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Una storia di AleCiviero

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Questa storia è presente nel magazine Le mie Storie di 20 Lines

Vuoti a rendere

Pubblicato il 26 gennaio 2016 in categories.


Una volta i venditori ambulanti di bibite, con i loro improbabili camioncini inquinanti e le casse dell'acqua e della pepsi in bella vista, pretendevano i vuoti a rendere. Le bottiglie vuote non venivano gettate, ma lasciate in un angolo della cantina o del sottoscala e restituite al prossimo giro, per pochi spiccioli di reso. Chissà quale corto circuito mentale aveva riportato alla mente di Ivan quella vecchia usanza, sparita con l'avvento dei supermercati e delle bottiglie di plastica. Forse per il fatto che stava innaffiando le assetate piante nel metro quadrato di giardino che aveva di fronte al suo appartamento a piano terra, durante quella torrida giornata estiva. Eppure, cosa c'entrava con i vuoti a rendere? Forse perché, oltre alle piante, aveva sete anche lui? Più probabilmente perché non aveva nulla a cui pensare in quel momento, e così accadono quegli strani fatti cerebrali. Ivan se ne stava in calzoncini corti e maglietta, con la canna verde a mezz'aria, che pigramente grondava l'acqua sopra i ciottoli che ricoprivano il terriccio nei vasi e impedivano alle erbacce di crescere. Ora osservava le piante: otto fusti di siepe trapiantati dentro quattro capienti vasi rettangolari, del tutto simili a quelli del suo vicino d'appartamento, pochi metri più in là. Solo che la siepe del suo vicino gli sembrava più fitta e rigogliosa della sua. Ivan si consolò, credendo che come sempre, l'erba del vicino... Ad un tratto le inutili e distratte constatazioni di Ivan vennero interrotte da una voce fuori campo. Egli alzò lo sguardo, oltre la siepe, dato che era rada e non c'era tanto ostacolo, e vide, sopra la sella di una bici da donna bianca con il cestino rosa sul davanti, una sua vecchia amica. Amica... conoscente. Insomma, sul vialetto ciclabile che passava lì davanti c'era Virginia, una sua coetanea che Ivan non vedeva da tempo immemorabile. «Ciao.» «Ciao.» Sorriso. Sorriso.
Virginia, che tutti avevano sempre chiamato Gina, fin dai tempi delle scuole medie... (il tempo passa...) se ne stava lì sopra il sellino, con la gamba sinistra puntata a terra per non cadere e con la testa rivolta verso Ivan. Lui notò che aveva belle gambe dritte e lisce, il piedino piccolo infilato in una scarpa da ginnastica bianca come la bici, sopra un paio di calzini da tennis di spugna corti; pantaloncini aderenti, corti anch'essi e una maglietta che lasciava scoperte le braccia sottili e abbronzate. Ivan vide anche una Virginia che non riconosceva del tutto: il grande seno che aveva sognato tante volte da giovane, che ora era cascante, il collo nervoso e allungato che sosteneva il suo volto più magro e spigoloso di come se lo ricordava. I capelli lunghi, ma spenti ed opachi. Rimanevano i grandi occhi scuri, che adesso gli sembravano cerchiati, e la bocca grande, dal sorriso pieno e rotondo, ma con delle strane ombre ai lati. «Come stai? E' da molto che abiti qui?» Chiese Gina. Ivan non lasciò la canna con cui stava innaffiando la siepe, ma con la mano libera si grattò dietro la nuca: «Saranno... un paio di annetti...», sì, doveva essere così. Ivan cercò di non sembrare goffo, senza riuscirci: «E tu? Come stai? Non ci vediamo da un sacco di tempo...» Gina rispose: «Io? Bene, dai...», con quel tono che significava tutt'altro. Pausa d'imbarazzo. C'era solo lo scrosciare perplesso del rivolo d'acqua che usciva dal tubo di gomma e si schiantava sui sassi levigati. Era tardo pomeriggio, il sole ancora alto, l'aria ancora calda, ma meno tremenda di qualche ora prima. Eppure si sudava. La maglietta cominciava ad attaccarsi alla schiena umida di Ivan, come non si staccava il suo sguardo dalla Virginia sconosciuta, che non vedeva da anni. «Fai un giro in centro?» Si sbloccò lui alla fine. Gina annuì, interpretando le parole di Ivan come un tagliar corto, ma non si mosse.
