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Una storia di AleCiviero

Questa storia è presente nel magazine Le mie Storie di 20 Lines

Voltando le spalle

Pubblicato il 07 settembre 2016 in categories.


Aveva già speso mille euro in beveraggi vari, cinquecento in coca e altre sostanze “festaiole”, senza sommare il conto del ristorante di pesce e l’aperitivo prima di cena. Ma chi se ne frega! Quella era la sua serata, la sua festa! E poi, di soldi ne aveva da spendere, per sé e per i suoi amici. La camicia bianca aperta sul petto per far risaltare la recente abbronzatura made in Sardegna, il Rolex d’oro che aveva già picchiato contro innumerevoli spigoli, senza che lui se ne accorgesse; bottiglia di Veuve Clicquot in pungo sulla sinistra e calice debordante sulla destra: - Evviva! Ehi… bevete tutti, eh! Bevete alla mia salute! Cazzo, non voglio vedere che qualcuno non beve! – E brindavano, ridevano, gridavano ubriachi, scolando dalle bottiglie e palpando il culo alle mignotte a noleggio che il loro ospite aveva procacciato per tutti: (altri millecinque, duemila?) E queste tipe ridevano, bevevano, ballavano lasciandosi palpare il culo… tanto pagava l’agenzia, no? Piergiovanni G… (glissando sul cognome), era lui che pagava, nel giorno del suo ennesimo compleanno. Tanto erano giovani, tanto erano ricchi figli di papà (G.), e non importava un cazzo sapere quanti anni compiva il Piergiovanni, che per tutti era Pierre… sì, Pierre alla francese, perché fa più figo. Molto cafone, ma figo. La festa si stava convulsamente trasferendo all’esterno del ristorante, che i beneducati amici di Pierre avevano semi devastato, per continuare in qualche discoteca alla moda. Ma Pierre ebbe una grande idea: perché non trasferirsi in centro e fare tutti i migliori locali? Champagne e righe nei migliori bar! Tutto a sue spese. Dopo aver incassato il plauso della brigata festante, Pierre voleva mettersi al volante della sua Audi, ma per fortuna qualcuno glielo impedì. Prossima tappa, il Centro. Lui seduto dietro, tra due biondazze.
Lo scintillio della città fuori dal finestrino, lo scintillio delle paillettes sui vestiti da sera di Betty-Barbara o Barbara-Betty, ma forse era solo lo scintillio che Pierre aveva in testa. Lui se ne stava beatamente stravaccato sul sedile posteriore, mentre la sua testa dai bei capelli mori scarmigliati ed umidicci era sballottata a destra e sinistra, così sembrava che il mondo non avesse un verso giusto. La carovana di grosse cilindrate stava entrando nel ventre molle di Milano. Quella che era stata la Milano da bere negli anni Ottanta non c'era più, perché se l'erano bevuta! Ora c'era la Milano dei club esclusivi, la Milano delle prenotazioni V.I.P., perché "io sono io e voi... non siete un cazzo!" Una Milano scintillante e decadente allo stesso tempo. Ma bisognava far andar avanti Pierre. Il nome di Pierre apriva le porte di tutti i locali esclusivi di piazza Diaz, di Bullona e Porta Garibaldi. - Buona sera, signore... - dicevano i buttadentro, quando appariva la sagoma contemporaneamente trendy e trash di Piergiovanni G. Lui sorrideva, accennava con le dita della mano che non era impegnata a mantenere in equilibrio o a farsi mantenere in equilibrio dai tacchi di Betty-Barbara o Barbara-Betty. E via dentro alla club house, nel privè, se necessario, dove la musica distopica arrivava meno aggressiva, ma rimbombava come un martello sbattuto sopra una cupola di piombo. Altro champagne, altri drink, altre sostanze. Il tutto per onorare la notte da coloro i quali non era permesso sbadigliare almeno fino alle cinque, o alle sei. Potevano esserci anche altri due o tre locali dopo di quello, ma la notte dell'ennesimo compleanno di Pierre sarebbe stata una notte diversa. Una notte che gli avrebbe voltato le spalle.
