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Una storia di DomenicoDeFerraro

Questa storia è presente nel magazine MUSICA E FILOSOFIA NAPOLITANA

FIABA PER LA LIBERTA’

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12 minuti

Pubblicato il 25 aprile 2021 in Fiabe

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FIABA PER LA LIBERTÀ



Un tempo assai lontano dentro una vecchia casa diroccata situata sopra la cima d’una calva collina ,coperta dal verde dei boschi ridenti e silenziosi ci viveva una graziosa fanciulla . Magra d’aspetto, dal curioso aspetto , donna pia, figlia di tanti sogni miei . Ella lavorava dalla mattina sino a sera ,sotti li comandi d’una megera matrigna. Lavorava ,sfacchinava ,puliva e ripuliva con cura la misera stamberga ,nei momenti di pausa di tanto in tanto ,usciva fuori casa con indosso sempre i soliti i laceri vestiti a far qualche commissione giù al paese. Il paese si trovava a valle dove scendeva un fiume , dove scenderà questa storia con i suoi dolori nel tempo che scorre e canta la sua misera libertà. Un paese fatto di poche ed umili case , sparse come mucchietti d’ossa ,legni fradici dai tetti spioventi , dispersi nel fondo valle , attraversato da un ripido torrente canterino che scendendo allegro, canta la sua canzone di molti anni e molte ere passate . Un villaggio con al centro dell’abitato una piccola chiesa con un grande campanile, svettante verso il cielo che invita ogni passante ed ogni pellegrino ad entrare ad adorare quell’immagine sacra dentro custodita .


Paese di poche anime ,per la maggior parte contadini ed artigiani, qualche malandrino con un barone dai lunghi baffi neri che grida chiunque, chi non ascolta il suo volere. Donne gobbe, altre belle ed altre gaie , uomini d’un tempo addietro, dalle grandi gambe , dai grandi cuori , colmi di gioia di ritorno a sera a casa loro, con il desiderio di sedersi intorno al vecchio focolare. La mesta fanciulla quando ella era sola e nessuno poteva vederla , spesso si lasciava andare sconsolata in un lungo pianto liberatorio , rammentava le sue pene e afflizioni si lasciava andare ad un lungo piagnisteo :

Chi è più sfortunata di me su questa terra ,poveretta sono, nisciuno mi vuole bene, amaro destino, mi ha riservato la vita.

Senza madre, ne padre , abbandonata da tutti li parenti

a far la serva a questa brutta matrigna, mariola di quei pochi

beni che mi hanno lasciato in eredità i miei poveri genitori.

La padrona è lei , decide ,comanda a suo piacimento.

Sfortunata sono nata.

Senza amore , Senza onore.

Fatti forza figlia mia

Mamma mia dove sei ?

lo sai ti sono , sempre accanto

Ma tu sei morta

Io, vivo nel tuo animo

Mi sento sola , nisciuna mi capisce

Non lasciarti andare

Ripiglia sciato

Sei cresciuta assai

Ti sei fatta grossa

Magra come nu cerino sono

Chiù bella di una rosa

Sola e sconsolata

Teresenella mea

Povera mamma mia

Nun chiagnere te sente ò diavolo

Me sentesse , me sentesse che me ne importa di andare all’inferno

Guarda in cielo ,non vedi niente?

Tra le stelle sto e con lo pensiero fisso ti seguo nell’oscurità.

A quelle parole ,il pianto gli gonfiava le gote e con gli occhi lucidi ed umidi diveniva ancora più bella. La piccola Nina era d’aspetto gracile , dolce e maliziosa dal pallido volto , simile ad una madonna ,ornato da una cascata di sporchi biondi capelli ,arruffati fitti e ritti con ciocche bianche . Dal corpo esile come un gambo di fiore dalle corolle protese verso il sole . Ed Il tempo passava faticando ,svolgendo le mille faccende quotidiane, nei giorni pigri e bigi ,nella breve gioia che poteva regalarsi.


