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Una storia di AleCiviero

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Questa storia è presente nel magazine Le mie Storie di 20 Lines

Una storia jazz

Pubblicato il 05 novembre 2015 in categories.


C'è chi dice che il jazz sia uno stile di musica disordinato. Che non abbia un senso. Che sia difficile da ascoltare, ancor più che da suonare. Io, da parte mia, non so ancora bene cosa sia il jazz, anche se sono quasi trent'anni che lo suono... Già, qualcuno potrà dire, ma com'è possibile che suoni da trent'anni, se ne hai al massimo quaranta. Il fatto è che a dieci anni avevo già deciso cosa avrei fatto da grande: il musicista. Non sto dicendo che volevo fare il cantante, come si sogna a dieci anni. C'è chi vuole fare l'astronauta, chi il calciatore, chi il cantante. Solo per essere famoso. Io, a quell'età, volevo fare il musicista. Volevo suonare il jazz. Poi c'è questa storia del sogno. Almeno, spero sia un sogno. Ci sono io su questa spiaggia oceanica, ma non ha niente a che vedere con i Caraibi o la Polinesia. C'è un cielo grigio e coperto di nuvole più chiare, e il mare è grosso, con onde alte dalla schiuma biancastra che si abbatte sulla riva e sugli scogli, con grande fragore. C'è anche tanto vento, che mi scompiglia i capelli e fa aderire i vestiti al corpo. Cammino sulla sabbia umida, scalzo, ma con pantaloni lunghi e camicia aperta sul petto; indosso un paio di occhiali da sole a goccia, che nascondono gli occhi e anche parte del viso, ma sono inutili con questo tempo. Non sto suonando, in questo che sembra un sogno, ma tengo stretta in mano la mia tromba. Già, forse non l'ho detto ma io suono la tromba jazz. E sono in spiaggia, cammino con il mio strumento saldo tra le mani, mentre la sabbia mi sporca i piedi ed il vento dell'oceano mi spettina. Solo allora la vedo. E' distesa vicino alla battigia, solo con un vestito bianco, lambito dalle onde; la sua testa è reclinata e l'acqua trascina con sé i capelli. E' una donna, ed è morta!
Fin qui tutto regolare: chiamiamolo con il suo nome, incubo. Quando ripenso alla donna, al momento a cui mi avvicino e cerco di scorgerne i lineamenti, un'onda le scompiglia i capelli, macchiando di scuro il volto diafano, rendendomi impotente ed impaurito. L'unica cosa certa è quel vestito bianco, corto sulle cosce piegate una sull'altra, quasi in posizione fetale. Prendo coraggio, porto la tromba alle labbra e faccio partire una melodia, ascoltata più volte ai jazz funerals, note amare che entrano nell'anima. E qui accade il miracolo: una voce d'uomo inizia a cantare uno spiritual, mi volto e lo scorgo in piedi, le mani conserte e vestito da Grand Marshal. Mi sorride, esortandomi a continuare, facendomi sentire parte di una funzione triste ma necessaria. Io e loro due, in riva all'oceano, la sabbia bianca e il vento che non smette di soffiare. Poi mi sveglio, la testa pulsante di note e la gola arida. Mi accorgo di aver sudato e come sempre prendo la tromba e ripeto la melodia, prima che scompaia, lasciandomi il vuoto dentro. E' passata un'altra notte e il sogno si è riproposto, sempre uguale, come un film visto e rivisto all'infinito. Ho voglia di capire, scavare dentro me e trovare le risposte. Non può essere solo fantasia, perchè quell'uomo è come se ormai lo conoscessi da sempre. Alto, robusto, sui sessant'anni e di colore. Occhi penetranti, voce potente e delicata. Afferro la custodia ed esco, mischiandomi tra la folla che sembra non accorgersi di me. Mi chiamo Jim e suono alle fermate della metro, accontentandomi di ciò che la gente è disposta ad offrirmi in cambio di poche note suonate col cuore. Niente fama, né gloria, né successo; libertà di essere me stesso e poter vivere facendo ciò che più mi piace, suonare il jazz. Apro la custodia e osservo il mio strumento, lucente e pronto a dare brividi a chi lo ascolta. Voglio partire con qualcosa di magico, Almost Blue di Chet Baker​, ma il fiato si gela sulle labbra, quando osservo due occhi puntati su di me: lui, il Cerimoniere, fermo in piedi tra la folla.