La sua mente aveva cancellato tutto, ad un certo punto. Ma quel punto non era affatto certo. Non ricordava più nulla, e basta. Forse ricordava il suo nome, che era Pierre, o Pier e qualcos'altro. C'erano, da qualche parte nella sua testa, gli echi e i riflessi di una festa assurda. Una festa tirata al limite, ma adesso non c'era nulla. Silenzio. Un silenzio assordante, devastante. Era solo. Il senso di solitudine era la sensazione che provava più di qualunque altra cosa. Anche i suoi cinque sensi erano come anestetizzati. Non udiva, non vedeva, non odorava, tastava o gustava, ma in compenso non provava dolore. Era una sensazione strana, che non richiamava un'immediata reazione. Non si rendeva neanche conto di dove si trovasse. Era come se la realtà gli avesse voltato le spalle. Pierre provò a muoversi, o almeno così credette, e allora qualcosa fece capolino nella sua mente. Qualcosa di così assurdo e sconcertante che rimosse subito con orrore dalla testa. Ma gli sembrava così evidente: era morto. Ma che sciocchezza! Se fosse stato morto non avrebbe sentito la brezzolina sul collo sudato, non avrebbe sentito un acre sapore di piscio di cane che gli saliva alle narici. Non avrebbe sentito il calore dell'asfalto sotto i polpastrelli: ma che diavolo! Era per terra. Sbattendo gli occhi qualche luce, ma più ombre si fecero strada nella confusione che aveva in testa. Vide un'insegna: "Larusmiani". Non credeva che nell'aldilà ci fossero gli stessi negozi di Milano. Scuotendo la testa e tirandosi su sugli avambracci, vide che poco oltre c'erano anche Prada e Gucci. Era in via Montenapoleone, nel salotto buono. Non ci credeva ancora, ma stava strisciando carponi, all'incrocio con via Verri in una città deserta, quando un'ombra gli fu sopra. Ma dov'erano tutti? Dov'era la notte, i suoi amici e tutta la cavolo di città?
L'ombra ansimò e poi Pierre la sentì guaire, scoprendo che si trattava di un cane curioso che gli stava per mettere il naso addosso. Non era aggressivo, ma Pierre si tirò su di scatto, ancora mezzo incosciente, per rendersi conto, subito dopo, che il cane era accompagnato da un uomo. «Chi sei?» Chiese Pierre con una voce che sembrava grattare sopra la carta vetrata che si sentiva in gola. L'uomo richiamò il cane mansueto e curioso, per assumerne l'atteggiamento. Non era una persona alta, ma in piedi sovrastava Pierre che era ancora carponi. L'uomo tese la mano, senza dire nulla, ma Pierre era ancora del tutto scettico e ritroso. «Son Andrea, ma tutti me ciama Balòss!» La mano dell'uomo era sporca e ruvida, dalle dita grosse e forti, con unghie nere e scheggiate. Pierre lo stava ancora squadrando, e l'aspetto di questo tizio uscito dalla notte in quella spettrale mattina in un centro cittadino irriconoscibile, non lo attraeva, anzi, in lui stava scaturendo un senso di repulsione che sentiva già estraneo. Pierre stava combattendo coi suoi sentimenti contrastanti, guadando la mano di Andrea sparire lentamente tra le pieghe di un soprabito stantio, che rivestiva l'aspetto dimesso dell'uomo. Un barbone, concluse Pierre, seguendo gli automatismi della sua mente. Intanto Balòss aveva sorriso grattandosi la barba ispida di giorni, facendo brillare i suoi occhietti chiari, contrastanti con la pelle del viso rovinata dall'aria secca e dall'umidità: «Se ti va di startene lì per terra, fai quello che ti pare...», e girando i tacchi diede le spalle a Pierre. «No, aspetta.» Lo richiamò il giovane. Si sentiva la testa scombussolata, ma più che i sensi, quello che adesso straniva, erano i suoi pensieri. «Non so cosa sia successo...», diede così fiato alle sue perplessità: «Dove sono finiti tutti? Era la mia festa!» Balòss tornò a guardarlo sornione: «Festa? Più morto che vivo in mezzo alla strada?»
