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Una storia di PatrizioRighero

Questa storia è presente nel magazine Sogni di carta

Barocco

Il fantastico sotto il cuscino

189 visualizzazioni

4 minuti

Pubblicato il 22 marzo 2019 in Fantasy

Tags: #anima #claustrofobia #desiderio #musica #sogno

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Come arrivai alla festa non lo ricordo. Sono quelle cose che accadono. Apri gli occhi e ci sei dentro. Così. Tutto era barocco laggiù: gli abiti degli invitati, i lampadari grondanti di luci, i quadri alle pareti e i divani con i cuscini di seta. E poi camerieri in livrea con lucidi vassoi colmi di calici frizzanti e tartine che parevano verniciate. Lunghi corridoi con un andirivieni da carnevale. Tutto un’allegria. Certo il centro dell’attenzione era la musica. Me ne accorsi quando una dama incipriata mi fece segno di stare zitto portando il dito inanellato davanti al suo naso pallido e sottile. Non feci domande e la seguii in un salottino con carta da parati amaranto. Una dozzina di figurini stava a semicerchio attorno ad un pianoforte a mezza coda. Suonava Chopin credo. O qualcosa del genere. Capiamoci: era il piano a suonare. Il pianista non c’era. I tasti scendevano con grazia rilasciando una ad una le note. Da incanto. E tutti lì ad ascoltare col timore che quel miracolo finisse da un momento all’altro. All’improvviso. E puntualmente accadde su un Sol. Il tasto riemerse e la melodia restò troncata. Ci fu un “ahhhh” di sconforto, poi uno dopo l’altro tutti uscirono dal salottino per rituffarsi nei corridoi e nelle ampie stanze dove si servivano vivande calde e fredde.

Rimase lì solo la dama col dito silenziatore. «E questo è niente - disse euforica - avresti dovuto vedere il flauto succhiare l’aria senza la bocca del flautista. Per non parlare del violino. Come andava quell’archetto…»

«Oggi con la tecnologia si fa tutto», buttai lì per darmi un’aria intelligente.

La dama mi guardò con occhi compassionevoli, come se avessi detto la più grande delle idiozie e si dileguò, accodandosi ad un gruppo di giovanotti in frac. Mi avvicinai ottusamente al pianoforte e feci l’unica cosa che non avrei dovuto fare: premetti un tasto. Non ne uscì alcun suono, ovviamente. Ma immediatamente arrivò il rimbrotto di una ragazzina che avrà avuto sì e no 15 anni. «Ma che cosa fai? Sei rincretinito?»

Non feci obiezioni. Aveva ragione lei. Perché stuzzicare un piano che suona da sé?

La seguii mentre usciva, tenendomi ad una certa distanza e guardando intorno se mai spuntasse un volto amico. Macché. Tutti volti che avrei potuto conoscere. Quasi uguali a… ma diversi quel tanto che basta per farti dire: «no, non è lui». Oppure: «no, non è lei».

Uno dei giovanotti in frac sbucò alle mie spalle e mi disse piano: «se non fai casino, ti accompagno nella sala delle danze». Perché no. Tanto valeva andare a dare un’occhiata. Attraversammo una decina di porte prima di giungere in uno stanzone tutto specchi. La musica, un valzerone galoppante, arrivava da chissà dove. Coppie mascherate volteggiavano con discreta abilità. Il giovanotto mi strizzò l’occhio e invitò a ballare una dama in rosa con i capelli raccolti in un vistoso chignon. Fu lì che mi accorsi che mancava qualcosa. Non c’erano né finestre, né porte che si aprissero sull’esterno. Neppure un oblò o un minuscolo abbaino. Imbucai il corridoio dal quale ero arrivato e lo percorsi a passi veloci. Niente. Non una finestra. Non una porta che non introducesse in un altro locale interno.

Mi sentii soffocare, anche se l’aria era ossigenata e i lampadari erano generosi di luce. Riconobbi la dama silenziatrice e la raggiunsi quasi correndo. Sapevo che la domanda che stavo per porle era inutile e fuori luogo, ma non potei trattenermi: «Come si fa ad uscire? Dov’è l’uscita?»

Quella mi guardò contrariata. Come se le avessi mancato di rispetto. Mi voltò le spalle e se ne andò.

Mi accasciai su un divanetto cremisi e accettai un bicchiere di un qualcosa che poteva essere spumante o gazzosa o chissà cosa. Lo mandai giù tutto d’un fiato e tuffai la faccia tra le mani respirando a fatica.

Poi buio. Un grande nulla mi inghiottì

E mi risvegliai nel mio letto. Fradicio di sudore. Col fiatone. Accesi la luce, e con un balzo fui accanto alla finestra. La spalancai sulla notte invernale. Respirai a pieni polmoni una boccata di aria gelida.

Ero fuori. Libero.

Controllai anche la porta. Si apriva regolarmente sul balcone. Uscii. Scesi le scale senza nemmeno vestirmi. Feci qualche passo in giardino. Scalzo. Sentivo l’erba brinata sotto i piedi. Sì, tutto quadrava. Potevo andare e venire. Ero fuori.

Eppure non mi sentivo per nulla sollevato.

Tornò l’affanno. Ancora più soffocante.

Nella mia testa sentivo ancora il suono del pianoforte.

Qualcosa non tornava.

Mi voltai e presi a salire le scale. E capii.

Ogni cellula del mio corpo, ogni neurone del mio cervello, ogni atomo della mia anima reclamava una cosa e una cosa soltanto: tornare dentro!


Castello della Mandria - Torino
Castello della Mandria - Torino

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