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Una storia di Lapennadirox1965

SCARPETTE ROSSE

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3 minuti

Pubblicato il 08 marzo 2021 in Giornalismo

Tags: #femminicidi #festadelladonna

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Chi non ha mai desiderato un paio di scarpe rosse?

Già all’asilo, il primo giorno, davanti all’armadietto, mentre la mamma appendeva il grembiulino rosa, lo spazzolino e l’asciugamano, noi adocchiavamo le pantofoline rosse, della bambina bionda, con l’armadietto vicino al nostro.

La scarpa rossa per le donne, è qualcosa di ancestrale. Forse già le donne di Neanderthal, avvolgevano intorno al piede, pelli tinte con il sangue degli animali cacciati.

Credo che il desiderio della scarpa rossa nasca già nella cullina dell’ospedale dove siamo nate, dove invidiavamo le calzine rosse della neonata accanto.

Gli anni passano, ma il desiderio è sempre lì, magari sopito o solo sedato dall’acquisto di un paio di scarpine alla bebè, da parte della zia fashionista.

Alle elementari e alle medie, il desiderio viene messo a tacere dal conformismo imperante che annulla la personalità: prima scarpe rosa marca Hello Kitty, con unicorni d’ordinanza poi scarponcini neri come tutte le altre compagne di scuola.

Il conformismo prosegue durante i primi anni delle superiori, in seguito, con il formarsi della personalità, arriva la presa di coscienza e l’autoaffermazione come individuo con le sue peculiarità.

E qui arriva la ricerca di un stile personale, la cura nell’accostare capi e colori e il desiderio di un paio di scarpe rosse, da anni sopito, si fa prepotente.

Per iniziare saranno delle ballerine, da esibire alle prime feste o, per non discostarsi troppo dalla massa bullizzante, delle All Star vermiglie.

Viene il tempo dei primi appuntamenti, il voler fare colpo sull’altro sesso; arriva il mezzo tacco, compromesso meno traballante dello stiletto e ugualmente slanciante per le caviglie.

Con il primo stipendio ha inizio la collezione, per le più fortunate Louboutin o Jimmy Choo, per chi deve rompere il salvadanaio, un ottimo paio di Ferragamo.

Con l’arrivo della famiglia, le corse lavoro scuola danza pallone casa, si ritorna alle sneakers da cui tutto era iniziato o per le “sciure” bon ton, un paio di mocassini.

Ma ultimamente le scarpe rosse hanno assunto una connotazione sinistra, non perché sinonimo di donna di strada o di sciantosa di periferia, ma triste tributo ai femminicidi.

Disposte in file ordinate in Piazza Duomo a Milano, come farfalle immobili in un fermo immagine o fedeli compagne di piede al funerale dell’amica troppo presto morta per maschia mano, hanno perso tutta la loro allure.

Ma sono diventate un simbolo, un Oscar silenzioso alla non violenza.

Quante sono le scarpe che dovremmo disporre oggi in piazza se contassimo tutte le vittime del 2020?

81 paia.

162 piedi.

Che non cammineranno più.

Che non danzeranno più.

Che correndo in riva al mare non solleveranno più spruzzi di acqua salata.

Una qualunque piazza, di un paese di medie dimensioni, della provincia italiana, non basterebbe per dimensioni.

E a volerle disporre per tipologie diverse, ballerine, decolletè, mocassini, non ci sarebbero abbastanza modelli.

Neanche in Italia dove siamo maestri calzaturieri.

Ricordiamocene ogni volta che siamo vittime di un sopruso o che solo ne siamo testimoni: non rimaniamo indifferenti, parliamo, gridiamo, accusiamo.

Lanciamo una stiletto rossa al maschio prepotente, cercando di colpire un punto vitale!

O domani, in piazza, ci sarà un paio di scarpette rosse in più.


Di Rossella Gioda





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