Un giorno d’inizio primavera si sparse la notizia del ritorno di un gruppo di soldati dal fronte di guerra ,per tutta la valle , la voce corse fin sopra ai cascinali pendenti sui monti ,per le masserie del vecchio paese, dell’arrivo imminente dei soldati dalla guerra. La maggior parte reduci , scampati a mille pericoli da sotto l’affilata falce della perfida morte ,stanchi e affamati avevano camminato a lungo , attraversato montagne innevate, valichi tortuosi , crepacci e dirupi orrendi con la fiducia in sè di far ritorno a casa dai loro familiari.


La matrigna saputa la lieta notizia del ritorno, fece lavare e lustrare la casa da cima a fondo ,onde non fare una brutta figura e fattasi bella pure lei , mandò Ninuccia a tagliare legna nei boschi.

Poi messosi fuori l’uscio di casa aspettò il passaggio dei giovani soldati con l’intenzione di acquattarne qualcuno, per rifocillarlo e alfine nelle sue intenzioni di conquistarlo. E i soldati stanchi , impolverati passarono carichi di medaglie , trascinando seco gli spari sparsi in battaglia ,passarono tutti uniti con in mano vecchi fucili al suono della banda musicale. Un piccolo soldato , andava avanti :Torno ora dai campi di battaglia , dopo tanto dolore sopportato ,ferito dalla mitraglia nemica , attraverso questo mattino di luce , con in spalla il mio fucile, con la mia divisa macchiata di sangue , con i miei giovani anni . Con il sacco sopra alle spalle, la gente ci fa festa, ci saluta, ci bacia, chi ci tira di qua ,chi di là. Ma il mio pensiero torna ai giorni sofferti . Ai tanti momenti difficili che ho dovuto superare . Alla fame ,ai tanti corpi mutilati ,ai micidiali colpi di cannone. Su questa strada storpia ,solitario marcio, stanco e avvilito. Ho camminato a lungo ,ora sento il bisogno di riposarmi , arrotolare un po’ di tabacco nelle cartine e lasciarmi andare con la cicca in bocca all’ombra di qualche albero secolare. Aspettare poi la sera, sedere vicino al fuoco, vederlo scoppiettare ardere ,danzare la fiamma rossa ,riscaldarmi e addormentarmi come un bambino, sognare momenti felici.


Ma intorno a quei suoi sogni si fecero avanti tante ombre ,figure cruciali ,malvage fuggite dalla mano della morte nemica . Ed i soldati uccisi cantarono la loro agonia nel suo sognare.

Noi siamo muorti accise sotto li colpi delle baionette nemiche.

Dopo averci rialzato con coraggio dal fango misto di sangue innocente , abbiamo continuato a lottare a cadere ad uno ad uno sotto il fuoco nemico, siam stati colpiti a morte, vittime d’una orrenda guerra , reggendo fino alla fine l’arma tra le mani. Ora siamo un mucchio d’ossa, ci hanno sepolti tutti insieme e dimenticati in una terra straniera.

Non abbiamo più paura di nulla.

Siamo parte di questa storia che ci ha ucciso , ci ha traditi per una libertà senza domani .

Siam partiti.

Siam Tornati.

Abbiamo marciato.

Siamo in tanti in questa fossa a guardare le stelle.

Abbiamo pianto.

Tanto sofferto.

Non sparate all’amico .

Attenti al nemico.

Ora è l’ora per morire.

Avanti fratelli.

Prendete l’armi.

Avanti fratelli la guerra ci attende.

Tra i fossi tra le ossa del nostro amico tra gli spari avanti fratelli imbracciamo il fucile, avanti fratelli fino in fondo a questo campo di croci , fino alla morte, fino a quella porta che ci attende che ha nome pace ed amore , avanti fratelli la guerra ci attende, ci attende l’amore la gloria, la libertà , il vivere ed il morire.

Io avevo una moglie e quattro figli.

Facevo il fattore in una azienda agricola .

Avevo un rosso calesse tutto mio trainato da un cavallo bianco

un vero purosangue inglese.

Ero rispettato, ben voluto da tutti giù al paese.

Tutti mi salutavano al mio passaggio.

Ed ora che son morto ,colpito dal fuoco nemico .

Cosa succederà ora alla mia famiglia , senza il mio aiuto?

