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Una storia di AleCiviero

Questa storia è presente nel magazine Le mie Storie di 20 Lines

Il fiore selvaggio

Pubblicato il 24 ottobre 2015 in categories.


La luce naturale che filtrava orizzontalmente dalle ampie vetrate sovrastanti il ballatoio non era quasi più d’aiuto per leggere, ma il dottor Lanfranchi non se n’era accorto, tanto era assorbito dalla lettura del libro antico, dalle spesse pagine di carta di stracci, quasi annerita dal tempo, pesante dei secoli e della sapienza che vi era impressa. Un piccolo sbalzo di corrente elettrica fece traballare la luce della lampada dal paralume verde ed il gambo di ottone, che spandeva una chiazza gialla sul vecchio tavolo della biblioteca storica; solo allora l’uomo distolse lo sguardo dalle pagine, guardò distrattamente l’orologio, e con un profondo sospiro chiuse il prezioso tomo antico che stava interpretando. Per un attimo fu incerto sul da farsi, ma poi si rese conto che era vicino l’orario di chiusura. A malincuore restò ancora un momento in contemplazione del dorso in pelle grezza, che a suo giudizio doveva risalire alla seconda metà del Settecento, anche se il testo di quel volume era certamente molto più antico. Quindicesimo secolo; non vi erano dubbi per il dottor Lanfranchi. Ed il testo parlava chiaro. Quella pianta era davvero esistita. Quel fiore misterioso e arcaico doveva essere stato visto ed ammirato nell’Europa del basso medioevo, o al principio dell’Era Moderna. L’orchidea dell’Arcobaleno, fiore mitico e di rara bellezza e introvabilità che aveva affascinato i colti del Quattro e Cinquecento, autori di preziosi volumi e incunaboli che rifondevano nell’età prerinascimentale, la conoscenza di un antico mondo perduto. Il dottor Lanfranchi lasciò la biblioteca laurenziana e con la sua utilitaria percorse le vie di una Firenze indolente, che si specchiava nella sua stessa bellezza, quasi avesse un potere narcisistico. Fu allora che, per caso, transitò davanti alla villa di un suo eclettico conoscente, ed ebbe un’illuminazione. Il conte Alberto Petri Sabatini poteva essere la persona giusta.
Il portone del palazzo dava su una via centralissima, che stava a metà strada tra la Cattedrale e Piazza della Signoria. Tra le viuzze lastricate non vi era più molta gente, i turisti si stavano diradando, e i residenti erano probabilmente dietro alle rassicuranti pareti dei palazzi storici, che già facevano brillare dalle finestre in alto, fioche luci giallognole che si diffondevano nell'oscurità avanzante. A lato del portone di legno massiccio, un campanello d'ottone era sovrastato da una targa finemente cesellata: Palazzo Petri Sabatini - conte Alberto - ricercatore - sig. G. Giusti - assistente. Il dottor Lanfranchi, anche sapendo di non essersi precedentemente annunciato, suonò. Dopo un'attesa non troppo lunga una voce gracchiante si udì al citofono. Il portone fu aperto, e lo studioso varcò la soglia di un androne in penombra. Il soffitto a volta era alto e il sottoportico finiva in una corte interna di pietra, in mezzo alla quale troneggiava un pozzo di forma ottagonale. Lanfranchi si chiuse il portone alle spalle e proseguì verso la scala di marmo che era illuminata da una lanterna pendente dall'architrave a tutto sesto. Salito le scale, una donna dall'aspetto anonimo ma gentile, lo stava aspettando sulla soglia della porta d'ingresso, facendolo cortesemente entrare. Il vestibolo era scarno e un po' freddo, se non fosse stato per un tappeto persiano disteso in un angolo, mentre il corridoio bianco e nero centrale, conduceva all'interno del palazzo. Già dalla prima stanza ogni cosa appariva inequivocabile. Le stanze erano colme di antichi scaffali, in ogni ordine di posto e sistemazione. E sugli scaffali prendeva posto una pletora incalcolabile di volumi. Antichità, modernità, sontuosità e praticità, si evolvevano in un poderoso monumento alla cultura. Era una delle biblioteche più grandi che Lanfranchi avesse mai visto. Altre suppellettili antiche incuriosivano il visitatore, fino alla porta dello studio.
