaffia di mille gocce sotto il riflesso giallo della luce e sembra un'istallazione di un artista di strada. Entra veloce, passa davanti al pianoforte, bussa sulla coda e dice "Tienimi sveglia stasera, ho studiato tutto il giorno e non so più chi sono..." poi rallenta appena e intuisce quello che mi passa per la testa e sa già se stasera sarò dinamico o particolarmente slow. Quando mi perdo via con le emozioni della musica e mi lascio andare alla malinconia Martina mi appare lì vicino e mi sussurra nell'orecchio tutte le marche delle birre bionde a disposizione riportandomi sul pianeta terra. "In sala ci sono troppe lacrime... fai partire un blues di quelli che sai fare tu, poi li riportiamo alla gioia di vivere, tu con la musica, io con i drink giusti... Forza! Sono qui per divertirsi..." Martina ha ventitré anni, quando si laureerà ci mancherà parecchio e questo posto perderà forse la migliore di noi ma sono certo che se un giorno mi deciderò ad andare da uno strizzacervelli mi rivolgerò a lei. Mi farà uno sconto se mantengo la promessa di chiudere la serata con Just the way you are di Billy Joel, ma sono più le sere che gliela improvviso mentre corre verso l'uscita, prima di salire in sella alla sua bici...
L'uomo d'affari si trattiene sempre fino a tardi e viene qui spesso, da solo, per ubriacarsi. Lo fa lentamente e con metodo. Dev'essere l'unico di cui non conosco ancora il nome. Indossa sempre completi impeccabili, fuma avana puzzolenti e troppo spesso importuna Martina, che però non è una sprovveduta e gli passa sopra liscia come l'olio, lasciandogli sempre un'espressione amara sulle labbra. Lui fa un gesto con la mano e torna a fumare il sigaro. A volte si intrattiene a parlare con David, che non potrebbe essere più distante di lui per mentalità ed estrazione sociale, ma il bancone del piano bar avvicina tutti, e tutti vogliono parlare. Paul avrà sicuramente provato a piazzare qualche villa o qualche terreno da edificare, con l'uomo d'affari, ma credo non ci sia ancora riuscito. Già, perché la gente, qui viene per dimenticare un po' la vita e a condividere un drink che chiamano solitudine, ma è sempre meglio che bere da soli! Il padrone del locale, un uomo di mezz'età che conosco da una vita, arriva in sala e si mette a parlare col manager, e con aria soddisfatta pensa che ci sia una discreta folla, per un sabato sera. Poi si volta e mi sorride, perché sa che sono venuti per ascoltare me. Qualcuno, divertito, mette distrattamente della grana nel recipiente sopra il pianoforte: le mie mance. L'uomo d'affari, ad un certo punto dice: «Ehi amico, sei bravo... ma che ci stai a fare qui?» E se la ride col proprietario del locale, mentre anche gli altri clienti annuiscono. Sei bravo, sì dai, cantaci un'altra canzone, sei il pianista! Cantaci un'altra canzone, ne abbiamo voglia! Stiamo aspettando una canzone che ci faccia stare bene... e allora le mie mani scrivono una frase sulla tastiera e la mia voce intona una ballata che racconta le nostre vite, dentro al piano bar.

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