Cosa accadrà a mia moglie , sola , con quattro figli ancora

tutti in tenera età ?

Tutto ciò mi rende assai infelice , vorrei tanto ritornare in vita , per un breve lasso di tempo per poter aiutare ancora la mia povera moglie a sistemare le cose per il meglio prima che io scompaia nel buio dell’Ade.

Funesti presagi m’inseguono nella danza dei miei ricordi si fanno vorticosi come fossero un voragine che mi spinge verso l’Ade dove stanno tanti dannati che cantano le meraviglia della vita, della morte , dell’essere eroi.

Io sono figlio d’una famiglia numerosa et illustre .

Quinto di otto figli ,cinque maschi e tre femmine.

Decisi di partire alla vigilia della grande guerra per fare onore al cognome che porto Rossi di San Severo.

Nello scontro a corpo, fui ucciso e buttato in una fossa profonda dal nemico, gridai: aiuto ma nessuno ascolto la mia voce.

Nessun m’ascoltò , ma continuai a gridare con tutto il fiato

fino alla fine , viva la libertà.


Io fui temerario, prode combattei come un leone poi stanco alzai le mani in segno di resa , ma a nulla valse , un colpo secco risuonò nell’aria ,caddi riverso infine in una pozza di sangue innocente. Lì rimasi per cinque giorni , abbandonato, sotto il sole e la pioggia . Mi decomposi lentamente ed un fetore tale emanava il corpo mio in quello stato da far fuggire chiunque s’avvicinasse perfino ladri e sciacalli per lo forte lezzo. Al settimo giorno un grosso carro trainato da due scheletrici cavalli , traballante venne, alcuni uomini vestiti di nero mi pigliarono mi chiusero in un sacco e lì rimasi sino a diventare solo un povero ammasso di ossa. Povera mamma mia ,poveri fratelli miei , quanto vorrei riabbracciarli ancora.

Che colpa ho, son morto da eroe.

Ho combattuto e creduto nella libertà.

Perché Dio non mi ha salvato , perché la voce del nemico, odo ancora dopo morto ,dopo essere passato in altra forma .


Io invece tornavo dal fronte , con una licenza premio , dopo essere stato per ben tre anni con coraggio in prima linea . Quante preghiere , tante notti insonni ,le urla dei miei compagni sentivo , catturati, trascinati con forza, dietro le linee nemiche e alfine uccisi. Quelle voci risuonano ancora nelle mie orecchie. Ho avuto la possibilità diverse volte di fuggire in salvo , di nascondermi all’assalto dei nemici ,mi sono trovato faccia a faccia con la morte tante volte , non ho pianto ,ne deriso la sorte , un solo pensiero ha sorretto l’animo mio : combattere, salvarmi da quell’inferno , andare avanti , fino alla fine della battaglia.

Nei boschi gelidi s’odono ancora i mortai tuonare , all’arme affrontarsi ,sulle auree pianure, tra i laghi celesti , su quali si spande e s’ode un grido lugubre . Abbracciati sotto la luna i soldati , moribondi stanno , il loro lamento echeggia nella nebbia . Quieto s’agglomera nei campi di grano il sangue versato ,frescura lunare ,tutte le strade in tempo di pace, convergono in un libero canto .

Io ero sulla via del ritorno ,cantando, andavo, quando un areo nemico mi colpì alle spalle . Venti giorni sull’Ortigara senza il cambio per dismontà .Avanti , avanti ,avanti….E domani si va all'assalto, soldatino non farti ammazzar. Avanti, avanti, avanti ...Quando poi si discende a valle battaglione non hai più soldati . Avanti, avanti , avanti ... Nella valle c'è un cimitero, cimitero di noi soldati. Avanti ,avanti ,avanti fratelli . Cimitero di noi soldati , forse un giorno ti vengo a trovare. Avanti, avanti, avanti…

Ho lasciato la mamma mia, l'ho lasciata per fare la guerra.

Avanti, avanti ,avanti senza timore ... Quando portano la pagnotta il cecchino comincia a sparare . Avanti, avanti ,avanti amore mio ... Battaglione su i nostri morti, noi giuriamo la nostra terra salvare.