«Lavori ancora in ospedale?» Toh! Questa Ivan non se l'aspettava. Si chiese, nei due secondi che ci mise per rispondere, come faceva Gina a sapere che lui lavorasse in ospedale: del resto, non si vedevano da secoli. «Sì», risolse lui, dicendosi che tanto, se lavori in un posto pubblico, in paese lo vengono a sapere per forza. Il paese in cui abitavano Ivan e Virginia non era poi così enorme. Anche se si finisce per perdersi di vista, tutti sanno tutto. Tranne lui, ovviamente. Ivan si rese conto di non sapere nulla della Virginia adulta. Lei riprese, mentre lui spostava il tubo dell'acqua da un vaso ad un altro, distogliendo lo sguardo: «Sai, per un periodo ho frequentato uno che lavora in radiologia...» «Ah,» disse Ivan stupito. Gina sorrise amaramente, sembrò a lui, ancora distratto dalle sue piante: «Che tipo, però... sì chiama Enrico, lo conosci? Beh, non mi piaceva per niente...» «No, non lo conosco...», si affrettò a dire Ivan, ma magari, pensandoci bene, poteva anche venirgli in mente. «Un tipo viscido. Sai, di quelli che ci mettono sempre i doppi sensi...», commentò Gina, tanto per vedere se ad Ivan faceva effetto. Ma non lo fece. «Va bé, tanto l'ho lasciato perdere...» Sì, evidentemente Gina stava insinuando qualcosa, che però ad Ivan non passò neanche per l'anticamera del cervello in quel pomeriggio afoso, in cui adesso il sole accennava a scendere e l'aria s'imbruniva leggermente. Virginia si mosse da quella posizione statica che ormai teneva da qualche minuto e alzò la mano, per salutare: «Okay... ciao Ivan, magari ci vediamo.» «Ciao,» ricambiò Ivan, sempre levando la mano libera, e nell'altra la canna che inondava le piante ormai ubriache. Rientrato in casa, all'ombra del bagno con le imposte socchiuse, Ivan si tolse i vestiti sudati, pensando di farsi una doccia. Gli aveva fatto piacere aver visto Virginia. Avrebbe preferito aver rivisto la Gina che conosceva.
Vent'anni... ed i segni del tempo che ti solcano il viso, che rimodellano la curvatura della schiena. Le esperienze che cambiano il colore dei capelli, modificano la luce negli occhi e la linea delle labbra, come su una tela bianca, quel grande artista che chiamiamo destino, pennella particolari che chiamiamo vita. Chissà che cosa aveva visto Virginia sulla sua faccia, chissà come aveva interpretato quel suo modo di stare sul balcone con la canna in mano a curare le siepi, chissà se le era balenato in mente il ricordo di quella punizione da campione con la quale aveva infilato la palla nel sette della porta spiazzando il portiere, battuta a due minuti dalla fine dei supplementari e che aveva fatto vincere il campionato alla squadra dell'oratorio. Lui se la ricordava bene la Gina saltare su dai gradoni di cemento e esultare insieme alle compagne di scuola, solo che la sua voce allora era un po' più squillante ed entusiasta di un asettico "ciao", ed il fisico di Ivan era decisamente molto più atletico di quello in cui si ritrovava ora, a distanza di quasi vent'anni, mentre con una vecchia maglietta dei Rolling Stones un po' lisa e tirata sulla pancia, si dedicava al giardinaggio da balcone. Chiuse l'acqua e adagiò la canna in modo da non lasciare stillicidi di acqua e terriccio sul pavimento del balcone e rientrò nell'afa della sala. Non amava accende il climatizzatore, sarebbe rimasto al fresco per tutto il pomeriggio in ospedale, adesso era il momento di sentire il caldo, quello che dovrebbe essere giusto sentire d'estate, una di quelle cose vere che aveva deciso di affrontare da quando si era ripreso in mano la vita dopo cinque anni di un matrimonio passato a compiacere una donna che aveva dato per scontato che le sue esigenze venissero prima di tutto, anche prima della coppia, soprattutto prima di lui.
