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Una storia di lisa1949

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Un giorno di novembre

#pioggia 1994

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4 minuti

Pubblicato il 06 novembre 2018 in Altro

Tags: #Aluvione #Eventi #Paura #Pioggia #speranza

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Un giorno di novembre



Gocce pesanti, rumorose precipitano come sassi, risuonando d’improvviso sulle ondeggianti lamiere del tetto, sul cascinale di fronte alla mia abitazione, proprio a lato della stanza da letto.

Getti copiosi d’acqua, simili a gavettoni insolenti rompono la quiete e distruggono irruenti, qualunque cosa possa essere travolta dal loro impeto.

Oggi, queste infinite note stridenti riportano la mente a quel ricordo lontano.


Proprio durante la costruzione di queste unità abitative: un candido complesso residenziale,

il mese di novembre 1994, di questa struttura erano state completate le mura esterne e gli accessi alle case dalla rampa dei garage e il tetto.

Abitavo a Torino e, incollata alle finestre di casa, ammiravo le persistenti precipitazioni, fiutando nell’aria il tipico odore della pioggia.

Sull’asfalto del corso antistante, sfavillante a causa delle luci che si riflettevano sul suo manto ormai pregno d’acqua, scorrevano fiotti piovani che il terreno non era più in grado di assorbire…

Ogni goccia provocava buchi e zampilli, pareva un alternarsi di centinaia di fontanelle scompigliate che, ricadendo in quel fiume torbido e crescente, giocassero a formare piccoli mulinelli.

Il naso appiccicato ai vetri, osservavo: tutto sembrava surreale. I tombini ormai si rifiutavano di inghiottire altra pioggia.

Penetrare quelle griglie, era diventato impossibile e l’acqua mista a residui di fogliame, o qualsiasi detrito raccolto sulla strada, risaliva “gorgogliando”. Sentivo freddo.

«Andiamo a vedere su al cantiere cosa sta succedendo?» al telefono, la voce un po’ allarmata di mio marito, m’informava che in giro la situazione era piuttosto critica.

«Sono pronta, quando vuoi scendo» risposi colta da un senso d’ansia.

Infilato il giaccone, scesi velocemente, mi stava aspettando dentro la sua monovolume.

Il fatto che l’auto fosse più alta rispetto alle altre, mi diede una maggiore sicurezza.

Una nota di colore a contrastare il plumbeo asfalto, gli stivali di gomma, che molti avevano riesumato dalle cantine.

Macchie colorate, immerse dentro una decina di centimetri d’acqua, proteggevano persone che sgombravano dagli scantinati il salvabile.

Una quindicina di chilometri a sfidare la corrente fangosa, che proseguiva in senso inverso al nostro, con una velocità impressionante.

«Sicuro che sia una buona idea? Potremmo restare bloccati a metà strada. » domandai.

«Ora vediamo, se peggiora la situazione, torniamo indietro. Non ti spaventare!» mi rassicurò lui.

Una visione apocalittica. Una vettura rossa rovesciata a muso in giù nella bealera costeggiante il manto stradale.

Sembrava un effetto ottico, ma invece la forza dell’acqua che scorreva in quel canale d’irrigazione, la stava facendo traballare.

Il suono del telefono ci scosse. Mia cognata chiedeva di andare a recuperare il figlio tredicenne alla scuola di calcio del paese vicino. Loro avevano tentato, ma erano stati fermati dalla protezione civile.

Cambiando direzione, c’intrufolammo in quel villaggio deserto dai livelli d’acqua impressionanti. Arrivava a coprire la metà delle gomme della nostra vettura.

Cercavamo un percorso meno tortuoso per riuscire a recuperare Dennis.

Finalmente l’ingresso della cancellata si presentò davanti a noi insieme al ragazzo, nemmeno troppo preoccupato. Il fascino dell’avventura nei ragazzi è superiore a quello del pericolo.

«L’abbiamo recuperato, tranquilla, sta benone!» rassicurai la madre.

«Però non proseguite oltre. Qui ci sono auto che galleggiano, trascinate fuori dai garage: un diastro!» spiegò lei in preda all’agitazione.

«Dennis, portatelo con voi, veniamo a prenderlo domani.» e chiuse la comunicazione.

Ormai l’acqua aveva reso la strada un tragitto a ostacoli: molto insidioso da percorrere. Dentro di me un’angoscia indescrivibile, solo a immaginare famiglie intere buttate in mezzo a una strada e al freddo.

Trovammo la protezione civile davanti al portone, dovevano liberare il corso e renderlo agibile almeno da un lato.

Ci ritirammo a casa reputandoci fortunati per essere usciti indenni da quella avventura.

Il nuovo complesso residenziale invece, aveva raccolto acqua nelle tavernette e nei garage, raggiungendo il metro e mezzo d’altezza. Disperazione comprensibile del geometra.

Per fortuna le idrovore fecero bene il loro lavoro, quindi la situazione tornò regolare dopo pochi giorni. In fondo un’inezia, rispetto a ciò che provocò in tutta Italia.

In quel frangente mi sentii particolarmente vicina a chi subì un disastro simile.

Quell’anno furono più di duemila e duecento i senza tetto in Piemonte e si contarono settanta morti.

É successo ancora, per i capricci di un cielo che non sopporta l’arroganza dell’uomo: Lombardia, Versilia, Liguria e molte altre, sino ad arrivare ai disastri che si stanno verificando in queste ultime settimane.

Ancora famiglie distrutte e lasciate nella disperazione, altre vittime si dovranno ancora piangere su queste follie del tempo e dell’uomo?

Eppure, quando cade la pioggia, leggera, scivolando subdola sui miei pensieri, riesco a percepire fremiti languidi, a scrivere versi catturati dentro le emozioni dell’anima.

Magari immaginando romantici incontri o storie sbocciate sotto lo scroscio melodico di infinite gocce luminescenti.

Perché dietro a ogni evento drammatico bisogna sempre ricominciare e costruire nuove storie ispirate dalla pioggia novembrina.

Nasceranno sempre inesauribili similitudini tra il tempo e le sensazioni dell’anima a suggerire nuove emozioni.


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