Avanti, avanti ,avanti verso la vittoria noi andiamo.

Mille case all’orizzonte l’une strette all’altre e la mente si perde

in mille ricordi , piccole gioie perdute. Vento porti con te canzoni di guerra nate su in montagna per lugubre contrade. Vento , passi gelido , sopra la croce d’ognuno ,sopra i corpi feriti dei compagni in marcia .

Passerà mai qualcheduno per codesto bosco

che m’ aiuti a far ritorno a casa mia?

Non avete voi un cuore?

In molti dicono che voi non l’avete.

Ed io mi consumo di passioni sull’uscio di casa nell’attesa

di veder passare quel giovane eroico soldato.

Tutti mi dicono: Ah pazza mangiata dall’ invidia ,rosa dalla follia

e vana la tua attesa.

Soldato di superbe imprese ,dove volge il tuo cammino ?

In quali deserti di sabbia ,dietro morgane ,fuochi fatui ,

acerbe canzoni, cantano la tua avventura .

Poverina dice la gente s’è matta.

Ma lasci che ti dica: chi di spada ferisce , di spada perisce.

Per te soldato mi sono fatta bella , nella voglia di baciarti ancora.

Forse è vero, io ai difficili amori sono nata.

Son perduta , sono sola con le mie delusioni .

La fanfara dei soldati ora giunge a passo lento ,il rullo dei tamburi s’ode crescendo in ogni luogo. La musica rende l’ aria lieta la gente s’affaccia dalle finestre. Pian piano escono di casa non più intimoriti per andare incontro ai soldati che cantano:

Quel mazzolin di fiori che vien dalla montagna, bada ben che non si bagna ché lo voglio regalar, bada ben che non si bagna che lo voglio regalar. Lo voglio regalare perché l'è un bel mazzetto, lo voglio dare al mio moretto , stasera quando vien, lo voglio dare al mio moretto , stasera quando vien . Cosi Nina vedendoli da lontano , giungere tutti insieme , incominciò a correre lungo il ripido pendio della collina , ricoperta di tanti fiori . Le strade del paese s’affollarono sempre più ,arrivò in paese con un grosso fiatone , il cuore gli batteva forte in petto . La folla rumorosa prese ad urlare e spingere nel salutare il passaggio del convoglio militare, file di soldati con i visi sporchi di fango , marciavano compatti a piedi a bordo di camionette e carri armati. Nina non ebbe il tempo di voltarsi indietro , che fu spinta improvvisamente dalla furiosa folla ella miseramente fu trascinata dagli eventi , perduta nella sua storia , la sciagurata cadde sotto un carro armato . L’urlo di lei maciullata , neppure s’udii mentre la colonna di autoblindo continuò ad andare avanti , verso il suo destino.


Di quel triste momento, nessuno s’accorse della terribile sciagura. Poi qualcuno grido correte una poveretta e caduta sotto un carro armato, cosi alcuni uomini cercano di soccorrerla inutilmente, ed il suo sangue innocente macchiò i prati in fiore , rendendo roseo l’immagine di tante persone che avevano attraversato l’orrore della guerra . Ed ogni cosa circostante divenne come s’era desiderata fosse ,un vecchio provò chiamare aiuto ,mentre alcuni soldati , strinsero a se le loro giovani spose con in grembo il frutto del loro acerbo amore . Il roseo sangue di Nina , goccia dopo goccia bagnò la madre terra , ed i boschi e la valle intera, ed il fiume trasporto il suo sangue ed il vento canto il suo sacrificio che giunse fin dove le lacrime bagnano la terra ed altri intendimenti ,ed in ogni luogo a lungo conteso nel bene e nel male nel nome di una libertà combattuta , un fiore dai molti colori sbocciò improvvisamente forte e bello. E quando venne il tempo di raccogliere il frutto di quella vita spesa , il suo corpo fu gettato dentro una bara , fu sepolto dentro un fosso , illuminato da un raggio di sole. Fu quello l’inizio e la fine del vivere e del morire , del combattere in nome dell’amore , il frutto nato dall’albero della libertà .







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