Sto per appoggiare il bocchino alle labbra, ma il gesto naturale e preparatorio che avevo compiuto migliaia di volte, si bloccò a mezza via e io rimasi con la bocca semi aperta, gli occhi fissi su quella persona tra la folla, che spiccava e continuava a guardarmi. Feci uno sforzo per continuare, per iniziare a suonare, e le note, confesso, mi attraversavano la mente come se le stessi soffiando nella mia tromba, sentendole sui polpastrelli, che sfioravano a vuoto i tasti dello strumento. L'uomo di colore, dalla stazza ragguardevole, non era vestito da pinguino, come nel sogno, con la fascia a tracolla e l'espressione mesta. In lui comunque riconosco l'uomo dell'incubo e mi sembra di non potermi muovere, mentre si avvicina, e la sua espressione e serena, quasi sorridente. Quando si trova ad un passo da me, mentre la gente fluisce intorno a noi distratta e frettolosa, egli non smette di fissarmi negli occhi, mi tende la sua mano dalle dita lunghe ma nodose. Dopo un lieve cenno del capo intravedo i suoi denti bianchissimi, attraverso il sorriso accondiscendente: «Per suonare quella canzone ci vuole anche il piano...», dice con la voce profonda, mentre ci stringiamo la mano. Non pensai più a quelle parole, perché gli eventi mi trasportarono in una marea simile a quella che c'era nel mio sogno in riva all'oceano. Lo sconosciuto, che rimase tale per poco, mi disse di chiamarsi Lendell Brown, e mi portò in giro per la città tutto il giorno, coprendomi di lodi per il mio talento musicale e facendomi scoprire angoli urbani di cui non conoscevo minimamente l'esistenza. Ma l'apice fu a sera, quando ci intrufolammo in un jazz club del quartiere nero. Il posto, ricavato in un seminterrato di un palazzo anni Trenta, aveva tutto il fascino di un'epoca passata. Tra i tavoli in penombra e le note avvolgenti mi stavo perdendo, quando la vidi. Era lei.
Lo sfondo azzurro delle pareti ricordava quel mare calmo che lambiva il corpo di donna riverso a faccia in giù. Lo stesso vestito bianco, i capelli mossi e scuri che ondeggiavano al ritmo della musica. Sedeva al bancone, tamburellando con le dita su un bicchiere pieno per tre quarti, mentre volgeva lo sguardo verso il piccolo palco su cui suonavano tre uomini di colore. Lei, di carnagione così chiara da sembrare quasi luminosa, spiccava per una bellezza quasi irreale su quella parete illuminata dall'alto da luci al neon. Lendell ruppe l'attimo spingendomi delicatamente verso di lei. Il cuore iniziò a battere in modo violento, creando una sorta di vertigine che mi obbligò ad afferrarmi al braccio di un uomo che mi guardò in malo modo. Il mio accompagnatore gli fece cenno di stare calmo. -Tutto bene?- chiese, percependo il malessere che mi attraversava. -Chi è lei?- chiesi, rendendomi conto, passo dopo passo, di quanto fosse bella. Lendell sbuffò, facendomi scartare di lato, per prendere posto ad un tavolino poco distante. -Leyla, una fuori di testa. Non farti rapire dall'aspetto: è tanto bella quanto folle. E' albina, nata da genitori di colore e quindi ritenuta strana sin dalla nascita-. -Ma ha capelli scuri- non mi sembrava possibile. -Li tinge per sembrare bianca come te. Pensa ad altro, non è una con cui potresti spassartela. Ci pensa già Greg, il padrone del locale- sentii dolore. -Ora tocca a lei, vedrai, sarà sorprendente-. La vidi alzarsi, la gonna corta che le aderiva come una seconda pelle, il fisico mozzafiato e l'incedere flessuoso. Salì sul palco, accolta dall'applauso dei presenti. Il suo sguardo era perso tra la folla, quasi attraversasse le pareti del locale. Afferrò il microfono, il pianista iniziò a suonare e la voce uscì dolce e delicata, quasi appartenesse ad una sirena. Ne fui rapito, e come Ulisse desiderai essere legato.
