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Una storia di Sepulzio

Grigio

Una storia d'amore

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4 minuti

Pubblicato il 06 giugno 2020 in Storie d’amore

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Tutto si svolgeva sotto un cielo grigio. Nemmeno il più tenue dei colori riusciva a trovare
spazio nel cielo di quella maledetta città. Tuttavia, il freddo contegno del cielo era
costantemente turbato dalle infinite tonalità degli assurdi colori applicati ai muri degli
edifici che vestivano la città stessa. Infatti, non credo esista una città più colorata di
questa proprio perché non esiste cielo più grigio.


Seduta al tavolino numero cinque di un anonimo caffè, vi era una donna, più fata che
umana, i cui capelli biondi brillavano come e più dell’oro. Lei sembrava custodita in una
goccia di luce calda e straniante, e chiunque, guardandola, avrebbe sperimentato l’intero
spettro di emozioni definente l’essenza stessa di ciò che è bello.


Tra la moltitudine di persone in giro per la città in quel momento vi era uno studente
le cui facoltà emotive ed intellettuali furono letteralmente rapite dalla fata del tavolino
numero cinque. Dopo averla vista la prima volta, per un mese intero si trovò ad essere fuori
il caffè ogni pomeriggio alla stessa ora, nascosto da una siepe, a cercare la forza e le parole
giuste per avvicinarla. Rimaneva fisicamente immobile per più di un’ora, dibattendosi
all’interno del proprio universo mentale nella più vasta collezione possibile di esistenze
al fianco della Fata del tavolino numero cinque, eppure, solo quando ormai Lei stava
uscendo dal caffè, l’inetto studente riusciva ad entrare, sfiorandola. La Fata sembrava non
accorgersi affatto di lui, e questo lo tormentava.


Passato che fu un mese, mosso dal delirio più puro, il giovane studente si decise ad
una mossa disperata, decise di costringere Lei a parlargli rubandole il tavolino numero cinque. Di conseguenza, un triste mercoledì arrivò presto al caffè e si sedette. Passò l’intero
pomeriggio aspettandola, guardando convulsamente la strada, in preda ad un crescente
senso di angoscia. Dopo quasi cinque ore ed un imprecisato numero di caffè, lo studente
dovette confessare a se stesso la triste verità: Lei non sarebbe arrivata. Questo lo turbò
non poco e lo indusse a ripensare a tutta questa storia in modo da poterla rileggere alla
luce della nuova consapevolezza, con la speranza di non sentirsi un perfetto idiota.


Forse, pensò l’idiota, la fata nulla era se non una di quelle sfere colorate sfocate, prive
di una effettiva dimensione propria e che infestano i nostri occhi dopo aver osservato una
luce intensa. Essenzialmente, un effetto collaterale di un qualche meccanismo fisico male
elaborato da un cervello confuso. Deluso dagli effetti della propria maldestra fantasia, ma
contento di questa spiegazione, si alzò ed uscì, deciso a non innamorarsi più.


Fuori pioveva, e, camminando distrattamente nel grigiore con cui il cielo vestiva quel
pomeriggio inutile, lo studente urtò una ragazza che correva disperata. L’interazione visiva
durò pochissimo, tanto da permettere ad entrambi di memorizzare solo sfumate versioni
l’uno dell’altra, e viceversa. Sfumate esattamente come l’idea che ognuno ha di ciò che
desidera. L’inetto studente aiutò la ragazza a rialzarsi e la condusse sotto un portone dove
iniziò un inconscio corteggiamento i cui frutti sarebbero stati anni di felice tortura nel
castello dell’irrazionale amore.


Spettatore di tutto questo era la Fata bionda. Era completamente bagnata, ed era
nascosta dietro la siepe tanto cara a quello strano ragazzo che ogni giorno vi si accostava
pensieroso. Lo stesso ragazzo che lei sfiorava uscendo dal caffè. Lo stesso ragazzo che da
ormai un mese aveva insegnato alla Fata intirizzita cosa significasse essere totalmente ed
irrazionalmente innamorati. Lei adorava il tavolino numero cinque solo ed unicamente
perché da lì poteva osservare Lui, studiarlo mentre era immerso nel proprio ego, amarlo
sperando di poterlo avere. Quel giorno Lui era seduto proprio al tavolino numero cinque
quando lei arrivò. Il cuore quasi le esplose e dovette nascondersi al Suo sguardo per non
svenire.


Lei passò il pomeriggio a fantasticare del loro ormai prossimo incontro, reso perfetto
dalla condivisione di quel magnifico tavolino, senza riuscire a muoversi. Sognava come una
bambina, e come una bambina si disperò quando Lo vide uscire ed imbattersi in quella
maledetta ragazza dai capelli corvini. Consumata dalla rabbia e dalla delusione, pregò
perché quell’insulso incontro finisse presto, ma la magia l’aveva abbandonata e nessuno
ascoltò le sue preghiere.


Lei iniziò a correre verso il ponte, e più correva, più ritrovava la calma e la gioia di
aver amato. Il più sereno ed amaro dei sorrisi fu il regalo che fece al bambino che la vide
spiccare il volo. Intanto, il cielo era ancora maledettamente grigio. Grigio come la somma
dell’oscurità dell’amore con la lucentezza dell’oblio.


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