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Una storia di MirianaKuntz

Uscita d'emergenza

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6 minuti

Pubblicato il 25 luglio 2020 in Storie d’amore

Tags: #amore #fine #tradimento

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La nostra casa aveva la forma e i colori della mia testa. Le sue finestre si affacciavano sugli spigoli del tuo corpo. La luce che entrava in camera, riusciva a sfiorarti le caviglie ancora prima che tu potessi accorgertene. Avevo tirato fuori le lenzuola di lino e quelle di cotone dei colori che preferivi tu. Dormivi pancia sotto, poi di lato, a volte perdevi il senso della geometria e ti spalmavi negli angoli più estremi. Ci capitava di addormentarci su un posto concavo, chiamato dagli altri col nome di tempia. L’amaca dei miei pensieri riusciva a dondolarti anche quando avevi voglia di piangere. Saltellavi sulle mie sinapsi, quando ero distratta o quando mi capitava di pensarti di meno. Il mio cervello sobbalzava, e toccando i profumi dei nostri momenti migliori, sembrava accogliere tutto come una spugna di mare, e con un solo movimento, si ritraeva su sé stesso, ritornando nella forma originaria con il tuo nome sul davanti. Era un giorno d’estate, quello in cui appesa al tuo solito filo di capelli, giocavi a farmi il solletico nei punti giusti. Io ero distratta ed arrabbiata, a tratti ero entrambe le cose nello stesso momento. Dall’armadio del mio sterno, sono uscite due nuove figure, sembravano fatte di argilla, paglia e lacrime. La prima, la conoscevo, era capelli d’oro. Lei con la sua solita andatura ci veniva in contro speditamente. Se n’era andata un giorno qualunque, uno di quelli dove al mio bacio, avevi risposto con un altro bacio più lungo, ed io mi ero acquietata, pensando di essere al sicuro. Capelli d’oro aveva fatto spallucce, e poi se n’era andata, usando la porta principale della mia testa. La seconda non l’avevo mai vista, mi era capitato qualche volta di immaginarmela, ma non aveva mai avuto nomi né facce. Era una persona longilinea, con la risata facile, senza armatura né spade. Camminava lentamente, come chi è sicuro di arrivare a destinazione. Tra le mani portava un pezzo di carne rossastro, quello che più avanti, avrei capito fosse il tuo cuore. Non me ne ero curata, mi ero seduta a guardare la scena in un angolo, conscia che le avresti mandate via. Capelli d’oro ti si era seduta addosso, con le sue solite frasi pronte, quelle che avrebbero dovuto farti sentire capito, e tu a poco a poco, ti sentivi davvero compreso. La seconda figura, senza bocca e né occhi, aveva avuto lo stesso fascino della prima su di te, se non in modo maggiore. Con il palmo della tua mano, le avevi spostato i capelli inesistenti dalla fronte, le avevi chiesto di parlarti, anche se non aveva una bocca. Ti eri incuriosito così tanto che le avevi dato un po’ della tua voce. Tu diventando afono, ti eri innamorato di lei, sotto la carica delle sue parole. Si era messa a raccontare di come avesse fatto tanta fatica ad uscire dall’armadio vecchio della mia testa, di come fosse scampata ai tarli, ai topi, e di come la polvere le avesse mangiato la faccia. Tu eri dispiaciuto, a tratti quasi arrabbiato con l’invenzione melensa delle mie meningi. Volevi difenderla, persino da mostri che non le erano più accanto. Provai a venirti in contro, ma tu mi spingesti da un lato. Le mie spalle urtarono le pareti della mia testa provocando un grande terremoto di sentimenti. Capelli d’oro, s’era messa seduta su una vena importante, e ridendo, aspettava il momento esatto in cui sarei scoppiata a piangere. Nell’aria si respirava il tanfo di qualcosa che va a fuoco. I nostri ricordi già ammassati in un angolo, stavano bruciando a gruppi di quattro. Provai a recuperarne qualcuno, ma le palle di fuoco bruciavano rapide come carta pesta. Piansi, sperando che i serbatoi d’acqua potessero arrivare fino al cranio. Un po’ d’acqua si fece spazio sui canali superiori, qualche ricordo bruciacchiato si fermò sulla punta delle mie scarpe. Lo raccolsi, chiudendomi in difesa. Quando mi girai indietro, sembravi un’altra persona. La tua faccia, era diventata un muro bianco come quella della seconda figura. Non avevate più bocche, ma sembravate parlavi, non avevate più occhi, ma eravate lì a fare gli sguardi migliori. Le mie parole non riuscivano più a toccarti, perché non possedevi più orecchie per sentire. Non ricordavi i nostri baci, perché la tua bocca ormai era una striscia continua cucita sul davanti. Non mi vedesti piangere, perché avevi perso occhi uguali ai miei. La testa fu investita da un traballare continuo, simile a quello della terra prima di un’eruzione. Fiumi di sangue arrivarono ai piedi degli ospiti, e ai miei. Il mio corpo era in avaria totale. Sforzandomi ancora un po’, trovai tre piatti, quelli che piacevano a noi, coi ricami floreali sul bordo, tre posate, quelle d’oro massiccio. Spalancai le finestre dei miei occhi, permettendo alla luce lunare di farsi spazio avidamente tra le pareti. Con le caviglie immerse in un acquitrino di sangue, avevo messo anche i fiori al centro tavola. Capelli d’oro fissandomi incattivita, rideva ancora. Tu eri al centro, prendendo posto dove ti sedevi quando c’eravamo noi. Ad occhi chiusi la mia testa permise alla nostra canzone di fare cassa armonica nell’intera scatola cranica. Anche i due, senza orecchie, sembrarono allertarsi sotto quelle note. Feci quattro passi, e le bocche ricrebbero, al sesto spuntarono anche le orecchie, al decimo passo, eri tornato in te stesso. Anche quella figura, adesso, aveva un volto. Le vostre nuove labbra furono rodate l’attimo dopo che mi avvicinai alla porta d’uscita. Vi stavate baciando, seduti al nostro tavolo, sotto la nostra canzone. La stanza si era riempita di sangue e lacrime, ma a loro non sembrava importare. Quando ti diedi un ultimo sguardo, tu le stavi sorridendo, e le stavi cantando uno dei versi che mi sussurravi all’orecchio, di sera, per farmi addormentare. Né un saluto, né un bacio d’addio. L’argilla del suo corpo, sembrò catturare il tuo, e allacciandosi alle tue braccia, sembrò di assistere ad un albero che nasce. La porta fece un cigolio simile alle case dei fantasmi, e poi un grande tonfo sul finale. Ero uscita correndo in un corridoio che dava segnali di allarme. Lampeggianti rossi e sirene, mi gridavano di uscire. Mi ero smarrita, e avevo paura. Provai a cercare la tua mano, ma mi aggrappai al vuoto della tua assenza. Quando raggiunsi la porta di emergenza la spinsi con forza, catapultandomi all’esterno.

Il mio corpo giaceva fermo in un letto, con le spalle solide al muro. Gli occhi non mi erano mai caduti né ricresciuti. Erano fermi a guardare un punto indecifrabile. Il vuoto copriva i rumori della città. Non c’era sangue, né lacrime né argilla. Non c’era alcun tavolo né bocca che potesse attirare la mia attenzione.

Passò un po’ di tempo, quello necessario per rivedere cinque stagioni estive tornare. Gli occhi spalancati sul niente mi permettevano di non vederti, di non vedervi. Ero uscita da me, dimenticando come si guarda, come si bacia, persino come si fa a parlare. Avevo perso la stanza della mia vita, e insieme avevo perso te.


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