Infine il giovane riuscì a tornare in piedi, per rendersi conto di quanto poco stabili fossero le sue gambe e quanto riottoso fosse il suo fisico a rispondere alla sua volontà. «Ma tu chi sei, e come mai il centro di Milano è così deserto?» Il vagabondo si girò nuovamente per dare le spalle a quel fesso che aveva raccattato per strada, pensando avrebbe fatto meglio lasciarlo dov'era. Non rispose subito, ma quello insisteva, anche se non aveva voluto dargli la mano: «Te l'ho già detto chi sono. Sono Balòss, del parco Sempione. Tu, piuttosto, chi saresti che dormi abbandonato in mezzo a via Montenapoleone?» Nel suo stato confusionale il giovane con la camicia bianca ormai sgualcita e sporca d'asfalto, i pantaloni strappati e l'abbronzatura impallidita si guardò perplesso: «Io sono Pier... giovanni.» Voleva usare il suo soprannome, ma si rese conto che qui non avrebbe aperto nessuna porta, non sarebbe servito a nulla. Guardava le spalle e la nuca dell'uomo, protestando e cercando una giustificazione che non c'era: «E poi, non sono abbandonato, forse...». Balòss tornò a guardarlo, quel poveraccio. Sì, era più poveraccio di lui, anche se vestiva abiti firmati, s'era abbronzato in Sardegna e aveva forse il portafoglio gonfio. Era più mentecatto di lui, perché non si rendeva conto di essere rimasto solo. «Sei proprio sicuro? Raccontami di questa festa...», disse a Pierre (o a Piergiovanni, di cui si intuivano gli occhi, dietro la maschera), ma poi fu lui stesso a continuare: «...avrete bevuto, e molto. Avrete sniffato, e molto. Vi sarete divertiti, vero? Sì, succede sempre così. Di solito va a finire male, con qualche incidente, qualche vittima, magari anche solo un coma. Altre volte, invece...». Pierre fece una smorfia terrorizzata: «Vuoi dire che sono morto?» Ma Balòss rise: «Ma che morto! E' solo che il tuo mondo ti ha voltato le spalle!»
«Come sarebbe a dire che il mio mondo mi ha voltato le spalle?» Riuscì ad articolare Pierre. Il barbone cominciò a camminare lungo via Montenapoleone, con le mani in tasca e la testa bassa, sempre voltando le spalle al giovane. Ma questi non capiva, si ostinava a chiamarlo indietro, protestando: «Stammi a sentire!» Gridò, stingendo i pugni, con le braccia molli che scendevano lungo i fianchi: «Questa è Milano! Questa è casa mia! Adesso chiamo i miei amici, che mi vengano subito a prendere!» Gridava, ma sembrava che non uscisse alcun suono dalla sua bocca. Balòss era già distante, verso il parco Sempione. La città era vuota, grigia e fredda. Non c'erano nemmeno i camion della nettezza urbana e neanche le automobili parcheggiate ai bordi delle belle vie del Centro. Non c'era nulla che giustificasse le parole di Pierre. Quella non era Milano, non era casa sua. Resosi conto di questo, Piergiovanni cercò di raggiungere Balòss, ormai lontano, seguendo i suoi passi, mentre la schiena dell'uomo sfumava nella foschia. «Aspetta... aspettami, ti prego!» Piagnucolò il giovane festaiolo, smarrito e abbandonato. Non aveva più né forza, né voce, quando riuscì a raggiungere il barbone e mettergli una mano sulla spalla. Allora Balòss si girò nuovamente verso di lui: «Allora non capisci.» Senteziò, accigliato, il Balòss del parco Sempione: «Ti sto dando un'altra possibilità, voltando le spalle. Ma tu non capisci.» L'espressione di Pierre era attonita, esattamente quella di uno che non capiva. «Che devo fare?» Chiese Piergiovanni. Balòss lo guardò comprensivo: «Ti dirò cosa "non fare": non accettare che la sofferenza sia cosa altrui. Condividiamo un solo mondo, e non basta star a guardare, altrimenti sarai sempre quello che sta voltando le spalle...» Quando Piergiovanni G. si svegliò in un letto d'ospedale non voltò più le spalle, grazie a Balòss.

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