Non so dove mi abbia portato il fascino della voce di Leyla, ma certamente in un luogo pervaso di emozioni e sensazioni che potevo sentire sulla pelle. Cantava appoggiata con sensualità ad un alto sgabello, tenendo una gamba leggermente sollevata ed esibendo un affascinante spacco del vestito lungo che indossava con familiarità. La testa un po' inclinata sottolineava le parole sincopate, che si amalgamavano benissimo con la sua voce morbida, avvolgente, e anche lei, con gli occhi socchiusi, viaggiava tra le note ritmate da un vibrafono argenteo, un sax eloquente, un piano sapientemente in contrappunto e gli altri strumenti che compivano un capolavoro jazz. Forse era una spiaggia di un mare d'inverno, ma senza le onde fragorose del mio sogno; forse si trattava di un luogo mai esplorato. Cominciai a frequentare il club con il beneplacito di Lendell Brown, il Cerimoniere di un carnevale miracoloso, che ogni sera si celebrava nella pancia di quel vecchio e fumoso scantinato d'altri tempi. Greg, il proprietario del locale, mi sembrava un tipo apposto, anche quando parlammo di lavoro e cominciai a suonare nella band, con un'onesta retribuzione. Mi piaceva passare le notti in compagnia di Billy, Clarence, Red, Sonny e gli altri. Erano tutti eccellenti musicisti. Billy suonava il vibrafono, facendo scorrere con leggerezza le bacchette. Clarence era un sassofonista nero di spessore, non solo musicale, ma anche fisico. Red aveva una grossa Gibson 335 color crema, che suonava sapientemente e Sonny due mani lunghe e sottili come i suoi capelli, che vellicavano i tasti di un pianoforte dalla voce martellante. Ero felice, e ogni sera assieme portavamo fuori il jazz, che è sempre stato il tipo d'uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia, come diceva Duke Ellington. Poi non so cosa accadde...
... ma accadde, all'improvviso, lasciandomi in bocca il sapore metallico della sconfitta. Leyla sparì, una sera come tante, in cui eravamo pronti a dare sfogo ai nostri strumenti, il locale brulicante di gente allegra. Persino Greg sorrideva, forse per via dell'incasso che ad ogni alzata di serranda si faceva sempre più cospicuo. Nulla lasciava presagire che di lì a poco il sogno di una vita, quello di far parte di un'orchestra jazz sarebbe svanito nel nulla. Il palco era pronto, il pubblico seduto ai tavolini rumoreggiava; Red ci raggiunse, la faccia scura, la voce roca. -Non c'è traccia di lei, da nessuna parte-. -Hai chiesto a Greg?- domandò Clarence. -Hanno raggiunto il locale insieme, poi si è messo dietro al bancone- Red si grattava nervosamente la peluria che gli avvolgeva il mento. -Forse è meglio lasciar perdere...-. -Che hai? Paura di non riuscire a reggere una serata? Possiamo fare i nostri pezzi- Sonny gli sorrise. Red continuava a fregarsi la faccia, mi avvicinai e lo guardai con attenzione: graffi, sottili, ma visibili partivano dal mento e raggiungevano il collo. Parve accorgersene e, spaventato, si allontanò. Mi prese un fastidioso blocco allo stomaco, qualcosa che sapeva di crudeltà e morte. Lo seguii, lasciando i compagni, sino a raggiungere il retro. Red era fermo davanti al camerino di Leyla; mi guardò, con un'espressione che mai più potrò dimenticare, due occhi che non lasciavano filtrare la luce. -Che hai fatto?- gli chiesi, presagendo qualcosa di brutto. Lui fece segno di entrare e lo feci. La parete della stanza era dello stesso colore del locale, un azzurro mare illuminato da un neon posto in cima alla parete, al centro un grande poster raffigurante una spiaggia con le palme e, riversa a terra lei, sdraiata come nel sogno. Caddi in ginocchio, e lì rimasi, sino a quando una mano si posò sulla spalla: era Lendell, in mano teneva la mia tromba.

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