Appena la signora di servizio introdusse il dottor Lanfranchi nello studio, l'atmosfera crepuscolare lo avvolse e lo fece restare immobile, quasi sulla soglia. Da una massiccia scrivania di mogano, indubbiamente d'antiche origini, si alzò un uomo dall'eleganza d'altri tempi. Non era molto alto, ma in compenso vestiva in maniera impeccabile con un abito principe di Galles, completo di panciotto, camicia con colletto alla francese e cravatta con nodo Windsor. Il conte tese il braccio per stringere cordialmente la mano al suo ospite inatteso. Per farlo, passò dalla mano destra a quella sinistra un toscano che disperdeva intorno il suo fumo acre. Salutando, Alberto Petri Sabatini, sorrise affabilmente, increspando la barba bianca e arruffata che contornava il suo viso. Fece un cenno d'invito al dottor Lanfranchi, indicando una comoda poltrona di pelle che fronteggiava una gemella davanti al caminetto. Solo allora, nell'alone luminoso di una lampada, Lanfranchi si accorse della presenza di un'altra persona in un angolo. - Dottor Lanfranchi... mi fa piacere la sua visita, - disse il conte, aggiunse: - Le presento Gregorio Giusti, il mio assistente. - L'ospite fece un cenno con il capo, stringendo la mano all'altro uomo, il quale era d'aspetto del tutto diverso dal conte. Molto più giovane, aveva un incarnato bruno, capelli neri ricci, occhi castani profondi, ed indossava disinvoltamente una camicia cachi in stile coloniale, pantaloni di tela e anfibi militari. Una volta seduti, il conte offrì un sigaro che Lanfranchi declinò, e notò che l'altro rimaneva in piedi accanto al camino: - A cosa devo la visita? - Chiese Petri Sabatini e vedendo che il dottore sembrava imbarazzato e sussiegoso, disse: - Non si faccia remore... io ed il mio collaboratore condividiamo le stesse passioni, gliel'assicuro! - Allora il dottor Lanfranchi spiegò al conte Petri Sabatini il motivo per cui era lì.
- Lei ha mai sentito parlare di Teofrasto? - chiese il dottor Lanfranchi al suo ospite. Il conte accennò un sorriso, travisato dalla folta barba, e rispose con finta modestia: - Credo si trattasse di un filosofo del terzo secolo avanti Cristo... - Precisamente, - annuì Lanfranchi: - si trattava di un filosofo vissuto tra il terzo e il quarto secolo avanti Cristo, discepolo di Aristotele, e membro della scuola paripatetica. Ma la sua specializzazione era la botanica. - Intuito l'entusiasmo del professore, il padrone di casa lo lasciò parlare, ma quand'egli ebbe finito, lo sorprese nuovamente: - Tirtamo di Ereso, questo era il suo vero nome. Teofrasto era il nome con cui veniva chiamato da Aristotele stesso, in riconoscimento del suo fine eloquio. Tirtamo, quando si trasferì ad Atene, entrò a far parte della scuola di Platone, e solo successivamente seguì Aristotele. Il quale, però, lo stimava così tanto da dargli in lascito la sua stessa scuola, i suoi stessi allievi, che lui animò e diresse fino alla morte... sì, un personaggio alquanto interessante, non solo come botanico. - Concluse in tono leggermente ironico il conte Alberto. - Allora lei sa già tutto... -, constatò in tono deluso Lanfranchi, ma subito ribatté: - Non ci sono giunti suoi scritti, ma solo testimonianze indirette, soprattutto in testi eruditi del Cinquecento. - attese qualche reazione dell'interlocutore, che non ci fu, così continuò: - In molte versioni, soprattutto della botanica, Teofrasto cita una pianta... ma nel libro IX, che per la prima volta nell'antichità, classifica e definisce le droghe e i medicinali... -, il conte Petri Sabatini non interruppe ancora Lanfranchi, che terminò: - E' qui che cita un fiore, quello che lui chiama l'Orchidea dell'arcobaleno, la quale avrebbe un potere...- si fermò. Poi: - quello dell'immortalità.