Cinque o sei mesi dopo l'inaspettato quanto fugace rendez vous con la vecchia amica di tarda adolescenza o, per meglio dire, incipiente e sconsiderata giovinezza, Ivan percorreva la strada tracciata sui binari di un'esistenza tanto mediocre quanto disillusa. Il lavoro in ospedale gli dava saltuariamente qualche soddisfazione, questo non poteva negarlo. Gli amici, pochi, erano quelli del calcetto, il giovedì sera, che non smettevano mai di intasare il gruppo su whatsup con "io non ci sono"..., "stasera buca...", "ho i ragazzi che non stanno bene...", "la mia lei esce con le amiche...", "ci vediamo la sett. prox...". L'inverno era arrivato e con lui i guanti imbottiti, il berretto, la sciarpa e il giaccone pesante, perché quando si usciva dall'ospedale, dove si cuoceva in maglietta e casacca da infermiere, faceva un freddo cane. A volte, Ivan si fermava alla tavola calda proprio di fronte al nosocomio, dove c'era Aldo, anch'egli conoscente di vecchia data e proveniente dallo stesso paese di Ivan. Aldo aveva in gestione il locale, e per Ivan era rassicurante e consolatorio andare da lui a mangiare qualcosa di caldo, piuttosto che tornare a casa, nel suo appartamento rimasto chiuso e freddo tutto il giorno, dovendosi preparare qualcosa, magari al microonde, che faceva tristezza. Così non era raro che i due scambiassero qualche parola, mentre Ivan mangiava e la serata s'inoltrava nella notte, quando i clienti del locale si facevano più radi. Quella sera Aldo disse: «Sai chi è capitato da queste parti?» «Chi?», fece Ivan, mentre addentava il panino unto. «Gina. Te la ricordi?» Ivan mugugnò un assenso con il boccone che scendeva, poi bevve un sorso di birra scura. «Eh,» sospirò Aldo, «come è strana la vita... prima non vedi una persona per anni e poi...», era il pensiero che correva nella testa di Ivan, nello stesso istante. Si affrettò a chiedere: «La vedi spesso?» Aldo annuì.
Come succede, non solo nelle fiction ma anche nella vita reale, il barista è un tipo bene informato. Aldo non faceva eccezione. «Lei come sta?» Domandò Ivan, che non si era reso conto del lavorio costante della sua mente su Virginia, latente per mesi, ma che improvvisamente veniva a galla. «Mah...», iniziò Aldo dubbioso: «... non al massimo, certo. Mi ha detto di aver perso il lavoro di recente. Sta seguendo sua madre, che si è ammalata. Tumore, credo. Viene qui quando l'accompagna a fare le terapie.» Per Ivan fu quasi un pugno allo stomaco. Aveva ancora in mente l'amica in bicicletta, sul vialetto di fronte a casa sua, l'estate scorsa. Era bella, ma sembrava già preoccupata per qualcosa. La notte Ivan dormì male, o non dormì per niente... non ricordava. Il giorno seguente, spinto da un impulso automatico, che egli credeva di poter controllare, era passato, in un momento di pausa, dai colleghi di oncologia, e si era informato su una certa signora. La madre di Gina. Avuto conferma di quanto aveva detto Aldo, i giorni successivi propinarono ad Ivan una specie di fissazione. Doveva rivedere Gina, voleva incontrarla di nuovo, anche se sembrava insensato, anche se non sapeva come l'avrebbe presa. Non aveva il suo numero di telefono, ma ricordò che tempo addietro, quando s'era iscritto a facebook per sbaglio, le aveva chiesto l'amicizia, come si fa di solito. Ovviamente il profilo di lei non era aggiornato, ma chissà... magari una notifica sul cellulare. Virginia rispose. Lei ed Ivan si videro da Aldo, un pomeriggio di quelli brevi, in cui un po' di vicinanza e calore umano fanno solo bene. «Sai, ti ringrazio...», disse Ivan, abbassando lo sguardo. «E di cosa?» chiese Gina, in imbarazzo. «E' che non avevo programmi per i prossimi quarant'anni... e volevo chiederti se ti va di farne un po' assieme a me...» Gli sguardi si incrociarono e lei gli toccò la mano, sorridendo.

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