Il conte Petri Sabatini aveva liquidato il dottor Lanfranchi con parole gentili, ma che avevano fatto risuonare una netta sfumatura ironica nella testa dello studioso. Sceso in strada e ripresa la sua utilitaria, il dottor Lanfranchi uscì da Firenze verso Bagno a Ripoli, dove possedeva una casa mimetizzata tra gli ulivi delle dolci colline a sud est della città. Il dottor Lanfranchi, mentre percorreva le strette vie che salivano ormai buie verso un cielo notturno che aveva perso tutto il fascino del tramonto, si stava dando dello stupido per non aver saputo soppesare le parole, per non aver avuto la capacità di ragionare in modo distaccato e pragmatico di quell'argomento che a lui stava tanto caro. Anzi, ormai la ricerca del dottor Lanfranchi, era divenuta una vera e propria ossessione. Avrebbe dovuto frenarsi, avrebbe dovuto essere razionale e non pretendere che un tipo come il conte avallasse le sue teorie e i suoi entusiasmi, come trattasse con un dilettante entusiasta o un neofita privo del necessario discernimento. Mentre elucubrava, Lanfranchi era in vista della sua casa avvolta nell'ombra. - Ti ricordi di Lyra Veneziano? - Chiese all'improvviso il conte Alberto, un quarto d'ora dopo che il dottor Lanfranchi se n'era andato da palazzo. Ovviamente si rivolgeva a Gregorio Giusti, che per tutto il tempo della conversazione tra i due, era rimasto ad ascoltare. Giusti annuì, mentre sceglieva un toscano dalla scatola sulla scrivania. Il conte passò una mano sulla barba bianca: - Dobbiamo sentirla... Mi sa che stavolta il buon Lanfranchi ha scoperto qualcosa di eccezionale.
Lyra Veneziano era quel tipo di donna che non ti aspetti. Dietro all'apparenza esile, delicata e velata da un leggero alone di mistero come solamente alcune donne affascinanti possono permettersi, aveva in realtà un carattere arguto e sottile, ma non per questo meno caparbio. Era di bassa statura, ma con proporzioni ideali, e un ovale del viso perfetto, dall'incarnato leggermente olivastro, tipico delle persone di origine semitica. Gli occhi di Lyra Veneziano erano leggermente allungati e di un colore bruno che amalgamava in sé caratteri che spesso incutevano soggezione agli uomini. Il conte Alberto Petri Sabatini era però uno di quegli uomini che a sua volta esercitavano un ascendente particolare sulle persone, e era riuscito a penetrare le barriere costruite dalla donna. Quando il conte parlò a Lyra degli studi del dottor Lanfranchi e si ciò che egli aveva scoperto a proposito di un mitico fiore descritto in un antico trattato, la voce di lei al telefono fu incrinata da una certa emozione: - Questo significa che tutte le ipotesi che avevamo fatto sull'orchidea selvaggia non fossero del tutto campate in aria... - Dietro alle leggende c'è sempre un fondo di verità, - il conte si concesse un luogo comune che dal suo tono non aveva nulla di banale: - Ma non sono sicuro che il Lanfranchi sia riuscito a collocare geograficamente l'eventuale traccia di questa pianta... - Questa è la porzione di ricerca che ci compete.- Disse in uno scatto di raro entusiasmo la giovane donna. - Sì. Volevo capire cosa ne pensassi, Lyra. E ovviamente volevo proporti di aiutare me e Gregorio in un'eventuale quanto remota "recherche" - Lei assentì, e Alberto concluse: - Bene. Nel frattempo, in attesa dei preparativi, ho mandato Gregorio a sentire il dottor Lanfranchi...

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